Indice:
2.5. Il viaggio, lo spazio, il
tempo
2.6. L'organizzazione
socio-economica
c a p i t o l o 3. Conclusioni
Rom in Europa, Lom in
Armenia, Dom in Medio Oriente. E' il nome con
cui i popoli Zingari designano se stessi. L'origine della parola è indiana: il significato è quello di
"uomo", in particolare "uomo libero".
I vari gruppi si sono
poi distinti per il luogo di
immigrazione (antichissimi Rom abruzzesi), per il mestiere che li
caratterizza (Rom Kalderasa [calderai], Lovara [allevatori di cavalli],...) o
per altre definizioni.
Il termine con cui gli
Zingari identificano i sedentari è gagio
(femminile gagi, plurale gage).
Il termine con cui invece i
gage li identificano deriva da
"Atsingani", il nome di un'antica setta eretica proveniente dall'Asia minore. La fama di
maghi e l'alone di mistero li
accomunava ai popoli che apparvero
nell'Impero bizantino; il nome
fu trasferito ai popoli nomadi,
trasformandosi in Zingari
(italiano), Zigeuner (tedesco), Zigenar (svedese), Cingan (francese
antico), Tsigane (francese moderno). Queste denominazioni sono in genere utilizzate per definire tutti popoli nomadi.
Il solo nome che li
associa alla loro vera origine, quello di 'Indiani', è raramente usato. Invece, il
termine inglese Gypsies
deriva da una leggenda sulla loro origine egiziana (Egypcians). Il termine Bohemiens deriva dalla loro presunta origine
boema.
Le leggende.
Il mistero che
accompagna i popoli Zingari ha favorito la nascita
di ipotesi leggendarie. Per esempio, la già citata provenienza egiziana,
la discendenza da Noè o
addirittura da Caino. Sono numerose le
leggende sulle origini bibliche: gli
Zingari potrebbero essere una
delle tribù d'Israele catturate dai re
assiri nel 721 a.c.; oppure sarebbero i Cananei emigrati in Europa dopo la
conquista di Giosuè; o, ancora, i discendenti di Adamo e di una prima moglie,
precedente ad Eva: per cui, essendo sfuggiti al peccato originale, sarebbero esonerati dall'obbligo del lavoro, di "guadagnarsi il pane col
sudore della fronte".
Un'altra serie di leggende propende per l'origine
africana: illustri studiosi
europei (a cominciarono da
Thomasius) ipotizzarono per molto tempo, senza alcun fondamento, la tesi
secondo cui gli Zingari venivano da
paesi di volta in volta denominati 'piccolo Egitto' o 'Egitto'.
E quindi gli Zingari diventavano
i discendenti dei Mammalucchi cacciati dal sultano Selim, oppure i discendenti dei sacerdoti di Iside, mescolati con sacerdoti siriani...
Queste 'ipotesi'
furono riprese in Francia durante il regno di Luigi XVI,
quando l'Egitto dei faraoni era di gran moda, così come il mistero degli Zingari. Nel periodo
romantico ci sono gli ultimi
sostenitori dell'origine egiziana.
Altre leggende
raccontano di provenienze dalla Persia
(Tartari fuggiti al tempo di Tamerlano, Circassi messi in
fuga nel 1400, discendenti degli Avari sottomessi da Carlo
Magno...). E poi le origini europee: vengono dalla Valacchia ? Sono
ebrei tedeschi sfuggiti alle persecuzioni del XIV secolo (gli yiddish) ? O forse sono un misto di Ebrei e Ussiti?
Oppure, come
disse lo storico provenzale P.J. de Haitze (vissuto nel
'700), "sono un composto di tutte le nazioni" ?
Abbiamo visto che i misteri
tendono ad incrociarsi: le leggende
che riguardano i Celti sono altrettanto
numerose di quelle che
coinvolgono gli Zingari: quindi,
sono stati molti ad individuare nei druidi
(sacerdoti celti) i progenitori degli Zigani.
E' chiara la tendenza di
attribuire l'origine degli
Zingari a popoli noti per le
pratiche magiche, vissuti in Egitto, Caldea, Siria, Gallia. Alcuni ellenisti
hanno individuato nella Grecia
antica le famose origini: gli Zingari sarebbero i Siginni
menzionati da Erodoto; le sibille, le sacerdotesse di Dodona, sono state
associate alle indovine zingare. I Siginni sarebbero i Sinti, di cui parla Omero: "il popolo 'dal barbaro linguaggio' noto a Lemno, caro a
Vulcano".
C'è pure una leggenda
siciliana: gli Zigani sarebbero i misteriosi
'Sicani' che n tempi
antichi abitavano l'isola. La leggenda
più stravagante è comunque
quella di J.A. Vaillant (I Romi. Storia vera dei veri zingari, 1857):
"questi titani indo-tartari, padroni della terra che percorrevano in
lungo e in largo [diedero] il loro nome a Romolo, fondatore di Roma,
introdussero il culto di Diana ed
Apollo, inventarono il Vangelo 11
secoli prima di Cristo..."
Ancora leggende che
s'intrecciano: gli Zingari sarebbero discendenti di una popolazione preistorica vissuta in Atlantide, il misterioso continente distrutto da un cataclisma. I
sopravvissuti sarebbero sbarcati in
Africa, fermandosi (ovviamente) in Egitto.
La favola di Atlantide
colpì la fantasia di Folco de Baroncelli-Javon, poeta provenzale:
"immaginò gli atlantidi in fuga sui loro navigli, gli uni verso ovest, dove sarebbero stati
gli antenati degli Indiani d'America,
gli altri verso est per entrare nel Mediterraneo e sbarcare nella Camargue, millenni prima che vi si
instaurasse il culto di Sara la Kalì, Sara la Nera" (Vaux de Foletier,
1977, p.31).
E' importante notare
che quasi tutte le leggende non sono il frutto della fantasia popolare, ma sono
teorizzazioni 'colte' di illustri studiosi occidentali, per un arco di tempo che va dal medioevo fino al XIX
secolo.
La storia antica, in
India.
La lingua zingara
indica il percorso seguito dalle popolazioni: il romanì appartiene alla
famiglia indo-europea, il cui
vocabolario e la cui grammatica si lega al sanscrito. Fa quindi
parte delle lingue del gruppo indiano, ed è molto simile all'hindi ed al
kashmiri.
L'origine indiana è
ormai fuori discussione. Gli
Zingari sono una popolazione indo-ariana, la cui
provenienza rimane dubbia: Dom, infatti, è il nome di un agglomerato di gruppi etnici indiani molto antichi. In un trattato sanscrito di astronomia del VI secolo è associato al nome
"Gandhavra" (musicista). Questi riferimenti non sono sufficienti
a definire la zona indiana di
provenienza: le ipotesi più accreditate si riferiscono alla zona nord-est
dell'India ed alla casta dei paria, la
più bassa della società indiana. Tuttavia ci sono interpretazioni che
negano questa appartenenza di classe e si riferiscono all'abilità degli antichi
Zingari nell'artigianato del ferro.
Le motivazioni che
spinsero alla migrazione sono sconosciute: si possono ipotizzare conflitti con
popolazioni di invasori o motivazioni che da sempre spingono
ad emigrare: la
fame, il desiderio
di condizioni migliori.
Michele Kunavin,
ziganologo russo, raccolse nel 1840 le
leggende degli zingari degli Urali.
Considerando l'importanza della trasmissione
orale tra le generazioni,
alcuni di questi racconti appaiono molto significativi:
"In quel paese in cui sorge
il sole dietro una montagna scura, c'è una città grande e meravigliosa, ricca
di cavalli. Tanti secoli fa, tutte le
nazioni della terra viaggiavano verso
quella città, a cavallo, a dorso di
cammello, a piedi... Tutti vi
trovavano rifugio. C'erano pure
nostre bande. Il sovrano di quella città li accoglieva con favore... Vedeva che i loro cavalli
erano ben curati e propose loro di stabilirsi nel suo impero. I nostri padri accettarono e piantarono le loro tende nelle verdi praterie. Là vissero a lungo,
contemplando con riconoscenza l'azzurra
tenda dei cieli... Ma il Destino e gli
spiriti del male vedevano con dispiacere la felicità del popolo dei
Rom. Allora mandarono in quelle
contrade serene i malvagi cavalieri Khutsi, che appiccarono il fuoco alle tende del popolo felice e, dopo aver
passato gli uomini a fil di spada, ridussero in schiavitù le donne e i bambini.
Tuttavia molti riuscirono a fuggire e
da allora non osano più sostare
a lungo nello stesso posto".
"Molto, molto tempo fa,
quando i nostri antenati non sapevano nulla dei veloci cavalli, quando,
come le altre razze, vivevano in case
di legno e di pietra, una grande afflizione colpì il nostro
popolo... Trattati come paria disprezzati dall'umanità, i nostri antenati vivevano in continua paura,
tremando davanti ad ogni soldato o
contadino, perché ognuno aveva il
diritto di uccidere i figli
della nostra razza... Nuovi nemici arrivarono dalle alte montagne, intrisero
del nostro sangue le nostre
praterie, i nostri campi, i nostri
giardini; credevano che la nostra razza stesse per perire. Ma [la dea]
Laki decise altrimenti: mandò cavalli
veloci per salvare il nostro
popolo dalla morte. Migliaia
di cavalli galopparono giù dalla montagna e i nostri antenati li
presero per fuggire lontano dal nemico.
Il popolo dei Rom fuggì su quei cavalli, come il cervo davanti al lupo. Per
questo motivo fuggono ancor oggi perché sono
sempre circondati da
nemici" (cit. in Vaux de Foletier, 1977, p.40).
La data del primo
esodo è approssimativa: la si fissa intorno al
Mille, che è la data in cui,
secondo i linguisti, apparvero le lingue
indo-ariane.
Prima tappa: la
Persia.
Nel 1011 il poeta
persiano Fidursi terminò il "Libro dei Re": in esso si racconta
l'arrivo di diecimila 'Luri', accolti dal re Behram-gor, che li chiese a suo
suocero, il re indiano Shengùl:
"O re cui giunge la preghiera
altrui,
Di girovaghi musici trascegli
Uomini e donne, a diecimila, tali
Che cavalcando battere in cadenza
Sappian liuti, e a me li invia
ben tosto
Perché la voglia mia per questa
gente,
Celebre tanto, satisfatta
sia". (trad. Italo Pizzi)
Nonostante il carattere
leggendario dei testi, rimane
rilevante la testimonianza scritta
dell'arrivo in Persia
di un popolo nomade
proveniente dall'India prima del X secolo, con una reputazione di musici di
grande talento.
Le tracce del lungo
soggiorno persiano sono ancora presenti nella lingua zingara, a
cominciare dal termine
'darav' (mare), derivato
dal persiano 'darya'. E' incerta la
permanenza di popoli zingari in
Persia fino ad oggi, anche a
causa della confusione che
spesso i viaggiatori hanno
fatto con gli Arabi nomadi ed in
particolare con i Beduini. Sicuramente, il viaggio proseguì verso nord-est,
attraverso l'Armenia ed il Caucaso. Ancora una volta, sono elementi linguistici
a svelarci il percorso degli
Zigani: 'grast' (cavallo, termine armeno), 'vurdon' (carro, termine osseto).
I gruppi zingari che
sono rimasti in Armenia e nei paesi
transcaucasici si chiamano 'Lom': sono in genere cristiani o musulmani. Ma la maggior parte della popolazione proseguì il viaggio, probabilmente intorno al secolo XI, al tempo della guerra tra
l'esercito di Bisanzio e quello dei Turchi Selgiuchidi.
Il viaggio prosegue nelle terre
di Bisanzio.
Tra il 1100 ed il 1300
i popoli nomadi entrano nelle
terre dell'Impero bizantino. Qui viene
loro attribuito il nome della setta manichea
degli Atsingani, da cui deriva il nome che ancora oggi li
contraddistingue. Da questo periodo
iniziano le testimonianze scritte,
che segnalano presenze zingare
nelle isole greche ed in Medio Oriente.
La città di Modone
(oggi Methoni), situata a metà strada
tra Venezia e la Terra Santa, era uno
dei principali centri zingari. Le testimonianze
sono numerose, anche perché la città era uno degli scali dei viaggiatori diretti
a Gerusalemme.
Prima della conquista
turca, gli Zingari erano numerosi anche nei
paesi vicini alla Grecia: alla metà
del '300, erano molti i 'Cingarije' del regno di Serbia, dove vivevano facendo i
maniscalchi.
Numerosi Zingari
vivevano in Valacchia, prevalentemente in condizioni di schiavitù: nel 1386,
Mircea I, voivoda di Valacchia,
confermò la dona- zione (fatta nel
1370) di quaranta famiglie Atsigane al monastero di S. Antonio. La situazione in Moldavia era simile: l'origine della
schiavitù è incerta: si può ipotizzare l'arrivo degli Zigani nel 1200, come
prigionieri di guerra (e quindi
come schiavi) degli invasori
Tartari. In seguito, avrebbero
mantenuto la condizione servile.
Lo storico rumeno
Panaitescu ipotizza un motivo d'ordine
economico: in seguito alle Crociate,
l'area del Danubio era diventata
particolarmente prospera grazie ai commerci. La 'divisione del lavoro'
di quella società aveva reso indispensabili
gli Zingari, in quanto artigiani
(fabbri, costruttori di laterizi)
di valore. Ma, poiché
rifuggivano un impegno prolungato e si spostavano spesso, furono resi schiavi
e costretti all'immobilismo nei
domini di principi e signori. Vi erano
inoltre gli schiavi dello Stato (Zingari della Corona) e del clero (metropolita, vescovi, monasteri). Gli
Zingari di Romania restarono schiavi
fino alla metà dell'800.
Nelle terre greche,
gli Zingari acquisirono la parola 'drom' (strada, in greco dromos'), mentre gli
Zingari siriani conservarono il
termine di origine indiana. 'Beng'
(rospo, rana) è il
termine zigano che
si riferisce al diavolo, derivato (secondo lo ziganologo greco
Paspati) da un'immagine tipica delle
chiese bizantine: San Giorgio che
trafigge il demonio, raffigurato come
un dragone.
Arrivo in Occidente.
All'inizio del 1300,
prosegue la marcia plurisecolare degli
Zingari. I popoli moldavi e valacchi
desideravano sfuggire alla schiavitù,
gli abitanti delle terre bizantine fuggirono all'invasione turca, che
arrivò alle porte di Costantinopoli, e in Serbia e in Bulgaria.
Non fu un esodo di
massa, solo alcuni si spostarono, ed
ancora oggi la maggioranza dei
popoli zingari vive nell'Europa orientale. Il cammino delle carovane non
era facile: spesso raccontavano alle autorità di essere
pagani, provenienti dall'Egitto, convertiti al cristianesimo, poi ancora pagani
ed infine riconvertiti ed in pellegrinaggio, per scontare le colpe commesse. Nel Medioevo ogni buon cristiano aveva il dovere di dare aiuto ed assistenza ai pellegrini, e
cosi gli Zingari furono molto
facilitati. Inoltre, la leggenda che raccontavano aveva un fondo di verità, poiché nei paesi bizantini, furono spesso costretti a convertirsi al Cristianesimo o all'Islam.
Un gruppo orientale
riuscì persino ad ottenere lettere di protezione per duchi e vescovi, scritte da Sigismondo, re di Boemia
e d'Ungheria.
Grazie a questi
espedienti, gli Zingari percorrono la Germania (Amburgo, Lubecca,
Rostock,...). Alcuni scendono verso il sud, verso
Lipsia, mentre altri gruppi giungono in Svizzera.
I cronisti
dell'epoca (siamo all'inizio del '400) parlano di vestiti miserabili, ma
di abitudini sfarzose. In Germania gli Zingari furono imitati da
gruppi di persone di lingua germanica, che adottarono la vita nomade ed i
mestieri dei nomadi: gli Jenische.
