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Grandi manovre petrolifere per il bottino di guerra in Iraq

La discussione, a cui stiamo assistendo in Italia, sui tempi e i modi del ritiro delle truppe dall’Iraq rischia di riguardare più il posizionamento dei partiti sul mercato italiano della politica che la sostanza delle cose. Il movimento per la pace aveva chiesto un ritiro immediato, ma forse non ci si poteva attendere tanto sulla base dei risultati elettorali e del contesto internazionale.

     

Scritto da Fabio Alberti

La sostanza è, però, che l’Italia si ritira. Ciò delegittimerà ulteriormente l’occupazione (anche se questo non verrà mai dichiarato), costituisce un successo della mobilitazione popolare contro la guerra (ed anche questo non sarà ammesso da nessuno) e, soprattutto, permetterà se lo si vuole, di cambiare politica.

Il punto quindi è: quale nuova politica. E’ a questa che si deve guardare per giudicare il significato politico del ritiro dette truppe, più che ai tempi e ai modi.

Molti possono essere gli aspetti a cui guardare, ma il primo è il petrolio.

E’ questa una partita che si gioca a Baghdad nei prossimi mesi e condizionerà lo sviluppo del paese per decenni. Il nuovo ministro iracheno del petrolio Hussein al-Shahristani nel prendere incarico ha dichiarato (23 maggio) che intende redigere al più presto la nuova legge sullo sfruttamento petrolifero che “garantirà alle compagnie internazionali eque condizioni”. USAID, la agenzia statunitense per gli aiuti allo sviluppo, sta fornendo “consulenza” per la stesura del testo.

E’ noto che le imprese multinazionali del petrolio, che hanno finanziato la elezione di Bush alla Casa Bianca, premono per una sostanziale modifica della politica irachena sugli investimenti esteri nel settore petrolifero (tradizionalmente caratterizzata da investimenti diretti dello stato e contratti “di servizio” o di “sviluppo e produzione”con imprese estere) affinché si adottino contratti a lungo termine più vantaggiosi per loro, denominati “Production Sharing Agreement” (PSA).

Non c’è qui lo spazio per molti dettagli, basti sapere che i PSA permettono alle imprese estere di iscrivere parte delle riserve petrolifere irachene nei propri bilanci, con grande beneficio delle quotazioni di borsa e di lucrare un maggior guadagno che può arrivare anche al raddoppio rispetto alla normativa precedente la guerra. (Per approfondimenti si veda il dossier “Truffa a mano armata”).

Contro questa ipotesi si sono pronunciati, con chiarezza, i sindacati dei lavoratori del petrolio iracheni, che vedono nei PSA una svendita (o meglio rapina) delle ricchezze nazionali.

Il cartello che le multinazionali del petrolio utilizzano in Iraq si chiama International Tax & Investment Center (ITIC) ed ha tra i suoi fini statutari “consigliare ai governi politiche fiscali e economiche appropriate”. L’ITIC ha pubblicato nel novembre 2004 lo studio Petroleum and Iraq`s Future: Fiscal Options and Challenges per sostenere che la adozione dei PSA “costituirebbe il miglior incentivo per spingere le imprese estere ad investire in Iraq”. L’ENI è tra i membri fondatori dell’ITIC, con Shell, Total, Halliburton, Chevron e BP. Alla presentazione del documento al governo iracheno erano presenti due manager dell’ENI: Roberto D’Amico e Ferdinando Cazzini.

L’ENI, la maggiore impresa petrolifera italiana, pubblica (e cioè nostra) per il 32%, è dunque della partita. E’ noto che ha una prelazione per la concessione dei giacimenti di Nassiriya inoltre, proprio la settimana scorsa, l`amministratore delegato Paolo Scaroni ha dichiarato l’interesse dell’azienda per lo sfruttamento del petrolio nella zona del Kurdistan.

E’ stato stimato che i maggiori profitti che l’ENI avrebbe da un contratto di PSA per il giacimento di Nassiriya potrebbero raggiungere i 6 miliardi di euro, che costituirebbero quindi un “dividendo di guerra”, e che è una cifra enormemente superiore agli aiuti umanitari che l’Italia potrebbe inviare.

Una diversa politica in questo settore dovrebbe vedere da parte italiana la rottura del cartello delle imprese petrolifere (abbandonando o prendendo le distanze dalle proposte dell’ITIC) e la dichiarazione di disponibilità a trattative separate sulla base delle condizioni che l’Iraq proponeva prima della guerra.

Se non si andasse in questa direzione si darebbe l’impressione che, nonostante il ritiro delle truppe, l’Italia intenda ugualmente lucrare sulle condizioni di miglior favore per le multinazionali del petrolio che si sono determinate a seguito della guerra.

Una politica di “commercio equo” nel petrolio rafforzerebbe invece quanti in Iraq si battono per evitare la svendita delle ricchezze nazionali, contribuirebbe all’indipendenza e alla ricostruzione del paese in misura ben superiore agli aiuti umanitari di cui si parla in questi giorni. In un certo senso si tratta di recuperare, aggiornandola, la politica di Enrico Mattei.

Se si ritirassero le truppe, anche immediatamente, e si facesse una politica di rapina economica davvero non sarebbe cambiato molto.

Il Manifesto, 18 giugno 2006

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