Un`armata brancaleone di candidati riempie la città di manifesti e santini. Il nipote di un satrapo democristiano vince il ballottaggio contro il solito postfascista e diventa sindaco. Sullo sfondo dell`imminente apertura dei cantieri del Ponte, una storia surreale di miseria politica e materiale

     

Scritto da Antonello Mangano

Forse sono state le ultime storiche elezioni prima dell’apertura dei cantieri del famigerato Ponte. Due aspiranti sindaci principali, il solito post-fascista e l’inossidabile democristiano.

Quasi seimila candidati tra consiglio comunale e consigli di circoscrizione, 45 le liste presentate (molte fai-da-te), sei i candidati alla poltrona di primo cittadino, occupata, negli ultimi due anni, da un commissario, in seguito alla decadenza dell`ex sindaco, Giuseppe Buzzanca colpevole di essere partito per il viaggio di nozze con l’auto blu.

Al di là del risultato finale, il miraggio della politica clientelare ha dominato quelle che non sono state semplici consultazioni amministrative, ma una illusoria lotta ad esclusione per la sistemazione, per una prospettiva di reddito e lavoro al comune o al “quartiere”.

Un`armata Brancaleone con intorno un vasto sottobosco di mediatori, galoppini, leccapiedi, arrampicatori. Per mesi l’aria è stata ammorbata di promesse impossibili, mezze parole e intese tra compari, chiacchiere fumose: perché a differenza col passato non si scambiano più concretezze (dal pacco di pasta al posto fisso) ma sogni e illusioni. “Non c’è problema” è la frase che chiude ogni discorso, insieme ad una stretta di mano.

E invece di problemi ce ne sono tantissimi.

Una giungla di manifesti e volantini attaccati ovunque, senza regole, senza rispetto di nulla. Slogan approssimativi, giochi di parole sempre uguali (“un amico in comune”, “il candidato fuori dal comune”, “la certezza di un impegno”). Bigliettini elettorali distribuiti nei luoghi di lavoro, nei luoghi di ritrovo, lasciati sugli autobus o consegnati brevi manu.

Una febbre elettorale che ha fatto la gioia dei tipografi e la disperazione dei netturbini. “Non è affatto necessario imbrattare i muri di tutta la città” – protestava inascoltato il Codacons – “mentre i cittadini devono rendersi conto che non bisogna assolutamente votare quei candidati che selvaggiamente fanno affiggere i manifesti dove capita”.

La prospettiva mancante

La media è di diecimila persone in piazza, negli ultimi due anni, nella manifestazioni contro il Ponte. Spesso gente venuta da fuori, ma non solo. Tantissimi giovani. Che tutto questo non abbia avuto alcuna rappresentanza politica diretta, che tutto questo non abbia espresso un candidato e una presenza visibile è il dato politico al momento più grave per chi ha creduto in una prospettiva di cambiamento.

E, prima del ponte, chi aveva lottato contro i Tir (“no ponte, no tir”, si gridava fino a qualche tempo fa) oggi vede il centro-sinistra presentare Francantonio Genovese, nipote di quel Gullotti e figlio del senatore Dc che da grandi notabili hanno contribuito alle fortune della famiglia Franza, che coi traghetti Tourist-Caronte impone nei fatti la servitù di passaggio del traffico gommato in pieno centro.

O Ponte o Tir? Più probabilmente l’ennesima riproposizione di quel circolo di notabili che continua a detenere ogni posto, a mantenere ogni potere, a diffondere quel virus di immobilismo che sta decretando la morte progressiva ed inarrestabile di una comunità di 300mila persone già oggi divisa tra adulti rassegnati e giovani emigranti.

Torna la Balena Bianca

Ultime battute della campagna elettorale. Berlusconi subodora la sconfitta ed in extremis promette nell’ordine: il Ponte, con relativi corsi di formazione per le maestranze, un lungomare nuovo stile Barcelona di Spagna, un approdo a tempi di record per togliere i Tir dal centro, via le baracche in men che non si dica e persino qualche rinforzo omaggio dal Milan alla locale squadra di calcio, malinconicamente in fondo alla classifica.

I tifosi – elettori sono combattuti tra fede politica ed amore per la squadra. Si arriva infine al ballottaggio. L’esito finale vede comunisti e difensori della legalità che festeggiano il nipote del satrapo democristiano Nino Gullotti, il candidato Francantonio Genovese che alla fine batte il rivale Ragno di Alleanza Nazionale.

Al di là delle promesse impossibili, oltre l’esercito di descamisados che si è improvvisato per un mese classe politica, ignorando le mille liste dai nomi improbabili (persino la lista “Con Francantonio” ha ottenuto un seggio), sono state comunque elezioni importanti. Perché hanno segnato l’inarrestabile voglia di Democrazia Cristiana anni ’50 che domina la provincia siciliana, anche in quei lembi di territorio che il buon Silvio considerava inespugnabili e che invece hanno preferito il ritorno ai vecchi padroni, alla buona borghesia democristiana di antico lignaggio, ripudiando la corte dei miracoli capeggiata da Forza Italia, quest’armata brancaleone di commercialisti di provincia, agenti di commercio, venditori di fumo, postfascisti dal passato imbarazzante, geni del marketing e creativi della comunicazione che hanno tentato malamente di sostituire i vecchi dominatori Dc-Psi, imitandone i modi, l’organizzazione e le clientele, ma risultandone alla fine delle stanche parodie.

Oggi conta la sostanza. Invece del giovane di bella presenza ha vinto un tipo anonimo, calvo e bassino, dall’eloquio moroteo ma forte di un cognome dai molti significati. La crisi economica incombe. Abbiamo lasciato gli anni fumosi delle promesse che non si realizzeranno, dei concorsi con 25 mila partecipanti annullati per mancanza di fondi, degli scambi di poltrona, delle leggi del parlamento della Repubblica fatte “ad Buzzancam” per piccole questioni localistiche, della cocciutaggine di qualche capetto che non vuole fare brutta figura e preferisce un commissariamento da record alla sensazione di non essere “quello che comanda”.

Forza Italia è passata dal 20% del 2003 all’8,66% del 2005, perdendo quasi 12 punti percentuali. Rispetto ai gruppi post-democristiani, appare quasi un partito d’opinione.

Francantonio Genovese è socio di minoranza del gruppo Franza (traghetti e mille altre cose, tra cui la squadra di calcio che Berlusconi voleva aiutare…) ed erede della rete di potere dello zio Nino Gullotti e del padre Luigi, per decenni potentissimo senatore Dc.

Da buon democristiano ha deciso di accontentare ognuno (la giunta è formata da tutti i segretari dei partiti che l’hanno appoggiato), forse per nascondere la fine di una breve fase, quella in cui si sceglie in base ad una valutazione politica, senza cercare contraccambi o favori personali.

Ma davanti ai fallimenti in serie dei `nuovi padroni` della Casa delle Libertà, non restava altro ai messinesi che affrettarsi a tornare sotto la protezione della vecchia famiglia Genovese-Gullotti.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.