In Francia e in Italia, di
fronte al Papa.
L'arrivo dei
gruppi zingari in Francia
è segnalato nel 1419. Il
22 agosto, un gruppo arriva nella
città di Catillon-en-Dombes.
Presentano lettere al duca di Savoia ed all'imperatore. L'incontro con
i cittadini è cordiale, basato sullo
scambio di doni. In altre città c'è
maggiore diffidenza, che però viene superata. La città di Tournai,
appartenente al regno di Francia, elargì dodici monete d'oro, più pane e birra. Gli 'Egiziani' (cosi venivano chiamati)
tornarono anche la
primavera seguente, suscitando la stessa curiosità nei cittadini, che ammiravano l'abilità dei cavalieri e degli stessi cavalli, e si "facevano dire la buona ventura".
Talvolta le lettere di
protezione di principi e duchi non bastavano.
Fu allora deciso di ottenere una lettera di protezione universale. L'unica persona che poteva scriverla era il
Papa. Nel luglio del 1422 un gruppo di
Zingari parte per Roma, ad incontrare Sua Santità Martino V.
Passano per Bologna e
Forlì, dove raccontano di compiere un
viaggio di penitenza, per tornare
"nella retta fede".
Negli archivi
vaticani non c'è traccia di
questo incontro, tuttavia questo periodo presenta molte
altre lacune di documentazione.
Gli Zingari utilizzarono per oltre un
secolo il documento pontificio, che
permetteva "privilegi del papa e
dell'imperatore, per cui potevano
andare per il mondo senza pagare alcun pedaggio o gabella". Il
testo integrale della lettera di Martino V
è conservato in una traduzione
francese, proveniente dalla Lorena:
"Tutte le autorità
ecclesiastiche e civili sono richieste di
lasciar passare
liberamente nel mondo, per terra e per mare, il duca Andrea del Piccolo Egitto
['capo' della spedizione] e tutta la sua truppa, con i loro cavalli e i loro
beni, senza pagare alcuna tassa né diritto di passaggio, e sono promesse grazie eccezionali di assoluzione (è rimessa la metà dei peccati) ai
fedeli che si mostreranno
generosi con quei pellegrini".
Un errore di un
anno nella datazione e la
strana formula nell'as- soluzione fanno dubitare dell'autenticità del
documento. Presumibil- mente,
come si evince da numerose testimonianze,
Martino V incontrò realmente il "duca del Piccolo
Egitto" ed i suoi e forse rilasciò
anche la lettera, che poi fu
spedita ai vari gruppi e modificata a seconda delle esigenze dei vari portatori. Un altro esempio della capacità dei popoli Zigani di utilizzare le debolezze dei gagè (esemplare il riferimento
alla "metà dei peccati" condonati
a chi si mostra generoso nei
confronti di "questi pellegrini").
Dopo il viaggio in Italia,
molti tornarono indietro,
altri rimasero. Probabilmente,
i Rom dell'Italia meridionale provengono invece
dalle terre dell'Impero bizantino,
arrivati via mare prima del viaggio
del duca Andrea.
In Spagna, in Gran Bretagna, in
Scandinavia.
Proseguiamo il nostro
viaggio: pochi anni dopo
il loro arrivo
in Francia, alcuni Zingari continuano per la Spagna. Probabilmente,
nessuno fra i Gitani (Zigani spagnoli)
proviene dall'Africa:
l'analisi linguistica evidenzia
molti termini provenienti dal greco, inoltre
ci sono prove che avessero già
attraversato la Francia: in particolare, facevano appello alla protezione del
Papa.
Gli Zingari passano
dall'Aragona alla Catalogna fino all'Andalusia. L'11 giugno 1447 sono a
Barcellona. Nelle città di Spagna i
'capi' zingari, che si qualificano come "Conti del Piccolo Egitto"
sono accolti con tutti gli onori, e ricevono doni in abbondanza.
Solo all'inizio
del '500 ci sono notizie di
"Ciganos" in
Portogallo. Nello stesso periodo sbarcano in Inghilterra ed arrivano fino
in Scozia. In queste terre, non suscitarono grande sorpresa, perché già esistevano i "Tinkers",
persone con stili di vita ed
abitudini simili a quelli zingari, che parlavano lo 'shelta', una lingua rimasta a lungo
sconosciuta ed imparentata col gaelico e con l'antica lingua irlandese.
Nella prima metà del
'600, i Gypsies (in Gran Bretagna assunsero
questo nome, poiché dicevano di venire dall'Egitto) arrivarono in
Irlanda, per sfuggire al reclutamento
militare avviato in Inghilterra.
La storia dell'arrivo
in Scandinavia ha i caratteri della leggenda:
nel 1505, una nave scozzese partì per la Danimarca. A bordo c'era
un gruppo di Zingari, con a capo Antonio Gagino, conte del Piccolo
Egitto, che aveva ricevuto dal re Giacomo
IV una lettera per il re
Giovanni di Danimarca. Successivamente, nel 1512, il
conte arrivò in
Svezia. L'arrivo degli Zingari in Norvegia è molto più triste: nel
1544, alcuni Gypsies arrestati in Inghilterra, furono deportati per ordine del
re britannico. Dalla
Germania, passando per lo
Jutland, altri Zingari arrivarono in Scandinavia, dove si
diffusero fino alla Finlandia.
In Africa, in
America.
A partire dal 1600 gli
Zingari subiscono la deportazione nelle
colonie: i portoghesi li inviano nei loro domini di Capo Verde, dell'India, del Brasile, dove vengono chiamati 'ciganos'.
Nel 1775, il re
spagnolo Ferdinando VI inviò i Gitani che rifiutavano il servizio militare in
America. Durante il XIX secolo, durante
le guerre di liberazione dell'America del Sud, inizia
l'emigrazione volontaria degli
Zigani nel nuovo continente: sono i 'Chiganeros', che vanno
in Argentina ed in Venezuela. Tra
le fine del '600 e l'inizio del '700, alcune compagnie
inglesi e scozzesi praticavano la deportazione dei Gypsies,
per farli lavorare nelle piantagioni della Giamaica o
della Virginia.
Alcuni Zingari
andarono nelle colonie volontariamente,
reclutati dalla Compagnia delle Indie;
altri furono inviati forzatamente da
Luigi XIV, alla fine del '600;
altre deportazioni furono ipotizzate
o minacciate, ma apparvero disumane e
vi si rinunciò.
Nel 1802 il prefetto
dei Bassi Pirenei, d'accordo col governo di Parigi, fece arrestare tutti gli Zingari
dei Paesi Baschi, per
deportarli in Luisiana. Il progetto
fu impedito dalla guerra con l'Inghilterra, che riprese subito dopo.
La storia del popolo zingaro è in buona parte la storia
delle persecuzioni che ha
subito. Finché l'organizzazione sociale fu
compatibile con il nomadismo, i motivi
di scontro erano per lo più occasionali e sporadici. Nel Medioevo era relativamente normale condurre una
vita errante (cavalieri, pellegrini,
ordini mendicanti). Più tardi, invece,
si verificò uno scontro tra strutture incompatibili.
Sporchi, cannibali e ladri di
bambini.
Durante il periodo di
formazione dei primi stati nazionali, quando si accentuano i processi di sedentarizzazione e di controllo sociale, gli Zingari tendono ad apparire come
diversi: non più solo il colore scuro della pelle, la "stranezza"
degli abiti, l'alone di mistero
che li accompagna, ma anche il
modo di vita diviene sospetto e
malvisto. Inizia, a partire dal
'500 ed ancora più dal '600, un processo di criminalizzazione dei modi di vita zingari: l'accusa di parassitismo dovuta alla pratica della mendicità, l'eterna accusa di essere ladri, in una società che
tende a dare sempre più importanza alla
proprietà privata. Miguel de Cervantes,
all'inizio di una delle sue 'Novelle esemplari', scrive:
"Sembra che Gitani e
Gitane non siano sulla terra che
per esser ladri; nascono da padri ladri, sono educati al furto,
s'istruiscono nel furto e finiscono
ladri belli e buoni al cento per
cento; la voglia di truffare e la furfanteria sonno in loro accidenti di cui
si liberano solo alla morte" (Cervantes, 1956).
Il "Dictionairre
universel de justice, police et finances" (1725)
di Francois-Jacques Chasles
definisce gli Zingari come
"certi pitocchi erranti,
vagabondi e libertini, che vivono di
furto, d'astuzie e di truffe, e che soprattutto fanno professione di dire la buona ventura". Inizia l'abitudine di dare
giudizi senza informarsi: se è vero che nelle cronache e negli archivi
giudiziari sono rimaste molte tracce dei
furti zingari, è altrettanto
vero che costituivano un
mezzo marginale di sostentamento. In genere si trattava
di piccoli furti (polli, legna, frutti): è tipica di tutti i popoli
nomadi l'idea che ciò che si trova all'aria aperta appartiene a tutti.
Il romanziere
inglese Fiendin fa dire ad un
re dei Gypsies: "il mio popolo è ladro, senza dubbio; ma deruba solo il vostro. E voi, voi
vi derubate reciprocamente" (H. Fielding, 1751).
Altra accusa
classica (ma priva di
fondamento) è quella per cui
le Zingare rubano i bambini. Una idea diffusa nel credo popolare, in cui
si può ravvisare più che altro la criminalizzazione del diverso. Stesso
discorso per l'accusa di cannibalismo, a lungo rivolta ai popoli zingari: nel 1782, numerosi
giornali ungheresi e tedeschi pubblicarono la notizia secondo cui numerosi
Zingari magiari uccidevano i viaggiatori e ne mangiavano i cadaveri. La "Hamburger Neue Zeitung" scrisse di
88 persone divorate. Il "Pester Intelligenzblatt" ('foglio
intellettuale di Pest', datato 4
settembre 1782) narrò di
confessioni, e di persone cotte, affumicate e divorate.
L'imperatore Giuseppe II non volle credere a tali misfatti, sospese le esecuzioni
ed i processi ed inviò una commissione sul posto.
Si scopri cosi che
nell'agosto del 1782 erano scomparse
alcune persone senza lasciare
traccia. Contemporaneamente, un gruppo di Zingari
era stato arrestato per furto. Sotto tortura, gli furono estorte delle confessioni: gridarono "li abbiamo
mangiati". Altri supplizi
portarono ad altre confessioni, ed alle
esecuzioni. Poi le persone ritenute scomparse furono ritrovate. Ma il
sospetto di cannibalismo rimase a lungo
sugli Zingari.
Heidenjachten ed espulsioni.
Tra i popoli Zigani e
le varie forme di autorità c'è una vera e
propria idiosincrasia. E le
autorità stesse (che per
loro natura esigono i controllo
sui sudditi) hanno
sempre mal sopportato
questi nomadi refrattari al
potere ed alla sottomissione.
La lista degli atti di
repressione comincia nel 1471, quando
l’assemblea di Lucerna proibì agli 'Zeginer' di rimanere in Svizzera.
Nel 1499, con la Prammatica di Medina
del Campo, i Re cattolici ingiungevano ai gitani di abbandonare la vita
errante, minacciando 100 colpi di frusta ed
il taglio delle orecchie (!). Nel 1500, alla Dieta di Augusta, l'imperatore
Massimiliano I ordinò agli Zigani di abbandonare le terre del Sacro Romano Impero.
Nei secoli successivi, le
ordinanze di espulsione
furono emesse dal Regno di Francia, dalla repubblica di Strasburgo, dai Paesi
Bassi, dalla repubblica di Ginevra,
dall'Inghilterra e dalla Scozia, dagli Stati italiani e
tedeschi, dalla Boemia, dalla Polonia e
da molti altri ancora.
Carlo V proclamò
l'espulsione degli Zingari dai Paesi Bassi del nord nel 1524. Sotto il regno di
Elisabetta, il Parlamento
inglese ordinò ai Gypsies di abbandonare "the naughty,
idle and ungodly life and company"
(il loro detestabile modo di vivere).
Quasi tutte le misure
di espulsione rimanevano inapplicate, per le scarse capacità
degli Stati di controllare il territorio. Gli Zingari si limitavano a
soggiornare nelle zone di confine
oppure nei luoghi meno accessibili, come foreste e montagne.
L'unico paese in cui
gli Zingari furono cacciati erano le Province Unite (Paesi Bassi): alla metà
del '700 non vi erano più nomadi, a causa delle 'Heidenjachten' (cacce
ai pagani), battute
con partecipazione di fanteria e cavalleria, che provocarono
la morte di molti Zingari.
Nel 1594, due membri
delle Cortes di Castiglia proposero di
separare i Gitani dalle Gitane, in modo
da estinguerne la razza. Nel 1631, Juan
de Quinones pubblicava il "Discurso contra los Gitanos" chiedendo l'espul- sione o lo sterminio totale dei
Gitani.
Nel 1682, Luigi XIV
dichiarava, usando un linguaggio simile a quello dei leaders dell'estrema destra di oggi: "E' impossibile
scacciare dal regno questi ladri, data la protezione che hanno trovata in ogni tempo e che oggi continuano a trovare
ancora oggi presso gentiluomini e
signori giustizieri, che danno
loro asilo nei castelli e nelle
loro case...
Questo disordine è
comune alla maggior parte delle
province del nostro regno" (cit. in
Vaux de Foletier, 1977, p. 91).
Spesso si
ricorreva ad orrendi supplizi nei confronti degli
Zingari, anche quando non erano accusati di niente. Nei Paesi Bassi del '700 si usava torturare ed uccidere gli Zingari davanti ai figli, ai quali veniva successivamente impartita una
lezione di morale. La Prammatica di Filippo V (1745) permetteva a chiunque di
uccidere all'istante un Gitano trovato fuori dalla sua "residenza
abituale".
Nel 1715 furono
arrestati in Spagna 12mila Gitani. La marina
francese iniziò contemporaneamente ad utilizzare come rematori gli Zingari, "in quanto vagabondi".
L'assimilazione
illuminata.
Il "Dispotismo
illuminato" tentò di annullare la cultura e le abitudini zigane e di dare loro i diritti di cittadinanza,
interrompendo le persecuzioni.
Maria Teresa e suo
figlio Giuseppe II, imperatori d'Asburgo, decisero di rendere felici gli
Zingari, anche contro la loro volontà. Tra il 1768 ed il 1782 decisero l'abolizione del nome ('nuovi Magiari' era la
loro nuova denominazione), l'obbligo
di rinuncia alla lingua,
l'obbligo di frequentare le chiese,
abitare in abitazioni regolari e vestirsi
come tutti gli altri. I
'nuovi Magiari' avrebbero dovuto
rinunciare al nomadismo e
persino ai figli, educati dal
governo lontano dalla famiglia. In cambio, avrebbero ricevuto case, bestiame ed attrezzi agricoli.
Il tentativo di "civilizzazione" forzata fu
un fallimento e provocò sofferenze analoghe a quelle causate dai tentativi di sterminio. Una notte di dicembre, nel 1773, tutti i ragazzi zingari del palatinato di Presburgo furono strappati alle famiglie
(erano gli Zingari che rubavano i bambini ?) ed affidati a contadini di
villaggi lontani, che accettarono di allevarli dietro il compenso
di 18 fiorini l'anno. Gli Zingari rinunciarono alle case ed agli attrezzi dell'Imperatore e tornarono al nomadismo. I figli fuggirono e finirono
per ricongiungersi alle famiglie. Giuseppe II fu costretto a rivedere la sua
politica.
Contemporaneamente, il
re di Spagna Carlo III tentava di distruggere
la cultura Gitana obbligandoli
alla sedentarietà ed alla
rinuncia alla lingua. Un
proverbio gitano ricorda che "a
liri ye crayi nicobò a liri es
calè" (la legge dei re ha distrutto la legge dei Gitani).
Le operazioni di polizia
(che continuavano in Francia
e nei Paesi baschi) ed i
tentativi di assimilazione forzata erano diversi nelle forme ma
identici nelle finalità: distruggere una cultura altra.
