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La centralità di Barcellona Pozzo di Gotto nelle dinamiche di mafia

Con una lettera al Presidente del Consiglio, al ministro degli Interni e ai membri della Commissione parlamentare antimafia, l`avvocato Fabio repici denuncia la centralità della città siciliana nelle dinamiche mafiose e la capacità della criminalità barcellonese di penetrazione nei circuiti del potere ufficiale. Le inquietanti “connessioni” in ordine alla procedura di scioglimento dell`amministrazione comunale.

     

Scritto da Fabio Repici

Al Presidente del Consiglio dei Ministri- On. Romano Prodi

Al Ministro dell`Interno – On. Giuliano Amato

Ai componenti della Commissione parlamentare antimafia

Chi scrive svolge da quasi un decennio la professione di avvocato nella provincia di Messina, quasi esclusivamente nel settore penalistico. Per scelta umana, ideologica e professionale, in materia di reati di mafia è stato ed è frequentemente difensore di familiari delle vittime, parti civili nei casi in cui siano stati avviati processi o nella minorata veste di persone offese dal reato laddove le indagini preliminari non siano ancora (o non siano state) definite dal P.m. con l`esercizio dell`azione penale. Fra le altre vicende giudiziarie, l`omicidio di Graziella Campagna (Villafranca Tirrena, 12 dicembre 1985), quello di Roberto Amato (Barcellona P.G., 13 febbraio 1992), quello di Beppe Alfano (Barcellona P.G., 8 gennaio 1993) ed il probabile (essendo questo un caso ancora aperto) omicidio di Attilio Manca (Viterbo, 12 febbraio 2004) hanno consentito al sottoscritto di affinare le proprie conoscenze sul sistema mafioso dominante nell`area barcellonese, fatto di una ferocissima ala militare (solo negli ultimi vent`anni sono centinaia gli omicidi rimasti privi di responsabili giudiziariamente accertati) e di un potentissimo gruppo di comando saldato con gran parte dei poteri ufficiali cittadini: dalla politica agli apparati giudiziari, dalle forze dell`ordine alle pubbliche amministrazioni. Entrambe le caratteristiche hanno fatto del sistema mafioso barcellonese fino ad oggi un fortilizio inespugnabile, tanto più alla luce del fatto che, proprio a cagione delle liaisons con apparati istituzionali infedeli, le articolazioni dello Stato solo occasionalmente hanno manifestato la reale e sincera intenzione di espugnarlo.

L`ultimo quindicennio della storia di Cosa Nostra sta a indicare il ruolo centrale assunto da Barcellona P.G. nelle grandi dinamiche criminali (quelle che qualcuno, non a torto, riassume nella locuzione “il gioco è grande”).

E` stato proprio Giovanni Brusca a rivelare che il telecomando con il quale egli fece esplodere l`autostrada a Capaci il 23 maggio 1992 gli era stato recapitato da Barcellona P.G. e personalmente dal boss Giuseppe Gullotti. Né possono essere sottovalutate le relazioni coltivate per i vent`anni precedenti dall`uomo che di quella strage fu l`artificiere. Pietro Rampulla era stato nella prima metà degli anni Settanta studente universitario di veterinaria a Messina e là si era legato (a dirlo sono sentenze penali passate in giudicato), nella comune militanza neofascista e nelle violente pratiche criminali, a personaggi barcellonesi, fra i quali basti qui segnalare Rosario Cattafi. Il quale Rosario Cattafi, oltre ad aver operato nei traffici internazionali di armamenti (e per questo essere stato più volte indagato dall`A.G.), è anche stato il testimone di nozze ed uno dei principali sponsor della carriera criminale del boss Gullotti.

