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La Shell riconosce i propri crimini in Nigeria

Per la prima volta da quando è in Nigeria il colosso petrolifero Royal Dutch – Shell ha riconosciuto che la politica tenuta in questi anni dalla compagnia nel Delta del Niger ha favorito il clima di instabilità e la guerra permanente che insanguina le comunità locali Ijaw e Itsekiri.

     


Uno dei manager della compagnia, Emmanuel Etomi, ha assicurato solennemente che la Shell cambierà politica nei rapporti con le autorità nigeriane e con la popolazione civile. Almeno a parole, il velo di omertà che nasconde i legami tra cricche politiche, economiche e militari del paese è stato strappato.

Le dichiarazioni della Shell seguono le conclusioni di un rapporto, condotto da tre esperti indipendenti e commissionato dalla stessa multinazionale, per approfondire i legami tra la politica condotta in questi anni dal colosso anglo-olandese nella regione ed il conflitto permanente nella regione del Delta. Il rapporto non è stato pubblicato interamente, sono disponibili solo alcuni stralci sul sito web della compagnia.

Le conclusioni del rapporto accusano la Shell senza scusanti: dalla corruzione di funzionari e capi delle comunità locali, al sostegno alle milizie armate perché proteggano i pozzi petroliferi fino al pesante ruolo avuto dalla Shell nel decennio passato sia nella repressione della rivolta degli Ogoni condotta brutalmente dall`esercito sia nella morte dello scrittore Ken Saro-Wiwa. Un passato ngombrante e scomodo, che ora i vertici della multinazionale tentano di scrollarsi di dosso.

L`ammissione di colpa da parte della Shell non è stata comunque totale e senza condizioni: secondo Etomi, la Shell avrebbe “inavvertitamente” favorito il clima di instabilità nella regione attraverso l`adozione di una politica “non perfetta” nei suoi rapporti con i soggetti locali. Secondo il colosso petrolifero però le maggiori responsabilità per la situazione attuale nel Delta sono da attribuire al governo nazionale e alle comunità locali, che dovrebbero fare di più per garantire la sicurezza della regione.

La Shell ha poi smentito le voci che la vedrebbero ritirarsi dal mercato nigeriano entro il 2008, come aveva previsto lo stesso rapporto degli esperti. La compagnia cambierà politica e destinerà più fondi a programmi di sviluppo e alla tutela ambientale ma non abbandonerà il paese, che fornisce circa il 10% della produzione del colosso petrolifero.

Il Delta del Niger è una delle zone più pericolose e instabili di tutto il paese: gli scontri tra le comunità Ijaw e Itsekiri, che mirano ad ottenere più proventi dallo sfruttamento delle risorse petrolifere della zona, si vanno ad aggiungere alle numerose attività criminali delle gang armate, tra le quali il rapimento di lavoratori stranieri e il contrabbando di greggio, attività piuttosto fiorente che fa perdere alle grandi compagnie petrolifere (ChevronTexaco e Shell in primis) circa 100.000 barili al giorno.

Il petrolio di contrabbando, pompato dagli oleodotti della zona, viene poi rivenduto a circa 15 dollari al barile, un prezzo molto inferiore all`attuale costo del greggio che si aggira intorno ai 40 dollari. Quest`attività sottrae milioni di dollari sia alle compagnie che al governo nigeriano, in un momento piuttosto delicato vista la scarsità di petrolio sul mercato mondiale.

Non è un caso che il governo nigeriano abbia lanciato nelle scorse settimane l`operazione di polizia Restore Hope, che mira a stroncare definitivamente l`attività di queste gang armate: secondo le maggiori agenzie di stampa nello scorso weekend almeno 20 miliziani sarebbero morti in due diversi scontri avvenuti presso la città di Warri, capitale dello stato del Delta.

La polizia nigeriana non va molto per il sottile quando si tratta di dare la caccia ai miliziani: il sospetto è che spesso a farne le spese siano anche civili innocenti, giustiziati sommariamente dalle forze di sicurezza. La Reuters riporta che nello scorso weekend 14 persone, sospettate di traffico di armi, sarebbero state cosparse di benzina e poi bruciate vive nella città Ughelli. D`altronde, la tutela dei diritti umani non è mai stata una priorità nella politica del presidente Obasanjo e della Shell.

Matteo Fagotto

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