Tra '600 ed '800, questi fenomeni sono
elementi di un più vasto
movimento, quello tendente ad
omologare le masse (nazionalizzazione
delle masse) per creare lo Stato
nazionale, che quasi sempre fu il frutto di dure lotte e
persecuzioni, assimilazioni ed integrazioni forzate da
parte dell’etnia maggioritaria, anziché un romantico processo di
costruzione della 'patria'.
Continua la
repressione.
I secoli in cui
le persecuzioni degli Zingari conobbero un incremento quantitativo sono il XVII ed il XX.
L'800 è
un secolo interlocutorio, in cui continuano
le solite espulsioni, tra cui
si segnala quella del Ducato di Modena, datata 5 gennaio
1832:
"(...) E' proibito
alle persone senza arte e mestiere,
ai vagabondi, ai cosiddetti zingari ed agli accattoni di introdursi nei
Domini Estensi (...). Le persone suddette, se non appartengono alla Città o al
comune dove si trovassero vagando o questuando,
saranno immediatamente espulse
con foglio di via, (...) pena l'arresto" (M. Karpati, 1975).
Nel 1912, l'etnografo
Adriano Colocci denunciò i pogrom avvenuti
l'anno precedente:
"Iniqua fu la caccia
all'uomo fatta l'anno scorso, massime in Puglia, contro innocenti famiglie zingare, sequestrate,
seviziate, segregate su pontoni
bruciate dal solleone, lasciate
là senza cibo e senza assistenza. Anche
dopo riconosciuto dalla
Sanità ufficiale che quei tapini erano immuni da infezioni,
non solo essi furono barbaramente malmenati e cacciati, essi e i loro bambini, ma si ebbe anche l'incredibile spettacolo di una Camera italiana, che di fronte alla proposta
mentecatta fatta da uno dei suoi membri, che cioè il governo si facesse iniziatore presso gli
altri Stati europei
'di respingere sempre
e comunque gli zingari per
il solo fatto di essere
zingari" non ebbe parole di ribrezzo contro tale
bestemmia, che vorrebbe mettere al
bando un intero popolo per l'unica
ragione che è misero e
odiato" (Colocci, 1912).
L'Olocausto.
"Il terzo contingente per numero era
rappresentato degli zingari. (...)Negli anni 1937-38, tutti gli zingari nomadi
furono raccolti nei cosiddetti campi di abitazione, perché fosse
più facile sorvegliarli. Nel 1942 venne
l'ordine di arrestare tutti gli individui di tipo zingaresco, compresi gli
individui di sangue misto, che si trovavano nel Reich, e di trasportarli ad
Auschwitz, a qualunque età e sesso appartenessero. Nel luglio del
1942, Himmler venne a visitare
il campo. Gli feci percorrere in lungo e in largo il campo degli zingari, ed egli esaminò attentamente ogni cosa:
le baracche di abitazioni
sovraffollate, i malati colpiti
da epidemie, vide i bambini colpiti dall'epidemia infantile Norma, che non potevo
mai guardare senza orrore e che mi
ricordavano i lebbrosi visti a suo tempo in Palestina: i loro piccoli
corpi erano consunti e nella pelle delle guance grossi buchi
permettevano addirittura di guardare da
parte a parte; vivi
ancora, imputridivano lentamente...
Gli zingari atti al lavoro vennero trasferiti in altri campi, e alla fine
rimasero da noi (era l'agosto 1944) circa 4000 individui da mandare alle
camere a gas" (R. Hoess, 1960). Il comandante del
lager di Auschwitz descrive così
alcuni aspetti dello
sterminio dei popoli Zingari perseguito dal regime
nazista. Come gli Ebrei, anche gli Zingari subirono la condanna al
genocidio. Nonostante l'origine
ariana, furono dichiarati una razza
inferiore e condannati prima alla sterilizzazione e poi alla deportazione di massa. Nei
campi di Treblinka,
Sobibor, Auschwitz-Birkenau, nelle fosse comuni di Chelman, Maghilev,
Janyce gli Zingari condivisero la sorte degli
Ebrei e portarono sulla pelle
il numero di matricola e la Z (Zigeuner), come gli ebrei
avevano la J (Juden).
L'Olocausto zigano è
ricordato da pochi. Solo nel marzo del 1995 è stato costruito un monumento nel
lager di Buchenwald, che ricorda la
tragedia degli Zingari. La
sentenza del tribunale di Norimberga ha riservato poche parole
(alcune discutibili) a questo genocidio:
"I gruppi di azione ricevettero l'ordine di fucilare gli Zingari. Non fu fornita nessuna spiegazione circa il
motivo per cui questo popolo inoffensivo, che nel corso dei secoli ha dato
al mondo, con musica e canti, tutta la
sua ricchezza, doveva essere braccato
come un animale selvaggio. Pittoreschi negli abiti e nelle usanze, essi
hanno dato svago e divertimento alla società, l'hanno talvolta stancata con la
loro indolenza. Ma nessuno li
ha mai condannati come
una minaccia mortale per la società organizzata, nessuno tranne il nazionalsocialismo,
che per bocca di Hitler, di Himmler,
di Heydrich [un
alto funzionario di
polizia], ordinò la loro
eliminazione" (cit. in M. Karpati, 1971).
Dalla
sterilizzazione allo sterminio.
Dopo che, nel 1933,
Hindemburg nominò Hitler cancelliere,
terminò ogni residuo di tolleranza nei
confronti degli Zingari. Le misure di
polizia divennero più severe e nel 1936 furono costituiti i
"Wohnlager", luoghi dove gli
Zingari erano costretti ad abitare sotto il controllo della
polizia e dove venivano sottoposti ad esperimenti di
carattere biologico, a
cominciare dalla sterilizzazione.
Nel '36 cominciarono
anche le prime deportazioni: la polizia
bavarese inviò a luglio 170 Zingari a Dachau. Altri gruppi arrivarono
poco dopo. L'accusa è che venne rivolta
è quella di asocialità; in questo
caso, i nazisti sembrarono mettere in
secondo piano la "purezza del sangue”. Gli intellettuali del
Reich erano impegnati a
dare una patina
di scientificità ai crimini che si andavano
commettendo: il dott. Hans Globe, capo servizio del ministero
dell'Interno (uno dei redattori delle leggi razziali), dichiarò nel '36 che gli
Zingari e gli Ebrei non hanno sangue
europeo, il che vale anche per "semi-giudei" e meticci.
Nel 1938, il prof.
Hans F. Guenther scrisse un intero libro
sul- l'argomento: in "Rassenkunde des Deutschen Volkes", scrisse
che gli Zingari portarono sangue straniero in Europa, ed in più sono una
mescolanza di varie razze, l'esatto contrario della purezza.
Due anni prima, il
dott. Robert Koerber (in "Volk und Staat") aveva ribadito che Ebrei e Zingari sono di origine asiatica, ben lontani dalle purezze nordiche e germaniche.
Tuttavia, un dubbio restava: gli
Zingari non erano forse ariani (indoeuropei) come i tedeschi ? Per verificarlo, Himmler prelevò 40 prigionieri
Zingari da Sachenhausen e li consegnò
ai proff. Fischer e Hornbeck. Il
ministero della Sanità istituì una sezione per le ricerche razziali, con
compiti analoghi. Nel 1942, intanto, tutti gli Zigani del Reich risultarono
schedati.
Le ricerche sul sangue
non portarono alla condanna definitiva; ad essere decisiva, fu invece una
tesi di laurea, presentata
da Eva Justin, assistente del dott. Ritter, che lavorava al ministero
della Sanità. Nel 1943, la
pubblicazione della tesi offrì
la giustificazione pseudo-scientifica dell'Olocausto degli Zingari: infatti, si sosteneva che i bambini zingari portano un fattore ereditario pericoloso ("Wandertieb", impulso al
nomadismo) che ne determina il comportamento. Nel 1937 e nel 1938
si intensificano le
retate contro gli
Zingari: dapprima si arrestarono solo gli uomini,
poi bambini e donne. Nel
1938 Himmler (ministro
dell'Interno e capo delle SS) si occupa in prima persona della questione: il 16 maggio fa trasferire l'ufficio degli
"affari zingari" da
Monaco a Berlino; il 1
luglio ordina una settimana
di epurazione; l'8 dicembre
impone agli Zingari di
scegliere tra la sterilizzazione e l'internamento; il 16 dicembre 1942 decreta la
"deportazione generale". In febbraio, il primo convoglio di
prigionieri arriva ad Auschwitz-Bierkenau. Qui diventarono cavie per il dottor
Mengele, che li utilizzò per verificare la resistenza al freddo, fece
esperimenti sui gemelli e sull'inoculazione del tifo, oltre che sulla
sterilizzazione. Nel campo di
Ravensbruck furono sterilizzate
tutte le Zingare di età compresa fra i 7 ed i 45 anni. Il dott.
Portschy spiegò la necessità di questi
provvedimenti:
"Per ragioni di sanità
pubblica, e in particolare perché gli Zingari sono portatori di una eredità
notoriamente grave e malata, perché
essi sono dei criminali inveterati, parassiti in seno al nostro popolo, al quale non possono che apportare
che danni immensi, mettendo in grave
rischio la purezza del sangue dei
contadini e il loro genere di vita, è necessario in primo luogo che si badi di
impedire a loro di riprodursi, e che li si costringa al
lavoro forzato nei campi di lavoro, senza peraltro impedir loro di scegliere
l'emigrazione volontaria verso altri
paesi" (cit. in M. Karpati, 1971).
Il
genocidio.
Dachau, Mauthausen,
Watzweiler, Neuengamme, Ravensbruck, Buchenwald, Jagala, Treblinka,
Auschwitz. Sono le tappe
della tragedia che
ha colpito il popolo Zingaro.
Poche persone
tentarono di salvare gli innocenti: un sacerdote cattolico di Illingen, che
fece fuggire in Francia molti Zingari. Altri riuscirono a fuggire nelle
montagne, e spesso partecipavano alla lotta
partigiana. Ma moltissimi altri vennero catturati, con l'espansione tedesca
in Boemia, Polonia, Belgio, Olanda, Francia, Balcani.
Il regime
hitleriano ha avuto numerosi complici, a partire dai col- laborazionisti: il governo di Vichy fu
responsabile dell'internamento in campi di concentramento di 30mila fra Rom e Gitani. Altri furono consegnati
agli occupanti tedeschi e molti furono
quelli che morirono durante la
deportazione.
La notte di Natale del
1941, migliaia di Zingari furono uccisi dal fuoco degli Einsatzgruppen
('gruppi di azione') nazisti. Accadde in
Crimea, nella periferia di Simferopol.
Nell'agosto del 1944 Himmler
ordinò lo sterminio totale.
E' difficile
stabilire il numero totale degli Zingari morti a causa della follia nazista: la cifra
varia da 250mila a 500mila unità.
Si hanno maggiori informazioni sulle cifre parziali: nel 1943, i libri
contabili di Auschwitz registravano 20.943 Zingari. Ogni baracca conteneva 800 o 1000 persone, mentre era
stata costruita per 300 unità. Solo nel marzo 1943 morirono 7000 zingari. La
notte del 31 luglio 1944, ne furono uccisi 4000, nelle camere a gas.
Durante l'interrogatorio di Norimberga, Hoess
(il comandante di Auschwitz) tentò di giustificarsi
affermando che gli Zingari non si ac-
corsero della situazione di prigionia e
non soffrirono. Nel fascicolo che riguardava Hoess, fu
ritrovata questa annotazione:
"H. non è soltanto un buon comandante di campo, ma in questa sfera di azione
si è rilevato un vero pioniere, per il
suo apporto di nuove idee e di nuovi metodi educativi" (cit. in M.
Karpati, 1971).
Dentro il lager.
Un testimone diretto,
il dottor Mikos Nyiszli, fu internato ad Auschwitz e si trovò accanto a
Josef Mengele. Nelle sue memorie si leggono
le atrocità compiute nel
lager: gli esperimenti
sui gemelli, uccisi contemporaneamente e trasportati in infermeria, dove si compivano
le analisi e le radiografie.
Quindi la dissezione dei cadaveri.
Mengele voleva scoprire il segreto della moltiplicazione della specie e
fare in modo che ogni
donna tedesca potesse
partorire quanti più
gemelli possibile, al fine di
accrescere il numero della
razza superiore.
Parallelamente,
Mengele "manda a morte quanti sono
designati dalle sue teorie
razziali come esseri inferiori e nocivi
all'umanità. Questo medico
criminale rimane per ore
intere al mio fianco,
in mezzo a microscopi, provette e reperti oppure in piedi al tavolo di dissezione con un camice macchiato di sangue, le mani
insanguinate, intento ad esami e ricerche, come un invasato. Lo scopo immediato della ricerca è la moltiplicazione della razza tedesca, lo
scopo finale la produzione di tedeschi puri" (M. Nyiszli, 1961).
"I gruppi di azione ricevettero l'ordine di fucilare gli Zingari. Non fu fornita nessuna spiegazione circa il
motivo per cui questo popolo inoffensivo, che nel corso dei secoli ha dato
al mondo, con musica e canti, tutta la
sua ricchezza, doveva essere braccato
come un animale selvaggio. Pittoreschi negli abiti e nelle usanze, essi
hanno dato svago e divertimento alla società, l'hanno talvolta stancata con la
loro indolenza. Ma nessuno li
ha mai condannati come
una minaccia mortale per la società organizzata, nessuno tranne il nazionalsocialismo,
che per bocca di Hitler, di Himmler,
di Heydrich [un
alto funzionario di
polizia], ordinò la loro
eliminazione" (cit. in M. Karpati, 1971).
Bravi
borghesi contro 'anormali e depravati'.
Cominciarono nel 1926,
prima di Hitler. Terminarono solo nel 1973.
La società 'filantropica' svizzera
"Opera di soccorso per i figli
della strada" ottenne nel
'26 pieni poteri per risolvere quello che
veniva definito il problema della minoranza nomade, il cui gruppo
più numeroso era costituito dagli Jenisch, un
popolo di origine europea
che da
5 secoli aveva assunto i modi di vivere delle altre popolazioni nomadi.
L'Opera di soccorso
progettò il genocidio culturale,
in nome dell'ideologia borghese, allora dominante in
Svizzera, che riteneva il no- madismo
una piaga sociale da estirpare. Per
realizzare tale nobile intento, i figli degli Zingari furono strappati alle
famiglie (come ai tempi di
Giuseppe II) e rinchiusi in istituti, dove ricevettero nomi diversi e gli fu
impedito ogni contatto con i genitori.
Le ragazze venivano abitualmente sterilizzate. Un giurista elvetico, R.
Waltisbul, scrisse che "dal punto di vista eugenetico e della
polizia criminale non possiamo che parteggiare per la sterilizzazione di determinati tipi di nomadi".
Il fondatore dell'"Opera di soccorso dei
figli della strada", A. Siegfried, si vantò dei risultati raggiunti: "dobbiamo
dire che molto è stato raggiunto se se
queste persone non formano una loro famiglia,
non si riproducono più per
mettere al mondo nuove generazioni di bambini anormali e depravati".
Dal 1926 al 1972
furono 500 i bambini che
subirono il trattamento dell'Opera: la loro infanzia
trascorse in istituti, in ospedali psichiatrici ed anche in prigione. Questi orrori terminarono nel 1973, e solo in seguito ad una campagna decennale di
informazione fatta da una associazione
Jenisch, "La ruota della strada
maestra". Nel 1986, il presidente
della Confederazione elvetica, Alfons Egli, chiese scusa ai nomadi per gli atti
inumani compiuti nei loro confronti.
Il soccorso per i figli della
strada.
