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Vicenza città dell’Unesco o Vicenza Air Force?

Vicenza, una tranquilla cittadina di provincia, del nordest produttivo. Una città che ospita in sé la caserma USA Ederle, la Gendarmeria Europea, il Coespu, la scuola di addestramento per militari dei “paesi in via di sviluppo” più gli insediamenti di Longare e del Tormeno in provincia. E ora, forse, anche il Dal Molin, aeroporto di guerra, con un investimento del governo americano di 800 milioni di dollari.

     

Scritto da Assemblea permanente di Vicenza

Una città quindi destinata a diventare un nodo importantissimo per i nuovi assetti militari mondiali.

Ma procediamo con ordine. Il 28 settembre 2006 esce sull’Espresso un articolo bomba, un dossier sul progetto che dovrebbe fare di Vicenza la più grande base USA in Europa. La notizia è ora di dominio pubblico ma in città l’allarme era scoppiato da tempo, da quando in primavera erano trapelate le prime notizie di incontri segreti nel marzo 2005 tra l’allora primo ministro Silvio Berlusconi, il sindaco forzista Enrico Huellweck e gli emissari del governo americano.

Quando scoppia il caso il governo è cambiato e cominciano i primi rimpalli tra il consiglio comunale e il ministro della Difesa Arturo Parisi che cercano di scaricarsi le responsabilità vicendevolmente.

Il progetto ed il suo impatto

Ma di che progetto si tratta? In questione è l’ampliamento della Caserma Ederle(*), ampliamento rispetto al quale il vicepremier Rutelli ha spiegato che serve alla «rimodulazione della 173a (**)Airborne Brigade», che potrà così avere «un’idonea sistemazione logistica nella sua nuova configurazione».

La 173° è attualmente divisa tra le basi tedesche di Bamberga e Schweinfurt (che verranno dismesse) e la Ederle e la sua ricomposizione a Vicenza è stata pensata dal governo USA sia per motivi geopolitici relativi al nuovo ordine mondiale (Vicenza diventerebbe un sito di notevole importanza strategica rispetto al medio oriente) sia per migliorare gli standars abitativi dei militari che vivrebbero in appartamenti separati con le loro famiglie e potrebbero godere di tutti i conforts, di aree verdi, campi sportivi, centri ricreativi e centri commerciali e in più scuole ed un ospedale.

La caserma Ederle ospita attualmente 1900 militari più circa 6000 civili . Con l’ampliamento si arriverebbe a 5000 militari più 10.000 civili.

Per quanto concerne il territorio Camp Ederle2 comprenderebbe l’aeroporto Dal Molin e una parte del parco della Lobbia, adiacente all’aeroporto, per un totale di circa 1.250.000 mq. Sono previsti circa 700.000 metri cubi, equivalenti a 1900 appartamenti di 100 metri quadri ciascuno.

Del progetto fanno parte anche magazzini per armamenti e depositi per materiali biochimici.

L’intera area militarizzata equivarrebbe ad un territorio vasto una volta e mezzo la zona industriale di Vicenza.

In più sarebbe concessa agli Usa un’ampia zona del comune di Quinto Vicentino per la costruzione di 400 villette per gli alloggiamenti dei militari e delle loro famiglie.

La devastazione in termini di cementificazione dello spazio urbano non ha bisogno di commenti tanto più se si tiene conto che la base militare, in tutte le sue componenti, aeroporto compreso, occuperebbe uno spazio densamente urbanizzato con notevoli problemi di traffico, ad un km dal centro storico e a pochi metri dalle abitazioni dei cittadini che abitano i quartieri adiacenti alla base.

Ma il problema si amplia ulteriormente quando si comincia ad esaminare le richieste di acqua, fognature, gas naturale ed energia elettrica che sono pervenute ai funzionari dell’Enel e dell’Aim da parte del Comando USA.

Per quanto riguarda l’acqua, in base alle richieste, si valuta un consumo annuo di circa 3,15 milioni di mc. Considerando che la città consuma 11,5 milioni di mc/anno si valuta che l’ampliamento della base corrisponderebbe, per il consumo idrico, ad un incremento di oltre 30.000 abitanti, incremento che non può essere soddisfatto con le strutture attuali.