Per tutto il periodo comprensivo delle stragi del 1992 e dell`omicidio del giornalista Beppe Alfano, a Barcellona P.G. fece base per la sua latitanza il capomafia catanese Benedetto Santapaola. La sua omessa cattura in quella zona nellaprile del 1993 (nonostante fosse monitorato in diretta dalle intercettazioni ambientali nei luoghi ove dimorava), dallo stesso R.O.S. dei carabinieri che qualche mese prima aveva omesso di perquisire (come certificato da sentenza) il covo di Riina e che due anni dopo omise la cattura di Bernardo Provenzano, rimarrà senz`altro una delle pagine più imbarazzanti (e per questo tenacemente tenuta nascosta ai più) nella storia delle negligenze e delle compiacenze dello Stato nei confronti della criminalità mafiosa.

Sempre in tema di latitanze dorate e di un nome prima accennato, è ben plausibile che lo stesso Bernardo Provenzano abbia frequentato l`area barcellonese durante gli ultimi anni agiati della sua quarantennale latitanza, naturalmente prima della sua ritirata nella ridotta di Montagna dei Cavalli, accudito da qualche familiare e da qualche pecoraio. E` noto, infatti, come Barcellona P.G. e Bagheria (territorio d`adozione del boss corleonese) siano stati e siano tutt`oggi centri importanti di quella “mafia del ferro e delle arance” (ovvero Cosa Nostra provenzaniana) evocata nella relazione di minoranza della

Commissione parlamentare antimafia della passata legislatura. Basti segnalare, al riguardo, i nomi dell`uomo forte di Cosa Nostra nella provincia di Messina, Michelangelo Alfano (bagherese di nascita), di Luigi Ilardo (che fra Barcellona e Milazzo, anche da latitante, trascorse la maggior parte della sua militanza mafiosa), di Giovanni Sindoni (barcellonese che nel 1987 venne arrestato per le truffe all`Aima compiute dalla I.D.A. del noto bagherese Michelangelo Aiello) o dell`imprenditore mafioso Drago Ferrante (che a Barcellona P.G. nacque per poi, in un percorso inverso a quello di Michelangelo Alfano, impiantarsi a Bagheria). Ed altrettanto note sono le dichiarazioni del pentito messinese Antonino Giuliano (non un criminale di strada, bensì un piccolo imprenditore), che riconobbe in Provenzano il soggetto da lui più volte incontrato a Messina nella casa di Michelangelo Alfano fra il 2000 ed il 2001.

La presa dei poteri criminali sulla politica e sulla società barcellonese fu evidenziata fin dal 1993, allorché la Commissione parlamentare antimafia del tempo approvò apposita relazione all`esito della missione barcellonese decisa nell`immediatezza dell`assassinio di Beppe Alfano (sul quale episodio esiste condanna definitiva per il già citato boss Gullotti e per il killer mafioso Antonino Merlino). E destò sconcerto, a quel tempo, scoprire che Gullotti, mentre concorreva alla strategia stragista di Cosa Nostra e inondava di sangue le strade cittadine, era riverito socio, al pari di Rosario Cattafi, di un circolo culturale, Corda Fratres, che accoglieva al proprio interno magistrati, come il dr. Antonio Franco Cassata, politici di peso, come l`allora senatore Santalco e l`attuale senatore Nania, e rappresentanti della più elevata borghesia barcellonese. Sarà capitato a Gullotti, interloquendo con i suoi compagni di circolo, di commentare nella sede di Corda Fratres la catena omicidiaria che, fra la fine degli anni Ottanta e l`inizio degli anni Novanta, fece precipitare la città nel terrore?