Mariella Mehr,
scrittrice Jenisch, ha raccontato in un libro l'esperienza di
quell'inferno, fatto di psichiatri e di sadici, di violenze e di lacrime, che lei subì fino all'età di
18 anni:
"Nella mia madre lingua, la jenisch, io sono una jenisch; nella
lingua dell'igiene razziale, e
dunque della scienza dell'antropologia: una senza dimora, una
asociale o almeno gravata dall'eredità di una stirpe asociale e senza
dimora, cioè una vagante,
una di
quella sorta di sottospecie umana, dannosa, una moralmente deficiente,
incapace di integrazione sociale, una ladra del giorno, notoriamente fannullona, tarata, senza valore, abulica
verso il lavoro, sessualmente
pervertita, una pericolosa socialmente,
una psicopatica, che appartiene a
quella feccia che Hitler avrebbe legalmente condannato e resa innocua.
(...)
'Qui vedete un membro di quella
tribù di nomadi in base alla storia della quale vi ho illustrato la teoria
dell'ereditarietà. Questo soggetto è la
terza generazione di malati di mente
che quel gruppo nomade ha prodotto'. Il
dottor Ackermann davanti ad un gruppo di
infermiere apprendiste dell'istituto Waldheim. Silvia [alter ego dall'autrice] si vergogna, umiliata, irata,
intimidita, buttata là davanti a venti paia di occhi inquisitori: sei come tua madre Silvia, sei pazza, pazza come quel mostro che ti ha messo al
mondo. Sei pazza Silvia, perduta in una
follia che tu stessa non comprendi.
Credilo Silvia, finalmente, credi a loro, agli dèi bianchi,
credili. (...)
Sento sbattere una porta, salire
con passi pesanti la scala. "Scotennare", così il mio padre adottivo chiamava le botte. Mi batteva con la sua cinghia da militare e
piangeva. Io ero per lo più nuda. La stanza da bagno all'asilo del "Zum
Lachelnden Jesus" un luogo grigio, maleodorante, nel quale Silvia, a tre anni, veniva rinchiusa per ore, perché
la piccola aveva sporcato le sue mutandine. (...)
Il viso con la cicatrice fa il turno di notte.
Da mezzogiorno Silvia non ha
visto più una suora. Solo il viso con la
cicatrice ha scrutato di tanto in tanto dentro la stanza, ha sentito il
polso della ragazza. I dolci sono sul tavolo nessuno li ha toccati. Il viso con
la cicatrice ha promesso di tornare la sera.
Il viso con la cicatrice si siede sul bordo
del letto, accarezza la testa e le braccia di Silvia e il petto. (...) Silvia è piccola, senza calore, senza affetto. Se ne
sta tutta zitta. Silvia è
una piccola bambina coraggiosa.
Il viso con la
cicatrice respira forte. Allarme. Silvia si
irrigidisce. Il dottore apre la sua vesta bianca, fa qualcosa ai suoi
pantaloni grigi. Con l'altra mano spinge
il corpo di Silvia su di sé. Silvia soffoca.
Non uccidermi,
dottore, mi fai male. Non posso più sopportare nessun
dolore. Prego dottore, non più." (M. Mehr, 1995).
Le persecuzioni più
recenti.
Venti aprile 1974:
"Mi sono alzato prima di tutti gli altri, circa alle cinque. E intorno, ogni
dieci metri, c'era la
polizia con i mitra...
Quando sono stati fra
le baracche, hanno fatto alzare tutti
quelli che dormivano, anche i
bambini... hanno fatto la perquisizione... poi
hanno cominciato a tremare, i bambini hanno cominciato a piangere...
Fino alle tre e mezza del pomeriggio ci
hanno tenuti circondati, senza mangiare senza sigarette, senza acqua... Poi
quello in borghese e il capitano ci
hanno comandato di andare via da quel terreno (Roma, Settecamini). Entro le
cinque della sera dovevamo sparire di lì: sparire materialmente e
moralmente" (cit. in M. Karpati, 1974)
Le persecuzioni nei
confronti degli Zingari non si sono arrestate.
Sono solo diventate meno visibili. In questo paragrafo elenchiamo alcuni
atti persecutori degli ultimi anni, scelti per la loro valenza simbolica.
Continuiamo con un titolo
della "Domenica del Corriere", datato 21 agosto 1975:
"Gli zingari non se ne vanno
e allora scaldiamoli". Il macabro riferimento è allo sgombero del 5
agosto, tra Bresso e Sesto San Giovanni: le immagini del settimanale mostrano i
poliziotti che spargono benzina e incendiano gli sterpi attorno alle carovane
Rom, mentre altri li minacciano con i
mitra imbracciati; ragazze che spingono fuori
dalla cortina di fumo una macchina; carrozzoni in fiamme; bambini nudi
che si stringono terrorizzati alla
mamma piangente.
Da Roma ci giunge la
cronaca di un altro sgombero violento, avvenuto il 5 aprile del 1983:
"Il giorno dopo
Pasqua, senza nessun preavviso
la polizia del Commissariato di via
dei Romanisti e
dell'Ufficio stranieri, ci hanno intimato di sgomberare subito. Già la settimana prima ci avevano bruciato le baracche al
Quarticciolo, dove abbiamo sempre
pagato l'affitto. (...) Noi con una
macchina siamo riusciti a spostare
nove carovane e le altre sono state bruciate. Anche quella del nonno cieco; la nonna era disperata. Hanno portato via gli uomini per
controlli. Milenko aveva in braccio la
bambina, Susanna, di un anno e
mezzo, perché la moglie era
via... A lui l'anno rimpatriato e hanno tenuto la bambina per metterla in
collegio. Per fortuna c'era un poliziotto di origine rumena e siamo riusciti a farcela riconsegnare. (testimonianza di
Mirko G., in Levak - Karpati, 1984).
Sette marzo 1995: una
bomba scoppia ad Oberwart, in
Austria, uccidendo quattro Zingari, tra
cui due nipoti di un reduce dai lager di
Hitler.
Nonostante l'evidente
responsabilità neonazista, la polizia
perquisisce le case degli Zingari, avanzando l'ipotesi di una faida.
Ed ancora: dieci marzo
'95: 200 persone manifestano a Padova
contro la sentenza razzista che ha
condannato ad 1 anno e cinque mesi con la
con- dizionale il carabiniere Zantoni, colpevole di omicidio nei
confronti di Tarzan Sulic, Rom di 11 anni.
Era stato illegalmente
rinchiuso, il 23 settembre '93, in una
cella di sicurezza, insieme alla cuginetta Miria Diuric. Piangevano e volevano uscire: arriva il carabiniere, li minaccia, parte un
colpo dalla pistola, la pallottola uccide Tarzan e finisce nel petto
di Miria, che sopravvive. Per l'assassino neanche un
giorno di carcere. Sono solo alcuni
recenti episodi, simbolo di intolleranza, razzismo, ferocia. Ce ne sono molti altri analoghi. I
responsabili sono 'tutori
dell'ordine' e persone perbene, bravi
cittadini e uomini onesti. Gente
che si crede civile. E per questo diventa assassina.
I gruppi zingari presenti in
Italia possono dividersi in tre
grandi fasce:
1. Zingari di antico
insediamento, presenti soprattutto nell'Italia centro-meridionale, discendenti
dei nomadi arrivati in Italia a
partire dal '400 (v. par. 1.2).
Lavorano i metalli (rame e ferro) e si
dedicano al commercio. Hanno, in genere, la cittadinanza italiana;
spesso abitano in abitazioni regolari e lavorano nell'edilizia o comunque in
settori marginali.
In base alla regione d'insediamento si
definiscono Rom abbruzzesi, calabresi, ecc.
In Italia
settentrionale conducono
generalmente una vita
nomade, conciliandola con le
loro occupazioni: sono infatti giostrai, gestori di piccoli luna park e spettacoli viaggianti, piccoli commercianti e
allevatori. Sempre in base alla
regione d'insediamento, si
chiamano Sinti piemontesi, lombardi, Gachaknè (tedeschi), Estrekaria
(austriaci), Havati (croati).
2. Zingari immigrati
dopo la prima guerra mondiale: sono Rom provenienti dall'Europa orientale, che parlano dialetti slavi e perlopiù
fanno i calderai e i commercianti. Si
definiscono Lovara, Churara, Kalderasa.
3. Zingari immigrati a
partire dagli anni '60: gli arrivi sono ancora in corso ed hanno subìto
una prevedibile accelerazione a
causa della guerra nella ex Jugoslavia. Infatti, questi Rom provengono dai
Balcani, dove erano quasi tutti sedentari. In Italia, sono seminomadi, anche se
è chiara la tendenza alla sedentarizzazione.
I Rom provenienti dalla Serbia si definiscono
Kaniara, i Lovara vengono dalla
Polonia, i Rudari sono invece originari
della Romania. I Khorakhanè provengono
dalla Bosnia, dal Montenegro e dal Kossovo.
Premessa.
I pareri sulla
religiosità degli Zingari sono molto discordi. Per esempio, il Predari afferma: "nessun sentimento è in essi di
religione, nemmeno sotto forma di qualche superstiziosa immagine; quindi
una facilità strana ad informarsi
al culto, qualunque sia, del paese in cui
vivono... Lo zingaro manca persino nella
usa lingua di un vocabolo che
esprima l'idea di religione" (Predari, 1841, p.149).
Altri sostengono
che "lo zingaro non seppe assurgere all'idea di
una Mente regolatrice dell'Universo e gli mancò la nozione della
divinità, vivendo sempre nella
cerchia dell'istinto, non vede la
necessità di piegare la sua intelligenza alla comprensione delle idee
astratte..." (Colocci, 1889, p.163).
Questa convinzione può
derivare dal fatto che gli Zingari non hanno
mai avuto una religione ufficiale, adeguandosi sempre ai culti dei paesi
con i quali hanno avuto contatti. Il
Benimeli ammette che gli Zingari "in realtà sono più superstiziosi che
religiosi, però in mezzo alla loro più assoluta ignoranza hanno, come la maggior parte degli uomini, un'anima naturalmente religiosa"
(Benimeli, 1965, p.38).
Leblon afferma che
"la fede zingara poggia su una
visione mitica di un mondo diviso
tra forze oscure e contrarie,
benefiche o malefiche, in perpetua
lotta di influenza" (Leblon, 1964, p.3).
Le due forze sono impersonate in Dio e nel diavolo:
"riconoscono due princìpi: o Del,
Dio creatore, principio del bene; o
Bengh, il diavolo, principio del
male. Ambedue potenti e sempre
in lotta tra loro. Questi princìpi non sono astratti ma al
contrario materializzati negli
elementi della natura".
Questa materializzazione non va
intesa in modo assoluto, ma come
una tendenza a vedere nei
fenomeni naturali manifestazioni di Dio
e del diavolo, i quali hanno un
deciso carattere spirituale.
Dio.
Dio è universalmente
designato con il termine Devel o
Del (dall'antico indiano devà, devata=
divinità). E' una persona spirituale, della
quale gli Zingari non sanno, o meglio,
non vogliono dare una precisa
definizione; si rifiutano
di pensare Dio in forma
sensibile al punto da dichiarare
peccato il rappresentare Dio in forme concrete. Gli attributi che gli danno
sono: grande (baro), santo (hailigo, sunto) e nostro (maro). Alcuni Zingari pensano ad un Dio buono, che governa tutto
l'universo con amore; non concepiscono l'inferno come una condanna, ma solo
come un periodo di purificazione.
Altri, invece, pensano
che l'inferno sia la continuazione "delle pene e dei dolori della stessa vita terrena". I Gitani credono
che Dio abbia un carattere vendicativo e malefico, ma ciò può essere
giustificato, se si pensa al gusto
pauroso delle manifestazioni religiose presenti in Spagna.
Il rapporto con Dio è
un fatto personale: tutti si rivolgono a Lui
pensando al padre. E' una
esperienza intima che non può essere
spiegata dalla razionalità, essenziale per lo Zingaro.
La devozione.
Gli Zingari non hanno
mai stabilito luoghi e forme di culto, esiste solo la pietà familiare. "Il
culto degli zingari è molto povero e manca
un sacerdozio proprio,
manca il tempio, manca
il calendario religioso (...). Quindi, tutto il culto sembra esplicitarsi nella preghiera spontanea, individuale, immediata, non
legata a formule, a tempi ed a luoghi determinati" (Belloni, 1968, p.25).
Lo Zingaro assume
sempre un comportamento di profondo rispetto, cercando di non infrangere
l'ordine della natura stabilito da Dio. "Le preghiere, generalmente molto
semplici e ingenue, sono formule di domanda, talvolta persino di pretesa: io ti
pregherò ancora, se tu mi esaudirai; se tu
ti ricorderai di me, io mi ricorderò di te" (Nicolini, 1969, p.98).
Di solito, nelle
invocazioni si chiede ciò che
riguarda la salute, la fortuna e la libertà. "Atti di culto vengono pure tributai alle anime dei defunti, rivolgendo loro preghiere, offrendo libagioni, accendendo ceri, venerando la tomba,
proprio perché il legame del
sangue continua anche dopo la
separazione della morte" (Nicolini, 1969, p.99).
Lo spirito del male.
Il principio del male è
il Bengh (indostano: beng= rana;
sanscrito: bleka= ranocchio). Il Beng è
l'antagonista di Dio, però è
inferiore a lui. Come Dio, così il
Bengh è indefinibile: gli Zingari dicono solo che egli non ha natura umana, anche se, talvolta, si presenta
sotto le spoglie di un uomo.
E' molto difficile che essi
parlino di questo argomento, temono anche di
pronunciarne il nome e usano sinonimi come il brutto, il cattivo, quasi
che, per la potenza evocatrice
della parola, il chiamarlo per nome
possa provocarne la presenza.
Gli Zingari
credono che accanto alla natura
demoniaca del Bengh, ci siano altre forze come i Mulè (che vengono a tormentare i vivi)
e le Hexi (esseri stregati). Presso
i Rom sussiste anche la credenza
nelle Ursitory, che impassibili dirigono la sorte degli uomini.
La superstizione.
Al dualismo Devel
- Bengh corrisponde la
contrapposizione fortuna-
sfortuna, baxt-bibaxt (dall'antico indiano bhaga= sorte), effetti delle disposizioni benevola del Devel o
malefica del Bengh. Lo
Zingaro usa portare con sé immagini
sacre e amuleti.
L'amuleto più diffuso
è il "sacchetto di cose sante". E' un sacchetto di tela o di pelle,
che lo Zingaro porta appeso al collo e
che si procura dalle 'sante'. La
'santa' (hailighi gagì) è una fattucchiera, alla quale gli Zingari si rivolgono
in caso di bisogno: per la
guarigione di un malato per la
liberazione di un carcerato.
La 'santa' assicura la
sua mediazione, purché il richiedente abbia fiducia in Dio; è sempre una 'gagì'
(una non zingara), ritenuta una potente
mediatrice presso Dio. Il ricorso alle
'sante' serve a superare le difficoltà, infondendo quella fiducia necessaria
per affrontare pericoli ed ostacoli.
Il timore
superstizioso che circonda i morti è molto forte: gli Zingari danno molta importanza ai sogni, in cui appaiono i defunti, in quanto
ritengono che vengano per dare loro
avvertimenti, che devono essere eseguiti con la massima
prontezza. Ma di questi sogni
potranno parlare solo dopo lo scoccare
del mezzogiorno. Gli Zingari praticano anche la magia verbale che si traduce in formule cariche di una grande forza di coercizione.
Se uno Zingaro chiede
ad un altro di dirgli la verità, o di compiere una data cosa scongiurando sulla
testa dei suoi figli o sulla memoria dei suoi morti, questi non potrà esimersi dal farlo.
Naturalmente, tutto ciò non vale se la richiesta viene da un non-zingaro.
Moralità.
