Una barriera di alberi che protegga le terre ancestrali del popolo indigeno Quechua di Sarayacu, impedendo l’accesso delle multinazionali del petrolio nella selva amazzonica dove da oltre un ventennio i nativi lottano per preservare l’ambiente e la loro cultura.

     

Scritto da Francesca Belloni

L`ha chiesta in un appello rivolto alla comunità internazionale Patricia Gualinda, dirigente dei Quechua, immaginando una “frontera de vida” che circondi i circa 135.000 ettari della provincia di Pastaza dove abitano gli indios, in larga parte sfruttati fino a circa tre anni fa da un`azienda petrolifera argentina.

“Non vogliamo un muro ma una grande siepe composta da tutte le specie di arbusti della nostra terra; se qualche altra azienda vorrà invadere la nostra comunità troverà di fronte non solo il popolo di Sarayacu ma una rete simbolica di persone e alberi” ha detto Gualinda.

La dirigente indigena ha ricordato che quando nel 1996 cominciarono le prospezioni argentine venne ignorato l`allarme per le conseguenze che lo sfruttamento del sottosuolo avrebbe arrecato alla comunità; seguirono la militarizzazione del territorio e numerosi casi di violenze a abusi contro la popolazione civile che oggi sono al vaglio della Corte interamericana dei diritti umani (Cidh).

In attesa della sentenza sulle responsabilità dei governi succedutisi negli ultimi anni, il tribunale panamericano ha già raccomandato allo Stato di tutelare l’incolumità dei Quechua di Sarayacu “consentendo loro di utilizzare le risorse naturali delle terre che da sempre abitano”.

[FB] – ECUADOR 21/12/2005

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