Le condizioni sopra sintetizzate quanto meno rimasero immutate (se non, addirittura, peggiorarono) negli anni seguenti, sia quanto alla cifra della violenza dispiegata alla bisogna dalla mafia barcellonese sia quanto alla perpetuazione delle sue alleanze con i poteri ufficiali. Ai primi di maggio del 1999 venne ritrovato il cadavere di un ragazzo in uno scenario da incubo: al giovane, Antonino Sboto, era stato sparato alla nuca un colpo di pistola a bruciapelo ed entrambe le mani gli erano state orridamente mozzate. Si disse che la mafia aveva emblematicamente condannato un povero ladruncolo che aveva tentato di svaligiare le case sbagliate: sarebbe servito da lezione a tutti. Un`informativa dei carabinieri denunciò che quel ragazzo, insieme ad altri, si era reso responsabile, qualche giorno prima, di un furto ai danni di tale Pietro Arnò, noto compare del boss Gullotti e noto pregiudicato, oltre che in passato presidente della locale squadra di calcio. Vennero anche arrestati i due presunti killer ma poi il processo finì nel nulla, fra assoluzioni e archiviazioni. Ancora oggi quel tremendo delitto è senza colpevoli. La plateale promiscuità fra delinquenza e istituzioni fu suggellata da una fotografia, comparsa sul quotidiano locale pochi giorni dopo l`elezione plebiscitaria (l`81 per cento dei suffragi) del sindaco Candeloro Nania, avvenuta il 25 novembre 2001: quella foto ritraeva il sindaco in festa innanzi al palazzo municipale, incatenato in un abbraccio vigoroso da quel Pietro Arnò.

L`evidenza del condizionamento mafioso nell`agire dell`amministrazione comunale divenne incontestabile ed incontestata nel 2003: non solo perché erano ancora attuali alcune importanti concessioni pubbliche denunciate nella relazione della Commissione antimafia del 1993 (quella per la raccolta dei rifiuti, ad es., che nel 2004 avrebbe portato all`arresto del consigliere comunale più votato, Andrea Aragona) e non solo per le oscene pubbliche frequentazioni del sindaco, di alcuni assessori e di alcuni consiglieri comunali (con Giovanni Sindoni, con Rosario Cattafi, con i boss Salvatore Di Salvo e Salvatore Ofria, oltre che con tanti altri criminali dal pedigree ufficiale) e non solo per il fatto

che Rosario Cattafi stazionava stabilmente all`interno del municipio e che, addirittura, un lavoratore socialmente utile del comune gli fungeva di fatto da autista (lavoro socialmente utile davvero, se si pensa che dal 2000, a causa dell`irrogazione a suo carico della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, a Rosario Cattafi era stata ritirata la patente). Accadde, infatti, che venne eseguita l`operazione c.d.”Omega”, che portò all`arresto di decine fra mafiosi e imprenditori e che definitivamente rivelò a Barcellona P.G. la nuova figura del mafioso imprenditore: era il boss Salvatore Di Salvo, controllore di un`estesissima rete imprenditoriale dedita a turbare gli appalti pubblici con il sistema preventivo dell`accordo sulle buste da presentare agli enti appaltanti. Si ufficializzarono nero su bianco così (ai più, però, erano già note) le vergognose relazioni di Di Salvo con molti storici imprenditori barcellonesi e con l`amministrazione comunale. L`impresa da lui gestita (Sud Edil Scavi) aveva avuto commesse dal comune di Barcellona; il vicepresidente del consiglio comunale (che tuttora ricopre quella carica), Maurizio Marchetta, imprenditore edile a sua volta, gli faceva da servile garzone (il boss lo chiamava “ragazzo” e lui scodinzolava ossequioso). In indagini collegate, questa volta condotte dalla D.d.a. palermitana, venne raggiunto da misura restrittiva altro imprenditore, Andrea Caliri, anch`egli aggiudicatario di commesse dal comune.

Peraltro, tale era la fiducia nutrita verso Caliri negli ambienti dell`amministrazione comunale che egli era stato incaricato di alcuni lavori nella villa del senatore Nania, cugino del sindaco: quella villa che venne dichiarata parzialmente abusiva con sentenza penale nel processo nel quale Caliri fu convocato come testimone a discolpa dalla difesa del senatore abusivista.