Lo Zingaro è
fondamentalmente religioso, anche se non aderisce con piena consapevolezza a
nessuna religione positiva. Tutto ciò che risponde alla volontà divina è principio di amore e di vita. Lo Zingaro vede nell'amore la
ragione della sua
vita, infatti si
ritiene del tutto giustificato agli occhi di Dio quando
ha assolto il suo impegno verso il prossimo. Va evidenziato che il
prossimo, per lo Zingaro, è l'uomo del suo stesso sangue, non lo straniero, il
gagiò. questo non vuol dire che non
provi sentimento di forte e sincera amicizia per i gagè, l'ospitalità è sempre sacra per gli Zingari.
Dalla contrapposizione
dei due mondi (Zingaro e non-Zingaro) deriva
una diversa valutazione: mentre è male
uccidere, derubare ed ingannare
uno Zingaro, queste azioni non sono avvertite come colpe se rivolte
verso i gagè, poiché lo Zingaro reputa il nostro mondo immorale,
spinto dall'egoismo e da interessi
materiali. Le relazioni con la propria gente si caratterizzano invece per la spontanea generosità. Non c'è
differenza tra povero e ricco; chi
ha, dà. E' la legge del mondo nomade fondata sulla comunione dei beni: non esiste proprietà personale,
né eredità.
Gli Zingari e il Cristianesimo.
Gli Zingari non
accettano né il mistero del Cristo come
vero Figlio di Dio incarnato e morto, né
il mistero della Trinità. Non
comprendono nemmeno il bisogno della Redenzione: ogni uomo soffre già nella vita a causa delle proprie colpe e in questo modo si riscatta davanti a
Dio.
Con entusiasmo hanno
accolto la devozione alla Madonna, che essi chiamano 'Madre di Dio', che si
manifesta nel culto per la sua immagine, nei pellegrinaggi ai suoi santuari,
nelle generose offerte. Accanto alla Madonna sono venerati alcuni
santi, ad esempio santa Rita da Cascia
e sant'Antonio da Padova.
"Gesù è il
Deverolo, il Divino:
inconsciamente gli attribuiscono pre- rogative divine, senza però
riconoscerlo come figlio di
Dio" (Karpati, 1962, p.109). Il
Vangelo è praticamente incompreso.
Restano ancora vive alcune leggende che
deformano la narrazione evangelica
della nascita e della morte di Gesù. Da
loro, la Sacra Scrittura è stata considerata
un libro di magia. Hanno accolto dalla religione cristiana quegli elementi che rispondevano alla loro
visione religiosa del mondo e della vita
e che soddisfacevano insieme al bisogno
di forti emozioni. Alla
partecipazione entusiasta a determinate manifestazioni religiose segue una palese indifferenza per gli impegni
della vita cristiana quotidiana.
Nei villaggi e nelle
corti.
Nell'Europa centrale
ed orientale la musica zingara è, ancora
oggi, apprezzata ed ascoltata. La fama
dei suonatori zingari risale
alla Persia dell'anno Mille (v. pag. 5). Poco dopo il loro arrivo
in Europa, alla fine del '400, Zingari
suonatori di liuto erano presenti alla corte d'Aragona. Nei decenni successivi,
si segnalano presenze nelle corti di
Boemia ed Ungheria e della Transilvania.
Nel '500, ci sono
testimonianze di alcuni Zingari
che suonavano per i signori turchi che allora occupavano gran parte
dell'Ungheria. Altri suonavano
nelle corti dei nobili
ungheresi, che invece resistevano all'invasore. Suonavano alla maniera turca e sotto l'influenza dei magiari, suonavano la cetra ed il cimbalo.
Ovviamente, i suonatori apprendevano e
rielaboravano elementi delle culture musicali con cui venivano
a contatto: per cui, si possono rin- tracciare elementi arabi e tecniche di
orchestrazione ed armonizzazione che
invece sono tipicamente occidentali.
Alla fine del XVI secolo, la tipica orchestra zingara era composta da
due violini, un contrabbasso ed un cimbalo (uno strumento a corde percosso da
due martelletti).
Nei secoli successivi,
il '600 ed il '700, il successo e la fama dei suonatori
zigani diventò enorme: richiesti nelle
feste pubbliche ed in quelle private,
nelle nozze di paese e nelle osterie,
nei villaggi dei contadini e nei
palazzi dei signori.
Nel 1751, il conte ungherese Francesco di Galantha
accordò a cinque vassalli zingari il
titolo di 'musicisti di
corte', che valeva molti privilegi, a partire
dall'esenzione dalle tasse e dalle corvèe. Barna Mihhàly, violinista del
conte Emerich Csàky, ebbe
fama duratura e fu soprannominato l'Orfeo ungherese. Il
cimbalista Simon Banyak era molto apprezzato dall'imperatrice Maria
Teresa d'Asburgo. Le orchestre zingare attraversavano l'Europa centrale ed
orientale, suonando nei villaggi o in occasioni ufficiali, come
l'incoronazione di Presburgo del 1808, dove Maria Luisa divenne regina
d'Ungheria.
Gli Zingari musicisti erano generalmente
considerati migliori degli altri: nell'800 erano ritenuti i conservatori delle musiche nazionali, una sorta di memoria storica musicale: per esempio,
nelle tradizione zingara
rimane il canto di
Rakòczi, una rievocazione della
rivolta ungherese del 1702, contro gli Asburgo. Il canto fu in parte
trasformato da Janos Bihari e divenne la Marcia di Rakòczi, l'inno
nazionale ungherese.
Prosper Mérimée
descrisse, durante il suo soggiorno a Pest del 1854, una festa con arie
ungheresi suonate da Zingari:
"[Fanno] perdere la testa alla gente del
paese. Comincia con qualche
cosa di molto lugubre e finisce
con una gaiezza folle che conquista
tutto l'uditorio, il quale batte i
piedi, spacca i bicchieri e balla sulle tavole" (cit. in Vaux de Foletier,
1977, p.143).
I canti e i suoni.
"Des Bohemiens et
leur musique en Hongrie" è il titolo
del libro che Franz Liszt dedicò
alla musica zingara: "l'Ungheria", scrive Liszt "può dunque, a buon diritto reclamare come propria quell'arte, nutrita del suo grano e delle sue vigne, maturata
alla sua ombra e al suo
sole, acclamata dalla sua
ammirazione, ornata, abellita, nobilitata
grazie alla sua predilezione ed alla sua protezione, e così ben
collegata con i suoi costumi che
richiama i più intimi, i più dolci
ricordi di ogni ungherese"
(F. Liszt, 1859).
Il celebre musicista scrisse dell'interdizione che
i musicisti gagì provarono ascoltando intervalli e modulazioni che venivano considerati come sbagli dall'armonia europea; più tardi,
furono conquistati "dall'asprezza,
dalla libertà e dalla ricchezza dei ritmi, dalla loro molteplicità e
duttilità".
Altri
riconoscimenti vennero nel
secondo Ottocento, quando
celebri orchestre zingare giravano la Francia ed i paesi limitrofi,
ottenendo un successo che provocò il moltiplicarsi di mediocri imitatori.
Intanto, le orchestre
si arricchiscono di nuovi strumenti: il tamburino, la chitarra, il 'naiu' (flauto di Pan), la 'cobza' (un
mandolino a nove corde); le voci
accompagnano sempre più spesso
le esecuzioni strumentali.
Nascono i cori zingari, specialmente in
Ungheria ed in Russia: il marchese de Custin, in viaggio attraverso la Russia del 1839, raccontò del "canto selvaggio e
appassionato" dei cori
zingari di Mosca. Molte famiglie di cantori fanno fortuna ed
entrano nell'alta società.
Nell'Italia
meridionale, gli Zingari fabbricavano e suonavano lo 'scacciapensieri' (un cerchio di ferro con una lamina che vibra
a contatto con i denti), che in
Campania è ancora oggi chiamato 'tromba degli Zingari'.
La musica zingara è
stata apprezzata soprattutto nell'Europa
orientale. Lentamente, però, si
diffonde anche nella parte
occidentale: tra i musicisti, Rameau inserì
"L'Egiptienne" nelle 'Nuove suites di pezzi per clavicembalo'; nel
Carnevale di Venezia, Campra mise la
"Canzone delle Zingare";
altri musicisti più noti si sono
ispirati a temi zingari: Beethoven, Haydin, Shubert, Brahms. Si diceva che uno dei
figli di Johann Sebastian Bach suonasse
il violino con gli Zingari.
L'altro filone della
musica zingara, quello gitano, è diventato
univer- salmente noto solo in
tempi relativamente recenti. Nel XIX secolo
si impose il flamenco, fusione
di musica andalusa e gitana,
basato sul 'cante jondo' (canto
profondo). I musicologi vi hanno individuato
anche elementi orientali, arabi ed ebraici.
I ritmi e le melodie.
"Per la maggior
parte dei casi" scrive ancora Franz Liszt, "i dilettanti europei, gli
insegnanti di musica e soprattutto
i maestri dei conservatori cominciarono a non capire nulla di codesto sistema,
per il quale ci si immerge, con un
tratto brusco, nel fluido immateriale che la musica sprigiona in tratto
così intenso. Non tutti possono capacitarsi di come un uomo ragionevole possa passare
senza preambolo alcuno da una tonalità di un sentimento, rappresentata in arte
da una tonalità musicale, in quella che è la sua opposta; e che possa passare d'un tratto da una forma all'altra, con cui la prima non ha nesso, così come il Rom
si getta da uno stato d'animo ad
uno contrario, senza alcun perché,
senza aspettare la lenta
decrescenza del primo sentimento
e la successiva formazione del
nuovo" (F. Liszt, 1859).
Le parole di Liszt
spiegano l'elemento essenziale della
musica zigana: il ritmo, il passaggio fluido e libero attraverso tempi diversi;
la linea melodica è delicata e si
incrocia con perifrasi e arpeggi,
scale furiose ed
improvvisazioni. Tutto ispirato
dal sentimento e
dalla spontaneità, ma anche
da una
grande sapienza.
L'orchestra è sempre affiatata, le forme musicali
subiscono l'influenza dei vari paesi in cui gli Zingari soggiornano ma, nello
stesso tempo, sono una rielaborazione
originale; gli strumenti più usati sono il
violino, la chitarra, il cembalo, l'arpa; e poi il clarino, gli
ottoni, il violoncello ed il contrabbasso in Ungheria, le nacchere in Spagna,
il tamburello in Turchia, il flauto in
Russia e la zampogna in Gran Bretagna.
2.4. La donna e
la famiglia
Il nucleo della società.
La famiglia è il
nucleo fondamentale della vita dello Zingaro, tutta la sua esistenza si
svolge dapprima nella famiglia
di origine e poi in quella coniugale.
La famiglia non è
solo importante per l'individuo, ma è anche
un elemento essenziale per
l'organizzazione sociale. Infatti,
l'unità sociale fondamentale elementare non è la famiglia ristretta
ai genitori e ai figli, ma la
famiglia estesa: la Vica. Lo Zingaro
dunque, non esiste al di fuori
della famiglia; lo scapolo rimane nella propria famiglia;
il vedovo e la vedova, secondo le circostanze, ritornano nella famiglia di
origine o si inseriscono nella famiglia di un figlio o di un fratello. L'uomo è
il capo della sua famiglia e rappresenta il legame tra la famiglia ed il
gruppo. La donna appartiene alla
Vica dell'uomo con il quale si
sposa, nella quale va a vivere dopo il matrimonio. Il matrimonio non fonda la famiglia, è
il figlio che fonda la famiglia. Solo dopo la nascita del primo figlio i coniugi possono costituire un nucleo indipendente.
La famiglia coniugale
è il nodo fondamentale fra il gruppo
parentale e la comunità: la kumpania.
Il matrimonio rappresenta un momento di
crisi nella vita dello Zingaro: la
fase che precede il distacco
dei coniugi dalle rispettive famiglie.
Esso viene vissuto e ritualizzato in
maniera diversa da gruppo a gruppo.
Il rituale che prevede la
verginità della ragazza, la presenza di
testimoni e le varie formule pronunciate (in cui viene affermata
l'indissolubilità del matrimonio) testimoniano il valore che gli Zingari
attribuiscono a questo rito.
Il matrimonio viene
stabilito dai genitori: il padre comunica al
figlio l'intenzione di chiedere la mano di una ragazza per lui. Questa
scelta appare al figlio come un dono. Già a partire dall'età di 14-15
anni, il giovane riceve una
compagna e diventa un Rom, mentre prima non aveva alcuna
importanza sociale. Il matrimonio tra i
Rom può essere definito 'matrimonio per
acquisto', in quanto il padre del ragazzo si reca presso la famiglia della
ragazza per chiederle le mano,
offrendo al padre di lei una somma di denaro. Il prezzo che viene pattuito tra le
famiglie non è in realtà un prezzo d'acquisto, la sua funzione è più
complessa: risarcimento al padre e ringraziamento per averla allevata bene, prova di possedere del denaro e
quindi garanzia che la vita della
ragazza nella futura famiglia non sarà dura, possibilità di un buon matrimonio, dato che parte della somma
viene destinata per
l'abbigliamento della sposa.
Presso i Sinti (ma
anche in altri gruppi), il matrimonio viene deciso con la rilevante partecipazione dei futuri sposi: i genitori, infatti, tengono conto delle loro preferenze
(in particolare, di quella maschile).
In caso di contrarietà delle famiglie, i due
innamorati fuggono (una
'tradizione' diffusa anche nel meridione
d'Italia) e poi ritornano
insieme, ottenendo il perdono delle famiglie.
Secondo la tradizione,
la prima notte di matrimonio una donna
anziana controlla la verginità della ragazza mostrando agli invitati il
lenzuolo o la sottana macchiati di sangue.
Se viene verificato il contrario,
ai festeggiamenti si sostituirà la lotta tra le due famiglie e la
ragazza sarà considerata una prostituta e non potrà più sposarsi.
Il matrimonio è motivo
di festeggiamenti che possono
durare alcuni giorni ed è un
evento che rafforza il legame
parentale. Dopo il matri- monio, è
importante per la donna essere feconda poiché 'i figli sono la ricchezza e la potenza della famiglia'. La sterilità può essere motivo di scioglimento del matrimonio.
La sposa accolta nella casa del marito è inizialmente trattata come un'estranea
dai suoceri. La vita al servizio della suocera è spesso dura; la sposa diviene serva della suocera e delle cognate più
anziane, deve obbedire ai loro ordini.
La coppia lascia l'abitazione
del padre quando la sposa attende il
primo figlio. Da questo momento il nuovo capo famiglia stabilisce la sua
abitazione accanto a quella del padre.
Una serie di tabù
circonda lo stato di
gravidanza. Tutto ciò
che riguarda il parto è impuro; la madre e il bimbo sono intoccabili:
nessun uomo, nemmeno il padre, può accostarli. Secondo la tradizione,
dalla nascita alla morte la donna
è schiava del Rom. Da bambina
obbedisce a suo padre, da donna a suo marito, da vecchia ai suoi figli. Ma con il passar del tempo e la nascita dei figli, il suo prestigio
aumenta quando, a sua volta, può
contare sulle nuore.
L'importanza delle
donne nell'economia è grande, è la
donna che veglia sull'educazione del
figlio fino ai suoi 10 anni, e all'educazione
della figlia, e quindi al suo onore.
Il ruolo della donna.
Fin da piccola,
la donna riceve una
educazione diversa da
quella dell'uomo. Le bambine, dall'età di 6/7 anni, sono impegnate ad accudire i fratellini o altri bambini a cui
sono legate da rapporti di parentela e
svolgono altre attività domestiche,
come lavare gli indumenti della famiglia, tener pulita la
roulotte o la baracca, preparare il pranzo.
Quando non è
impegnata in queste attività, comincia ad andare con
le donne a fare il 'manghel'. Fin da piccola deve servire l'uomo, sa che
da adulta il suo ruolo sarà uguale a quello
delle altre donne e non potrà
intervenire in nessuna decisione importante senza il parere del marito. E'
considerato impuro tutto ciò che riguarda le funzioni genitali femminili: cicli
mestruali, gravidanza, parto, puerperio. Durante i cicli mestruali è fatto divieto all'uomo di
avvicinare la donna e
avere rapporti sessuali con lei e lo stesso avviene per un periodo più
o meno lungo durante la gravidanza.
