I serbi stanno perdendo la voglia di vivere. É questo l`allarme che viene dalle ultime cifre sul dilagante aumento del tasso di suicidi in un Paese al quale – fra tante contraddizioni – non aveva finora fatto difetto, tradizionalmente, un robusto patrimonio di vitalità.

     

Scritto da Alessandro Logroscino

Prostrati da una lunga e incerta transizione, reduci dalle guerre e dalle sconfitte che hanno segnato la dissoluzione della Jugoslavia, centinaia di persone si tolgono oggi anno la vita.

Un fenomeno che ha falcidiato inizialmente i vecchi di sesso maschile, ma che negli ultimi tempi – stando a quanto emerso in un simposio di psichiatri svoltosi in questi giorni a Belgrado – comincia a trascinare nel gorgo anche le donne e in generale coinvolge soprattutto i cinquantenni: una sorta di generazione perduta, ritrovatasi ad affondare a metà del guado.

Le statistiche parlano da sole. Nei primi otto mesi del 2005 in Serbia (7 milioni di abitanti) sono stati registrati 636 suicidi. A settembre e ottobre si è poi toccato il picco: il triplo dei casi rispetto a una media già preoccupante, più o meno doppia – a titolo d`esempio – dell`Italia. E dal dato resta escluso il piccolo Montenegro, dove nella sola cittadina di Bijelo Polje, sprofondata coi suoi 50.000 figli in una singolare cappa di lutto, si sono uccisi dall`inizio dell`anno 16 persone: un record forse mondiale, in rapporto alla popolazione.

Gli studiosi riunitisi a consulto a Belgrado mettono in relazione la catastrofe con diversi fattori: la crisi economica e sociale, in prima battuta, ma anche la perdita di riferimenti e l`insicurezza generale seguite al tracollo della vecchia Jugoslavia. Allontanato, almeno per ora, lo spettro della guerra, non sembra tuttavia colmato l`abisso di isolamento, di frustrazione e di diffusa povertà in cui la Serbia è precipitata fin dagli anni `90.

La transizione, dicono gli esperti, continua intanto a essere avvertita come “un peso“ – e per decine di migliaia di profughi come un`autentica tragedia – mentre le embrionali speranze d`integrazione europea non cancellano “la mancanza di prospettive che molti avvertono“.

Fino a qualche anno fa i suicidi erano concentrati fra gli anziani, alle prese con un Paese disgregato che non riconoscevano come loro, con pensioni da fame e famiglie non in grado di sostenerli. Ora, però, la vera `decimazione` riguarda i cinquantenni e non risparmia neppure le donne.

L`impatto è impressionante fra la miriade di disoccupati e fra i circa 200.000 lavoratori serbi che si arrabattano senza ricevere uno straccio di stipendio: nei casi limite, come quello del grande zuccherificio di Cuprija, senza essere di fatto pagati da 10 anni.

La psichiatra Svetlana Markovic, dal canto suo, sottolinea con inquietudine l`incremento degli episodi di suicidio femminile. “Sono aumentati di quattro volte nel giro di un paio d`anni“, nota, specificando che anche in questo caso si tratta quasi sempre di persone di mezza eta`: “Donne licenziate che non possono riciclarsi nel mondo del lavoro, madri che non vedono sistemati figli già grandi. Insomma, vittime di crisi d`identità e di profonde sindromi di fallimento“.

Secondo lo psicoterapeuta Petar Opalic, la vera emergenza riguarda però i rifugiati. Nel cuore dell`Europa e a un`oretta di volo da Roma, la Serbia ne è piena. Racchiude oggi il numero più elevato al mondo di sfollati interni in rapporto alla popolazione (in massima parte fuggiti dal Kosovo), su un totale complessivo di 350.000 profughi: vittime collaterali, ormai semi-abbandonate, di un decennio di guerre scatenate e perse.

Pochi sono quelli che sperano ancora di tornare in una casa pur che sia. E non può sorprendere di ritrovare proprio in questo esercito di disperati la percentuale più alta di coloro che vedono l`ultima via di fuga in una corda, in una finestra o in una pistola.

(ANSA) LR – 01/12/2005

Sull'autore