In silenzio dal 22 gennaio scorso, la giornata dei 20.000 in piazza a Messina per ribadire il No al Ponte sullo Stretto, ecologisti e movimenti sociali si trovano ad affrontare la più temibile delle campagne dei signori del cemento e dell’acciaio.

     

Scritto da Antonio Mazzeo

Raffaele Lombardo ed autonomisti dell’ultima ora marciano su Roma, Totò Cuffaro e inquilini della Casa liberista minacciano di fare da soli con i soldi dell’Europa, l’on. Musumeci lancia una consultazione referendaria su scala interregionale. E poi la gara tra i tre quotidiani siciliani a chi la spara più grossa sui prodigi dell’ottava meraviglia del mondo, le miriade di associazioni di emigrati che sognano una Brooklin tra Scilla e Cariddi, i venti parlamentari bipartisan che chiedono a Prodi di rinegoziare la scelta di congelamento dell’opera. Infine le prese di distanza, i distinguo, gli ammiccamenti e finanche i tradimenti di chi fiuta che sta cambiando il vento e pensa che della volontà della gente dello Stretto si possa fare a meno. Specie ora che Cisl e Uil trovano l’unità del “Sì, si può, anzi si deve fare” con i corsari del capitalismo assistito, i lobbisti delle cattedrali nel deserto e certi onorevoli diessini, margheritini e dipietrini che prosperano tra le incertezze e i passi falsi di un governo nato troppo debole e pasticciato. Dichiarazioni come “il Ponte non è una priorità” o “i soldi, purtroppo, non ci sono”, innescano ulteriori contraddizioni tra le parti sociali e danno fiato alle lamentazioni del sicilianismo straccione. “Facciamo prima strade ed autostrade e poi si vedrà”, significa pure ridare legittimità ad un modello pseudosviluppista che prospera con il ciclo del cemento e dello spreco delle risorse finanziarie e ambientali, ma soprattutto ripropone l’ipotesi-mito dell’inevitabilità del collegamento stabile tra continente e Sicilia.

Paradossalmente sono rimaste fuori dal dibattito tutte le ragioni politiche, sociali, economiche, tecniche ed ambientali che fanno del Ponte un’opera devastante, insostenibile, irrealizzabile e criminogena. E pertanto da respingere senza se e senza ma. Adesso e con ferma convinzione. C’è pertanto l’urgenza e la necessità di ricostruire l’unità di tutti quei soggetti che hanno avuto la forza e il coraggio di opporsi, sino ad oggi con successo, al mostro sullo Stretto, rilanciando la mobilitazione su obiettivi chiari e capaci di condizionare, stavolta definitivamente, le scelte di governo. Innanzitutto sostenendo l’appuntamento del 14 ottobre a Roma contro la “legge obiettivo” che ha generato un clima da selvaggio far west nel mercato nazionale delle grandi infrastrutture. Ottenendo poi la rescissione unilaterale del contratto firmato con Impregilo, senza timore di penali che comunque scatterebbero solo dopo l’approvazione del progetto definitivo del General Contractor. Ed ancora, imponendo, lo scioglimento della Stretto di Messina Spa, società pubblica concessionaria della realizzazione del Ponte, vero e proprio centro di potere trasversale, a cui va chiesto conto dei circa 1.000 miliardi di vecchie lire spesi in tanti anni di stipendi, convegni, show internazionali e progettini di massima. Obiettivo che sembra non piacere proprio nel centrosinistra, dato che c’è chi si è preso la briga di promuovere il suo presidente, Pietro Ciucci, alla poltrona più alta dell’Anas, ente in cui si vorrebbe perfino parcheggiare la società del Ponte.

Ovviamente vanno respinte tutte le proposte di una riconversione della Stretto SpA, idea insensata di certi ambientalisti, parlamentari e della stessa Borsellino che non hanno sentito il dovere di confrontarla nel movimento. Sarebbe stato più opportuno e doveroso, invece, l’avvio di una commissione d’inchiesta sull’intero iter del Ponte, che chiarisca l’entità degli sprechi e i condizionamenti dei signori delle Grandi Opere e ricostruisca le trame criminali alimentatesi attorno al suo progetto. Vere e proprie riorganizzazioni della borghesia mafiosa in Calabria, Sicilia e nord America si sono realizzate in vista dei flussi finanziari promessi in una delle aree più fragili del pianeta. La lotta al Ponte, ma anche quella ai termovalorizzatori e alla cementificazione del territorio, possono essere le tappe fondamentali di un processo di liberazione dalle mafie e dalle false ricette neoliberiste di “sviluppo”. C’è da rimboccarsi le maniche e ricominciare a denunciare vecchi e nuovi crimini. Ora, prima che cambino irrimediabilmente i rapporti di forza.

Antonio Mazzeo – Redazione Terrelibere.org

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