Ottenuto per un tipo di caffè il marchio di garanzia “fair trade”, che identifica i prodotti del commercio equo, ora l’impresa svizzera – peraltro, oggetto di un boicottaggio internazionale – può affermare di avere a cuore i temi sociali e ambientali. In fibrillazione il movimento italiano e le Botteghe e le associazioni equosolidali.

     

Scritto da Raffaello Zordan

Delle due una: o ci siamo capiti male o la Nestlé ha fatto un doppio salto mortale ed è cambiata. Eravamo (siamo) convinti che il commercio equo e solidale fosse una pietra d’inciampo sulla strada di noi consumatori del primo mondo, un sassolino nell’ingranaggio della formazione del prezzo delle merci, il nucleo di un’economia sociale praticabile che coinvolge, in un percorso di cooperazione e di trasparenza lungo l’asse Nord/Sud, piccoli produttori (di caffè, cacao, banane, ecc.) e consumatori via via più consapevoli e critici.

Insomma, un modo serio di affermare che un altro mondo – più giusto – è possibile qui e ora: naturalmente senza mettere tra parentesi la necessità di battersi per cambiare le regole del commercio internazionale, che condannano alla marginalità e alla miseria milioni di contadini.

A mettere scompiglio nelle nostre convinzioni ci ha pensato la multinazionale Nestlé, che in ottobre ha cominciato a commercializzare un tipo di caffè – il Partenrs’ Blend – che proviene da cinque cooperative di piccoli produttori in Etiopia e Salvador e che, dice l’etichetta, «aiuta gli agricoltori, le loro comunità e l’ambiente». Nessun stupore che la Nestlé, come altre multinazionali, cerchi di appiccicarsi qualche etichetta etica: ha visto che i prodotti eticamente riconoscibili hanno fatto breccia tra i consumatori e vi si butta a capofitto.

Ma stride non poco che lo stia facendo fregiandosi del marchio “fair trade”, garanzia che il prodotto non causa sfruttamento nel Sud del mondo e che fa parte del commercio equo e solidale. Eppure, il marchio è stato rilasciato dall’inglese Fairtrade Foundation, che fa parte di Flo (Fairtrade Labelling Organisation), il coordinamento internazionale dei marchi di garanzia del commercio equo.

È rimasto di stucco anche Fairtrade TransFair Italia. Il marchio di garanzia nostrano non esclude che il commercio equo possa svilupparsi anche «coinvolgendo aziende che operano sul mercato internazionale», ma non vede come questo coinvolgimento possa «riguardare imprese, come la Nestlé, sottoposte a campagne internazionali di boicottaggio».

La multinazionale svizzera è da molti anni oggetto di boicottaggio a causa della sua politica di promozione del latte in polvere per neonati: un marketing che induce le donne dei paesi poveri a usare il latte in polvere invece che allattare al seno, e ciò provoca indirettamente (mancanza di acqua pulita, soldi insufficienti) la morte di migliaia di bambini.

TransFair Italia non crede che Nestlé possa tenere il piede in due staffe: «Da una parte supportare alcuni produttori svantaggiati nei paesi in via di sviluppo e dall’altra continuare con comportamenti che riteniamo eticamente scorretti». Perciò: «TransFair Italia non concederà in uso il marchio “fair trade” alla Nestlé, e continuerà a sostenere questa posizione all’interno di Flo».

Sulla stessa linea anche l’associazione Botteghe del mondo (129 tra cooperative e associazioni), che ribadisce «il ruolo centrale delle botteghe per la vendita dei prodotti del commercio equo e solidale e come vero punto d’incontro tra consumatori e produttori». E fa un proposta: in tutti i punti vendita sia esposto un cartello con scritto “Caffè corretto Nestlé? No grazie!”.

Scelta sbagliata

La mette giù un po’ più dura l’Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale (Agices). Che parla di «assalto della Nestlé alla diligenza del commercio equo e solidale», e sottolinea: «Riconoscere a un prodotto della multinazionale di far parte di questo mondo significa identificare l’“equosolidarietà” di un’azienda solamente sulla base di un singolo prodotto e non del comportamento che adotta nei confronti dei diversi attori del ciclo produttivo, commerciale e di consumo, e della trasparenza della filiera. È come definire “ecologica” un’impresa petrolifera solamente perché tra i suoi gadget ci sono magliette sbiancate senza l’uso del cloro».

