La situazione in Palestina all’indomani della elezione di Abu Mazen alla presidenza. La costruzione del Muro, l’uso eccessivo e sproporzionato della forza da parte israeliana, la militarizzazione della resistenza palestinese, il mutare dei luoghi fisici dello scontro: dal cuore delle comunità, ai checkpoint – “frontiere”. E infine, la trasformazione del movimento delle donne: dalla mobilitazione popolare alle ONG.

     

Finestra sul presente: l’elezione di Abu Mazen

La morte di Yasser Arafat – presidente eletto dell’Autorità Palestinese (AP), dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e del partito palestinese maggioritario, al-Fateh – ha improvvisamente riportato i riflettori internazionali sul conflitto israelo-palestinese, distogliendo seppur brevemente l’attenzione dall’Iraq in fiamme. Il neoeletto successore alla presidenza dell’AP, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), non ha evidentemente il carisma del suo predecessore, e pochi tra i suoi elettori lo hanno scelto sulla base della promessa elettorale di mantenere intatta la piattaforma negoziale di Arafat – in primis, su Gerusalemme, sui profughi e sui confini del futuro stato palestinese.

In realtà le aspettative legate alla sua elezione sono molto più modeste e non volano più in alto delle muraglie di cemento armato alte otto metri che circondano, soffocano e isolano le principali città della Cisgiordania le une dalle altre (nonostante il verdetto di “illegalità” emesso recentemente dalla Corte Internazionale dell’Aja sul cosiddetto “Muro di separazione”): ottenere permessi per uscire dalle proprie gabbie per recarsi in Israele a lavorare sottocosto, o per coltivare le proprie terre che si trovano ormai in maggior parte al di là del Muro. La possibilità di guadagnarsi dignitosamente la propria (r)esistenza contro un assistenzialismo verso il quale sono sempre più spinti dalle durissime restrizioni alla circolazione delle persone e delle merci – tra, entro e verso i bantustan palestinesi – che si sono costantemente aggravate nel corso di questa seconda Intifada ormai spenta, sconfitta, perché nonostante la legittimità delle ragioni che l’hanno partorita, non è riuscita ad aggregare la maggior parte della popolazione intorno a sé utilizzando metodi non violenti, ma è stata dominata da gruppi e fazioni armate che hanno fatto della violenza sull’Altro un mezzo sostanzialmente fine a se stesso.

La seconda intifada: militarizzazione vs partecipazione popolare

La militarizzazione della resistenza palestinese all’occupazione israeliana – elemento che in sé ha contribuito fattivamente alla marginalizzazione della maggioranza della popolazione, e che ha fornito un alibi superficiale ma efficace a molte forze politiche ed istituzioni internazionali per esimersi da responsabilità politiche “scomode” in epoca di “guerra globale al terrorismo” – non è però principalmente riconducibile ad una scelta strategica della leadership palestinese, ma è il risultato dell’interazione di una molteplicità di altri fattori:

(a) la depoliticizzazione e smobilitazione popolare conseguenti all’istituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese, e la scomparsa di molte delle realtà autorganizzate che avevano costruito la prima intifada;

(b) l’uso eccessivo e sproporzionato della forza da parte israeliana che ha stroncato sul nascere ogni tentativo di riorganizzazione non violenta della società civile palestinese; e

(c) il mutare dei luoghi fisici dello scontro: dal cuore delle comunità, ai checkpoint – “frontiere” che secondo gli accordi di Oslo regolano ingresso ed uscita dalle zone dell’Autonomia Palestinese (area A) verso le aree a controllo militare congiunto o esclusivo israeliano (rispettivamente, la zona B e la zona C), presidiate dai soldati israeliani (formalmente “usciti” dai principali centri abitati palestinesi) e che sono state quasi quotidianamente teatro di scontri.

L’assenza del contesto comunitario, il restringimento del “campo di battaglia” e degli attori che in esso si muovono sono fattori che non soltanto hanno determinato un altissimo tasso di mortalità negli scontri, ma che hanno anche avuto precise connotazioni di genere, deprimendo la partecipazione delle donne.

Tra prima e seconda intifada: la partecipazione delle donne

È proprio l’assenza delle donne dalla “linea del fronte” che contraddistingue visibilmente l’intifada di Oslo (Kuttab, 2001) rispetto alla “rivolta delle pietre” esplosa nel 1987, la sostenibilità della quale si costruì precisamente sull’esperienza, sui modelli e sulla legittimazione sociale costruite negli anni ’80 dai comitati delle donne (women’s committees).

