Nonostante le smentite del governo italiano sulle vere ragioni della presenza italiana in Iraq, sin dall`inizio della missione militare, `Un ponte per…` aveva svelato il megacontratto petrolifero sottoscritto dall`ENI e gli interessi delle società nazionali (vedi Impregilo) alla `ricostruzione` del paese mediorientale.

     

Italia coloniale

Scadeva ieri il termine per la presentazione delle proposte di prequalifica per i bandi di gara per 17 contratti di ricostruzione in Iraq, valore, 5 miliardi di dollari, riguardanti energia, trasporti, comunicazioni e infrastrutture civili. Ecco le «coincidenze» impressionanti. 7 gennaio: il Program Management Office del Pentagono, preposto a gestire i contratti di ricostruzione, pubblica i bandi di gara; 8 gennaio: il governo italiano proroga in fretta e per decreto la presenza militare italiana in Iraq; 10 gennaio: il proconsole Bremer visita la base italiana a Nassiriya. Una ricevuta; 13 gennaio le ditte italiane entrano ufficialmente in quello che i pacifisti americani chiamano war-profiteering. Il sottosegretario alla difesa Usa, Paul Wolfowitz, l`aveva detto chiaro: solo le ditte dei paesi che sostengono l`occupazione militare possono aspirare ad aggiudicarsi i lavori – Bush ha fatto eccezione solo per il Canada. Non potranno invece farlo le ditte irachene di fatto escluse per le caratteristiche tecniche dei bandi.

D`altronde la presenza italiana in Iraq, prima che militare, è stata commerciale sin dall`inizio: i primi atti del governo sono stati infatti la riapertura dell`ufficio dell`Ice (Commercio Estero) a Baghdad, la riattivazione della copertura assicurativa Sace e l`estensione all`Iraq del fondo Simest, mentre alla «Task Force Iraq» formata in aprile al Ministero degli esteri non sono state chiamate le Ong, ma la Confindustria. A giugno, prima che arrivassero i carabinieri, era volata a Nassiriya (su un aereo militare) una delegazione dell`Eni per visitare i 2.6 miliardi di barili di petrolio che proprio in quella zona le verranno assegnati. Dopo che 19 giovani italiani sono morti sul petrolio dell`Eni, non vorremmo che altri ne muoiano per garantire le commesse, ad esempio, all`Impregilo.

Intanto la neonata polizia irachena spara su folle inermi che chiedono lavoro ed il proconsole Bremer disciplina, limitandola,la libertà di associazione. Cose di cui l`Italia condivide la responsabilità con un ministro e numerosi consiglieri, nella coalizione che governa l`Iraq. Così come condivide la decisione della svendita illegale delle proprietà pubbliche irachene e cioè dello svuotamento del paese prima che torni in mano agli iracheni. Altro che missioni di pace, questo è comportamento coloniale. E non è facile capire in quale senso la presenza militare italiana potrebbe essere, come alcuni dicono, riformata: rendendosi autonoma dal comando britannico? Promuovendo libere elezioni in alternativa alla farsa del passaggio di poteri alla «facciata araba» che gli Usa stanno costruendo?

Cosa serve perché si chieda il ritiro immediato di tale presenza? Che ci siano nuovi attacchi e nuove vittime italiane? Occorre andarsene subito e promuovere un`azione diplomatica di unità e non discriminazione tra le forze irachene prima che la presenza militare e il passaggio selettivo di potere inneschi una guerra civile. Lo chiedono, unanimi, i pacifisti statunitensi promuovendo la mobilitazione mondiale del 20 marzo: «Portare a casa le truppe ora» e che chiederemo nello stesso giorno nelle piazze di tutto il mondo.

Fabio Alberti – Un ponte per…

Il Manifesto, 16 gennaio 2004

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