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La morte in ospedale, tutto tranne che fatalità

Gli ospedali siciliani sono da tempo il teatro di una serie drammatica di morti in corsia o in sala operatoria. Le vittime sono bambini, neonati, anziani. L’incuria, l’imperizia e gli errori umani sono le cause che la magistratura tenta di accertare, ma il problema viene da molto più lontano…

     

Scritto da Antonello Mangano

Diciannove gennaio del 2006. Una insolita manifestazione, 400 persone in corteo di giovedì mattina nelle strade che circondano il Policlinico di Messina, una grande struttura ospedaliera che – assieme ad altre in Sicilia – da qualche tempo fa parlare di sé per i casi incredibili di morti in seguito ad un banale intervento di appendicite, neonati deceduti a poche ore dal parto, medici e infermieri sotto processo.

Il corteo ricorda Davide Campo, 12 anni, un bambino delle periferie, e Miriam Bucalo; il primo morto al Policlinico 19 settembre 2005 per un intervento di appendicectomia e la seconda deceduta al Cutroni Zodda di Barcellona, per lo stesso intervento.

La manifestazione è stata promossa dai familiari delle vittime. Da soli, senza sostegno o vicinanza di forze politiche o istituzioni. “Chi sbaglia deve pagare”, hanno sostenuto di fronte ai giornalisti presenti.

Ma il punto non è solo questo. Sicuramente, sono stati avviati numerosi procedimenti giudiziari che andranno a verificare gli errori, la superficialità o le colpe del personale medico, ma non potranno per forza di cose ricostruire l’ambiente, i precedenti, le cause remote che oggi portano a questi tragici decessi.

Nei passati decenni e fino ad oggi la sanità siciliana è stata terra di conquista. Un pozzo senza fondo di finanziamenti, carriere, convenzioni facili, riserve di posti di lavoro. Un territorio da sfruttare, un feudo da colonizzare con l’inganno, la violenza, le trame di loggia o d’assessorato.

Dal medico fino all’infermiere, il “posto” è stato spesso determinato da tutto tranne che da competenza, professionalità, capacità.

Purtroppo, in questo settore l’imperizia ha conseguenze irreparabili, drammatiche. Non è difficile associare alle cronache spaventose dei morti in ospedale le notizie degli anni passati sulle lauree comprate e vendute, le faide tra clan politico-accademici per la conquista di un nuovo reparto o un titolo di primario, le ingerenze della criminalità che del Policlinico peloritano aveva fatto una lucrosa base operativa.

All’inizio del 2006 la magistratura sequestra la cartella clinica relativa al decesso del piccolo Francesco, un neonato morto al reparto neonatologia. Un eccezionale momento di gioia – la nascita del primo figlio – nel giro di un’ora si trasforma in un lutto inconcepibile.

Cosa è successo? L’indagine del giudice dovrà chiarire come può morire un neonato a 4 giorni dalla nascita. Francesco era nato da una gravidanza regolare. Nulla lasciava presagire che non sarebbe sopravvissuto.

Come si legge nella denuncia, nella mattinata di sabato madre e figlio stavano per essere dimessi dalla struttura sanitaria. Poi la comparsa di ittero nel neonato avrebbe reso necessaria la sua permanenza in reparto. Alle 21 dello stesso giorno la tragica comunicazione ai genitori: “Francesco è morto”!

Qualcosa non quadra. I genitori denunciano la stranezza della vicenda, i dubbi sull’arresto cardiaco indicato come causa del decesso, il segno di una iniezione sul tallone del neonato, di cui la cartella clinica non porta traccia.

Solo due settimane prima un caso analogo. Otto medici sotto indagine per la morte di un neonato di 36 giorni.

Non solo bambini come vittime. Il 16 dicembre del 2005, Nicola Interdonato, 67 anni, muore dopo essere stato sottoposto ad intervento nel reparto di chirurgia generale.

Qualche giorno prima, il paziente, che accusava dolori allo stomaco, si era recato al Pronto Soccorso dove – a detta dei familiari – gli sarebbe stata diagnosticata una perforazione addominale e prescritti antinfiammatori.

Poi le sue condizioni sono peggiorate tanto da rendere necessario il ricovero e l`intervento.

Quindi il decesso e l’ennesima inchiesta, che riguarda 8 medici e 2 infermieri per omicidio colposo.

Non si muore solo in corsia. Il 13 gennaio del 2005 Antonio Schepici è defunto a sedici anni, nel reparto di rianimazione, per un arresto cardio-circolatorio.

Alle undici e cinquanta, insieme coi i compagni della III C dell’istituto per geometri `Minutoli`, era sceso nel cortile della scuola per l`ora di ginnastica. Appena il tempo di scambiare poche battute coi compagni ed Antonio si inginocchiava per poi cadere al suolo.

Ha chiesto aiuto con la mano. Sono accorsi tutti subito, e tutti hanno telefonato immediatamente al `118` chiedendo l`intervento urgente dell`ambulanza.

Poi il cortile s`è riempito d`altra gente, altri compagni, professori, la preside, due assistenti scolastici diplomati infermieri che col massaggio cardiaco l`hanno riportato alla vita.

Dell`ambulanza nessuna traccia. Antonio era lì, davanti a tutti loro, bianco in volto.

Poi, intorno, alle dodici e venticinque la decisione d`un professore della scuola di portarlo con la propria auto al Policlinico.

L`ambulanza è arrivata parecchi minuti dopo, lentamente, senza sirena, ma Antonio era già stato portato via. I ragazzi che erano rimasti all`interno del cortile hanno sfogato la rabbia colpendo a calci il veicolo, che non ha potuto far altro che ingranare la marcia e tornare indietro.

C’era tutto il tempo per salvarlo. L’ospedale si trova a pochissima distanza dalla scuola, un paio di minuti di strada. Antonio è morto di lì a poco.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.