La provocazione del ministro leghista Calderoni ha riacceso i riflettori sui rapporti tra l’Italia e la Libia. Le politiche migratorie costituiscono un tassello importante della politica estera dei due paesi ma sembrerebbe che malgrado quanto avvenuto a Bengasi, dopo le telefonate tra Gheddafi e Berlusconi, nulla debba cambiare nella collaborazione tra i due paesi nel contrasto all’immigrazione clandestina. Sarà proprio così?

     

Scritto da Fulvio Vassallo Paleologo

Nuovi accordi di riammissione o gli accordi di cooperazione di polizia stipulati con l’Egitto e con la Libia hanno consentito negli ultimi anni la esternalizzazione dei controlli di frontiera ed hanno legittimato espulsioni collettive e deportazioni di massa da questi paesi verso diversi paesi di origine ( come il Sudan, l’Eritrea, il Niger, il Togo, la Nigeria ed altri) nei quali i diritti fondamentali della persona sono a rischio. Dopo la stipula degli accordi di riammissione ed il fallimento delle pratiche espulsive realizzate attraverso i centri di detenzione amministrativa in Italia, si sta assistendo alla proliferazione di centri di detenzione nei paesi di transito. Questi autentici lager vengono finanziati anche dai governi europei, così come l’Italia ha finanziato il rimpatrio di migliaia di immigrati, potenziali richiedenti asilo, rastrellati dalla Libia e imbarcati nel 2004 e nel 2005 su aerei diretti verso i paesi di provenienza, come la Nigeria e l’Eritrea.

Come testimoniato da decine di profughi giunti nel nostro paese e come risulta anche da diverse inchieste giornalistiche, le autorità di polizia incaricate di dare esecuzione agli accordi di riammissione, soprattutto nei paesi di transito del Nordafrica, sono generalmente corrotte,con l’avallo dei vertici politici, al punto che gli stessi profughi vivono spesso il passaggio da una frontiera ad un`altra come il pagamento di un “pedaggio”. Altrettanto diffusa la corruzione nei paesi costieri del Mediterraneo dove le stesse autorità di polizia ignorano sistematicamente la presenza dei lavoratori clandestini che per anni sono praticamente ridotti in schiavitù per guadagnarsi le somme necessarie per sopravvivere in attesa di tentare l’avventura del viaggio verso l’Europa.

Anche le diverse imprese multinazionali presenti in Libia si avvalgono di questa manodopera a bassissimo costo e senza diritti. Fino a quando conviene naturalmente.

Il governo libico in questi ultimi mesi ha intensificato le retate di lavoratori immigrati irregolari per accreditarsi con l’Europa come un partner affidabile capace di bloccare (se e quando vuole) i flussi di “clandestini”, oltre che disponibile a riammettere i migranti irregolari espulsi dalla “Fortezza Europa.” Per ottenere vantaggi economici e politici dalle nuove prospettive legate al processo di Barcelona, che nel 2010 dovrebbe concludersi con la instaurazione di una area euro-mediterranea di libero scambio, il governo libico ha dosato con accortezza aperture e chiusure nei confrontii dei movimenti di migranti irregolari per i quali la Libia rimane l’unica speranza per raggiungere l’Europa.

La farsesca provocazione del ministro leghista Calderoni ha prodotto una ulteriore tragedia ed ha risvegliato anche in Libia un generale senso di rivalsa nei confronti degli italiani. La vicenda ha smascherato la doppiezza delle politiche di Gheddafi e di Berlusconi entrambi interessati ai propri vantaggi economici anche a costo di massacrare centinaia di vite di migranti. Le loro politiche hanno prodotto morti silenziose nel deserto, tragici affondamenti, adesso ancora vittime per la repressione della polizia dopo l’attacco al consolato italiano a Bendasi. Tra queste anche migranti stranieri che lavoravano in Libia.

Il prossimo stadio appare ormai costituito dalla stipula di accordi di riammissione multilaterali, tra l’Unione Europea ed i paesi di provenienza e di transito, ma le trattative appaiono ancora lunghe e difficili per i diversi interessi economici che i principali paesi europei esprimono. Le recenti posizioni del Marocco e la crescita di associazioni di immigrati rimpatriati nei paesi di origine, segnali di un risveglio democratico di quelle società, adesso le tragiche vicende di Bengasi, testimoniano la difficoltà dei paesi di origine e di transito a gestire gli accordi di riammissione con i paesi dell’Unione Europea.

Il fallimento del vertice euromediterraneo di Barcelona lo scorso anno è stato dovuto soprattutto alla impossibilità di raggiungere una intesa sulla definizione di terrorismo e sulle politiche di blocco dei movimenti migratori.

Eppure una diversa politica estera sarebbe possibile sia da parte del governo libico che da parte dei governi europei. Basterebbe valorizzare la risorsa costituita dai migranti nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della persona umana e sottoporre tutti gli accordi di cooperazione economica al pieno rispetto di questi diritti, in modo da collegare la crescita economica con l’avvio di un processo democratico.

Le nuove politiche dell’immigrazione potrebbero prevedere il pieno riconoscimento del diritto di asilo, anche extraterritoriale, con la consegna di documenti di viaggio validi verso i paesi europei per quanti hanno diritto all’asilo o alla protezione umanitaria, affidando ai consolati dei paesi europei ed all’ACNUR il ruolo di ricevere le domande di asilo. Ma questo non dovrebbe costituire un alibi per la creazione di nuovi centri di detenzione, magari camuffati da centri di accoglienza.

Con la liberalizzazione della circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali, che si dovrebbe verificare alla fine del processo di Barcelona, si potrebbe raggiungere anche la liberalizzazione del movimento dei migranti sulla base di una programmazione europea che sia tanto consistente da ridurre i fattori di spinta verso l’immigrazione clandestina (dunque per numeri assai elevati corrispondenti alle stime OCSE e ONU sul decremento demografico e sullo sviluppo delle attività produttive nei principali paesi europei).

In questo modo, forse, i casi di respingimento di massa e di detenzione arbitraria non si ripeterebbero più in futuro, mentre è noto che gli immigrati clandestini presenti in Italia aumentano continuamente anche se proseguono, in forma più discreta che nel passato, le deportazioni dall’Italia verso la Libia, a piccoli gruppi con cadenza settimanale, malgrado le denunce documentate delle organizzazioni umanitarie. Denunce precise, verificate nelle prime ispezioni in Libia da parte di singoli rappresentanti parlamentari o di commissioni di agenzie umanitarie internazionali, ma che rimangono ancora prive di effetti sanzionatori.

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