Quando la donna è
incinta, entra in uno stato
considerato particolare, si dice che la
donna è 'naseli' (malata), perciò cerca di nascondere la propria condizione
e continua a
condurre una vita
normale, senza risparmiarsi le
fatiche.
Solo le donne possono
avvicinarla ed aiutarla. Tutto ciò che riguarda il parto è considerato impuro;
la donna non può partorire nel proprio luogo di abitazione. Uno Zingaro
che aiutasse una donna a partorire
sarebbe soggetto a divenire
impuro. L'impurità della madre
si trasmette al bambino appena nato che, prima del
battesimo, viene considerato 'non un
essere umano', non può essere toccato nemmeno dal padre, il suo nome non può
essere pronunciato, i suoi indumenti devono essere lavati a parte.
Questi tabù hanno un
duplice obiettivo: sia quello di prevenire il
contatto con un essere considerato impuro, sia quello di proteggere il
bambino dalle forze superiori malvagie.
E' evidente, quindi, perché il rito cristiano del battesimo sia stato
accolto dagli Zingari, in
quanto è visto come rito che purifica. La nascita del figlio
determina per la donna il punto
di partenza di una quarantena. In questo periodo avviene una netta
separazione dagli uomini: la Romni
vive appartata usando oggetti personali, che alla fine di questo periodo verranno distrutti, deve mangiare da sola, non
può toccare oggetti
destinati al marito; altre donne preparano i
pasti per il marito.
Terminato il periodo di quarantena, la madre può riprendere la
normale vita di gruppo. La donna
anziana, per il fatto di aver superato (grazie alla menopausa) molti stati d'impurità, non
contamina più gli uomini e per questo
gode di maggiore libertà.
La concezione
spazio-temporale.
Spazio e tempo sono
i punti di riferimento attraverso i quali
riconosciamo persone ed oggetti, oppure attribuiamo senso alle cose: se
intervengono variazioni nel tempo, nello spazio o in entrambi, accade facilmente che la capacità di comprendere il
mondo, gli oggetti e le persone venga
meno, perché è stato alterato
lo sfondo che ne permetteva
la conoscibilità, sulla base di abitudini consolidate.
Questa definizione di
spazio e di tempo è fondamentale per poter parlare del significato che queste
due variabili hanno per i Rom e delle
conseguenze che la loro concezione spazio-temporale ha avuto ed ha nella
loro vita.
La concezione dello
spazio corrisponde alla concezione dell'abitare: in questo senso i Rom sono e rimangono, almeno per vocazione,
nomadi. Abitare vuol dire disporre di
un doppio spazio: uno spazio
esterno infinito, che offre luoghi aperti che i Rom utilizzano per
un periodo limitato ed uno spazio
interno, mobile, di dimensioni adatte per
contenere il necessario alla vita quotidiana, che si può usare il giorno e la notte, e che offre un riparo in caso di
maltempo.
"Che differenza
c'è tra un Rom ed un gagè
? La stessa che corre tra l'orologio ed il tempo: il primo segna
le ore, i minuti, i secondi, e tu non sai che
dopo le sei vengono le sette;
il secondo è il sole
la pioggia, il vento e la neve e tu non sai mai quello che sarà"
(A. R. Calabrò, 1992).
Nella loro vita
nomade, i Rom hanno una concezione ed una organizzazione del tempo estranee al
tempo dell'orologio. I loro ritmi di vita
seguono i ritmi naturali delle
stagioni e la loro economia è fondata
sugli spostamenti da un luogo all'altro. Una concezione simile a
quella dei Rom era tipica delle società preindustriali all'interno
dell'economia contadina, una concezione arcaica, estranea alla moderna
società, ove i ritmi dell'orologio sono
imposti dalle esigenze della produzione.
Un Rom, non essendo
vincolato ad alcun lavoro dipendente, non ha bisogno dell'orologio. Bastano
il giorno e la notte a fissare i
ritmi quotidiani, così come le
stagioni stabiliscono il calendario delle attività economiche e degli
spostamenti geografici.
Su questa
concezione spazio-temporale si fondava l'organizzazione so- ciale dei Rom, prima dell'avvento della
sedentarizzazione forzata.
Il nomadismo implica
modi di vita, valori, orientamenti
totalmente diversi da quelli dei
paesi occidentali capitalisti, tanto
che ne risultano due linguaggi tra loro incompatibili.
Ciò non ha impedito la sopravvivenza dei Rom in termini di identità culturale, almeno finché sono stati nomadi
e quindi solo parzialmente dipendenti dalle regole sociali proprie dei paesi attraversati, ma che comporta
ben altre conseguenze quando l'interazione assume caratteri stabili.
Non più nomadi.
Fino a pochi decenni fa, l'economia
capitalista in via di
sviluppo consentiva ai Rom una
propria autonoma sopravvivenza
economica. L'at- tuale organizzazione
ha invece chiuso tali fonti,
modificando radical- mente la qualità e
i metodi d'interazione tra la
cultura Rom e quella dominante.
Con il boom economico, l'economia contadina viene spazzata via ed i nomadi sono costretti a raggiungere la
periferia delle grandi città per
cercarvi nuove risorse per sopravvivere. In breve tempo, i
Rom si trasformano in rottamai e
raccoglitori di rifiuti da riciclare e ciò, se da un lato consente loro
di vivere, dall'altro li
costringe alla parziale
sedentarizzazione modificando del tutto i tratti della cultura nomade.
Le limitazioni imposte
dalle autorità, inoltre, hanno
accelerato tale processo che coincide con la nascita, nelle periferie
delle grandi città, di campi
stabili e (talvolta) autorizzati, anche se poco attrezzati, nei quali i Rom
organizzano la vita di ogni giorno cercando di riprodurre le antiche abitudini e, insieme, costretti anche ad
apprendere e rispettare una serie di norme imposte dall'esterno.
La sedentarizzazione è
l'opposto del nomadismo: vuol dire adottare stili di vita contrari a
quelli nomadi, costringe a modificare valori ed abitudini e
ridefinire la propria organizzazione sociale ridisegnando i legami di reciproca solidarietà. Un processo così radicale di trasformazione comporta squilibri e
contraddizioni.
Gli Zingari erano
ritenuti tali perché non avevano casa,
lavoro, né li chiedevano, vivevano di espedienti, erano socialmente
pericolosi, si vestivano in modo
strano e parlavano una
lingua incomprensibile e soprattutto mostravano di non volere assolutamente rinunciare a queste loro caratteristiche.
Ma lo Zingaro era
anche il 'figlio del vento', poeta, filosofo,
ribelle a ogni tipo di regola, passionale, libero.
Attività lavorative,
relazioni sociali, occupazioni familiari si
sovrapponevano tra loro o si alternavano in base alle necessità con- tingenti. L'unità di misura del cambiamento, il tempo astratto,
legava questo popolo indissolubilmente alla natura, ai suoi ritmi.
Questa concezione
temporale è rispecchiata dall'importanza attribuita dai Rom al
presente e dal loro disinteresse per il
futuro, a cui è inutile pensare quando non si è artefici
del proprio destino e la realtà dell'esistenza sembra ripetersi sempre uguale a
sé stessa.
Il tempo è tempo presente, ciò che è accaduto in passato
tornerà a ripetersi, è l'alternarsi
del tempo sacro e del tempo profano, del tempo del lavoro e di
quello della festa ed il
calendario garantisce la periodicità, la ritualità dell'evento
sacro che si ripete ciclicamente come elemento strutturante
della stessa vita sociale.
Tempo dell'orologio.
Per i Rom, organizzare le proprie attività in
base ad una
rigida scansione temporale è stato un passo davvero molto difficile.
Le loro
occupazioni, infatti, variavano a seconda
delle circostanze, delle stagioni,
dei luoghi dove
il gruppo decideva
di fermarsi: chiacchiere, ozio,
lavori domestici, attività lavorative, potevano svolgersi contemporaneamente e
avere una durata ogni volta diversa.
I Rom non hanno mai
voluto subordinarsi ad esigenze di produttività e di efficienza, per loro il
tempo non è mai stato scarso, ciò che
contava era ciò che veniva fatto e non il tempo utilizzato per farlo,
l'oggi, la sicurezza della ripetitività degli eventi, la certezza delle
abitudini quotidiane.
Il processo di
sedentarizzazione, parziale o totale, ha costretto dunque questo popolo
ad una 'disciplina
temporale'. Il rapporto
con le istituzioni comporta
infatti la conoscenza e l'osservanza del calendario proprio a ciascuna
istituzione, vivere in
una città costringe
ad imparare velocemente l'organizzazione dello spazio e del tempo
proprio della cultura ospitante.
Tuttavia, questi
rapporti non sono abbastanza stabili e continuativi da modificare il modo Rom di rappresentare e organizzare il tempo
anche se lo sono abbastanza da
creare loro problemi di adattamento
difficili da superare.
I bambini faticano
ad assoggettarsi agli orari scolastici, gli adulti sono riluttanti a svolgere lavori continuativi e non sanno
progettare il futuro, rispetto al quale manifestano fatalismo; l'insofferenza
verso le regole e la disciplina, la tendenza a non separare i tempi ed il luoghi della vita, sono esempi di
incongruenze spazio-temporali.
Lo spazio chiuso.
Perché si dice che
lo Zingaro è sporco, ladro,
rifiuta il lavoro, non rispetta la legge ? Perché tali
caratteri sono la volgarizzazione di alcuni aspetti che appartengono ad una
cultura che fino a poco tempo fa è
stata nomade.
Un popolo nomade non è
abituato a pulire lo spazio che
attraversa, sia perché non gli
appartiene ma gli serve per prendere
l'acqua, accendere il fuoco, trovare
riparo; sia perché la stessa natura
provvedeva a ripulire ciò che i nomadi
lasciavano al loro passaggio.
I nomadi non pensavano
al lavoro, così come è concepito oggi: avevano mestieri saltuari e
non erano abituati a
vendere per denaro la
loro forza lavoro.
L'economia Rom era povera,
fondata sul baratto; il piccolo
furto e l'imbroglio erano spesso dettati dalla necessità e giustificati dal valore irrisorio attribuito in passato alla proprietà. La famiglia era l'unica istituzione sociale
esistente e dava
il senso stesso
all'esistenza di ogni uomo.
La sedentarizzazione
ha fatto perdere identità e funzionalità ad
una organizzazione sociale di questo tipo: infatti, mentre i
cambiamenti di tipo strutturale hanno avuto tempi
di evoluzione accelerati, quelli culturali hanno tempo di sviluppo
molto più lunghi ed i Rom, costretti ad abbandonare il nomadismo, non
altrettanto rapidamente hanno cambiato
quei caratteri della propria identità
culturale che definiscono i modi
di usare ed organizzare il tempo e lo spazio.
La struttura e la
cultura di queste società non assolvono, dunque, il compito di reciproca
corrispondenza e funzionalità
e tale
squilibrio favorisce fenomeni di
disordine e disagio
sociale, amplificati dalla scarsa disponibilità delle società
ospitanti a favorire il processo di adattamento.
Il prezzo che i Rom
hanno pagato è stato altissimo:
"rimangono infatti doppiamente
stranieri, sia nei confronti delle cultura di
appartenenza, sia rispetto alla
cultura dei paesi ospitanti, come l'Italia. Hanno perso la
loro identità, senza avere le risorse necessarie per acquisirne un'altra,
espulsi da una parte,
emarginati dall'altra, con la
loro organizzazione del tempo e dello spazio difficilmente
negoziabili" (A.R. Calabrò, 1992).
Premessa.
Le mutate condizioni
socio-economiche hanno costretto i Rom a rinunciare ad uno dei caratteri che ne
ha sempre definito l'identità, il nomadismo, adattandosi di malavoglia ad una condizione più o
meno forzata di parziale o totale sedentarizzazione.
Questa nuova
condizione li ha posti di fronte ad un
confronto continuo con la cultura
dominante, caratterizzata dal consumismo di una società a capitalismo avanzato;
da questo scontro, in un certo senso la
cultura Rom non può che uscirne sconfitta, o valutata negativamente,
dato che i loro modelli culturali non
sono più atti a fornire soluzioni valide
per confrontarsi con le attuali esigenze della vita.
I Rom rimangono così relegati nell'ambito
della marginalità, in
un equilibrio instabile tra le due culture. E' chiaro che l'organizzazione socio-economica si struttura intorno al concetto di viaggio
(v. in precedenza), che è il
tratto culturale dominante; ed in riferimento a ciò, possiamo affermare
che la
struttura sociale è fondata più
sui legami familiari che sui ruoli sociali, fondati sul gruppo
parentale.
La comunità.
Lo studio dell'organizzazione sociale Rom
deve far riferimento alla 'comunità intera', non nel senso territoriale poiché non si fonda
sul criterio dello spazio; ciò che è importante è il luogo in cui
si collocano l'individuo e la sua famiglia, in un insieme che può
essere: il gruppo, il sottogruppo, la
Nacija e la Vica.
Il concetto di
comunità avrà quindi tanti livelli quanti sono i
sentimenti di appartenenza di un individuo alla comunità.
Il sentimento di
appartenenza si colloca a livello dell'insieme dei Rom in opposizione ai non-Rom; al livello del gruppo (es.: i Rom) in opposizione ad altri gruppi (Kalè, Manus); al
livello del sottogruppo (es.: Rom
Kalderasa) in opposizione agli altri (Lovara, Churara), ed ancora a livello di Nacija e di Vica.
La Vica.
La Nacija è un
gruppo ampio costituito da un
certo numero di Vica rimaste sotto lo stesso nome, è una
suddivisione dei sottogruppi etnici. Invece, la Vica è una unità sociale formata da un gruppo parentale, ma le diverse famiglie non vivono
necessariamente insieme: non
si fonda cioè sulla residenza
comune, ma manifesta la propria identità o presenza in circostanze particolari,
quali il matrimonio, le nascite,
la morte, la vendetta,...
Possiamo quindi
affermare che non esiste una organizzazione centrale, poiché i Rom hanno scelto la Vica solo come punto
di riferimento del- l'individuo
e dell'intera società.
Di conseguenza,
l'unità sociale fondamentale elementare non è la fa- miglia ristretta
ai genitori e figli ma la famiglia estesa: la Vica, appunto, che è il
perno dell'organizzazione sociale: tra
le famiglie allargate c'è una continua
simbiosi, al loro interno si sviluppano i
giochi di influenza, opposizione e cooperazione.
All'interno
dell'organizzazione c'è un certo tipo di strutturazione, che si manifesta
quando arrivano nuovi gruppi in un Paese in cui i Rom sono già presenti. Infatti, esiste tra loro il diritto del primo
occupante. I nuovi arrivati si trovano
in posizione di subordinazione e devono sottostare alle condizioni impostagli dai
primi arrivati (divisione della città in zone di lavoro, versamento di una somma
compensatrice, una sorta di locazione del territorio).
La Kumpania.
Un'altra unità sociale
dell'organizzazione Rom è la Kumpania, che
opera nella vita quotidiana
e risponde ad
esigenze economiche. La
sua formazione è legata a motivi di ordine economico di un dato ambiente
so- ciale, prevalentemente urbano, dove le singole famiglie convivono per lo
svolgimento delle proprie attività, caratterizzate da una forte solidarietà tra i diversi nuclei familiari,
che si manifesta concretamente con la condivisione, in caso di necessità, di
guadagni ed eventuali perdite o danni.
All'interno della
Kumpania non esistono gerarchie; i suoi membri, per la loro rappresentanza
all'esterno, eleggono uno di loro, che viene
scelto per alcune qualità personali, quali la saggezza, l'esperienza,
l'abilità a trattare con i gagè, l'equilibrio.
