Il generale David Richards, comandante dell`Isaf in Afghanistan, in una recente dichiarazione ammette che il dato dell`Unocd (l`Ufficio Onu per la lotta alla droga e al crimine), che stima un`ulteriore aumento del 40% delle produzioni di oppio, è credibile. In province come Helmand il terrorismo legato ai talebani è particolarmente attivo e ha legami stretti con i narcotrafficanti.

     

Scritto da Vittorio Agnoletto e Francesco Piobbichi

In una situazione così complessa la lotta all`oppio, dichiara ancora il generale, «non è la nostra priorità. Ma se il governo afgano ci chiederà di aiutarlo nelle operazioni contro il narcotraffico noi lo faremo». Il rischio concreto di un ulteriore fronte in Afghanistan sembra concretizzarsi, anche alla luce dell`intervista di Andrea Costa (direttore dell`Unocd) apparsa ieri sul manifesto, nella quale s`invoca l`intervento della Nato per distruggere le coltivazioni di oppio. La storia recente dell`Afghanistan è stata segnata dall`intreccio fra la guerra e l`oppio fin dalla sua introduzione nel paese ad opera dei servizi segreti pakistani (Isi) e della Cia, per supportare l`allora guerriglia antisovietica. Senza dimenticare i finanziamenti a pioggia che l`Onu (tramite la stessa agenzia presieduta da Costa) ha fornito, prima dell`11 settembre, ai talebani. E oggi si discute se e come le forze occidentali debbano rimodellare la loro missione, nel tentativo di reprimere o disincentivare contadini la cui unica fonte di sopravvivenza è la produzione di oppio. In Afghanistan ci troviamo di fronte a una sorta di corto circuito della strategia Usa della war on drugs e della lotta senza quartiere al terrorismo, una strategia che in questo paese ha vissuto fino ad ora una situazione paradossale: per evitare che i contadini una volta criminalizzati cadano nelle braccia dei talebani si è evitato di riprodurre la guerra a bassa intensità che l`Onu ha legittimato in Sudamerica contro i cocaleros e che Evo Morales contesta chiedendo la nazionalizzazione della foglia di coca (che non è la cocaina). Infatti in Afghanistan non è previsto, per ora, un programma di fumigazioni chimiche capaci di distruggere ogni tipo di coltivazione. In realtà quella che emerge dalla vicenda è ancora una volta l`inutilità delle politiche proibizioniste a livello globale, che possono essere ricordate come il più grande fallimento di una policy internazionale dopo il crack finanziario del `29. Sia chiaro, non contestiamo il fatto che sulle droghe si debba avere una politica globale, ma che, dopo decine di anni di fallimenti, si debba ancora rincorrere l`ideologia; che si possa ancora pensare di affrontare il fenomeno dell`uso delle sostanze attraverso la repressione della domanda e dell`offerta, senza mettere a valutazione scientifica le scelte fatte in questi anni e le loro ricadute sul piano sociale, in termini di profitti per le narcomafie e di sofferenze sociali. In Afghanistan non ci sono alternative, o si fa «la guerra alla droga» rischiando un`altra Colombia oppure la comunità internazionale prova ad aprire canali alternativi alle produzioni d`oppio acquistando buona parte delle migliaia di tonnellate prodotte, in maniera tale che non finiscano nei laboratori della raffinazione dell`eroina sparsi in Turchia, Iran e Kosovo. Costa afferma che la produzione di oppio è di 6.100 tonnellate, che equivalgono a 6.100.000 kg. Qualora l`oppio fosse direttamente acquistato presso i contadini a 110 dollari al kg, un prezzo uguale a quello garantito dai narcotrafficanti (stando alle informazioni fornite da Costa), il costo complessivo equivarrebbe a 671 milioni di dollari. Si tratterebbe di un «prezzo politico» finalizzato ad avviare un rapporto non solo commerciale con le popolazioni rurali afgane. Il costo complessivo di tutta l`operazione sarebbe comunque inferiore al finanziamento approvato dal Senato Usa: 700 milioni di dollari destinati al Dipartimento antinarcotici «per combattere la massiccia produzione afghana d`oppio». E forse contribuirebbe anche a indebolire il retroterra nel quale affondano le loro radici i talebani, ben di più dell`attuale guerra dalla quale non si coglie una via d`uscita e dalla quale vorremmo riuscire a ritirare entro quest`anno i militari italiani. Militari che comunque già ora, in base al mandato ricevuto dal Parlamento, non possono essere coinvolti nelle azioni auspicate dal generale Richards, nemmeno su eventuale richiesta del governo afgano. Non si tratta di liberalizzare la morfina, come l`aspirina nei supermercati, ma di considerarla al pari di ogni altro farmaco le cui ambivalenze non possono essere regolate da un mercato che ha come obbiettivo non la tutela della salute ma il profitto e quindi l`aumento dei consumi. Si tratterebbe di un`opportunità per sviluppare strategie terapeutiche finalizzate a lenire il dolore, in particolare in Africa e nel sud del mondo. L`Europa potrebbe provare a dire una prima parola in questa direzione, ad esempio con una risoluzione parlamentare per la quale ci impegniamo a lavorare.

Il Manifesto, 14 settembre 2006

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