Il 10 novembre del 1995, nella Nigeria del generale Sani Abacha, a seguito di un rapido processo-farsa privo di garanzie legali e di difesa, e senza possibilità per gli accusati di ricorrere in appello, nove attivisti Ogoni, uno dei 248 gruppi etnici del paese, vennero condannati a morte e impiccati, con l`accusa di avere ucciso quattro componenti moderati della medesima etnia, una comunità di circa mezzo milione di individui che da sempre viveva di pesca e di agricoltura presso il delta del Niger, sui territori del Rivers State.

     

Scritto da Maria Antonietta Saracino

Tra i condannati, lo scrittore Ken Saro-Wiwa, che nel 1990 era stato fra i fondatori del Mosop (Movimento per la sopravvivenza degli Ogoni), l`organizzazione politica e ambientalista che si opponeva ai sistemi di sfruttamento selvaggio di quei territori da parte delle multinazionali del petrolio, con metodi devastanti che avevano finito per avvelenare vaste aree fertili, costringendo a una migrazione forzata gli Ogoni.

La brutalità dell`evento – non nuovo in Nigeria come purtroppo ancora in molte parti del continente africano – aveva in questo caso suscitato uno scalpore insolito presso la comunità internazionale, tanto che la Nigeria era stata radiata dal Commonwealth e la Comunità europea era intervenuta con un embargo delle armi (ma non del petrolio), con la chiusura di progetti già avviati nel paese da parte della cooperazione internazionale e con restrizioni di varia natura.

Motivo di questa indignazione era per l`appunto la presenza di spicco, nel gruppo dei condannati, di Ken Saro-Wiwa, leader degli Ogoni, candidato al Nobel per la pace e vincitore nel 1994 del cosiddetto “Nobel per la pace alternativo”, ma soprattutto scrittore affermato, nel suo paese e all`estero, in particolare nel mondo anglosassone e tra la vasta comunità di studiosi delle cosiddette “letterature post-coloniali”.

Per mesi il governo nigeriano era stato tempestato di petizioni, mentre una campagna di stampa internazionale si batteva a favore di un giusto processo e del rilascio di Saro-Wiwa, unanimemente ritenuto innocente.

A guidare le iniziative, lo scrittore e drammaturgo Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura nel 1986 – anch`egli nigeriano, anch`egli nel suo paese vittima del carcere e della censura e costretto da diversi anni all`esilio.

L`esito del processo dava alla lotta degli Ogoni e alla figura di Ken Saro-Wiwa una risonanza senza precedenti, portando all`attenzione del mondo il più diffuso problema della relazione tra governi corrotti e inquinamento ambientale, ma anche la questione, fortissima in Africa, del rapporto tra

intellettuali e potere, tra scrittura e censura.

Al tempo stesso, però, spegneva per sempre la voce di uno scrittore innovativo e militante, il quale – in un breve volgere di anni e in una produzione che (giocoforza) sarebbe stata in gran parte postuma – aveva saputo dare espressione alla cultura nigeriana e africana in generale.

Attraversando a largo raggio un`ampia gamma di generi letterari, sapientemente usando linguaggi e codici diversi, dalla commedia alla farsa,

dalla scrittura radiofonica a quella del nascente serial televisivo, dalla autobiografia politica alla narrativa in inglese standard, Saro-Wiwa era soprattutto riuscito a adottare un singolarissimo pidgin letterario, il rotten english nel quale scrisse il suo romanzo più bello e famoso: quel Sozaboy del 1986, identificato dal suo stesso sottotitolo, A Novel in Rotten English, come un romanzo volutamente scritto in inglese bastardo, sporco, marcio. Perché nella Nigeria del suo tempo non c`e` registro che possa rendere tutto intero il marciume che mina il potere, la politica e quindi la cultura. Non c`è lingua “pulita” che possa esprimere l`orrore della guerra e la sofferenza dei ù deboli, i bambini in particolare.