Questa carica,
essendo fondata sulle
qualità dell'eletto, non
è ereditaria, e il 'rappresentante' può essere rimosso
dall'incarico qualora si ritenga che
non sia più in grado di svolgere tale compito.
Inoltre, si è sempre
sentito parlare di re e regine tra i Rom, ma è solo una leggenda, un
espediente per ingannare o per attrarre l'attenzione dei gagè qualora ve ne fosse la necessità.
La Kris.
La Kris è una sorta di
tribunale composto da un certo numero di anziani, quasi esclusivamente uomini,
che in virtù della saggezza
acquisita con l'esperienza, assolvono
il compito di amministrare la giustizia. La Kris viene convocata ogni qual
volta sorgono dei contrasti all'interno
della comunità, per risolvere ed
emettere delle vere e proprie sentenze su specifici contrasti insorti,
secondo un codice normativo che non ha alcun tipo di
formalizzazione se non quello dato dalla tradizione. Ed è in essa che emerge in modo netto l'aspetto politico, che è unito all'organizzazione sociale.
L'attività economica.
Per chiarezza
d'esposizione e per facilitare la comprensione abbiamo
pensato di suddividere l'analisi dell'attività economica in due periodi diversi tra loro, poiché
le mutate condizioni
sociali, politiche ed economiche hanno del
tutto stravolto e
differenziato l'economia e l'organizzazione Rom.
Il primo periodo
arriva fino alla fine degli anni '50: è
caratterizzato da una evoluzione e da una trasformazione molto lenta
delle attività dei Rom, che sviluppano abilità e forniscono prodotti che trovano una collocazione economica in una società rurale.
Gli antichi mestieri
sono: giostrai, venditori
ambulanti, maniscalchi, arrotini,
stagnini, allevatori di animali da
tiro, questua e chiromanzia.
Contemporaneamente, i Rom svolgono una funzione di collegamento tra i paesi che attraversano, portando notizie e quindi svolgendo servizi
importanti in una società contadina e prevalentemente analfabeta.
Il lavoro è
strettamente legato a precisi impegni o ricorrenze quali le fiere, i mercati, l'inizio dei lavori
agricoli, le feste. In questo contesto, i rapporti con la società gagè
sono buoni, fino alla
realizzazione, in alcuni casi, di processi di simbiosi, cioè un
normale scambio di beni e servizi.
Molti dei nomi dei sottogruppi Rom si riferiscono a mestieri ben precisi (es.:
Kalderasa: calderai; Lovara: allevatori
di cavalli). Solitamente, ogni gruppo Rom è specializzato in un
certo tipo di lavoro, ma il
singolo Rom è dotato di una certa
polivalenza nelle attività, secondo il
luogo, il momento, le occasioni.
Per quello che
riguarda il secondo periodo, che va dagli anni '60 ad oggi,
possiamo affermare che l'industrializzazione ha provocato profondi mutamenti
strutturali nel contesto
socio-economico, mettendo in crisi l'economia Rom, a cui ha chiuso quasi
tutti gli sbocchi.
Negli anni del boom
economico, i Rom sono costretti ad abbandonare il nomadismo, quindi alla sedentarizzazione: si stanziano nelle periferie urbane, in difficili
condizioni economiche e sociali:
si improvvisano rottamai, raccoglitori di carta, ecc.:
gli antichi mestieri
non garantiscono più la sopravvivenza.
I Rom, in quanto
nomadi, abituati ad un uso dello spazio abitativo e ad una organizzazione del tempo di lavoro molto diversi
dalla società in cui si trovano,
non riescono o non vogliono adattarsi o
trovare alternative valide. Nella nuova
condizione di sedentari, "non possono
essere più nomadi, [ma] continuano a vivere come se lo fossero,
continuano cioè ad avere un patrimonio culturale ed un'organizzazione sociale
che poco o nulla hanno a che fare con la nuova condizione di sedentari. Continuano ad avere una
concezione del tempo e
dello spazio che
non è più funzionale alle nuove condizioni di vita e che in futuro lo
sarà sempre meno" (A. R. Calabrò,
1992).
Per il Rom, il lavoro
è qualsiasi attività lecita che
permette di ottenere dei guadagni. Il lavoro non è mai un fine e deve sempre permettere al Rom di mantenere le relazioni sociali, deve cioè lasciare l'uomo libero di gestire il suo
tempo. Di conseguenza, è un
fenomeno solo recente e raro il
rapporto di lavoro dipendente o l'esistenza di società tra i Rom stessi.
Oggi, il lavoro dei
Rom è costituito dal
piccolo artigianato, che permette loro una certa flessibilità,
cioè la possibilità di abbandonare e riprendere l'attività, secondo le
opportunità.
La produzione in
serie, le norme, le tasse non consentono loro
attività convenienti. Da qui il fallimento economico, che ha creato la
dipendenza dall'assistenza sociale e lo
stravolgimento dei ruoli
all'interno del nucleo familiare, dove
la donna ed i bambini hanno spesso il compito
di mantenere la famiglia con la questua, mentre l'uomo perde la sua
dignità e il suo ruolo dominante; e spesso finisce per passare i suoi
giorni al campo ad oziare ed a bere.
Al furto ed alla
questua viene data una spiegazione
ed interpretazione storico-culturale
dall'etnologo belga Luc de Heusch, secondo cui "i Rom non hanno mai dimenticato la tecnica paleolitica della raccolta. (...) L'ambito della raccolta, prima limitata ai prodotti agricoli,
si è ampliato, comprendendo
anche i prodotti dell'attività della
industriale della società ospitante,
sia beni naturali che beni culturali.
L'ampliamento dei beni di raccolta è costituito soprattutto dal furto
e dal manghel (questua), là dove
la società ospitata è considerata come selvaggina che viene cacciata nella foresta." (L. De Heusch, 1965)
Il
manghel.
E' un'attività di raccolta (oggi, di denaro) tipicamente
femminile e infantile, basato
sul rapporto pena-commiserazione. I Rom,
specie le donne, imparano fin da
piccoli a cogliere la psicologia del passante
e, contrariamente a quanto si possa pensare, questa attività richiede
capacità, intelligenza, intuizione.
Infatti, il manghel è
un'attività che viene esercitata
mediante il rapporto diretto. Essa si tramanda
dalla madre alla figlia.
Molti Rom giustificano
la questua con la tradizione,
sostenendo che fa parte della propria
cultura. Inoltre, rende più dei lavori
potenzialmente accessibili ai Rom. Gli
uomini, non praticano tale
attività, se non da bambini, e si
limitano ad accompagnare le loro mogli ed i
figli sul luogo di lavoro.
Il furto.
Alcuni studiosi ne
danno una spiegazione di ordine
religioso. Il furto viene giustificato
in quanto volontà di Dio. Altri danno interpretazioni di ordine psicologico: il
furto nei confronti dei gagè è un elemento
di prestigio di fronte agli altri Rom, è una sfida al mondo dei gagè.
Altri ancora sostengono che
i Rom rubano per necessità.
Dobbiamo innanzitutto precisare che non
tutti i Rom rubano e non possiamo conoscere la percentuale di coloro che sono dediti al furto.
Ma il problema va
affrontato in un'ottica diversa, che ci consenta di capire perché un numero consistente
(soprattutto di giovani) è attratto dalle attività illegali, con conseguente
adesione a subculture devianti. “Laddove vecchia e nuova cultura non sono in grado di offrire, soprattutto ai più giovani, modelli di comportamento praticabili, si crea un terreno fertile a subculture che premiano
il modello deviante piuttosto che
quello conformista. I Rom vivono in quelle zone sociali della città, i campi
situati in zone degradate, dove c'è disorganizzazione normativa, dove la
commistione tra la
cultura di appartenenza e quella di riferimento (e cioè una certa
cultura del consumismo)
crea disorien- tamento e
indebolisce il ruolo socializzante della famiglia. I Rom sono esposti, attraverso i mass media, ad
una cultura del consumo che è nuova rispetto alla propria tradizione
culturale. La discrepanza tra
mezzi e fini è lacerante ed evidente.
Non solo i mezzi
consentiti, nello specifico il denaro
ottenuto con il lavoro sono di difficile accesso ma occorre anche tenere
conto della resistenza di chi non è
stato socializzato all'etica del lavoro. Anche i fini ne risultano distorti.
Alcuni Rom, soprattutto i più
giovani, non considerano il lavoro un
mezzo per ottenere in primo luogo identità e prestigio sociale,
piuttosto un mezzo per
ottenere denaro e
poter accedere a beni di consumo
che sono quelli, sì, che danno identità e prestigio." (A.R. Calabrò, 1992).
Il Paciv.
Ogni popolo è
caratterizzato da valori, credenze,
costumi, tradizioni, attraverso cui il
soggetto si forma, si educa ed orienta la sua
esistenza. Lo studio delle tradizioni degli Zingari appare ricco di suggestioni, per cui è possibile comprendere abitudini e valori che li separano dall'esterno e alimentano
all'interno l'identità collettiva.
I Rom chiamano Paciv
il rispetto: è un dono ed è il massimo valore in cui credono. Etimologicamente, Paciv
deriva da Patsha, che contem- poraneamente significa rispetto e
dono. Rappresenta l'occasione in cui i valori e i principi zigani trovano una
denominazione comune. L'atmosfera è piena di gioia che si esplica nella
comunicazione, che esprime una forte coesione del gruppo.
'Paciv tuke': onore a
te, è la formula rituale con cui inizia il
Paciv. "Ora bevo anche ad
onore di tutti i Rom che sono qui": tale formula
rituale viene espressa quando un Rom desidera manifestare un sentimento di stima per un altro Rom o vuole
ringraziarlo per un aiuto ricevuto. Il senso di gioia e comunione trovano la più alta
espressione anche nelle feste
ricorrenti: Natale, Capodanno, la festa del Santo patrono. Per i Rom, il Natale coincide con l'Epifania cattolica
ed è chiamato Busicci, mentre
Novagodina corrisponde al Capodanno. Il Giugervdan è invece la
festa del Santo patrono. Si svolge con
danze e canti: i banchetti sono ricchi
di vino e fiori: dura due o tre giorni e si svolge a partire dal 5 maggio.
Ogni famiglia porta un agnello ed
all'ingresso delle porte vengono appesi dei rametti fioriti.
La sera che precede
la festa, ogni famiglia mette in comune
l'agnello cotto, al collo del
quale vengono messe monete d'oro appartenenti al capo famiglia. Due candele sono fissate ed accese sul
capo dell'agnello che, circondato da
fumo d'incenso, viene colpito con un sacco contenente denaro. Poi le candele
vengono spente ed il capo famiglia dice alcune preghiere. Sacrificato
l'agnello, il sangue viene
versato in acqua corrente con l'invocazione:
"possa il denaro colare come l'oro".
Riti funebri.
Dopo un decesso, le
donne manifestano il loro strazio con grandi
pianti e mettono al defunto i suoi vestiti migliori. Il funerale è molto
fastoso. Nella tomba vengono posti gli oggetti più cari e più usati dal
defunto. La tomba viene ricoperta di fiori.
Presso i Rom, la
veglia funebre è illuminata da un gran
numero di candele; i Sinti, invece,
accendono un falò che dura una notte intera.
Alla veglia funebre partecipano
tutti gli uomini, bevendo, fumano,
raccontando vecchie storie. I
Sinti, dopo il funerale, bruciano il
car- rozzone o le tende in cui
era vissuto il defunto, e
distruggono anche gli oggetti avuti in
dono dal morto. Il luogo dove è avvenuto il decesso viene evitato: nessuno della famiglia vi si accamperà più. Questo
è anche uno dei motivi per
cui gli Zingari hanno difficoltà ad abitare nelle case.
Il lutto consiste
in una serie di privazioni e
manifestazioni di astensione da
cibi ed attività ricreative. Nei primi
giorni non ci si lava e gli uomini non si radono, mentre le donne non portano i gioielli consueti. Evitano di ripetere
il nome del morto; in
alcuni gruppi, cambiano nome ai
familiari che portano lo stesso nome del defunto.
Il culto dei morti.
Gli Zingari
frequentano con molta pietà il cimitero. Il giorno dei morti è un giorno di pellegrinaggio alle tombe dei propri cari. La notte precedente, i
Sinti ed i Gitani usano accendere tanti ceri quanti sono i defunti da
commemorare.
Presso i Rom, c'è
un'altra serie di pratiche rituali.
Alla conclusione delle sesta settimana,
la famiglia offre il the ed una fanciulla,
sopra un asse, mette una brocca d'acqua, un bicchiere ed una candela
accesa. A tale uso è collegata la
credenza secondo cui l'anima del
morto continua a permanere nei pressi del proprio corpo per sei settimane, per cui tale rito lo libera dai legami con la terra. Ma il rito
più solenne si ha un anno dopo la morte:
è un banchetto sacro, la Pomana
(ricordo). La prima Pomana
avviene al ritorno del funerale: a
capotavola viene lasciato un
piatto vuoto e nel piatto viene messo ciò che piaceva al defunto.
La grande Pomana è l'ultimo banchetto
funebre: il morto dovrà essere
dimenticato e non potrà essere più
pronunciato il suo nome, per evitare il
suo ritorno sotto forma di "Mulo" (spirito che molesta i vivi).
Durante il banchetto
funebre, una persona della stessa età
del defunto prende il posto del morto;
sul tavolo vengono accese tante
candele, quanti erano gli anni
del defunto. Si crede che tutto
ciò che viene mangiato e bevuto andrà a vantaggio del morto:
in tale occasione, vengono ricordati episodi
riguardanti la vita del defunto.
Gli Zigani pregano i
morti, chiedendo loro protezione ed aiuto.
La vita ultraterrena.
I Rom vedono l'al
di là come un luogo in cui i defunti possono accamparsi in pace e in serenità, in cui
ritrovano i parenti e gli amici, dove usano gli oggetti cari, quelli che sono
stati messi nella loro tomba o bruciati
al momento del loro funerale.
Gli Zingari credono
alla vicinanza degli spiriti dei defunti, per cui cercano di accattivarsi la loro benevolenza con riti
propiziatori e temono di offenderli,
provocando la loro vendetta.
Gli spiriti dei
morti, denominati Mulè, possono
essere benevoli o malevoli. I primi vengono implorati per ottenere protezione, gli altri invece sono visti come 'vampiri' che
ritornano ogni notte a molestare i
viventi.
In alcune leggende
zigane, il vampiro non è un morto, bensì un
essere umano, più propriamente un bimbo che si trasforma in un essere mostruoso
e divora gli uomini. Per i Sinti,
il Mulo è invisibile e talvolta
si rivela in forma sensibile: un bambino, un cane. Per liberarsene,
occorre fare il segno della croce e recitare una preghiera. Se l'incontro
con il Mulo avviene per strada e non si
riesce a liberarsi da questa presenza,
bisogna togliersi la giacca ed infilarla alla rovescia.
Spesso, gli Zingari sono fatalisti: c'è una forza
ineluttabile che governa
dall'esterno e che guida la condotta umana.
In questo ultimo
capitolo riassumiamo le impressioni, i problemi-chiave, i confronti che la
nostra esperienza ci ha suggerito.
La sfiducia.
'Con i gagè non si è mai risolto
niente concretamente. Anche i preti che sono venuti, hanno preso i bambini per portarli a
scuola solo per farli
disprezzare dagli altri. Per fortuna
i miei figli a scuola vengono trattati bene,
altrimenti farei la guerra, perché
non è giusto che un bambino Sinto venga
messo in un angolo e deriso da tutti.
Cosa hanno meno degli altri bambini ?
