Nella gara per il General Contractor del Ponte sullo Stretto di Messina, aggiudicata ad Impregilo, ci sono almeno tre anomalie: un ribasso d’asta da 500 milioni di euro, una penale da capogiro se il governo non lo realizza, la defezione dei grandi gruppi stranieri.

     

Scritto da Elio Veltri

Il Ponte sullo stretto si farà? Dipende dal governo Prodi, se, come tutti noi ci auguriamo, nel 2006, l’Unione vince le elezioni e manda a casa il peggior governo della storia della repubblica. A Berlusconi, dell’inutilità del ponte, dei guasti che può provocare sull’ambiente, dello spreco di denaro che potrebbe essere utilizzato utilmente e anche dell’efficacia dell’opera, non importa più di tanto. Il Cavaliere vuole mettere la prima pietra per guadagnare un po’ di voti e poi, pensando di essere novello Faraone, legare il suo nome al ponte più lungo del mondo. Ma non è detto che gli vada bene perché la strada del Ponte è lastricata di ostacoli che si chiamano: partecipazione popolare alle primarie dell’Unione con conseguente obbligo di ascolto dei cittadini da parte di Prodi e dei partiti della coalizione; programma di governo che non prevede la grande opera di Lunardi e Berlusconi e, nell’immediato, anomalie dell’appalto.

Ed è di queste ultime che voglio parlare, anomalie che dovrebbero costituire un impedimento al proseguimento del cammino della grande opera. La gara l’ha vinta Impregilo, già società Fiat-Romiti, che è passata di mano e che nel recente passato ha avuto guai finanziari e con la magistratura. Tanto è vero che Piergiorgio Romiti ha passato la mano ad Alberto Lina, manager proveniente da Finmeccanica, e la Gemina dei Romiti è socia di minoranza. Inoltre, la procura di Monza ha aperto un fascicolo per falso in bilancio a carico degli amministratori del gruppo. Oggi, soci di maggioranza sono Rocca, Bonomi, Gavio e Benetton con le loro società, mentre i Romiti con Gemina hanno l’11,8 per cento del pacchetto azionario. Del raggruppamento di imprese che ha vinto l’appalto, oltre la capofila Impregilo, fanno parte Sacyr Sa, Società Italiana Condotte, Cooperativa Cmc (cooperative rosse), Gavio e altri.

Le anomalie dell’appalto sono almeno tre: il ribasso d’asta del 12,33 per cento praticato da Impregilo che tradotto in cifre vuol dire 500 milioni di euro e cioè 1000 miliardi di vecchie lire: una enormità su una base d’asta di circa 4 miliardi di euro; le clausole contrattuali che prevedono il pagamento di penali, pare della stessa entità dell’appalto qualora un governo diverso dovesse decidere di non costruire il ponte; la defezione dei grandi gruppi esteri che di fronte ad un’opera di tali dimensioni che costituisce anche una sfida tecnologica, in un mercato globalizzato, hanno scelto di non partecipare.

Sono anomalie di tale rilevanza da avere indotto la Astaldi, seconda classificata, di riservarsi azioni anche legali, dopo avere valutato bene tutti gli aspetti del problema e le procedure adottate. «Un ribasso incredibile», l’ha definito il capo della Astaldi, Vittorio Di Paola, il quale ha aggiunto che «non potranno fare a meno di fare delle verifiche». D’altronde, la prima verifica l’ha fatta il mercato, dal momento che Impregilo ha perduto in borsa il 5,2 per cento e «alcuni investitori esteri – ha fatto sapere l’Agenzia Radiocor – stanno vendendo le azioni a piene mani, perché temono che Impregilo non riesca a finanziare l’operazione di realizzazione del ponte con un margine di guadagno adeguato». A meno che non si ripercorra la vecchia strada dei ribassi d’asta impossibili compensati da modifiche progettuali in corso d’opera, varianti, perizie modificative e suppletive. Così come è avvenuto per l’alta velocità che partita con un costo previsto di 10mila miliardi di lire al momento della firma dei primi impegni, è arrivata al costo degli attuali 50 miliardi di euro e cioè 100 mila miliardi di vecchie lire.

Intervistato dal Corriere Economia, il professor Marco Ponti, ordinario di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano, ha sottolineato che le imprese estere hanno disertato la gara perché «non avrebbero ricevuto le garanzie implicite offerte alle cordate italiane», quali ad esempio «che i traghetti non scendano sotto certe tariffe, oppure che sotto un certo volume di traffico sul Ponte, sia lo Stato a pagare». Ponti ha aggiunto: «Questo è un project financing finto perché manca una vera ripartizione dei rischi e alla fine è sempre lo Stato che deve far fronte ad eventuali problemi». Parole dure come pietre di uno dei più grandi esperti del paese che in definitiva parla di un appalto truccato e alle quali non risulta che né Impregilo né la società Stretto di Messina, committente dell’appalto, abbiano replicato.

Infine, è importante registrare alcune prese di posizione politiche dei partiti dell’Unione oltre che del Wwf. «Sappiamo tutti che i soldi dei cittadini andrebbero investiti per le vere priorità del Mezzogiorno», ha dichiarato Sergio Gentile, responsabile ambiente Ds, «che sono la rete ferroviaria, stradale e autostradale, la portualità, l’aeroportualità, le reti idriche ed acquedottistiche». Per cui «quest’opera è assolutamente insostenibile sotto il profilo dei costi economici e dei danni ambientali». E le penali previste dal contratto? «Il pagamento di penali anche ingenti sarebbe comunque più conveniente – replicano dal Wwf – perché non si dovrebbe far fronte alle perdite che la gestione del ponte provocherà a danno di tutti i contribuenti».

Questa volta, pare che associazioni, partiti dell’Unione e cittadini siano d’accordo nel considerare il Ponte un’opera inutile e dannosa: un monumento allo spreco e alle manie “faraoniche” del presidente del Consiglio e del suo ministro dei Lavori pubblici, gravato da mostruosi conflitti d’interesse. Qualche tempo fa, quando esplose la rivolta per l’acqua a Palermo e ad Agrigento scrissi un articolo contro il Ponte che l’Unità pubblicò con questo titolo: “Meglio il Pozzo del Ponte”. Credo che potrebbe diventare lo slogan della prossima campagna elettorale.

Avvenimenti 21 ottobre 2005

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