Migliaia di persone sono tornate in piazza in Bolivia per chiedere le dimissioni del presidente Carlos Mesa, la chiusura del parlamento e soprattutto la nazionalizzazione totale dell’industria energetica.

     

Molti manifestanti si sono riversati dalla città satellite di El Alto alla capitale La Paz, coprendo una distanza di circa 12 chilometri, e hanno tentato di prendere d’assalto il parlamento, che comunque nelle prime ore della mattina era già stato evacuato. Per disperdere la folla la polizia ha utilizzato lacrimogeni e mezzi blindati provvisti di idranti. Due deputati boliviani, Alejandro Zapata e Simona Mamani, hanno cominciato uno sciopero della fame in appoggio ai manifestanti.

Nel resto del Paese si sono tenute nelle stesse ore altre tre marce di protesta, organizzate dal ‘Movimento al socialismo’ (Mas), guidato dal deputato Evo Morales, dalla ‘Centrale operativa boliviana’ (Cob) e da altre organizzazioni costituite da lavoratori agricoli e comunità indigene.

Pochi giorni fa Mesa aveva deciso di rinviare alle Camere la legge sugli idrocarburi, approvata dalla Camera dei deputati. Il testo mantiene al 18% le royalties dovute dalle multinazionali allo Stato (tra le più basse al mondo) e introduce un’imposta diretta non modificabile del 32% sugli idrocarburi al momento dell’estrazione, portando al 50%, tra le proteste delle multinazionali, il peso fiscale complessivo.

L’opposizione boliviana vorrebbe invece portare le royalties al 50% e introdurre poi un’imposta variabile sull’estrazione.

[LM] – BOLIVIA 16/5/2005

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