L’aumento dei consumi dell’acqua si ripercuoterebbe anche sulla rete fognaria che non è calibrata per supportarlo. Rispetto a tale problema non è da sottovalutare la possibilità di rigurgiti e quindi di allagamenti delle zone poste più in basso in caso di piogge violente.

Per quanto concerne l’energia elettrica, la richiesta USA è di una fornitura di 9MW per il Dal Molin. Dai calcoli effettuati si può prevedere un consumo di energia elettrica pari a circa 32 milioni di KWh/anno, che le attuali linee non sono in grado di supportare.

A questi consumi bisogna anche aggiungere quelli del gas naturale rispetto al quale si calcola un consumo di 2,114 milioni di mc/anno.

In tutto questo non va dimenticato che nelle basi Usa vige la legislazione statunitense e gli Usa non hanno firmato il protocollo di Kyoto sulle emissioni in atmosfera per non essere costretti rinunciare ai loro standard di vita ed avere l’autorizzazione ad inquinare impunemente.

Le emissioni di agenti inquinanti, dati i consumi previsti, sarebbero ingenti ed aggraverebbero le condizioni di una zona che, dagli ultimi accertamenti, risulta essere una delle più inquinate d’Europa. Tutto ciò andrebbe ad aggravare in modo considerevole le condizioni di vita e di salute dei cittadini senza parlare inoltre dei possibili agenti inquinanti presenti di solito nelle basi militari, quali idrocarburi, solventi ed altre sostanze tossiche.

Tale argomento sarebbe già sufficiente a fornire motivazioni incontestabili per respingere le richieste del governo USA.

Ultimo argomento di tipo pratico a sostegno del no è la valutazione di impatto economico.

Infatti i servizi, soprattutto energia e combustibili, sono resi al costo in base all’Accordo di Londra del 1954/58, e tutte le utilities sono esenti da accise, Iva e oneri vari.

Attualmente le basi Usa pagano l’energia elettrica il 25% in meno di noi, il gas naturale il 40% e i carburanti 2/3 in meno.

Inoltre l’ampliamento delle reti elettriche, idriche e fognarie sarebbe sostenuto in gran parte dallo stato italiano.

Le proposte alternative per l’utilizzo del sito Dal Molin sono tante e vanno dall’assegnazione al Corpo Forestale dello Stato ad un Campus universitario per alleggerire le sovraffollate università di Padova e Verona per realizzare un polo di ricerca nel settore della biomedica.

La risposta dei cittadini e l’Assemblea permanente

Al trapelare delle prime notizie, nella primavera del 2006, tra allarme, sdegno e preoccupazione si sono viste le prime reazioni dei cittadini che hanno cominciato a riunirsi in comitati per scambiarsi informazioni ed elaborare strategie di salvaguardia del proprio territorio.

Era sin da subito palese l’indignazione per essere stati ingannati e tenuti all’oscuro su un intervento che potrebbe cambiare per sempre il volto della città che, tra l’altro, dovrebbe essere protetta in quanto patrimonio dell’Unesco.

Appariva quindi chiara la differenza tra un’idea di democrazia come diritto a decidere della propria vita e dell’utilizzo del proprio spazio vitale e un’idea di governo come imposizione calata dall’alto per risolvere questioni interne o internazionali o servire interessi economici del tutto privati.

Nel corso dei mesi successivi si sono avute le prime risposte in termini di convegni e mobilitazioni sino ad arrivare alla costituzione dell’Assemblea permanente, un organismo sovrano assolutamente trasversale per età, appartenenza e provenienza che pratica la democrazia dal basso e il cui obiettivo primario è impedire che Vicenza diventi una città militarizzata e devastata sul piano urbanistico.

L’Assemblea ha organizzato convegni e dibattiti pubblici per informare la cittadinanza e la correttezza del suo agire democratico è proporzionale all’aumento di partecipazione che viene rilevata ad ogni nuova iniziativa.

