I paesi europei non dovrebbero coltivare i mais Bt geneticamente modificati perché rappresentano una potenziale minaccia per l’ambiente. Lo afferma il Professor Béla Darvas, dell’accademia delle Scienze Ungherese, ospite della conferenza stampa organizzata a Bruxelles da Greenpeace.

     

Il Prof. Darvas ha puntato il dito sulla necessità di ulteriori studi sugli effetti delle coltivazioni Ogm e ha criticato la riluttanza dell’industria biotech a collaborare con scienziati indipendenti.

I risultati delle ricerche commissionate al Prof. Darvas dal Governoungherese sul mais transgenico della Monsanto, Mon810, hanno portato l’Ungheria, lo scorso gennaio, a imporre il divieto di questo tipo di coltivazione, autorizzata invece dall’UE con ben 17 varietà di questo Ogm, iscritte nel registro europeo delle sementi. Le sue scoperte preliminari in Ungheria mostrano che alcune specie protette di farfalle e altri organismi sono sensibili alle tossine Bt prodotte da queste colture, sollevando ulteriori interrogativi riguardo ai possibili effetti secondari.

“Il mais Bt può avere gravi e non volute conseguenze su diverse specie. L’Ungheria non può permettersi il rischio di autorizzare la coltivazione di questo mais fino a quando non saranno adeguatamente studiati i reali effetti che può avere sull’ambiente. E’ per questo che l’Ungheria ha adottato un approccio precauzionale vietando il Mon 810” ha dichiarato il Prof. Béla Darvas. Il Professor Darvas ha inoltre espresso le sue preoccupazioni sul fatto che le aziende biotech non collaborano con gli scienziati: “Abbiamo chiesto diverse volte alla Monsanto di fornirci il materiale necessario per condurre ulteriori ricerche per conto del Governo ungherese, ma l’azienda ha comunicato che non desidera fornire altri semi geneticamente modificati a scopo di ricerca. Questo è assolutamente inaccettabile dal punto di vista scientifico” afferma Darvas.

“Non possiamo interrompere gli studi sulla sicurezza delle coltivazioni Ogm solo perché i risultati non sono di gradimento dell’industria biotech. Se questo riflette il grado di considerazione in cui queste aziende tengono gli impatti dei loro prodotti sull’ambiente, abbiamo tutte le ragioni per essere veramente allarmati”.

Greenpeace è preoccupata che la potenziale minaccia per l’ambiente del mais Bt e di tutte le altre coltivazioni geneticamente modificate venga consistentemente sottovalutata dall’agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa). “L’attuale ed esclusiva fiducia nei dati forniti dalle aziende biotech è irresponsabile da parte dell’Efsa, che sugli Ogm non sta assicurando il principio di precauzione”, ha affermato Federica Ferrario di Greenpeace. “L’Unione Europea deve assicurare che il principio di precauzione, che è il cuore della legislazione europea in materia di ogm, venga rispettato dall’Efsa”.

Quanto siano necessari studi approfonditi sugli ogm e quanto sia velleitario pensare di controllarli lo conferma la notizia arrivata oggi dal Giappone: intorno ai principali porti del Sol Levante crescono spontaneamente campi di colza geneticamente modificata (GE). E’ la conseguenza della contaminazione accidentale dovuta alle operazioni di carico e scarico delle sementi dalle navi, secondo quanto riferito dall’istituto nazionale giapponese per gli studi ambientali, che ha trovato colza transgenica intorno a otto dei dieci principali porti. Ma campi spontanei di colza GE sono stati trovati anche lungo una delle strade di trasporto via terra, a ben trenta chilometri dal porto di Kashima.

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