A quel punto, peraltro dopo aver visto la nomina degli assessori Giuseppe Cannata (già arrestato e tutt`oggi imputato per tentata estorsione, truffa e altro: nel corso del processo a suo carico il Giudice dell`udienza preliminare denunciò al C.S.M. le pressioni ricevute, in favore di Cannata, dal dr. Antonio Franco Cassata, sostituto procuratore generale a Messina, affinché il G.u.p. non

penalizzasse preventivamente, con il suo rinvio a giudizio, le possibilità che Cannata venisse nominato vicepresidente del consiglio comunale, nella passata consiliatura), Luigi La Rosa (indagato per mafia nell`indagine “Omega” e condannato, insieme a Pietro Arnò, per voto di scambio; nello stesso processo Arnò è stato condannato anche per turbata libertà degli incanti in relazione alla gara per l`acquisto di un autocarro da parte del comune di Barcellona P.G., vinta dalla ditta “New world”, formalmente intestata a Carmela Perdichizzi, nipote e prestanome di Pietro Arnò), Sebastiano Messina (ultimo componente, insieme ad Arnò e La Rosa, della triade che gestisce l`Aias di Barcellona P.G., ente che viene remunerato dal comune di Barcellona P.G. per le prestazioni in favore dei disabili), Luciano Genovese (assessore all`urbanistica e al contempo imputato di abuso edilizio, oltre che già progettista di fiducia della villa abusiva del sen. Nania), dopo aver visto gli incarichi affidati alla ditta gestita dal boss Salvatore Ofria, dopo aver visto i lauti canoni mensili pagati alla famiglia di Rosario Cattafi per l`affitto di alcuni immobili (pure per tutti i cinque anni nei quali a Cattafi fu imposta la misura di

prevenzione antimafia), i cittadini onesti iniziarono a chiedersi quali fossero le ragioni per le quali il Prefetto di Messina non disponesse un`ispezione al comune di Barcellona P.G. per accertarne il condizionamento mafioso. A quei cittadini le risposte vennero dalla lettura della relazione di maggioranza della Commissione antimafia dell`ultima legislatura, laddove comparvero le imbarazzanti giustificazioni addotte dal dr. Scammacca nel giugno del 2005. Probabilmente quel documento, insieme ai dati analiticamente riportati nella relazione di minoranza, costrinse il Prefetto a disporre, obtorto collo, l`ispezione.

Da molti, troppi, mesi si conoscono le conclusioni stilate dalla commissione ispettiva guidata dal dr. Antonio Nunziante (il quale nelle more è stato promosso a Prefetto di Forlì, evidentemente in conseguenza della positiva valutazione del lavoro svolto): secondo quella relazione il livello di condizionamento mafioso nell`operato dell`amministrazione comunale barcellonese “è inquietante”.

Da agosto scorso intorno alla procedura di scioglimento dell`amministrazione comunale si sono rincorse fughe di notizie, mai smentite: ai primi di settembre il decreto di scioglimento era già stato predisposto dal Ministro dell`Interno ed era pronto per essere portato al voto del Consiglio dei Ministri; a fine settembre il sindaco Nania (cioé il vertice dell`amministrazione infiltrata dalla mafia) veniva ricevuto al Viminale per consentirgli di difendere l`operato della sua giunta; da ottobre ad oggi si sono sviluppate le trattative sottobanco fra i garanti di quell`amministrazione comunale (primi fra tutti, il senatore Nania ed il dr. Antonio Franco Cassata) ed importanti esponenti dell`attuale maggioranza parlamentare di centrosinistra, con l`indicazione più o meno nominativa, fatta dai giornali, della senatrice Finocchiaro (che a Barcellona P.G. fu presente nella campagna elettorale per le ultime elezioni politiche ad un incontro pubblico nel quale intervenne il dr. Cassata), del viceministro Minniti e dell`on. Crisafulli (indagato dalla D.d.a. di Messina insieme a compagni di partito del senatore e del sindaco Nania); dieci giorni fa, infine, durante un comizio in piazza il sen.

Nania ha dichiarato di aver ricevute parole confortanti direttamente dal ministro Amato.