In un percorso che comincia a maggio e procede attraverso varie iniziative tra cui la fiaccolata dell’agosto scorso e la manifestazione studentesca del 23 settembre, si arriva al 26 ottobre quando 2000 persone armate di fischietti, pentole e strumenti musicali improvvisati contestano il Consiglio comunale di Vicenza che vota per il si al Dal Molin.

Alla vergognosa decisione del sindaco e dei consiglieri di maggioranza pronunciata in assoluto disprezzo della volontà popolare, seguono i Consigli comunali di Caldogno e Dueville, due comuni limitrofi, che pronunciano invece un No al dal Molin.

L’Assemblea permanente prende forza e organizza un presidio rumoroso a Roma davanti al Ministero della Difesa per il 24 novembre per incontrare il Ministro della Difesa che sino a questo momento ha solo preso contatti istituzionali con i sindaci di Vicenza e Caldogno e, pur se ripetutamente sollecitato, si è negato alle richieste di colloquio con l’Assemblea permanente. A sorpresa, il giorno prima della manifestazione, il ministro convoca una delegazione dell’assemblea riconoscendole di fatto un ruolo interlocutorio al pari delle autorità costituite. Dall’incontro non viene nessuna rassicurazione ma emerge chiaro ciò che già si sapeva, che la decisione spetta al governo italiano.

Il movimento continua allora per la sua strada sino alla mobilitazione del 2 dicembre, manifestazione nazionale che raggiunge le 25000 persone, di cui la gran parte sono cittadini della città e della provincia, sostenuti da altre realtà come i movimenti che lottano contro le basi militari in altre parti d’Italia e quelli che contrastano la devastazione del territorio, i centri sociali, le organizzazione cattoliche, le associazioni che operano sul territorio in difesa dei diritti e dell’ambiente e alcuni partiti politici e forze sindacali.

La soddisfazione è enorme soprattutto rispetto alla campagna intimidatoria che istituzioni e stampa locali hanno lanciato contro la manifestazione ed i suoi organizzatori.

Comune è la consapevolezza che la positività del risultato raggiunto è dovuta allo spirito di collaborazione e al senso di responsabilità che ha animato tutti coloro che avevano accettato la scommessa e si sono spesi per il buon esito dell’iniziativa dimostrando il valore della democrazia dal basso.

Il percorso sin qui fatto e le alleanze che l’Assemblea permanente è andata costruendo con altre realtà di movimento, ha portato ad accettare con entusiasmo l’invito alla 3 giorni organizzata dal popolo NoTav in commemorazione della liberazione di Venaus.

L’Assemblea permanente aderisce quindi al Patto Nazionale di Mutuo Soccorso lanciato a Venaus che si propone di connettere in rete tutte le realtà che lottano per un nuovo modello di sviluppo che non ubbidisca alle leggi della guerra e del mercato ma che inverta la rotta promuovendo la difesa dei beni comuni e la pratica della democrazia dal basso che non concede a nessuno la delega per l’utilizzo delle risorse collettive.

I militanti dei vari comitati e dei movimenti sparsi in giro per l’Italia che resistono all’espropriazione, alla devastazione e alla militarizzazione dello spazio vitale, difendendo il proprio territorio hanno imparato a conoscerlo ed hanno acquisito molta più informazione tecnica e consapevolezza dei tanti esperti super pagati da enti privati e governativi per finanziare opere costose e devastanti progettate senza alcuna valutazione di impatto ambientale, del rapporto costi-benefici e dei diritti dei cittadini. In questo modo hanno dimostrato che la vera produzione di intelligenza è quella che sviluppano le reti inserite nel territorio che guardano allo spazio come una risorsa collettiva per migliorare la qualità della vita.