La partecipazione attiva e diffusa delle donne alla resistenza fu invero essenziale nel determinarne la natura popolare e non violenta: caratteristiche fondamentali che non soltanto ne consentirono la lunga durata, ma contribuirono anche in modo preponderante a “disarmare moralmente” lo stato di Israele – che si trovava a fronteggiare la rivolta delle pietre con i carri armati – suscitando nello stesso tempo un vasto movimento internazionale di solidarietà in suo favore che coinvolse anche parte della stessa società israeliana – anzitutto, donne.

Rispetto a questa esperienza, l’invisibilità delle donne che contraddistingue la seconda Intifada è indice di una generale latitanza della società civile organizzata: un fenomeno ascrivibile al concorso di molteplici fattori che hanno variamente contribuito alla svalutazione dell’attivismo popolare di massa che aveva contraddistinto la prima Intifada, il cui esito principale era stato precisamente l’avvio del processo di pace con Israele e la firma degli Accordi di Oslo, ormai defunti.

Dalla mobilitazione popolare alle NGO: la trasformazione del movimento delle donne

Questa assenza è d’altronde strettamente legata alla generale crisi di fiducia nelle attuali forme della rappresentanza politica – una crisi che non risparmia il movimento delle donne. La scelta di concentrarsi su attività di lobbying a livello istituzionale nel periodo di Oslo, ha infatti contribuito ad allontanarlo dalla propria base popolare, depotenziandolo dal punto di vista della rappresentatività sociale e privandolo della forza ed incisività conseguenti all’attribuzione di una genuina valenza nazionalista alle proprie attività.

Parallelamente, in questi anni si è assistito ad una massiccia “NGOizzazione” del movimento delle donne: comitati ed associazioni volontarie si sono trasformati in organizzazioni non governative di professioniste, connotate politicamente dell’affiliazione delle rispettive “direttrici” – molto spesso, quadri di partiti politici nazionali dominati dagli uomini.

La leadership” è divenuta “management” e la “base/ constituency” un “bacino di utenza”: alle “beneficiarie” dei servizi offerti dalle ONG non viene richiesto alcun tipo di sostegno o coinvolgimento politico; parallelamente, l’impellenza dei bisogni non riconosce altro vincolo da sé, e perciò le medesime possono continuare a sorvolare agilmente proprio su quelle caratteristiche di affiliazione politica che contraddistinguono l’organizzazione alla quale si rivolgono.

Quel che ne consegue, è l’attuale incapacità di queste realtà non soltanto di “rappresentare” un proprio “bacino” ma anche di “arrivarvi”, di sentirne la voce, in quanto la sua destrutturazione – legata all’opportunismo di cui sopra – ne impedisce l’identificazione e costringe a “rappresentare” senza neppure il pericolo/opportunità di venire da esso sconfessate o delegittimate. Il donatore internazionale diventa infine l’interlocutore principale al quale rispondere del proprio agire – è superfluo ricordare quanto ciò influisca sull’agenda e sulle priorità d’intervento decise dalle diverse organizzazioni (e Ministeri dell’AP: ma questa è un’altra storia).

Schiacciate tra un nazionalismo perdente e movimenti politici religiosi in ascesa

La crisi del movimento delle donne si è ulteriormente aggravata con la forte ascesa di partiti e movimenti politici islamici alla quale si è assistito durante il corso di questa seconda Intifada. La popolarità di questi raggruppamenti è legata a molteplici fattori – il discorso politico massimalista, il richiamo alle tradizioni ed alla religione, la strategia di resistenza adottata, etc. – ma indubbiamente ciò che lo ha maggiormente favorito è stato proprio il fallimento dell’ideologia nazionalista, ad oggi incapace di portare alla costituzione di uno stato palestinese indipendente.

Inoltre, negli ultimi decenni, Hamas, il partito politico islamico per eccellenza, ha costruito in modo capillare strutture di scolarizzazione, socializzazione ed assistenza che hanno evidentemente svolto anche funzioni di inculturazione e socializzazione primaria tra la popolazione palestinese. Dell’esistenza di queste strutture e servizi le donne hanno tratto enorme sollievo e vantaggio, in quanto sono andate ad alleggerirne l’infinito lavoro di cura loro spettante in una società fortemente patriarcale basata sul sistema della famiglia estesa (hamula).

