Centomila minori, in maggioranza ragazze, lavorano nei campi di cotone per 13 ore al giorno per meno di un euro nello Stato indiano di Andhra Pradesh, che, insieme a quello di Gujarat, copre circa il 75% della produzione di semi di cotone del Paese.

     

Scritto da Notizie Verdi

Questo il dato più sconvolgente contenuto nel rapporto “The Price of Childhood”, diffuso il 31 ottobre e commissionato da India Committee of the Netherlands (ICN), International Labor Rights Fund (Usa) e Eine Welt Netz NRW (OneWorld Net Germania). Il rapporto è stato reso noto in Italia dal sito www.rsinews.it.

I minori lavorano presso i coltivatori che riforniscono compagnie multinazionali come Bayer, Monsanto e Syngenta, e imprese indiane, come Nuziveedu Seeds, Raasi Seeds e Ankur Seeds.

Multinazionali e compagnie indiane, attive nel settore dei semi di cotone, pagano i coltivatori indiani il 40% in meno di quanto sarebbe necessario per assumere solo lavoratori adulti, pagando loro il salario minimo stabilito a livello locale, evitando il ricorso al lavoro minorile.

La situazione dei bambini e dei ragazzi è spesso condizionata dai prestiti fatti ai loro genitori, i quali sono spesso disoccupati e, quando lavorano, ricevono poco più della metà del salario minimo stabilito. Molti minorenni soffrono per l`inalazione dei vapori dei pesticidi utilizzati nei campi, che provocano loro mal di testa, vomito e depressione, senza che sia loro assicurata alcuna assistenza medica.

Nessun altro settore produttivo, in India, ricorre in tal misura al lavoro minorile, sfruttando il fatto che i bambini lavorano più a lungo e più intensamente degli adulti, e sono più facili da controllare, anche attraverso abusi fisici e verbali.

La ricerca indica che i coltivatori subirebbero una perdita netta, se impiegassero gli adulti, al salario minimo locale, anziché bambini e adolescenti. La situazione, invece, è molto diversa per quanto riguarda le compagnie.

I prezzi di mercato di un kg di semi di cotone sono da 3,6 a 12,1 volte maggiori del prezzo pagato ai coltivatori. Se le compagnie pagassero la sostituzione dei lavoratori minorenni con adulti retribuiti al minimo salariale, ciò inciderebbe sui loro profitti in una percentuale tra il 4,2% e il 21,3%. Se questo costo venisse trasferito ai consumatori, ciò significherebbe un incremento del prezzo dei semi tra il 3,2% e il 10,9%.

Il rapporto afferma che le multinazionali sono consapevoli della forte presenza di lavoro minorile nella loro catena di fornitori e che sono, almeno in parte, responsabili di questa situazione. Le compagnie, però, negano che vi sia una relazione con il prezzo che loro pagano ai coltivatori, accollando a questi ultimi la responsabilità del fenomeno e sostenendo che dovrebbero migliorare la produttività, per permettere il passaggio dal lavoro minorile a quello adulto.

La conseguenza è che le iniziative adottate dalle multinazionali hanno avuto scarsa incidenza. Nell’ultimo anno, Bayer, Monsanto e Syngenta avevano deciso di imprimere una svolta, adottando un sistema di monitoraggio, incentivi e sanzioni, prevedendo un bonus del 5% ai coltivatori che rinunciavano al lavoro minorile, mentre per coloro che avessero continuato ad utilizzarlo veniva prevista, dopo un primo avvertimento, una sanzione pari al 10%, fino alla rescissione del contratto di fornitura.

L’iniziativa, cui non si erano associate le imprese indiane, era stata salutata favorevolmente dalle organizzazioni non governative come la MV Foundation, che aveva deciso di affiancare le multinazionali nelle attività di controllo sul campo.

La cooperazione è stata però interrotta a settembre, su decisione della MV Foundation, dopo aver scoperto che i coltivatori venivano preavvertiti delle ispezioni. Le ispezioni a sorpresa effettuate autonomamente da MV Foundation, invece, scoprivano molti più minori al lavoro nei campi. La Fondazione si è offerta di continuare ad effettuare ispezioni autonome, comunicando i risultati alle compagnie, alle autorità e al pubblico.

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