`Sono solo l’ombra del maschio, o addirittura sono invisibili le donne nepalesi; non riconosciute all’atto della nascita, possono ottenere la cittadinanza dopo aver superato i 15 anni ma solo su richiesta del marito o del padre, vengono obbligate a sposarsi giovanissime, sono in maggioranza analfabete e due volte vittime dei conflitti e della crisi che da anni attanagliano il loro Paese`.

     

Viene a raccontarlo in redazione alla MISNA Renu Sharma Upreti, 32 anni, ideatrice e anima dell’associazione nepalese ‘The Women Foundation’ che sta sviluppando un progetto in collaborazione con l’italiana Pangea, motivo per cui la Upreti si trova in questi giorni in Italia.

“Per i civili nepalesi – precisa l’ospite della MISNA in un vivace incontro con i redattori – la vita non è facile: da una parte un monarca tirannico su cui corrono le voci più pesanti; dall’altra la guerriglia dei ribelli maoisti che dal 1996 tentano di rovesciare la monarchia e attuare una drastica riforma agraria; e poi l’esercito e i paramilitari, reclutati dai soldati quasi a forza tra i più poveri. In questo contesto, a pagare il prezzo maggiore sono i soggetti più deboli della società, ovvero le donne e i bambini”.

La storia di Renu è un’eccezione: nata nel Panchtar, una zona rurale, il padre le ha permesso di studiare e trasferirsi nella capitale, Kathmandu, dove nel 1989 ha dato vita alla fondazione. L’attività della guerriglia non ha come obiettivo principale le donne ma di fatto si risolve a loro danno: “I maoisti – racconta Renu – irrompono regolarmente nei villaggi per reclutare nuovi adepti e chiedono ai capi-famiglia di versare loro molto denaro o si portano via i figli; è gente di solito poverissima, la maggior parte delle volte costretta ad assistere impotente al sequestro dei giovani, non solo i maschi; nelle file dei maoisti ci sono diverse donne, ma non ne ho sentita nemmeno una sostenere di aver aderito al movimento per motivi politici o ideologici”.

Ci sono poi le mogli rimaste senza marito a causa della guerriglia: “È l’uomo che va alla guerra, così accade che ci siano interi villaggi di vedove e se il marito risulta disperso, ma non è dimostrato che è morto, tutte le sue proprietà non possono essere trasferite né alla moglie né ai figli e restano letteralmente senza proprietario; accade così che donne in teoria benestanti rischiano la fame insieme con i loro bambini perché la proprietà, in Nepal, resta sempre e comunque un diritto maschile”. Inoltre, come in ogni conflitto, le donne sono spesso vittime di violenze e abusi sia da parte dell’esercito sia dai maoisti. “In una società come la nostra capita che le nepalesi abusate debbano subire un’ulteriore discriminazione quando rientrano nelle proprie famiglie, come se avessero una qualche colpa per l’atto di violenza subíto”.

A complicare ulteriormente le cose c’è la divisione in caste della società: “Per legge non dovrebbe più esistere ma nella pratica è ancora attuata, in particolare nelle aree rurali; anche nelle caste elevate, per esempio tra i bramini, il marito cammina dieci metri avanti alla donna, nei negozi la moglie non può toccare la merce perché la renderebbe impura e, quando i due vanno in albergo, devono chiedere stanze separate”.

Anche ai vertici del Paese la situazione non cambia: a fianco del controverso re Gyanendra, che nel febbraio scorso ha sciolto il governo e dichiarato lo stato di emergenza, c’è una regina priva di qualsiasi autonomia e praticamente “murata viva nel palazzo”.

“La sovrana Komal Raj Lakshmi Shah Devi appare a fianco dello sposo nei manifesti della coppia reale che tappezzano ogni angolo del Nepal, ma per il resto è una figura quasi inesistente: è rarissimo che partecipi a incontri pubblici ed è in sostanza priva di qualsiasi diritto, proprio come le altre nepalesi di ogni casta ed età”. Negli ultimi mesi il monarca ha fatto arrestare centinaia di politici e attivisti per i diritti umani ma non per questo è riuscito a fermare la guerriglia, costata la vita finora ad almeno 12.500 persone.

Con lo slogan “Essere donna in Nepal, tra guerra e diritti negati”, l’associazione italiana Pangea ha deciso di lanciare un progetto di assistenza alle nepalesi con programmi di istruzione e microcredito per favorire lo sviluppo di quattro province. Nel concludere il suo incontro alla MISNA, l’attivista nepalese ribadisce un appello della sua gente, in particolare delle donne, e una frustrazione: “La popolazione continua a invocare un mediatore internazionale che lavori per riportare la pace nella nazione; ma purtroppo al resto del mondo non sembra importare molto delle sorti del nostro Paese”.

NEPAL 20/5/2005

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