La sinistra si è sempre fatta sostenitrice di un’analisi critica, non fenomenica ma strutturale, dei fenomeni sociali e ha individuato nell’economia il fattore determinante o comunque di maggior peso delle tendenze e manifestazioni sociali e nell’analisi economica la prospettiva privilegiata da cui comprenderle.

     

Scritto da Alessandro Cocuzza

Karl Marx è stato un finissimo storico economico ma soprattutto un geniale economista sempre attento a un’analisi razionale ed empirica dei fenomeni sociali. Purtroppo, la sua lezione fondata sul primato dell’economia è stata presto messa da parte, dando piuttosto spazio agli aspetti più deboli e meno scientifici del suo pensiero (la filosofia della storia contenuta nel Manifesto con la prospettiva della necessaria vittoria del proletariato e della sintesi della società comunista), per giungere alle posizioni della sinistra socialdemocratica incentrate sul principio del primato della politica e quelle delle attuali frange terzomondiste e non, prive di strumenti di analisi che non siano rozzi e superficiali.

Il Marx economista oggi risulta ancora valido non in quanto “principium auctoritatis” che non si può sottoporre a critica e si deve di conseguenza accettare in quanto tale, ma per la vitalità e attualità delle sue posizioni che, alla luce degli studi più recenti, si mostrano capaci di fornirci punti di vista chiarificatori sull’attuale stato delle cose, in particolare sulla crisi radicale che sta attraversando il capitalismo nella nostra epoca, ormai da più di un trentennio.

Per sollecitare qualche interrogativo, veniamo qui a un argomento centrale nel dibattito dell’ultimo periodo e che, come certi altri che circolavano negli anni scorsi (postmoderno, postfordismo…) sembra, al pari di essi, essersi spesso imposto più per un puro atto di fede che dopo una seria analisi. Ci riferiamo al concetto di “globalizzazione”. E, considerando che è ormai diventato un passepartout in bocca a tutti per spiegare il mondo in cui viviamo, vogliamo suggerire soltanto il dubbio che, dietro di esso e al di là dell’indubbia omologazione culturale in corso, più che il trionfo del capitalismo a livello globale e il suo definitivo ingresso in una fase di pieno sviluppo delle sue “vere” dinamiche, ci sia invece una sua reale crisi di riproduzione, come gli indici di crescita del PML ormai da decenni lasciano intendere (i casi India e Cina andrebbero ridimensionati sia perché la loro crescita ormai da tempo subisce vistosi rallentamenti sia perché le statistiche ufficiali in questi paesi, spesso poco attendibili e falsate, obbediscono a precise politiche tendenti a incentivare gli investimenti stranieri).

E’ evidente che l’interpretazione che suggeriamo, certamente non a lume di naso e per sentito dire, prospetta scenari diversi da quelli in circolazione non solo tra i sostenitori del liberismo ma anche nella sinistra dei partiti e dei movimenti.

Un’analisi delle cose che voglia sforzarsi di essere corretta deve così riappropriarsi del metodo induttivo della scienza, procedere perciò per “sensate esperienze e certe dimostrazioni”, fondarsi cioè su un sano e onesto razionalismo che parta dai fatti per giungere alle teorie, le quali ultime dovranno subire continue verifiche, eventuali modifiche, addirittura piene confutazioni qualora dovessero risultare del tutto inadeguate a spiegare l’emergenza di nuovi dati.

Non c’è dubbio che le teorie spesso possano condizionare la raccolta e la lettura dei dati stessi, come in tutti gli approcci di tipo deduttivo e come pienamente dimostrato dall’epistemologia moderna (e spesso con lo scopo di affossare la scienza stessa), ma la vera scienza è quella che dando il primato all’esperienza ritiene le teorie come ipotesi sempre aperte a modifiche e pertanto si sforza di non subire i condizionamenti dei propri stessi paradigmi;

Oggi è opportuno più che mai un richiamo al senso storico, alla contestualizzazione dei fatti, e alla scienza, doti, queste, di cui sembra carente, nonostante le sue tradizioni, la sinistra a livello globale; tanto che viene spontaneo chiedersi se essa non sia definitivamente crollata insieme alla classe che rappresentava, il proletariato. A questo riguardo bisognerebbe chiedersi se non sia opportuno rileggere la gloriosa storia del movimento operaio, vedendolo, come giustamente è stato, cioè un movimento progressista ed emancipatore, ma anche come un soggetto organico e non alternativo alla storia del capitalismo. Un movimento che ha saputo guadagnarsi spazi, diritti, miglioramenti economici in una fase di forte espansione, come quella del boom postbellico, ma che oggi subisce in pieno la contrazione al livello generale della dinamica di accumulazione del capitale.

Interessanti studi empirici, nemmeno tanto recenti, ci indicano con chiarezza come anche le conquiste del welfare nel periodo postbellico, più che un generoso regalo del capitale, siano state pagate di tasca propria dalla classe lavoratrice (A.M. Shaikh, E.A. Tonak).

