Proviamo, con grande umiltà, a far chiarezza, su una questione, la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, al centro ora in Sicilia di un dibattito acceso che finisce col sottrarre attenzione, riteniamo, a criticità ed emergenze decisamente di maggiore urgenza. Realizzazione che il governo regionale sembrerebbe deciso, in gran dispetto ai rinvii e alle esitazioni presunte del governo nazionale (o con suo sotterraneo accordo), a finanziare autonomamente e, sia pure in parte, con propri fondi.

     

Scritto da Mario Centorrino

Astraiamoci per un momento da una valutazione costi-benefici del Ponte.

Ricordando che si tratta di un’opera il cui costo deve metaforicamente essere affrontato dai padri affinché dei benefici possano godere i figli. Sui possibili risultati di questa valutazione, poi, è bene richiamarlo, esiste ormai un’ampia letteratura con diversità di analisi, giudizi, stroncature, conferme, ovvero indicazioni di correttivi al progetto di massima sul quale si ragiona.

Guardiamo in particolare ai costi. Stimati anni orsono (e un aggiornamento sul punto sarebbe indispensabile) in sei miliardi di euro, un sesto all’incirca dei risparmi (maggiori entrate e tagli alle spese) prefissati dall’attuale Finanziaria per il 2007. Cui andavano aggiunti le risorse (mai seriamente calcolate e comunque di entità non inferiore ad almeno tre miliardi di euro) da destinare agli espropri e alle cosiddette opere complementari (gli accessi stradali e ferroviari alla testa del Ponte), funzionali (spostamento delle stazioni dei treni) e compensative (dell’impatto ambientale, cioè, sulle realtà urbane nelle fasi di costruzione del Ponte, calcolate in almeno dieci anni).

Se pensiamo che per un lungo tempo il centrodestra messinese, governando Comuni e Province, ha lavorato all’elaborazione di una legge speciale per la città, la cui approvazione e finanziamento (1,5 miliardi) da parte del governo Berlusconi era ritenuta condizione necessaria e propedeutica per un’espressione di consenso al Ponte, e che il solo progetto dello spostamento della stazione dei treni a Messina richiedeva anni addietro una spesa di un milione di euro, si può indicare, facendo i cosiddetti conti della serva e preso atto anche dei “bisogni” del territorio calabrese, in almeno quindici miliardi di euro il costo della realizzazione compiuta dell’opera: la metà, grosso modo, dell’attuale manovra di bilancio statale 2007.

Il piano ufficiale di finanziamento, così come era stato previsto in tutte le sedi istituzionali coinvolte, addossava allo Stato il 40 per cento della spesa collegata alla realizzazione pura e semplice del Ponte (due miliardi e mezzo di euro, dunque) più quella relativa alle opere collegate. I due miliardi e mezzo dovevano scaturire da una ricapitalizzazione, a oggi nel concreto non effettuata, della società Stretto di Messina ad opera dei suoi azionisti (oltre a Fintecna, le Regioni Sicilia e Calabria, l’Anas e la Rfi, il primo ente con una sua liquidità disponibile mentre, notoriamente, gli altri quattro in condizioni economiche non proprio esaltanti).

Il resto della somma doveva ricavarsi grazie al contributo dell’Unione europea (20 per cento del costo dell’opera) e al reperimento di capitali privati, all’apparenza (su questo elemento si è sempre registrata una sostanziale ambiguità) senza alcuna garanzia da parte dello Stato con riferimento al rimborso del loro investimento. Rimborso che sarebbe dovuto gravare sugli utili ricavati grazie al pedaggio per l’attraversamento del Ponte, di tale entità, veniva detto, da ricostituire in tempi medio-brevi il capitale pubblico destinato all’opera, con un esborso finale per lo Stato, limitatamente alla struttura Ponte, pari a zero.

Oggi leggiamo che lo Stato intende destinare i fondi, prima riservati al Ponte, per infrastrutture nel Sud (ma quali?) e che la Regione Sicilia, da unico soggetto responsabile (visto che la Regione Calabria non ha espresso uguale desiderio) vuole addossarsi la realizzazione dell’opera. Attendiamo, stando così le cose, di conoscere il business plan elaborato, curiosi di comprendere a quali fondi pubblici e privati si intende attingere. Con la stessa umiltà finora professata ci permettiamo però di ricordare l’assoluta priorità di chiedere a gran voce e assegnare risorse per il completamento del secondo porto di Messina, così da liberare la città dalla presenza del flusso di trasporto che passa sullo Stretto e velocizzare l’accesso ai mercati delle merci siciliane. Basterebbero intanto dai cento ai duecento milioni di euro, a fronte dei quindici miliardi per il Ponte.

In questa ridistribuzione di risorse, oltre che ostentazione di potenza e di sfida da parte della Regione Sicilia allo Stato, definito come micragnoso e affamatore, ci si vorrà tirare indietro per un’infrastruttura che offrirebbe benefici oggi (e non domani) ai padri e ai figli creando subito occupazione, occasione per attività imprenditoriali e aumento di reddito nell’intera Sicilia?

La Repubblica Palermo, 4 ottobre 2006

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