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Gli idrocarburi l`ultima risorsa della Bolivia

Le dimissioni del Presidente Carlos Mesa fanno parte di una successione di eventi che ruotano essenzialmente sulla gestione e controllo delle principali risorse del paese. Dopo aver costretto nel 2000 la multinazionale Usa Bechtel a rinunciare all`acqua di Cochabamba, recuperare la sovranità del gas e degli altri idrocarburi è stato in questi anni l`obiettivo delle rivendicazioni popolari.

     

Le riserve di gas boliviano, le seconde dell`America Latina, sono stimate in 49 trilioni circa di piedi cubici, mentre quelle di petrolio in 480 milioni di barili, per un valore di circa 120 miliardi di dollari. Nell`ottobre del 2003, per impedire la svendita dell`ultima risorsa non ancora completamente privatizzata, i boliviani si sono riversati nelle strade bloccando il paese. La Repsol, spagnola, e la British Gas, riunite nel solito consorzio fantasma e con l`accordo di altre «sorelle», Total e Shell, avevano deciso di industrializzare ed esportare il gas della Bolivia, lasciando al paese andino meno del 18% di quanto gli appartiene e una quantità infinita di costi sociali e ambientali provocati dallo sfruttamento selvaggio e senza regole.

«La guerra del gas» portò alla fuga dell`allora presidente Gonzalo Sanchez de Lozada. Carlos Mesa, suo vicepresidente, gli subentrò facendo propria la domanda dei movimenti: nazionalizzazione degli idrocarburi ed assemblea costituente.

Dopo le grandi pressioni esercitate da Washington e dalle transnazionali, in pochi mesi Mesa ha disatteso quel suo impegno. Lo scorso luglio si è tenuto un referendum-trappola, che puntava in realtà a legalizzare e salvare i 72 contratti siglati fra le multinazionali ed il governo nel 1996, gettando un po` di fumo negli occhi dei boliviani. Uno strano referendum sostenuto economicamente dalla Banca mondiale con un milione di dollari, insieme alla promessa di altri 120 per sostenere il bilancio nazionale, dal Bid (Banca interamericana per lo sviluppo) e direttamente dal vicepresidente Usa, Dick Cheney. La stessa Total ha pagato 56000 dollari agli esperti che avrebbero dovuto «confezionare» le domande del referendum. La Repsol ancor prima del voto aveva visto apprezzate dell`11% le sue azioni dalla banca di investimenti svizzera Ubs. Persino la brasiliana Petrobras, del presidente Lula, non ha badato a spese per tutelare le sue posizione di privilegio e i suoi profitti.

Ovviamente il voto, con un`astensione del 40%, non ha cambiato nulla e i 72 contratti-capestro, con scadenza 2036 e cioè quando le riserve saranno quasi esaurite, sono stati preservati.

Il Mas di Evo Morales, la seconda forza politica del paese e quella storicamente vicina ai movimenti, ha chiesto la revisione dei 72 contratti sottoscritti nel 1996 con Repsol, Petrobras, Total e British. Lo scorso 3 giugno la Repsol ha fatto sapere di essere pronta a denunciare la Bolivia per tutelare i propri azionisti. Attraverso il Financial Times la multinazionale spagnola ha definito «inevitabili» le azioni legali contro il paese andino.

Prima delle sue dimissioni, Mesa aveva proposto una legge che avrebbe aumentato al 32% le imposte sulla produzione in bocca di pozzo, portandole, insieme alle royalities, al totale del 50%.à cosa succederebbe se si procedesse a nazionalizzare il gas e a rivedere i 72 contratti. Nel frattempo le transnazionali pagano la mafia di Santa Cruz nel tentativo di dividere la Bolivia e garantirsi almeno le risorse strategiche dell`est del paese. La Repsol ha fatto sapere che punta a incrementare la produzione del 2.5% l`anno sino al 2009, prevedendo profitti netti annuali del 12% netto; ma soprattutto conta di aumentare le riserve di petrolio e gas del 50%. Programmi in cui dei diritti e del futuro dei boliviani non v`è traccia.

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