Secondo le stime dell`OIL, dodici milioni di persone sono soggette ai lavori forzati nel mondo. 360.000 di loro sono sfruttati nei paesi industrializzati e il 75% di questi (270.000 circa) è vittima del traffico illegale di esseri umani. Di questi, infine, il 55% è costretto allo sfruttamento sessuale commerciale.

     

“Docici milioni di persone nel mondo sono coinvolte nei lavori forzati. È un problema che riguarda tutti i Paesi e tutti i tipi di economie”. È quanto ribadito oggi dall`inglese Roger Plant autore del rapporto mondiale dell`OIL, “Un`alleanza globale contro il lavoro forzato”, presentato in anteprima a Londra l`11 marzo scorso ed esaminato oggi a Torino presso il Bit (Bureau International du Travail) con particolare attenzione ai Paesi industrializzati.

“Il lavoro forzato una volta era un abuso dello Stato contro i cittadini – ha sottolineato Plant – oggi è presente nel settore privato. Su cinque lavoratori coatti, quattro, secondo la nostra ricerca sono vittime di agenzie, enti, o società private impegnate nell`economia sommersa. I lavori forzati, problema molto diffuso in Asia, sono in forte crescita in tutti i Paesi industrializzati del mondo”.

Un affare colossale. Il traffico di esseri umani, come è stato ricordato e come emerge dal rapporto “genera un volume di guadagni stimato intorno ai 32 miliardi di dollari, pari al Pil (Prodotto interno lordo) di oltre 100 Paesi. Quasi la metà di questi guadagni sono realizzati nei Paesi più ricchi del mondo e le cifre più alte provengono dallo sfruttamento sessuale a fini commerciali”.

Per tentare una soluzione è stata suggerita “un`alleanza mondiale” attraverso la volontà politica, l`attuazione di leggi che già esistono “e la prevenzione quale la sensibilizzazione dei consumatori dei prodotti realizzati attraverso i lavori forzati”, hanno sottolineato Gioacchino Polimeni, direttore dell`Unicri (Istituto interragionale delle Nazioni Unite per la ricerca sul crimine e la giustizia) e Cecilia Brighi dell`ufficio relazioni internazionali della Cisl.

Nel mondo industrializzato,secondo le stime del rapporto dell`OIL, 360.000 persone sul totale di 12,3 milioni, sono soggette a lavoro forzato; il 75% del totale (270.000 circa) è vittima del traffico illegale di esseri umani e di questi il 55% è stato costretto allo sfruttamento sessuale commerciale.

“Le cifre sono inferiori a quelli dei Paesi in via di sviluppo – ha sottolineato Roger Plant – tuttavia preoccupano”. Ad aggravare il problema contribuiscono le dinamiche dell`economia globale – crescita dell`economia informale priva di regole, della disparità di guadagni, e di disoccupazione e sottoccupazione croniche. I lavoratori migranti, atratti da salari potenziali migliori di quelli che potrebbero ottenere nella loro patria, aderiscono all`invito ad espatriare e poi sono soffocati dai debiti verso coloro che li hanno reclutati.

Molti Paesi hanno cominciato un`autentica lotta contro i lavori forzati e le nuove forme di schiavitù realizzando piani d`azione come il Brasile e il Pakistan, e nuove leggi che condannano il traffico di esseri umani.

“Spesso il lavoro forzato resta pero` invisibile – è stato ricordato oggi a Torino – molti governi sono riluttanti a riconoscerne l`esistenza. Le stesse vittime preferiscono non denunciare la situazione nel timore di ritorsioni da parte dei loro sfruttatori ed anche delle autorità preposte all`immigrazione o della magistratura”.

Tra i primi passi indicati per contrastare il lavoro forzato c`è il riconoscimento che esiste seguito dall`introduzione di messaggi chiari, un piano nazionale per contrastare il lavoro nero, risvegliare le coscienze e mobilitare la società. “Solo in questo modo si puo` costruire un`alleanza mondiale – e` stato ribadito – per sconfiggere il flagello dei lavori forzati”.

Tutti dovrebbero interessati a risolvere il problema perche` “le imprese non vogliono trovare il lavoro forzato il fondo alla cetane dei subappalti; i consumatori preferiscono acquistare prodotti che sanno esenti dallo sfruttamento dei lavoratori; i paesi hanno bisogno di cittadini impegnati uin un lavoro produttivo”.

AGI online, 19 maggio 2005

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