Nel Patto di Mutuo Soccorso si possono incontrare sia i movimenti che lottano contro una strada, un tunnel, un’autostrada, un inceneritore o un rigassificatore come quelli che lottano contro la militarizzazione del territorio. La spinta che fa di uno spazio vitale un territorio di guerra non è diversa da quella che lo distrugge per servire interessi privati di mercato e di profitto. La guerra, che sia a bassa o ad alta densità, che sganci bombe, attacchi il welfare o fagociti lo spazio e le sue risorse, fa parte di un progetto in ogni caso mostruoso che, oltre a devastare, dirotta risorse economiche comuni per la distruzione e la sopraffazione e non per potenziare il benessere, la salute e la felicità collettivi.

Camp Ederle (*)

A Camp Ederle ci sono il quartier generale della NATO e il comando della SETAF (Southern European Task Force) costituita nel 1951 quando i governi italiano e statunitense autorizzarono l’insediamento di truppe americane. Nel ’65 il comando viene definitivamente trasferito alla caserma Ederle) della US Army che ha per missione il supporto aerotattico alle unità nucleari missilistiche terrestri. In questa base vengono messe in opera le Adm, cioè le munizioni di demolizione atomica, in pratica le mine atomiche.

Vengono qui custodite e costruite le testate nucleari per le forze armate alleate nella regione meridionale della Nato. In questa base sono operative le forze da combattimento terrestri che gli Americani mantengono normalmente in Italia: un battaglione aviotrasportato, un battaglione di artiglieri con capacità nucleare, tre compagnie del genio.

Presso l’aeroporto militare è acquartierato un gruppo tattico di paracadutisti ed un battaglione di obici. In ambito Nato è assicurata alla Allied Mobile Force (Ace) la possibilità di effettuare operazioni militari nazionali Usa nell’eventualità di interventi che si estendono fino al Medio Oriente.

A Camp Ederle c’e anche un’importante stazione di telecomunicazioni. Complessivamente i militari e i civili americani che operano a Camp Ederle dovrebbero essere circa 8.000.

La 173a brigata aviotrasportata (**)

La 173a brigata aviotrasportata nasce ad Okinawa nel marzo 1963, quando gli Usa iniziano l’escalation in Vietnam e vi rimane per oltre sei anni, partecipando a 14 campagne e distinguendosi nelle incursioni con gli elicotteri.Nel gennaio 1972 viene trasferita negli Usa e disattivata. Risuscita quasi trent’anni dopo quando nel giugno 2000 la brigata di fanteria della Setaf (Forza tattica nel Sud Europa) viene «ridisegnata» quale 173a brigata aviotrasportata. La nuova 173a brigata, acquartierata nella caserma Ederle di Vicenza, se ne dimostra degna. Nel marzo 2003, dopo che la Turchia ha negato l’uso del proprio territorio, la brigata viene proiettata da Vicenza nell’Iraq del nord, dove apre un nuovo fronte dell’operazione «Iraqi Freedom». Poi, nel marzo 2005, da Vicenza viene inviata a combattere in Afghanistan. Poiché le guerre in Iraq e Afghanistan continuano, la 173a brigata deve ora essere potenziata.

La rimodulazione della 173a

A questo punto è necessario ripercorrere le fasi di un’altra «rimodulazione», quella della Setaf da cui dipende la 173a brigata.

La Forza tattica statunitense del Sud Europa nasce nel 1955: il suo primo quartier generale viene posto a Camp Darby (il cui uso è stato concesso agli Usa nel 1951), mentre la maggioranza delle truppe è acquartierata a Vicenza.

Qui, nel 1965, viene trasferito il Comando Setaf. Con la fine della guerra fredda questo comando, considerato logistico fino al 1992, viene trasformato prima in «comando d’appoggio», quindi in «comando di teatro» responsabile «del ricevimento, della preparazione al combattimento e del movimento avanzato delle forze che entrano nella regione meridionale per una guerra».

La Setaf dispone a tale scopo del 14o battaglione di trasporto, che rifornisce le forze arrivate da basi esterne con il materiale bellico tenuto a Camp Darby e in altri depositi.

