Al vertice di Taormina del 9-10 febbraio tra i ministri della difesa dei 26 paesi aderenti alla Nato si discutono le nuove strategie politico-militari dell’Alleanza: l’adesione di Israele, la lotta al ‘demonio’ iraniano e alle migrazioni mediterranee, le nuove guerre preventive contro il ‘terrorismo internazionale’. L’esordio tra gli osservatori di Russia e paesi del fronte moderato arabo.

     

Scritto da Antonio Mazzeo

Doveva essere un vertice “informale” e di routine quello previsto dalla Nato il 9 e 10 febbraio a Taormina, ma i temi all’ordine del giorno lasciano presagire che il meeting possa segnare un punto di svolta nelle strategie politico-militari dell`Alleanza Atlantica. Medio Oriente e Iran, migrazioni e “terrorismo” internazionale, ulteriore allargamento ai paesi filo-occidentali della sponda sud del Mediterraneo, potenziamento dei dispositivi di pronto intervento in vista delle nuove guerre preventive, partnership con le forze armate nucleari russe, sono gli argomenti su cui si confronteranno i 26 ministri della difesa dei paesi membri della Nato nella due giorni di Taormina.

A coordinare i lavori il segretario generale dell’Alleanza Jaap de Hoop Scheffer mentre a fare da anfitrione il ministro messinese Antonio Martino che formalizzerà la proposta di ammettere Israele nella Nato, un`opzione giustificata con la recente vittoria elettorale di Hamas e che non potrà non avere conseguenze gravissime nell`area mediterranea, allontanando qualsiasi soluzione del conflitto israelo-palestinese. “In questo modo”, ha precisato lo stesso Martino, “un`eventuale aggressione ad Israele, sarebbe un attacco contro tutta la Nato”. Il ministro italiano ha anche dato un volto al potenziale aggressore: “L`Iran, il cui presidente ha detto che il suo obiettivo è quello di cancellare lo Stato di Israele”. E quale risposta politico-militare “alleata” dare al programma nucleare di Teheran è appunto il secondo punto di discussione del vertice di Taormina.

L’ottica su cui si muoverà la Nato verrà delineata dal ministro della difesa degli Stati Uniti, Donald Rumsfeld, che secondo indiscrezioni raccolte tra la delegazione USA a Taormina chiederà un maggior numero di uomini dei 26 Paesi partner alla forza di reazione rapida alleata, “la cui struttura è ancora fortemente sottodimensionata nonostante manchino pochi mesi alla sua piena operatività, secondo il programma a suo tempo concordato”. Strettamente legato al potenziamento della forza di rapido intervento il tema del finanziamento delle operazioni “comuni” che verrebbe esteso anche a nuovi settori come il trasporto strategico. Come dichiarato dal rappresentante italiano presso la Nato, l’ambasciatore Maurizio Moreno, le nuove norme sul finanziamento comune “permetterebbero anche a quei paesi che hanno maggiori difficoltà a mettere a disposizione risorse umane, di contribuire comunque alle operazioni dell’Alleanza”.

Con il recente allargamento a buona parte dell`est Europa, la Nato ha poi assunto il ruolo di polizia dei gruppi di potere transnazionale che puntano al controllo delle risorse economiche e naturali dell`ex blocco sovietico. Il programma di penetrazione dell’Alleanza Atlantica in Europa orientale avrà in Taormina una nuova tappa. Al vertice è stato infatti invitato come “osservatore” il ministro della difesa della Russia, con cui si formalizzerà la partecipazione delle unità della marina russa, per la prima volta, all’operazione “Active Endeavor” di pattugliamento del Mediterraneo “in chiave antiterrorista”, con il fine strategico di allargare al mar Nero l’area tenuta sotto controllo dalla Nato.

Al vertice “informale” è prevista poi la partecipazione di delegazioni di 7 Paesi mediterranei: Algeria, Egitto, Giordania, Israele, Mauritania, Marocco e Tunisia. È notorio il loro ruolo di gendarme atlantico contro gli Stati e dei movimenti non allineati con le scelte neoliberiste delle potenze imperialiste, come il loro carattere repressivo dei diritti umani e politici. Meno noto il fatto è che la Nato guarda a questi Paesi del “Dialogo Mediterraneo” per la crociata contro le migrazioni di milioni di diseredati che da Africa e Asia tentano di giungere in Europa. È nei deserti di questi Stati che USA e alleati vogliono creare i campi di detenzione per immigrati e “nemici” come quelli già operativi in Libia: le altre nuove Guantanamo mediterranee.

Per l’arrivo in Sicilia delle delegazioni al seguito dei 26 ministri Nato, è stato utilizzato lo scalo aeroportuale di Sigonella, la megabase USA al centro di un programma di ampliamento infrastrutturale (il Piano “Mega”) che vede investimenti per centinaia di milioni di Euro e l’esecuzione da parte della Cooperativa Muratori & Cementisti di Ravenna (Lega delle Cooperative).

Non poteva essere diversamente. Sigonella è stata scelta infatti dagli Stati Uniti per le cosiddette “operazioni antiterrorismo” nella regione mediterranea, mentre dal 2003 questa base ha assunto un ruolo di primo piano nella sperimentazione dell’iniziativa USA-Europa denominata “PSI (Proliferation Security Initiative)”, un “piano d`interdizione dei trasferimenti di armi di distruzione di massa”, cui aderiscono ufficialmente 11 paesi (Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, Polonia, Australia, Giappone, Olanda). In realtà, come avviene da sempre in ambito Nato, più di un piano multinazionale si tratta di un’iniziativa Usa dove alcuni alleati occidentali svolgono mere funzioni di contorno. Secondo quanto dichiarato dal Consigliere per gli Affari politico-militari dell’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Gary Robbins, la PSI è “un’iniziativa americana che è stata lanciata dal governo Usa e che coinvolge diversi paesi partner con cui stiamo lavorando congiuntamente per sviluppare modalità di lotta contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa e il terrorismo ed in particolare ai loro spostamenti attraverso gli spazi internazionali”.

Antonio Mazzeo – Redazione Terrelibere.org

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