E` più che mai necessario mettere in pratica quanto Walter Benjamin auspicava ormai tre quarti di Secolo fa: “tirare il freno d`emergenza per bloccare il treno dello sviluppo”. Forse senza fare la rivoluzione, ma con un azione apparentemente più soft ma altrettanto politicamente e scientificamente capillare, dal basso, che ci faccia riscoprire la ricchezza depositata nel
patrimonio territoriale, piuttosto che continuare a distruggerlo per produrre beni e servizi materiali che non sappiamo più dove mettere e che ci stanno soffocando.

     

Scritto da Osvaldo Pieroni e Alberto Ziparo

E` questo il tema portante del Forum nazionale sullo Sviluppo Sostenibile organizzato non a caso in Val di Susa da una serie di forze culturali, territorialiste, ambientaliste, tra cui la Rete del Nuovo Municipio insieme ai comitati territoriali NO TAV e ai sindaci della Val di Susa. Incontro che sarà caratterizzato dal gemellaggio tra coordinamento NO TAV, per la tutela della Val di Susa, e quello NO PONTE, per la difesa dello Stretto di Messina.

Ad interpretare e spiegare il concetto di Benjamin, è stato invitato Gianni Vattimo che può sancire il suddetto gemellaggio date le sue origini calabresi (il padre è di Cetraro) e valsusine (per parte di madre): non sappiamo se l`autorevole filosofo potrà essere presente di persona al meeting, ma è certo che sarebbe interessante ascoltare il suo parere sulle implicazioni di quel pensiero sul terreno dell`attualità politica.

Il programma dell`Unione, infatti, dovrebbe sostanziare il pure plurienunciato concetto di sostenibilità ambientale ed economica con una serie di azioni conseguenti; che invece si intravedono soltanto con molta fatica, almeno nelle bozze fino ad adesso circolate.

In generale dovrebbe essere accantonata definitivamente l`ubriacatura da mercato che ha pervaso molto centro-sinistra nelle ultime fasi, tra l`altro con risvolti tipicamente nazional-clientelari, per cui finiva per essere criterio dirimente per le decisioni importanti l`assoluto e zelante adempimento dei dettami legati agli interessi delle grandi lobby economico-finanaziarie (il cui favore diventava titolo di merito per il politico, pure “di sinistra”) con esiti quali quelli risaltati all`onore delle cronache, per esempio nel caso Unipol-BNL.

Bisognerebbe voltare drasticamente pagina, riscoprire la domanda sociale, chiedersi cosa significa sostenibilità dello sviluppo in un paese drammaticamente avviato sulla via della deindustrializzazione; con le classi dirigenti, specie economico-finanaziarie, più in dissolvenza che in profonda crisi. E` il caso forse di riguardare alle potenzialità del più grande capitale fisso posseduto dal Paese, ovvero il suo patrimonio culturale e ambientale, storico e paesaggistico, artistico e territoriale, sociale e intellettuale, e perché no, pubblico e conviviale. E comprendere che un programma politico può e deve muovere necessariamente da questi temi, in senso non astratto, ma territorializzandoli sui patrimoni sociali e ambientali delle diverse regioni e sulle identità dei diversi contesti, come sono appunto la Val di Susa o lo Stretto di Messina.

In tale logica può costituire riferimento interessante quanto sta progettando la coalizione guidata da Rita Borsellino in Sicilia: un programma in cui i piani paesaggistici e territoriali a livello regionale e provinciale forniscono le linee guida per lo sviluppo locale sostenibile. Analogamente il programma nazionale dell`Unione dovrebbe essere l`esito di politiche regionali e sub-regionali con grande attenzione a quanto proposto dalle istanze di base, anche “deistituzionalizate ed insorgenti”.

Alcuni punti di tale programma possono riguardare direttamente l`organizzazione del territorio: trasporti, energia, rifiuti, paesaggio, urbanistica, agricoltura,etc.

Per quanto riguarda il tema che interessa direttamente Val di Susa e Stretto di Messina insieme ai molti altri contesti nazionali investiti e disastrati dalle grandi opere del programma Lunardi-Berlusconi, si deve andare molto oltre ciò che si è fin qui acquisito nelle intenzioni del centro-sinistra: un sostanziale accantonamento del Ponte e forse del MOSE di Venezia, un incerto “si vedrà” sulla TAV in Val di Susa e sugli altri segmenti più improbabili dell`alta velocità, la conferma di molte opere strategiche e speciali dell`attuale governo. Va invece cancellata definitivamente e senza indugi tutta la Legge Obiettivo con i suoi risvolti programmatici: tra l`altro essa è stata pochissimo attuata (sono state eseguite poco meno del dieci per cento delle opere previste, per altro per operazioni già avviate dai precedenti governi di centro-sinistra che riguardano quasi unicamente le tratte principali dell`Alta Velocità e la Salerno-Reggio Calabria). Si sono confermati, infatti, i molti dubbi in termini di attuabilità tecnica e politica e di legittimità sociale ed ambientale che erano stati sollevati durante il dibattito sulla legge: non basta infatti semplificare fino all`azzeramento gli iter procedurali e gestionali, urbanistici, ambientali, amministrativi: i problemi e gli ostacoli non si cancellano, forse si deistituzionalizzano, quasi certamente si accrescono fino ad ingigantirsi. Dialettica democratica e dibattito istituzionale spariscono per fare posto a questioni di ordine pubblico e dissensi sempre più vasti. Ma, come ormai cinque anni di Legge Obiettivo insegnano, le opere non partono. E allora cancelliamo questo strumento (insieme a molti altri provvedimenti infausti e illegittimi del governo Berlusconi -chiedere a Paul Ginsborg) e avviamo subito le pratiche per un vero piano nazionale dei trasporti, che si può progettare presto partendo dalla reale domanda sociale di mobilità, in forma sostenibile e con l`assoluto coinvolgimento degli abitanti, specie dei contesti maggiormente investiti dalle opere.

Questa logica di pianificazione dal basso, sostenibile e partecipata, esito del coordinamento di azioni regionali e locali, può costituire l`approccio che caratterizza la nuova fase politica e che segna prima di tutto i settori programmaticamente più problematici, quali energia, smaltimento dei rifiuti, localizzazione di impianti a rischio, organizzazione funzionale del territorio.

Il tutto, però, deve essere calato in una logica, economica e ambientale, che tiene conto del passaggio di fase: la nuova economia sostenibile deve essere conseguenza dell`applicazione della formula latouchiana delle “sei R”: recupero, riqualificazione, riciclo, ristrutturazione, riuso, risanamento.

Dal punto di vista della valorizzazione del patrimonio territoriale questo significa, tra l`altro, attuare quanto Renzo Piano, che non è né un ambientalista né un territorialista, propone come necessità emergenziale: “Dobbiamo ridare un senso estetico a tutta la schifezza che abbiamo realizzato nell`ultima parte della modernità!” Che può voler dire ritrasformare in luoghi gli spazi insensati della ormai abnorme e pervasiva città diffusa, sullo spazio nazionale (e non solo). Altro che continuare a distruggere le nostre valli e le nostre coste.

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