Nei giorni scorsi si è appreso dalla stampa (ma i frequentatori occasionali del palazzo municipale di Barcellona P.G. hanno assistito dal vivo a scene di giubilo nella mattina di martedì 16 gennaio, allorché il sindaco Nania ha dichiarato apertamente di aver ricevuto notizie definitivamente rassicuranti dal Viminale) che il ministro Amato avrebbe infine concluso che non ricorrerebbero i presupposti per lo scioglimento dell`amministrazione comunale barcellonese e ciò – così si è detto – in ragione di una nota del Prefetto Scammacca, redatta su

sollecitazione dello stesso ministro al fine di aggiornare la situazione al momento attuale, come se fosse possibile che un`amministrazione che per quasi cinque anni ha patito il condizionamento della mafia potesse liberarsi da ogni vincolo in ragione del semplice decorso di qualche mese. Senza tacere, peraltro, che i sei mesi sono decorsi inutilmente per colpa esclusiva dello stesso ministro. Eppure, il Prefetto Scammacca proprio in questo senso si sarebbe espresso, valorizzando il più possibile il fatto che uno stravagante

pronunciamento del Gup di Messina ha ritenuto che per il vicepresidente Marchetta, il boss Di Salvo e gli altri non si dovesse procedere per associazione mafiosa ma soltanto (si fa per dire) per associazione a delinquere semplice finalizzata alle turbative d`asta (ma non avrà creduto – ci si augura – il prefetto Scammacca che quel provvedimento giurisdizionale possa cancellare l`intimità di rapporti fra Marchetta ed il boss Di Salvo, la incredibile crociera dai due allegramente trascorsa insieme alle rispettive famiglie, i lavori aggiudicati dal

comune al boss o le sopravvenute dichiarazioni del pentito Lenzo circa il ruolo imprenditoriale di Marchetta come proiezione della famiglia mafiosa barcellonese) o il fatto che con una pantomima degna di migliori palcoscenici il sindaco Nania qualche settimana fa ha revocato la delega assessoriale a Cannata, ottenendo in sovrapprezzo la posticcia reazione del partito di Cannata, Forza Italia, con le dimissioni (a pochi mesi dal voto) degli assessori Messina e Genovese, sui quali gli ispettori si erano pronunciati. Se così fosse, davvero questa sarebbe la prova, risibile e drammatica al contempo, delle manovre poste in essere sulla scorta di inconfessabili accordi sotterranei. Naturalmente, il Prefetto si sarà ben guardato di segnalare al ministro gli elementi sopravvenuti che corroborano le conclusioni degli ispettori: avrà segnalato, ad esempio, il Prefetto che Mario Calderone ed il dipendente comunale Giulio Massimo Calderone (quest`ultimo, con un passato da latitante, opera nel settore delle ricerce anagrafiche), fratelli del consigliere comunale Sergio Calderone, sono stati nelle more condannati per associazione mafiosa? E avrà segnalato il Prefetto l`inerzia del sindaco nel promuovere, in ragione della condanna per mafia, la sospensione di Giulio Massimo Calderone, che continua imperterrito a prestare servizio quale dipendente comunale? Ancora, avrà segnalato da ultimo il Prefetto quanto riportato dalla Gazzetta del Sud di ieri circa il sequestro al municipio di Barcellona P.G., disposto dalla D.d.a. di Messina il giorno prima, degli atti concernenti il servizio di assistenza agli anziani?