Che il proletariato non sia una classe, per sua vocazione naturale, rivoluzionaria, non lo dimostra forse a sufficienza l’attuale fase storica, nella quale, se a una stagnazione del capitalismo si sono alternati brevi momenti di ripresa, questo è avvenuto non per un aumento dell’accumulazione ma in seguito a un maggior sfruttamento della manodopera e delle macchine e spaccando la classe operaia senza che ciò abbia determinato grosse reazioni da parte di quest’ultima, né tanto meno un sovvertimento delle cose?

E’ chiaro che lo smantellamento graduale del welfare, le politiche di sfruttamento e a favore di un aumento del precariato – sostenute anche dalle sinistre al governo – potrebbero non continuare all’infinito e in modo indolore per i governi e la classe capitalista, come suggeriscono anche i movimenti spontanei di protesta, non più legati alle forme sindacali e partitiche tradizionali, che si sono visti sorgere ultimamente in Occidente (ultimo e significativo tra tutti, quello francese contro il CPE). Si tratta comunque di qualcosa di nuovo e non assimilabile al movimento operaio ottocentesco e novecentesco.

Curiosa e interessante è comunque la posizione della sinistra, in particolare degli intellettuali e del ceto dirigente dei partiti, a proposito delle classe operaia mondiale: orfani dell’Urss e timorosi di perdere il loro ruolo-guida all’interno del popolo della sinistra e dei lavoratori, convinti, sin dai tempi di Lenin, della sua teoria della coscienza che viene alle masse dall’esterno, essi hanno individuato ora nell’orrore cinese, ora in Cuba, ora nel Terzo mondo, ora negli immigrati nel mondo occidentale, ora nel sottoproletariato metropolitano improponibili riferimenti ideologici o soggetti potenzialmente rivoluzionari. E quasi sempre con una sconcertante mancanza di senso critico.

Eppure da decenni si sono fatte spazio, a sinistra, alcune interpretazioni molto lucide dell’attuale situazione socio-economica mondiale. Una di queste fa capo alla corrente tedesca dei sociologi del gruppo Krisis, che ha in Robert Kurz il suo rappresentante più conosciuto e autorevole.

Kurz e i suoi coniugano Marx e Situazionismo in una lettura molto interessante che ha saputo parlare di crisi del capitalismo proprio quando tutti i riflettori erano concentrati invece sul crollo di quegli orrori che sono stati i regimi comunisti (veri esempi di capitalismo di stato). Oltre a una lettura originale della vera natura dei suddetti regimi comunisti, questi sociologi hanno anche fornito una rilettura del ruolo giocato dalla classe operaia nell’ambito della storia del capitalismo.

Ciò che desta qualche perplessità nell’analisi di Kurz e dei suoi è l’idea che l’attuale crisi della classe operaia dipenda dalla “rivoluzione microelettronica” che, estendendosi ad “ampi” settori della produzione, avrebbe sottratto ai lavoratori moltissimi posti di lavoro, riducendone la capacità contrattuale. Che le cose non stiano in questi termini lo dimostrano due dati: il calo degli investimenti produttivi (accumulazione) negli ultimi trent’anni nell’ambito dei paesi OCSE e il fatto che i brevi momenti di ripresa della produzione sono generalmente avvenuti grazie a un’intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori e dei vecchi macchinari.

Tra le “scuole” impegnate in un’analisi non ortodossa dei fenomeni in questione la più efficace nel suo approccio, a nostro avviso, è quella rappresentata da diversi economisti di ogni angolo del pianeta che da alcuni decenni portano avanti la loro indagine sul duplice fronte dell’analisi empirica e, contemporaneamente, della dimostrazione della correttezza della teoria del valore (la trasformazione del valore in prezzi) e di quella delle crisi in Marx (la legge della “caduta tendenziale del saggio del profitto” che si dimostrerebbe capace di spiegare le strutturali crisi cicliche del capitalismo). Questa “scuola” che va sotto il nome di interpretazione temporale del sistema unico (TSSI), è riuscita a confutare tutte le cosiddette prove delle contraddizioni nella dimensione quantitativa della teoria del valore di Marx, attraverso un approccio non simultaneista, e quindi di non equilibrio, che recupera la variabile temporale, coerentemente con la valutazione e il principio, presenti in Marx, che il valore è determinato dal tempo di lavoro (vedi Freeman, Kliman, Giussani, Carchedi e alt.).

In un’epoca in cui da più parti si è parlato della fine della storia salvo ritrovarsela con tutto il suo peso sul groppone è dunque necessario, specialmente da parte della sinistra, sempre che esista ancora una sinistra, il recupero della sua eredità migliore, vale a dire della sua tradizione razionalista e anche di quei due importanti strumenti di cui nei momenti migliori si è saputa servire e che vanno sotto il nome di Storia economica ed Economia politica. Se alla sinistra stanno ancora a cuore il destino del pianeta e dell’uomo come soggetto contemporaneamente storico, sociale e naturale, quale in realtà è, e se vuole ancora avere un ruolo nella società, non può limitarsi a un’analisi superficiale delle cose ripetendo ciò che dicono tutti e lasciando che la realtà vada in una direzione del tutto imprevista.

A voler essere concreti, uno degli imperativi principali della nostra epoca è quello di ritornare a interpretare il mondo, prima ancora di tentare di cambiarlo. Altrimenti, si rischia di essere trasportati alla deriva dai fatti stessi.

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