L’arresto di Provenzano, dopo 43 anni di latitanza, ha suscitato una serie di domande a cui non sempre è stata data una risposta adeguata. Gli investigatori ribadiscono che Provenzano è stato fino al momento del suo arresto il capo dei capi di Cosa nostra e stanno utilizzando i “pizzini” ritrovati nel casolare in cui si nascondeva per saperne di più sull’organizzazione criminale e sui fiancheggiatori che hanno consentito al capomafia di sfuggire alla giustizia per tanto tempo, prevedibilmente non lontano da casa sua.

     

Scritto da Umberto Santino

Previsione puntualmente confermata: il “boss dei boss” si era rifugiato in una masseria a due chilometri da Corleone, dove abitano i suoi familiari. E per scovarlo è bastato seguire la “pista bucato”, cioè un pacco con cui la sua compagna gli inviava la biancheria pulita. Non ci si può non chiedere come mai ci sia voluto quasi mezzo secolo per seguire una pista a cui si sarebbe potuto pensare qualche giorno dopo l’inizio della latitanza della presunta “primula rossa”.

Lasciamo da parte queste curiosità e facciamo qualche puntualizzazione su un tema come mafia e dintorni, su cui imperversano disinformazione e stereotipi. L’organizzazione “Cosa nostra” è stata disvelata nel corso degli anni ’80 dalle dichiarazioni di Buscetta e di altri mafiosi collaboratori di giustizia, ma in realtà l’associazione criminale esiste da molto tempo, si può dire dai decenni che portano alla creazione dello Stato unitario. Di una struttura organizzativa, del tipo di quella rivelata dai cosiddetti “pentiti” (le famiglie alla base, un organo di collegamento, un capo), già si parlava alla fine del secolo XIX e agli inizi del XX nei rapporti del questore di Palermo Ermanno Sangiorgi, ma la sua ricostruzione, che utilizzava fonti confidenziali, non aveva avuto il vaglio in sede dibattimentale ed era stata sepolta negli archivi. Anche il giudice Terranova, negli anni ’60 del secolo scorso, aveva “scoperto” la commissione mafiosa, con nomi e cognomi, ma neppure allora c’era stata la conferma giudiziaria. Solo negli anni ’80, dopo la mattanza interna ed esterna, le dichiarazioni dei mafiosi-collaboratori sono state ammesse in dibattimento e, coevamente con la legge antimafia, approvata una settimana dopo l’assassinio di Dalla Chiesa, si è finalmente accertata l’esistenza di Cosa nostra, con la condanna di capi e gregari. I magistrati del pool antimafia hanno tentato di aprire un’altra pagina, quella delle contiguità, ma finché si è trattato di colpire l’organizzazione criminale si è avuto il via libera, quando si è cercato di andare oltre c’è stato l’alt e il pool è stato smantellato. In seguito i processi a “colletti bianchi” e politici hanno avuto esiti parziali e contraddittori. Per limitarci ai casi più noti, Andreotti è stato riconosciuto colpevole di associazione a delinquere fino al 1980, ma il reato è stato prescritto, e assolto per il periodo successivo (ma i suoi rapporti con uomini come Salvo Lima sono durati fino al suo assassinio, nel 1992); Mannino è stato assolto in primo grado, condannato in appello, ma la Cassazione ha annullato la condanna e ora non si sa se si replicherà l’appello perché la legge Pecorella prescrive l’inappellabilità del Pubblico Ministero in caso di assoluzione; Dell’Utri è stato condannato in primo grado.

Oggi ci troviamo con capi e gregari dell’organizzazione criminale in buona parte arrestati e condannati, ma con quello che chiamo “sistema relazionale” colpito solo di striscio. E finché non si affronterà di petto questo terreno, la mafia continuerà a risorgere dalle sue ceneri.

La mafia siciliana – ma anche altre organizzazioni vanno su questa strada – fonda la sua forza su un sistema di rapporti con soggetti del mondo delle professioni, dell’imprenditoria, della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni, evocato con l’espressione “borghesia mafiosa” (concetto su cui lavoro fin dagli anni ’70, ora diventato quasi un luogo comune), ma inadeguatamente esplorato e solo marginalmente sanzionato.

Attraverso questo sistema relazionale un’organizzazione nata in un contesto rurale – e Provenzano è rimasto fedele a quegli stili di vita, fatto di diete a base di cicoria e ricotta, di alloggi pastorali e pizzini sgrammaticati – si è potuta inserire in contesti mutati, fino ad arrivare all’alba del terzo millennio in un mondo globalizzato, in cui il neoliberismo offre grandi opportunità.

Mafie e neoliberismo

Ormai si parla di “mafie” per indicare qualsiasi fenomeno criminale, mentre la parola dovrebbe adoperarsi solo per fenomeni di tipo complesso in qualche modo riconducibili al modello storico della mafia siciliana, che coniuga la struttura organizzativa dei professionisti del crimine con l’articolazione del sistema di rapporti. E a questi fenomeni la globalizzazione offre un contesto ospitale, almeno per due aspetti fondamentali. Il primo è rappresentato dai processi di esclusione di grandi aree del pianeta, emarginate dal mercato, per le quali l’unica accumulazione possibile o comunque la fonte più consistemte di reddito è quella illegale. Ciò vale per l’Africa, per l’America Latina, per buona parte dell’Asia, per i paesi ex socialisti. L’altro aspetto è dato dalla finanziarizzazione dell’economia, che vede ridursi sempre di più l’apparato produttivo di beni e servizi e incrementarsi le attività speculative, con miliardi di dollari in circuitazione permanente alla ricerca di sbocchi più remunerativi di quelli che offrirebbero i normali canali di investimento. Non tutto il capitale finanziario è illegale, ma con il segreto bancario, i paradisi fiscali, le innovazioni finanziarie, è diventato sempre più difficile distinguere flussi di capitale legali e illegali. In tal modo le organizzazioni criminali, con il loro corredo di rapporti sociali, prosperano sia nelle periferie che nei centri di quello che con formula seducente ma discutibile si definisce “Impero”.