Non possono tralasciarsi in questa sede alcune considerazioni sulla figura del Prefetto Scammacca, sulla credibilità delle cui parole si è fondato il ministro per denegare lo scioglimento; su colui, cioè, che per quattro anni ha impedito strenuamente l`ispezione al comune di Barcellona P.G.. A Messina non lascerà certo un grande ricordo: di lui si rammenteranno l`attitudine a compiacere i desiderata del sen. Nania e le gaffes pubbliche, come quella di presentarsi allo stadio in occasione della partita Messina-Juventus della passata stagione in compagnia dell`ex deputato Giuseppe Astone, che in quel momento era indagato dalla D.d.a. di Messina, insieme all`on. Crisafulli, al Presidente Cuffaro ed a personaggi legati al sen. Nania, in un`inchiesta di mafia relativa al servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani nella città di Messina. Certo, nulla al confronto di quanto lo stesso dr. Scammacca aveva fatto, a partire dal 1993, da commissario straordinario del comune di S. Giovanni la Punta, cittadina a monte di Catania nella quale Scammacca a lungo aveva abitato e la cui amministrazione era stata sciolta per mafia. In quell`occasione il dr. Scammacca creò, per farsi collaborare nelle scelte amministrative, una “consulta cittadina”, all`interno della quale personalmente inserì l`imprenditore multimiliardario Sebastiano Scuto. Con quest`ultimo Scammacca instaurò anche rapporti di frequentazione personale, allargata anche alle rispettive mogli. Sennonché, quando nel 2001 Scuto finì in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, gli investigatori, oltre alle prove dei contatti telefonici intercorsi fra i due, trovarono tracce del passaggio di somme di denaro da Scuto a Scammacca. Interrogato in proposito in un`udienza del processo Scuto, il dr. Scammacca (che al momento della testimonianza era già Prefetto di Messina), con grande impaccio e infarcendo i suoi racconti con un numero davvero inaccettabile di “non ricordo”, ammise di aver ricevuto denaro da Scuto, aggiungendo che si trattava del pagamento di una vecchia auto da collezione che egli aveva ceduto all`imprenditore legato ai capi del clan Laudani, imperante a S. Giovanni la Punta.

Il nome del comune di S. Giovanni la Punta, che marchiò le vicende del “caso Catania” ai primi anni del Duemila (in relazione alla presunte coperture giudiziarie sulle faccende mafiose di quella cittadina ed all`acquisto in un complesso residenziale, da società riconducibile ai mafiosi Laudani, di unità immobiliari da parte di un alto magistrato catanese, il dr. Giuseppe Gennaro, e del cognato della senatrice Finocchiaro), nel frattempo sembra calare come un`ipoteca insormontabile sui lavori futuri della Commissione parlamentare antimafia. Quando ancora i lavori non sono stati in concreto avviati, infatti, si è appreso che la Commissione ha accolto quale suo consulente il dr. Giuseppe Fonzo, nell`ultimo decennio sostituto procuratore della Repubblica a Catania (e per tale ragione soggetto dal sottoscritto personalmente conosciuto e con il quale, nelle rare occasioni di incontro per ragioni professionali, chi scrive ha avuto rapporti più che cordiali). Si tratta, però, di uno dei tre pubblici ministeri che furono titolari di rilevantissime indagini su omicidi commessi a S. Giovanni la Punta e sugli assetti mafiosi di quel paese (ivi compresi il fascicolo a carico dell`imprenditore Scuto e uno di quelli relativi all`omicidio di tal Rizzo, imprenditore mafioso cointeressato, attraverso la moglie, alla società che aveva edificato il complesso edilizio di cui sopra). Sennonché il lavoro di quei tre magistrati (fra i quali il dr. Fonzo) si caratterizzò per l`inerzia e le lacune investigative, tanto che, rigettata dal G.i.p. la richiesta di archiviazione del procedimento relativo, fra gli altri, a Scuto e Alfio Laudani, si rese necessaria l`avocazione da parte della Procura generale. Ora, la nomina del dr. Fonzo come suo consulente porrà la Commissione antimafia nell`impossibilità di affrontare le più rilevanti faccende catanesi, riguardanti le deviazioni degli apparati giudiziari, che dei fatti del “caso Catania” sono diretta e naturale conseguenza.

Come si vede, sono tante le sfasature che stanno qualificando sul fronte della lotta alla mafia la prima fase della legislatura inaugurata dal voto del 9 e 10 aprile. Esse non inducono certo all`ottimismo per il futuro.

Nessuna vicenda, però, più di quella dell`omesso scioglimento dell`amministrazione comunale di Barcellona P.G. è destinata a destare sgomento nella cittadinanza. Essa appone, già ad inizio legislatura, il peggior distintivo sull`attività di governo e sulla sensibilità degli organi parlamentari, quello del consociativismo, volontariamente o involontariamente, filomafioso. Già non è accettabile la logica dell`inciucio; ma l`inciucio sull`antimafia è davvero spettacolo osceno e foriero di disastrose conseguenze.

Distinti saluti,

Fabio Repici

Monza, 25 gennaio 2007

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