La doppia vittoria in Francia ed Olanda del fronte del No all`approvazione della nuova Costituzione europea, rappresenta un momento importante della resistenza civile contro la distruzione delle politiche sociali. I movimenti lanciano una giornata di lotta per la difesa dei servizi pubblici e il ritiro della direttiva Bolkestein.

     

DALLA DOPPIA VITTORIA DI PARIGI E AMSTERDAM LA STRADA PER UN’ALTRA EUROPA POSSIBILE

Lo straordinario uno-due offerto dalle vittorie in Francia e in Olanda del NO al referendum sul Trattato Costituzionale europeo rappresenta un punto di svolta fondamentale e imprescindibile.

Lo stesso affanno con cui la Commissione Europea, i Governi e i leader politici delle grandi famiglie politiche continentali – liberale e socialista – dichiarano che tutto procederà come prima, dimostra quanto il terremoto democratico della mobilitazione dal basso abbia minato alle fondamenta l’ideologia del pensiero unico del mercato. L’arroganza con cui i medesimi soggetti cercano di accreditare a sentimenti corporativi, xenofobi e legati alla paura la doppia vittoria del NO rivela il sacro terrore di dover ammettere l’indicibile: i popoli europei resistono alla distruzione del welfare, i cittadini europei non vogliono vivere nell’orizzonte della solitudine competitiva offerto dal libero mercato autoregolantesi. Continuano a pensarsi come comunità, ritengono beni comuni e servizi pubblici la vera sostanza del contratto per vivere assieme. E li difendono.

Cinque anni fa a Lisbona, il Consiglio Europeo elaborò la famosa strategia 2000-2010, ovvero un piano d’azione continentale che nell’arco di questo decennio avrebbe dovuto far diventare l’Europa il territorio più competitivo a livello di mercati internazionali, pur mantenendo, accanto a questo pilastro, gli obiettivi della piena occupazione, del mantenimento dello stato sociale e dell’innovazione del modello produttivo in direzione della sostenibilità ambientale.

Potevano coesistere, nell’epoca della crisi strutturale del modello economico neoliberista, la competitività con la difesa del modello sociale europeo? Evidentemente no. Ma quelli erano gli anni dell’illusione clintoniana, della “terza via” mondiale, dell’Europa quasi totalmente governata da coalizioni di centro-sinistra, e l’idea di poter governare la globalizzazione neoliberista –temperandone gli effetti più distruttivi, senza metterne in discussione le cause -rappresentava la scommessa.

Non è andata così, lo sappiamo tutti. Il modello neoliberista, per rispondere alla propria crisi, ha preso altre strade. Da una parte, scatenando la guerra globale permanente per accaparrarsi le risorse energetiche del pianeta, dall’altra cercando di valorizzare il capitale sull’unico terreno rimasto: la deregolamentazione del lavoro,la mercificazione dei beni comuni e dei servizi pubblici.

Ovvero, ha cercato di rispondere al fallimento degli Accordi di Lisbona – e alla sconfitta storica dell’ipotesi politica di “terza via”- attraverso un’uscita “a destra”: se il modello sociale europeo non è coniugabile con l’obiettivo della vittoria economica sui mercati internazionali, non resta che l’abbandono del primo per tuffarsi, lancia in resta, verso l’unico indiscutibile pilastro: la competitività.

Questo è il segno della Direttiva Bolkestein e di quella sull’orario di lavoro (e quanta insipienza nelle grida di vittoria della sinistra riformista su quest’ultima!). Questo è anche il segno del Trattato Costituzionale europeo, scritto in ermetiche stanze distanti dai popoli – d’altronde il contrario di “pubblico” è “segreto” – e rivolto all’unico obiettivo di costituzionalizzare una teoria economica, invece che un complesso di diritti individuali e sociali.

Le vittorie dei NO di Parigi e Amsterdam dicono chiaramente che il tentativo di uscita “a destra” dal fallimento degli Accordi di Lisbona non può passare. E’ una vittoria che ha la cifra dei movimenti che hanno segnato la scena politica e sociale di questi stessi cinque anni. E che hanno sempre affermato come un’altra Europa sia possibile solo a partire dal radicale abbandono delle ricette economiche neoliberali e dell’economia della guerra. Per i movimenti nessun ritorno a Lisbona è possibile, altrove è la strada: e se dal fallimento di quegli Accordi non c’è uscita a destra, è perché è a sinistra che bisogna direzionare il timone.

Chiedendo con forza – e, per quanto riguarda il movimento italiano, con forte capacità autocritica – l’abbandono del Trattato Costituzionale e l’avvìo di un processo costituente dal basso. E approfondendo la nostra capacità di mobilitazione a livello europeo per chiedere il controllo dei capitali finanziari, diritti continentali del lavoro, una direttiva sui servizi pubblici che ne segni l’indisponibilità alle leggi del mercato, la trasformazione ecologica dei processi produttivi, i diritti di cittadinanza per tutti e un sistema fiscale europeo basato sul principio che i soldi si prendono laddove sono e per decenni sono stati sottratti alla ricchezza sociale.

Un primo appuntamento è già in calendario : su proposta della Campagna Nazionale Stop Bolkestein, fatta propria dai movimenti europei nella riunione FSE tenutasi a Praga, la costruzione per il prossimo ottobre di una giornata di lotta europea, con manifestazioni nazionali in tutte le capitali “Per la difesa dei servizi pubblici e per il ritiro della direttiva Bolkestein”

Perché se per trent’anni ci hanno detto che il libero mercato era fondativo della democrazia, oggi sappiamo che è vero esattamente il contrario. Di conseguenza, quello di cui necessita ogni politica che voglia dirsi alternativa, più che di paletti o di temi, è di una lente attraverso cui giudicare. La lente in questione è quanta porzione di vita e di società ogni provvedimento proposto sarà capace di sottrarre al mercato per restituirla alla democrazia, al contratto sociale per vivere assieme.

Quando, liberati dall’ossessione di competere, potremo finalmente dedicarci a compatire, ovvero provare comuni passioni.

Marco Bersani / Attac Italia

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