In questo quadro Cosa nostra siciliana è uno dei tanti soggetti criminali e deve fare i conti con molti altri gruppi, favoriti dalla posizione geografica e dalle dimensioni del mercato che riescono a coprire. La mafia siciliana non è più egemone nel traffico di droghe, dopo i grandi delitti dei primi anni ’80 e ’90 ha ricevuto più colpi di altre organizzazioni concorrenti come la ’ndrangheta calabrese, ma continua a contare in vari settori (dagli appalti alla sanità, ai rifiuti), soprattutto per lo zoccolo duro rappresentato dal suo sistema di relazioni, rinverdito negli ultimi anni.

Berlusconismo e cuffarismo

Dalle elezioni politiche la Sicilia risulta una delle regioni “più azzurre d’Italia”, assieme al Nord-Est. Se al Nord pesa una sorta di antropologia sedimentata con l’esperienza leghista e berlusconiana, fondata sull’antistatualità, sulla considerazione dell’illegalità, a cominciare dall’evasione fiscale, come status symbol, del controllo di legalità come intralcio da rimuovere e aggirare, in Sicilia pesano i disagi sociali, l’esercito dei precari e dei disoccupati, il bisogno di santi protettori, la cultura dell’illegalità consolidata dalla lunga storia del dominio mafioso.

Si parla di “cuffarismo” ma non mi pare una novità, come invece lo è stato a livello nazionale il berlusconismo. Il cuffarismo è tutto sommato in linea di continuità con il sistema di potere democristiano, oleato dalla scaltra capitalizzazione del bisogno, intriso di illegalità ma pure camuffato dall’ossequio formale per la magistratura. Berlusconi e i suoi amici hanno attaccato continuamente i magistrati, presentandosi come perseguitati dalle “toghe rosse”; Cuffaro, incriminato per favoreggiamento aggravato, seguendo le orme di Andreotti, si proclama innocente ma dichiara la sua fiducia nei giudici e fa affiggere un manifesto con la scritta “La mafia fa schifo”. Il governo Berlusconi e Forza Italia sono andati oltre l’esternazione di Lunardi (“bisogna convivere con la mafia”), non solo per la presenza di personaggi sotto processo o condannati per mafia, come Gaspare Giudice e Marcello dell’Utri, candidati ed eletti, ma per la vera e propria “legalizzazione dell’illegalità” che ha caratterizzato la loro gestione, con la privatizzazione del potere e le leggi ad personam. Anche nella strumentalizzazione della religione c’è qualche differenza tra il cinico crelicalismo dei teo-con alla Pera e alla Ferrara e il tradizionale devozionismo di Cuffaro che dedica la Sicilia alla Madonna.

Il blocco sociale su cui si reggeva il mezzo secolo di dominio democristiano è riuscito a perpetuarsi, nonostante i tempi magri della spesa pubblica, controbilanciati dalla coltivazione del favoritismo in settori chiave come la sanità, con lo smantellamento del settore pubblico e l’appalto a speculatori contigui alla mafia o a capimafia in servizio effettivo.

Le sinistre in Sicilia non vincono dal 20 aprile del 1947, la prima e ultima vittoria seguita dieci giorni dopo dalla strage di Portella della Ginestra, che apriva la strada alla sconfitta del movimento contadino e all’emigrazione di un milione e mezzo di persone su una popolazione di quattro milioni e mezzo. Da allora sindacati e partiti di sinistra sono realtà minoritarie. La stagione dei sindaci di sinistra, le cosiddette “primavere”, sono durate molto poco, svuotate dalla cultura della delega, e hanno lasciate deboli tracce.

Ora la candidatura di Rita Borsellino apre una speranza, raccoglie consensi anche al di là dello stretto recinto dell’elettorato di centrosinistra, consente di battersi per una sfida che somiglia più a una rottura che a una discontinuità. Sarà possibile vincere questa sfida se si costruisce una strategia che miri a sottrarre gran parte degli strati popolari al ricatto della mafia e del potere consolidato. Una strada difficile, ma non impossibile. A patto che non si coltivi l’illusione di un altro santo miracolatore e si metta mano a un programma concreto e a strutture permanenti di partecipazione e di controllo. La rete predisposta per l’elaborazione del programma dovrebbe diventare la trama di questo tessuto che dovrebbe rinnovare la società siciliana: un impegno che deve necessariamente andare oltre la scadenza elettorale e che è indispensabile per governare il mutamento e, se non si riesce a vincere, per fare un’opposizione che non si limiti al chiuso del Palazzo.

Postilla

Il 28 aprile sono state presentate le liste.

Appoggiano Totò Cuffaro sette liste e tra i candidati figurano nomi ben noti, qualcuno anche per le sue vicende giudiziarie.

Appoggiano Rita Borsellino quattro liste e tra i candidati figurano alcuni rappresentanti della società civile.

Appoggia il terzo candidato, Nello Musumeci già di An e ora di Alleanza siciliana, solo il suo partito.

Ognuno dei candidati ha presentato un suo listino, con nove candidati che dovrebbero essere eletti come premio di maggioranza del presidente vincente.

I listini sembrano compilati con una sorta di “manuale Cencelli” siciliano. In quello di Rita Borsellino, accanto ad alcuni rappresentanti della società civile, figurano esponenti di partito: uno della Margherita, uno dei Ds, uno di Rifondazione comunista e uno dell’Udeur. Si poteva fare di meglio.

Carta, n. 5, maggio 2006.

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