L`inglese standard, del quale Saro-Wiwa, laureato a Ibadan con il massimo dei

voti, era perfettamente padrone, può forse dar voce al dolente racconto della

protagonista di Lemona`s Tale (1996) che – profeticamente – nel carcere di

Port Harcourt (lo stesso nel quale l`autore sarebbe poi stato ucciso) racconta la sua vita intera, la notte prima di essere impiccata, innocente.

Ma può anche assumere la valenza forte e vivace della oralità nei Four Farcical Plays (1989), come The Transistor Radio, allegoria della Nigeria intesa come stato-vampiro, che si nutre del sangue della nazione, oppure quella più divertita di Basi & Company (1988), serie televisiva in trenta puntate, o infine i toni drammatici del diario di prigione: A Month and a Day, del `95, sarà una sorta di testamento politico e spirituale di chi prefigura la propria fine. Ma che proprio per questo chiede ai suoi concittadini più consapevoli, e agli intellettuali in particolare, di non cedere ai compromessi, di spendersi per una giusta causa, di mettere la penna e la fama al servizio di chi non può parlare.

Nei suoi scritti politici, Essays on Anomic Nigeria, (1991), Nigeria: The Brink of Disaster (1991), Genocide in Nigeria: The Ogoni Tragedy (1992), Saro-Wiwa rende chiara la correlazione tra il territorio e la cultura nel suo insieme. Distruggere l`uno significa inevitabilmente condannare a morte anche l`altra. Siamo nel 1992: Saro-Wiwa sa che non ha più molto tempo, e allora la militanza e la scrittura si intensificano, anziché farsi più caute. E più forte si fa la sua identificazione con il proprio paese sofferente.

Nigeria è la parola che più spesso ricorre nei suoi scritti, compresi quelli poetici. La lotta degli Ogoni contro il governo corrotto che consente alle multinazionali del petrolio di avvelenare terre che ormai non

offrono più sussistenza alcuna è diventata troppo visibile e scomoda perché il potere militare non intervenga, chiudendo la bocca al suo esponente di maggior spicco. Ai giudici che lo condannano a morte, Ken Saro-Wiwa risponde con un ultimo potente atto di accusa verso la corruzione di chi sta distruggendo la Nigeria, e con una appassionata dichiarazione di amore e responsabilità nei confronti del suo paese e della sua storia.

Ha quarantaquattro anni, una moglie e cinque figli.

Poco prima che venga pronunciata la condanna a morte, un altro celebre scrittore nigeriano, Ben Okri, pubblica su “The Guardian” un lungo disperato

appello in difesa di Saro-Wiwa, che si trasforma in un vero e proprio manifesto su scrittura e impegno politico. “Se volete sapere che cosa accade in un`epoca o in un paese – scrive tra l`altro – cercate di scoprire che cosa sta succedendo ai suoi scrittori, ai suoi banditori pubblici: perchè sono loro i sismografi che rilevano i terremoti che incombono sullo spirito dei tempi… Se sentite che gli scrittori sono stati inesplicabilmente uccisi, messi a tacere, che le loro case sono state misteriosamente bruciate, che sono fuggiti dal loro paese e vivono in esilio. Ma soprattutto quando sentite che gli scrittori sono stati condannati a morte da tribunali tutt`altro che democratici, allora capirete che l`aria di quella terra è già densa di corruzione e terrore, che è irrespirabile, che la vita della

gente è insopportabile, che il suolo di quella terra ha già cominciato a produrre il suo raccolto di cadaveri: che la libertà è morta sui campi, che i suoi capi hanno condannato il paese a morte… Chiunque possa sentirmi mi ascolti: in Nigeria uno scrittore è stato condannato a morte perché voleva una vita migliore per la sua gente.

Le conseguenze di questo atto sono incalcolabili. Il suo nome è Ken Saro-Wiwa, ed è mio amico”.

Il Manifesto, 10 novembre 2005.

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