L’accresciuta influenza del movimento islamico sulla società palestinese non è però soltanto né eminentemente una questione di quante più donne con il “velo” (hijab) si vedono nelle strade – senza poter trattare in questa sede dei molteplici significati che le donne stesse gli attribuiscono nell’indossarlo. La popolarità di questa ideologia è servita soprattutto, ad esempio, ad affossare ogni istanza di riforma in senso progressista e/o secolare del Codice di Famiglia. Le attiviste del movimento sono state a più riprese accusate di “egoismo”, di essere al servizio dell’Occidente, di voler snaturare i fondamenti della propria società quando ancora questa si trovava sotto occupazione militare, soggiogata.

Come già altre volte in passato, il corpo e le libertà delle donne si sono quindi fatti teatro di una battaglia per l’affermazione al potere tra nazionalisti al governo e forze politiche religiose all’opposizione. La debolezza strutturale dell’Autorità Palestinese – priva di una reale sovranità territoriale e dotata soltanto di una limitata autonomia funzionale – ha creato le condizioni affinchè la sua leadership, seppur mantenendo un’ambiguità di facciata, agisse di fatto secondo l’imperativo: “non cedere sulle donne”. In questo scontro per il potere, le istanze delle donne sono state costantemente sottaciute, rimandate, svalorizzate.

La nascita del Ministero per gli Affari delle Donne (Ministry of Women’s Affairs)

È nel dicembre 2003 che assistiamo alla nascita del Ministero per gli Affari delle Donne, diretto da Zahira Kamal, esponente di rilievo del partito FIDA, con alle spalle una lunga storia di militanza politica di base nel movimento delle donne. Quale gabbia dorata migliore per le istanze di eguaglianza di genere di un Ministero impossibilitato per mandato a fornire servizi, e costretto a costruirsi consenso e popolarità sulla base di azioni di mainstreaming e lobbying a livello istituzionale – attività, per natura, inconoscibili ai più?

Nello stesso tempo, questa debolezza mandataria – che impedisce al Ministero di dare una giustificazione immediata e visibile all’utilita’ pratica e materiale della sua esistenza – lascia però spazio per un’agency diffusa alle numerosissime organizzazioni non governative di donne presenti sul territorio, senza soverchiarle né sostituirsi ad esse, ma a loro alleandosi per portare le istanze delle donne dalle piazze alle stanze del potere. Proprio in questo modo il movimento è riuscito ad arginare l’affossamento della proposta di legge sulla “quota” alle elezioni amministrative, ottendo che laddove vi fossero donne candidate ai consigli locali di villaggio, due seggi fossero riservati a loro. La prima tornata delle elezioni amministrative, che ha interessato ventisei circoscrizioni, ha visto una presenza di elette piuttosto consistente (la prossima sarà nel maggio 2005). D’altronde i temi delle donne non sono un patrimonio che si eredita per virtù biologica: tra le elette, sono numerose coloro che si richiamano ai partiti politici islamici.

Si tratta comunque di un’importante conquista, materiale e simbolica, che darà l’opportunità alle donne di misurarsi con le difficoltà e le opportunità che attengono all’esercizio del potere politico all’interno delle proprie comunità. Il passo successivo, è riuscire ad ottenere una quota per le elezioni del Consiglio Legislativo Palestinese che si terranno nel prossimo luglio: è su questo piano che si stanno ora concentrando gli sforzi del movimento.

I prossimi mesi

D’altra parte, nei prossimi mesi sarà ancora più difficile riuscire a portare l’agenda sociale all’attenzione delle istituzioni palestinesi. L’auspicata ripresa dei negoziati con Israele sui punti chiave del conflitto (Gerusalemme Est, i profughi, le colonie, l’acqua, i confini) ed il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza, assorbiranno prevedibilmente tutti gli sforzi della leadership nazionale – tenendo anche in considerazione che molto probabilmente si assisterà ad un rimpasto di governo.

Nel mentre, la costruzione del Muro è stata quasi ultimata, e pare che il prossimo passo sarà di collegare i bantustan palestinesi gli uni agli altri con tunnel a loro riservati – per i coloni e per i cittadini israeliani, vi saranno ponti che scavalcheranno fisicamente queste enclaves di nativi “residui”. Il governo israeliano ha già chiesto finanziamenti all’Unione Europea per costruire queste nuove “reti stradarie”, ma finora gli sono stati negati. Il processo è comunque già in atto.

Pubblicato nella rivista MAREA, numero di Marzo 2005

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