E invita a inviare a Flo e a Fairtrade Foundation una e-mail un cui si chiedono due cose: quali criteri siano stati utilizzati per definire equa e solidale la Nestlé; e di riconsiderare una scelta «che riteniamo avrà conseguenze gravi nella disarticolazione dell’intero movimento del commercio equo e solidale e favorirà soltanto le politiche di “greenwashing” (operazioni d’immagine) delle multinazionali».

Ancora più netto il giudizio di Giorgio Dal Fiume, presidente del consorzio Ctm Altromercato (130 organizzazioni non-profit): «Quello che è accaduto con la Nestlé per noi non è una sorpresa. Da oltre un anno ci stiamo opponendo a Flo e ai “certificatori”, portando argomenti intorno ai criteri di certificazione, che sono l’aspetto centrale. Anche a prescindere dai suoi comportamenti sul latte in polvere, la Nestlé non c’entra con il commercio equo.

Ci sta bene che, anche grazie al nostro lavoro, le grandi imprese modifichino i loro comportamenti nella direzione di una maggiore eticità. Però, se il criterio di base del commercio equo è rivolgersi ai piccoli produttori, che senso ha certificare chi trae i propri prodotti per il 99,9% dalle piantagioni e per lo 0,1% dai piccoli produttori? Che senso ha fornire il marchio “fair trade” a multinazionali che sono lontane persino dalla responsabilità sociale d’impresa? Prima dimostrino, per anni e con certificazione fatta da terzi, di aver imboccato la strada della responsabilità sociale d’impresa; dimostrino che si rivolgono ai piccolo produttori e che la quota di piccoli produttori aumenta nel tempo… poi si vedrà».

A quanto pare, il “caffè corretto Nestlé” non avrà vita facile. Almeno in Italia.

Ctm Altromercato: alla larga dalle multinazionali

Il documento è di settembre, è rivolto a Flo (coordinamento internazionale dei marchi di garanzia del commercio equo), è firmato dal consiglio di amministrazione del consorzio Ctm Altromercato, ed è l’ultimo di un carteggio che va avanti da più di un anno. La Ctm valuta che le imprese transnazionali (Tnc), «al di là di dichiarazioni d’intenti e dinamiche positive» non abbiano modificato sostanzialmente le loro pratiche.

Invita Flo «a non decidere unilateralmente», esprime «dissenso sull’entrata delle Tnc nel Fair Trade, e ritiene che tale operazione non deve essere facilitata solo in funzione dei potenziali fatturati aggiuntivi». E sottolinea: «Rimane centrale per il Fair Trade l’ampliare il mercato principalmente per i piccoli produttori: tale prospettiva non ha esaurito le sue potenzialità».

Ctm elenca i rischi che il movimento può correre aprendo alle multinazionali:

1) rispettando criteri Fair Trade solo per una piccola percentuale della loro attività, le Tnc possono facilmente promuoversi come “eque”, portando gravi difficoltà di identità e riconoscibilità a tutto il movimento Fair Trade, e difficoltà politiche ed economiche alle organizzazioni Fair Trade;

2) le Tnc sono coinvolte nella produzione dello squilibrio Nord/Sud, nella diffusione di pratiche di dumping sociale, nel rifiuto del concetto e della pratica di “prezzo equo”, nel condizionamento delle istituzioni pubbliche; l’associare il loro marchio al Fair Trade comporta perdita di credibilità e confusione del messaggio Fair Trade e delle sue “relazioni esterne” che non può essere compensata dall’allargamento della quota di mercato “equo”;

3) c’è una tendenza in atto nelle Tnc di acquisire il controllo di una grande quantità di produzioni e soprattutto delle filiere produttive; oltre un certo livello esse potrebbero quindi acquisire un peso economico tale da incidere sugli equilibri interni al commercio equo e controllare le politiche/criteri di certificazione;

4) includere le Tnc nella certificazione equa e solidale potrebbe promuovere anche dentro il commercio equo un contesto economico nel quale le imprese più piccole sono acquisite da quelle più grandi, e – cosa grave – i piccoli produttori potrebbero essere respinti o sfavoriti».

E conclude: «Il movimento del commercio equo e solidale non consiste solo nel “produrre sviluppo” per i soggetti con cui viene in contatto. E l’obiettivo di rafforzare e rendere consapevoli del Fair Trade va oltre il pagamento di prezzi equi. È nostra responsabilità contribuire alla modifica delle pratiche economiche e commerciali che producono sottosviluppo e sfruttamento».

Nigrizia, 1-11-2005.

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