L’Italia, insieme alla Spagna e alla Turchia sono gli unici Paesi europei in cui gli Stati Uniti intendono potenziare, invece che ridurre, le loro infrastrutture militari. Le basi assicureranno i future attacchi americani non necessariamente autorizzati da risoluzioni delle Nazioni Unite o del Consiglio atlantico della Nato.

     

Sono in corso negoziati fra Roma e Washington per valutare l’eventuale potenziamento di alcune basi militari americane in Italia.

Ovvero la possibile concessione del diritto d’uso di tali infrastrutture a forze speciali e di pronto intervento americane che perlomeno, secondo le intenzioni del Pentagono, potrebbero lanciare attacchi in Paesi terzi da basi come Sigonella, ma anche Aviano e Camp Darby. Attacchi non necessariamente autorizzati da risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o da delibere del Consiglio atlantico della Nato.

Secondo quanto apprende l’ADNKRONOS, si traducono in questi termini le parole del generale americano James Jones, il militare con il ’doppio cappello’ di comandante supremo delle forze Nato e di quelle americane Europa che, all’inizio del mese, nel corso di un’intervista alla rivista “Stars and Stripes” aveva anticipato l’interesse degli Stati Uniti a basare a Sigonella, o alternativamente a Rota, in Spagna, una “postazione avanzata” contro il terrorismo internazionale.

I contatti fra Roma e Washington su questo tema sarebbero avvenuti ai più alti livelli dei vertici militari della difesa italiana e del Pentagono, ma ne avrebbero discusso anche Antonio Martino con il suo omologo americano, Donald Rumsfeld, nella recente visita a Washington del ministro della difesa.

Nella revisione quadriennale del concetto di difesa, il documento che il Pentagono sta completando in questi mesi, gli Stati Uniti dovrebbero precisare quanto è già chiaro da tempo: la loro riluttanza a continuare ad accettare vincoli come quello che aveva infine consentito l’impiego della 173esima brigata aerotrasportata dispiegata nel nord dell’Iraq durante la guerra contro Saddam Hussein. Un’unita’ speciale, partita per il Kurdistan dalla base di Ederle di Vicenza, solo grazie all’assicurazione al governo ’ospite’ che i militari dispiegati nel teatro delle operazioni non sarebbero stati impiegati in combattimento.

“Fino a che gli Stati Uniti avranno un massiccio impegno in Iraq, non potranno gestire operazioni militari di ampio respiro ma si concentreranno sulla capacità di colpire obiettivi ridotti (siti di armi di distruzione di massa e cellule terroristiche) con raid, impiegando forze speciali. Per fare questo hanno disposto accordi con numerosi paesi, anche in Africa Centrale, per potervi schierare unità di forze speciali per missioni specifiche. Forze che, per essere impiegabili, hanno però necessità di avere ’basi madre’ più ampie in territori alleati in paesi come l’Italia dalle quali potersi muovere liberamente verso qualunque area operativa”, spiega all’ADNKRONOS Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisidifesa.it.

La delibera del Consiglio supremo di difesa italiano datata 19 maggio del 2003, il frutto di discussioni iniziate due mesi prima, proprio a ridosso dell’inizio dell’intervento contro Saddam, stabilisce esplicitamente che nessuna struttura italiana possa essere impiegata per operazioni militari all’estero a meno che l’intervento non sia stato autorizzato dall’Onu.

Qualora dovesse essere raggiunto un accordo con gli Stati Uniti in senso diverso, potrà essere definito un trattato da ratificare al Parlamento. Oppure, come nel caso degli accordi sull’uso delle basi in Italia da parte degli Stati Uniti del 1954, documenti ancora secretati, la questione potrà essere esaurita dal governo con uno “strumento più tecnico”, come un Memorandum of Understanding.

“Gli Stati Uniti stanno decidendo dove collocare i loro reparti e unità che saranno chiamati a intervenire in zone di crisi, specialmente in Medio Oriente, nel Caucaso e nella regione del Golfo, Vorranno esser certi di poter avere la libertà politica di rischierarle immediatamente in teatro, senza subire condizionamenti di sorta”, spiega all’ADNKRONOS Germano Dottori, docente di geopolitica all’Università “Luiss-Guido Carli” di Roma, consulente del Presidente della commissione esteri del Senato e autore di un articolo sull’argomento pubblicato sull’ultimo numero della rivista Liberal Risk. Secondo Dottori, le discussioni si concluderanno con una risposta negativa da parte dell’Italia e la considerazione, da parte degli Stati Uniti, di infrastrutture alternative in Albania, Kosovo, o Bulgaria.

Non tutti sono d’accordo con questa tesi. Altri analisti intervistati citano come controesempio gli accordi appena ridefiniti fra Stati Uniti e Turchia per il potenziamento della base di Incirlik, accordi in cui Ankara ha imposto numerosi ’caveat’ a Washington che dovrà tornare a trattare l’autorizzazione a ogni singola operazione in cui saranno impiegate le forze dispiegate nell’infrastruttura.

La trasformazione della rete di basi all’estero su cui contano gli Stati Uniti, precisata in una lista inviata la scorsa settimana da Rumsfeld all’apposita commissione che dovrà esprimere i suoi suggerimenti prima dell’invio dell’intero pacchetto alla Casa Bianca, prevede inoltre la chiusura dei comandi regionali della marina americani in Europa di Londra e di Lisbona che verranno trasferiti, ma nel quadro di un concetto molto diverso e più snello, a Napoli.

L’Italia, insieme alla Spagna e alla Turchia sono gli unici paesi Europei in cui gli Stati Uniti intendono potenziare, invece che ridurre, le loro infrastrutture militari.

“Noi auspichiamo di poter continuare a lavorare con il governo italiano, a cui siamo grati, e basare le nostre truppe, militari dell’aeronautica, dell’esercito e della marina, in Italia”, aveva dichiarato il sottosegretario di stato americano, Nicholas Burns, rispondendo alle domande di alcuni giornalisti italiani la scorsa settimana a Roma, dove si era fermato per incontri alla Farnesina, riservandosi tuttavia di rendere pubblici dettagli della revisione in corso di cui lo stesso Rumsfeld non ha ancora parlato.

“Abbiamo una relazione molto intensa a livello militare con l’Italia… (i nostri due Paesi, ndr) hanno molti interessi comuni, e abbiamo lavorato molto insieme, data l’estensione con cui l’Italia contribuisce a operazioni di peacekeeping internazionale sia Nato che Onu. Lavoriamo molto insieme perché dispieghiamo molto insieme. Vi è quindi, da parte degli Stati Uniti, una considerazione molto positiva dell’Italia e della continua volontà del governo italiano a continuare a ospitare gli americani”, aveva affermato Burns rispondendo a chi gli chiedeva se fosse vera la notizia di un crescente interesse strategico degli Stati Uniti nei confronti dell’Italia.

Adnkronos del 20/05/2005.

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