Il 90% dell’acqua a disposizione dei circa 1,3 milioni di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza è inquinato a causa della mancanza di strumenti di separazione delle acque potabili da quelle reflue e dell’eccessivo sfruttamento delle falde acquifere indebolite e infiltrate di acqua salmastra.

     

Lo sostiene il quotidiano israeliano ‘Haaretz’ aggiungendo che in tal modo diventano inutilizzabili le vene sotterranee costiere della regione.

In parte, secondo il quotidiano, l’evacuazione dalla Striscia dei circa 8.000 coloni residenti in 21 insediamenti dovrebbe restituire un po’ d’acqua potabile ai palestinesi; i coloni avevano infatti scavato, grazie ai fondi stanziati da Tel Aviv, 26 pozzi che fornivano circa 4,1 milioni di metri cubi l’anno, il 50% del fabbisogno della popolazione stanziale, che consumava una media pro-capite di circa 1.000 metri cubi l’anno: 9 volte di più di un palestinese medio, che usa per bere e lavarsi circa 123 metri cubi d’acqua l’anno.

Il resto della scorta idrica annua necessaria ai coloni (circa 4 milioni di metri cubi) arrivava direttamente da Israele attraverso un apposito acquedotto, che ora rimarrà chiuso, anche perché l’Autorità nazionale palestinese (Anp) non è in grado di comprare altra acqua oltre ai circa 10 milioni di metri cubi che acquista annualmente da una società israeliana, come stabilito dagli accordi di Oslo. Ben poco rispetto ai 150 milioni di metri cubi l’anno di cui avrebbe bisogno la popolazione della Striscia di Gaza per sopravvivere al deserto.

Un altro problema è rappresentato, secondo il quotidiano, dal destino dei circa 500 ettari di colture che i coloni irrigavano grazie alla molta acqua disponibile; è probabile che l’uso dei pozzi sia destinato al consumo umano, e quindi le colture rischiano di scomparire aggravando la quasi totale dipendenza alimentare palestinese dagli aiuti internazionali.

[LL] – MEDIO ORIENTE 3/9/2005

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