Dispone allo stesso tempo della 173a brigata e altre unità, che vengono proiettate direttamente nei teatri bellici. Grazie ad esse la Setaf ha svolto un ruolo di primaria importanza nella guerra contro la Jugoslavia, in quelle contro l’Iraq e in altre operazioni, anche in Africa. La Setaf dipende infatti dall’Eucom (Comando europeo degli Usa), la cui area di responsabilità comprende l’intera Europa, gran parte dell’Africa e alcune zone del Medio Oriente: 91 paesi.

Ora l’area di operazioni della Setaf si è estesa all’Afghanistan: ha infatti dislocato propri soldati sulle «impervie montagne di Bagram», dove sono «impiegati nella guerra globale al terrorismo». Tra queste forze vi è la 173a brigata, l’unica unità aviotrasportata a diretta disposizione del Comando europeo Usa. D’altronde, spiega la Setaf, la sua «missione» è quella di «aggiungere personale per diventare una Divisione».

Tra non molto, quindi, può darsi che a Vicenza sia acquartierata non più una brigata ma una divisione aviotrasportata, che avrà bisogno di ulteriori spazi, necessari, come ha detto Rutelli, per l’ulteriore rimodulazione delle forze statunitensi in Italia.

Le fasi principali della mobilitazione contro il Dal Molin

25 maggio 2006

Consiglio comunale teso sul Dal Molin

Viene presentato in consiglio comunale il progetto degli americani sul Dal Molin e il consiglio comunale viene sospeso per qualche minuto per la presenza di striscioni contro le servitù militari.

3 luglio 2006

Presidio in Piazza Castello

500 persone riempiono Piazza Castello per protestare contro il Dal Molin base di guerra

5 luglio 2006

Presidio di fronte all’aereoporto Dal Molin

300 persone partecipano al presidio fuori dai cancelli dell’aereoporto Dal Molin, mentre una delegazione si reca a Roma a portare le oltre 12.000 firme raccolte contro il progetto Dal Molin.

9 agosto 2006

Fiaccolata contro la militarizzazione di Vicenza

1000 persone partecipano alla fiaccolata che costeggia il perimetro dell’aereoporto destinato ad essere ceduto agli americani.

12 settembre 2006

Blocco della rotatoria della Fiera a Vicenza Ovest

23 settembre 2006

Sciopero studentesco contro le servitù militari

2000 studenti in piazza per dire No al Dal Molin base di guerra. Durante la manifestazione avviene il blocco della rotatoria della Marosticana.

30 settembre 2006

Convegno promosso dall’Osservatorio sulle servitù militari:”Le Servitù Militari, basi della guerra infinita”

21 ottobre 2006

Blitz all’interno dell’aereoporto

23 ottobre 2006

Partecipazione al consiglio di circoscrizione 5 di Laghetto.

Il Consiglio di Circoscrizione non si è svolto, perché la maggioranza di Centrodestra ha fatto saltare il numero legale non presentandosi in aula. Il mancato consiglio si è trasformato in una partecipata assemblea di circa 100 persone sulla questione Dal Molin.

25 ottobre 2006

Presidio sotto la Prefettura

150 persone si radunano sotto la Prefettura per chiedere un incontro con Parisi.

26 ottobre 2006

Presidio rumoroso durante il consiglio comunale monotematico sul Dal Molin

2000 persone, armate di pentole, fischietti, tamburi disturbano il regolare svolgersi del consiglio comunale, che si pronuncerà per il Sì al Dal Molin base di guerra.

15 novembre 2006

Presidio rumoroso durante il consiglio comunale di Caldogno (Vi)

Il “popolo delle pignatte” presenzia anche al Consiglio Comunale di Caldogno (Vi), che si pronuncia per il No al Dal Molin base di guerra.

2 dicembre 2006

Manifestazione nazionale contro le servitù militari per la difesa della terra.

Un corteo pacifico, colorato e rumoroso di 25.000 persone, che sfilano da viale della pace(dove ha sede Camp Ederle) sino all’aeroporto Dal Molin

Dicembre 2006

Contestazioni settimanali del Consiglio comunale con richiesta di dimissioni del sindaco.

Presidi “rumorosi”nel centro cittadino con canti di natale “a stelle e a strisce”.

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