Il gagio si sente superiore, ma io, quando mi trovo di fronte ad uno che
si da delle arie, me ne dò di più. Una volta sono entrata in un
negozio, chissà che cosa mi credevo di essere - quando ci penso
mi viene da ridere pure a
me - però sono entrata a testa alta. Se tu ti
senti come una poveretta
chiedendo le cose per pietà, lamentandoti e dicendo "per piacere,
per piacere, ho tanti
figli" e così via,
nessuno ti considera; se
invece vai con coraggio, facendo vedere che non
hai paura di niente, ti staranno
a sentire' (cit. in M. Karpati, 1983).
La testimonianza di
una donna Sinta (residente a Roma)
offre uno spac- cato dei rapporti tra Zigani e gagè: è una
ennesima conferma del- l'elemento che caratterizza i rapporti
tra Zingari e gagè: la
quasi assoluta mancanza di fiducia.
I motivi sono noti:
per i gagè, gli Zingari sono misteriosi, vestono in maniera strana, conducono una vita particolare, chiedono l'elemosina e hanno la fama di
ladri: sono tutti elementi ritenuti deteriori dalla società contemporanea.
Gli Zingari hanno vissuto secoli di persecuzioni; sono
stati vittime dell'Olocausto;
agli inizi degli anni '90 sono tornati
ad essere bersaglio dei movimenti
neonazisti europei (in Germania, Austria,
Italia); vengono
comunemente disprezzati e
suscitano repulsione, che
essi avvertono chiaramente; i mass media li criminalizzano
sistematicamente. E’ certo che, se
si mettono da un lato le
motivazioni degli Zigani (persecuzioni, disprezzo, stermini) e
dall'altro quelle dei gagè (diffidenza, piccoli furti subìti), sono le
prime ad apparire più fondate. Tuttavia, occorre necessariamente creare un
clima di fiducia se si vuole il superamento delle diffidenze reciproche: la
fiducia si costruisce, con fatti
e comportamenti concreti. Sono oggi
tanti gli esempi (volontariato,
associazioni) di strutture in cui Rom e gagè si sono incontrati e si sono
fidati gli uni degli altri. Anche la nostra stessa esperienza, acquisita
durante la realizzazione del video, ci ha mostrato chiaramente l'importanza di
un rapporto di fiducia (non strumentale),
precondizione per un qualsiasi
interscambio tra persone più
vicine di quanto comunemente si creda.
La catastrofe della sedentarizzazione.
Nelle scienze sociali,
la catastrofe è un evento che comporta il
passaggio improvviso da uno stadio
ad un altro. Per i popoli nomadi, la sedentarizzazione è stato, in questo senso, un evento catastrofico:
ha comportato infatti il passaggio da un modo
di vivere ad uno com- pletamente diverso.
Un evento
catastrofico mette una società di fronte ad una situazione
difficile: trovare le risorse per adeguarsi alla nuova situazione oppure
scomparire (in varie forme: essere
inglobati nella società dominante, assimilazione alle fasce
marginalizzate della popolazione,
o semplice scomparsa fisica).
Si può definire il
nomadismo la caratteristica essenziale degli Zingari, che altrimenti potrebbero
essere associati ad una delle tante minoranze
etniche presenti nel mondo. Ma gli Zingari sono sempre stati qualcosa di
diverso da una minoranza etnica, appunto perché nomadi. Il nomadismo si
può praticare a
vari livelli (brevi
ma continui spostamenti in
un'area delimitata, oppure viaggio perpetuo senza una particolare
meta).
Col passare del tempo
gli Zingari sono diventati sempre meno
nomadi: a partire dal Seicento si
rafforzano gli Stati nazionali, che esigono il controllo sui circolanti nel territorio: nascono le 'Workhouses', le 'Zuchthauser', le 'Maison de force', dove vagabondi, poveri,
'pazzi', orfani vengono rinchiusi ed obbligati al lavoro forzato.
Lo Stato,
assecondando tendenze
socio-economiche in atto, iniziava
a costruire l'omologazione ed un più rigido controllo sociale. Si
arriva così alla situazione
attuale, fatta di passaporti,
carte d'identità, frontiere, permessi di soggiorno. Raramente gli Zingari si trovano in una situazione di piena
regolarità. E gli organi politici sembrano voler dare assistenza
agli Zingari in
cambio del loro controllo: spesso, si chiede agli
Zingari, ospitati nei campi attrezzati dagli Enti locali, di non cambiare residenza, pena il decadimento dei diritti appena
acquisiti. Gli Zingari (ed in
genere coloro che
si spostano da un luogo
all'altro senza controllo) sono, per
una vasta serie di ragioni, visti come
una grave minaccia, come un
potenziale
pericolo.
Insomma, nonostante il
potenziamento dei mezzi di comunicazione, oggi
è impossibile condurre una vita
nomade. Restano pochissimi spazi
resi- duali, caratterizzati da enormi difficoltà: i Sinti giostrai
piemontesi, per esempio, continuano a spostarsi conducendo la loro attività, ma
sono bloccati da asfissianti pratiche burocratiche (permessi, licenze...).
C'è un
grande processo storico
plurisecolare dietro la
fine del nomadismo: e c'è,
appunto, un evento catastrofico per la società Rom.
'Reverse scenery'.
Per capire la portata
di questo evento è estremamente utile ribaltare i termini della questione: proviamo ad immaginare cosa succederebbe
alla nostra società se un processo storico la costringesse al nomadismo:
1. dovremmo cambiare i
nostri concetti di spazio e di tempo: non più
lo spazio abitativo, fermo,
con l'abitazione come punto di riferimento fisso ed il viaggio come "andare al di fuori" dallo
spazio fisso, con la prospettiva del
ritorno. Ed il tempo, non
più come scansione degli orari
della città ma determinato in base ai tempi di percorrenza ed alle esigenze della vita nomade: dal tempo dell'orologio al
tempo con limiti evanescenti ed elastici.
2. dovremmo trovare
nuove risorse per adattarci alla
nuova situazione: risorse
culturali, per pensare
in modo adeguato
alla nuova situazione; risorse economiche,
per sopravvivere ad una
realtà che ha
reso inservibile la nostra
vecchia organizzazione economica; quasi tutti i modi occupazionali (uffici,
fabbriche, negozi) che erano possibili
con la sedentarizzazione, sono diventati incompatibili col
nomadismo: solo poche forme
economiche (che prima erano marginali)
sono ancora possibili, occorre trovarne
altre, per l'acquisizione dei beni indispensabili per la sopravvivenza.
In queste condizioni,
è facile immaginare quale
profonda crisi ci colpirebbe; saremmo capaci di adattarci,
magari nel biasimo generale di chi ci
vede come diversi, pericolosi,
misteriosi ? Di chi considera i nostri modi di vivere, di vestire, di parlare, di procurarci da vivere come deteriori ? E' estremamente probabile una risposta negativa: per cui, se la nostra società fosse condannata al nomadismo come
la società Zingara è stata condannata
alla sedentarizzazione, noi ci troveremmo
in una situazione simile
a quella dei
Rom: sconfitti dalla
storia, esponenti di una società in piena crisi.
Si può osservare (rispetto a
questo tipo di analisi) che un evento catastrofico,
per essere tale, deve essere improvviso, mentre i processi di sedentarizzazione
risalgono a molto tempo fa. Questo è vero, ma occorre dire che solo oggi si ha una sedentarizzazione pressoché totale, per le
difficoltà legislative sempre più numerose. Oggi si è arrivati alla paradossale situazione di una Europa
fortezza del benessere, difesa dagli eserciti, i cui cittadini
possono circolare liberamente. Per gli altri, gli
"extra-comunitari", la
libera circolazione è
impossibile. Per gli Zingari la
situazione è ugualmente difficile, per
cui essi stessi tendono a sedentarizzarsi.
In alcune realtà, si
progettano campi-ghetto dove far
risiedere i Rom: per tornare
all'esempio precedente, sarebbe come se
costringessero noi al nomadismo
perenne, senza possibilità di soste. La sedentarizzazione è stato
un processo costante e
graduale, proveniente
dall'esterno rispetto alla società zingara, con esiti
catastrofici. Il fatto che il
processo sia stato graduale e
diluito nel tempo ha permesso la
sopravvivenza della società Rom.
Il fatto che i Rom
slavi siano sedentarizzati anche in
Jugoslavia, non cambia i termini del
discorso: la
sedentarizzazione-catastrofe era già in
atto, perché quella società era in profonda crisi anche nei Balcani.
'Culture clash'.
Una televisione in
ogni roulotte. Circa quattro
ore quotidiane di visione: quattro ore di assorbimento di
modelli antitetici alla cultura di
origine, la
proposizione-imposizione di
modelli diversi da sé
ed irraggiungibili.
Le strutture
socio-economiche della società gagì e di
quella zingara sono
incompatibili: l'economia zingara è
stata espulsa dal sistema (v.
par. 2.7), la sedentarizzazione ha messo contemporaneamente in crisi le stesse coordinate spazio-temporali della
società Rom.
In più, c'è la
televisione: nell'ambito dello scontro tra i due sistemi, si colloca anche
lo scontro culturale: in questo, la cultura
zingara appare perdente anche
agli stessi Rom, sottoposti alla proposizione televisiva di modelli occidentali,
altri rispetto ai propri.
Ecco quindi profilarsi
uno scontro tra i giovani (desiderosi di vestirsi come i ragazzi della tv, attratti dal calcio
e dalle sue
stelle, vogliosi di consumi troppo spesso irraggiungibili) ed adulti,
divisi tra ciò che hanno imparato dai
genitori ed i modelli televisivi di cui
essi stessi subiscono il fascino.
Girando per il campo,
è possibile vedere ragazzi che si vestono, parlano e si atteggiano
come i ragazzi messinesi, i
quali a loro
volta somigliano a quelli di tante altre città. Un ragazzo Rom, il
giorno del Giugervdan, indossava
occhiali a specchio
e scarpe dal
tennis fosforescenti, come un giovane di New York. In quel giorno di festa, i Rom indossano il loro abito migliore: è
significativo che gli abiti indossati
fossero quasi tutti di foggia occidentale.
Tra l'altro, tra le
donne occidentali vanno attualmente di moda abiti di foggia zigana: è curioso vedere due culture che si
affascinano e si disprezzano a vicenda.
I ragazzi (e non solo
loro) seguono le vicende del calcio,
alcuni giocano all'oratorio Savio,
conoscono i nomi dei campioni (strapagati) delle squadre italiane e si
stupiscono se tu non tifi per nessuna
squadra.
I programmi più visti sono
quelli generalmente considerati peggiori: programmi
"d'intrattenimento",
telefilm, telenovelas: in
pratica il peggio che la
tv-spazzatura sforna.
La pressione televisiva porterà sempre più Rom a vestirsi
come gli occidentali, a pensare come i personaggi della tv, a
desiderare la macchina e tutti i
prodotti della società dei consumi, senza che abbiano a disposizione le risorse
adeguate per ottenerli.
Il che potrebbe
spingere molti nelle attività illegali,
per ottenere i beni di consumo che, più
che 'l'essere Rom', si
avviano a diventare elementi costitutivi di una nuova identità.
Nelle roulotte è possibile
vedere, oltre che ritratti
di carattere religioso, le nuove
icone del consumismo: gli adesivi
con i marchi di alcune note aziende.
La televisione
può rivelarsi, alla fine,
più pericolosa della stessa sedentarizzazione, cancellando le
basi di una identità un tempo forte e
definita: potrebbe riuscire dove le
'heidenjiachten', i nazisti e gli altri sterminatori hanno fallito: la
distruzione dell'identità Rom.
Il consumismo, lo ricordava Pasolini, sarà la
peste di fine secolo. Pensare che le sirene
televisive catturino solo i Rom
è del tutto sbagliato: si tratta di un grande fenomeno mondiale di
portata storica. E' bene chiarire che il
consumismo ha un grande ruolo
anche nelle società a
capitalismo avanzato, ma ha un diverso
impatto rispetto ai Pvs (Paesi "in
via di sviluppo"): intanto, le
società del Nord del pianeta sono
costitutivamente consumiste e si possono permettere di
esserlo, almeno fino ad ora: per
esempio, un tedesco bombardato ed
affascinato dalla pubblicità
di un'automobile può
soddisfare il suo
desiderio (indotto o meno che sia) in maniera più o meno facile;
un'albanese (o un brasiliano o un
nigeriano) non può farlo: è
costretto a sognare ad oltranza, si lega all'oggetto del suo
desiderio, finisce per non potervi più rinunciare, ne fa un feticcio.
Il risultato è che
oggi un europeo ha più
facilità ad abbandonare l'automobile (o a non guardare più la tv, o a consumare meno), mentre
gli abitanti del Terzo mondo tendono a legarsi agli oggetti del consumo che riescono a raggiungere.
L'impatto del
mercato mondiale con le varie realtà del pianeta è in genere traumatico: produce l'estraneazione
a sé stessi degli abitanti di un qualsiasi paese povero, che vede distrutta la propria cultura senza poter
aderire a quella
occidentale, di cui
subisce il fascino (trasmesso, appunto, via etere), ma
a cui non può aderire proprio perché troppo povero. Diventa doppiamente
straniero: rispetto alla
cultura d'origine ripudiata, rispetto alla 'cultura dei consumi' che tra
l'altro recepisce nelle forme peggiori: in
alcuni paesi dell'America latina
il feticismo delle merci è
arrivato ad un livello tale per
cui, specie nelle fasce più
povere della popolazione, molti genitori danno ai propri figli nomi come
"Toyota" o "Coca Cola".
Questo discorso vale
per quasi tutti i paesi terzomondiali, per l'Europa dell'est (con qualche
eccezione) e per la società Rom.
Per capire i Rom slavi,
più che alla società zingara è
forse utile riferirsi
all'Albania.
Si tratta di un paese
poverissimo (550 dollari l'anno di
reddito medio pro-capite). In
quasi tutte le case c'è
la televisione, molti hanno (circa la metà delle
famiglie) l'antenna parabolica:
nelle strade di Tirana si vedono
case in condizioni disastrose ai cui balconi sono appese le parabole per la
ricezione via satellite (anche questo è
un fenomeno mondiale, in atto soprattutto
nel mondo arabo).
Molte famiglie vedono
i programmi Rai, Fininvest e Bbc.
Dopo la tv, è l'automobile il sogno degli albanesi: così è nato il più grande mercato mondiale di auto rubate (solo in minima parte a beneficio degli
albanesi).
La colpevolizzazione dei poveri,
che ciclicamente si presenta
nella storia, porterà certamente a biasimare gli albanesi: in realtà,
c'è una conseguenza logica
precisa: i media propongono modelli
di consumo e disegnano l'occidente (nello specifico l'Italia) come un paradiso dove tutti/e sono bellissimi/e e si vincono milioni con una telefonata in diretta; le
pubblicità delle automobili
scorrono in continuazione: perché stupirsi se poi
c'è chi cerca di soddisfare i propri
desideri, indotti con tanta costanza ?
Oggi l'Albania è il
caso più evidente di 'telecolonizzazione'. A
Tirana si può trovare il 'caffè Juventus', coi camerieri in maglia
bianco-nera; il 'bar Berlusconi', prodotto del mito dell'arricchimento facile.
E l'Italia non è il
paese innocente che guarda un paese impoveritosi per colpe proprie: basta
ricordare la tessere onoraria del Psi al
dittatore Hoxa, le
traversine tossiche
regalate agli albanesi dalle ferrovie italiane (l'ennesimo caso di mala-cooperazione), il traffico di
clandestini a beneficio (tra gli altri) della Sacra corona unita
pugliese.
Il terzo mondo è
attualmente condannato a sognare ciò che
probabilmente non avrà mai: e chi va a cercarlo nel paradiso dei consumi
troverà soldati coi fucili pronti a
fermarli.
L'impatto televisvo.
E'
indispensabile, per capire la
trasformazione della società
Rom, riferirsi a quello che è un
fenomeno di dimensioni mondiali:
l'impatto della rappresentazione televisiva della società dei consumi
nei Pvs. E' un impatto che provoca
effetti analoghi (anche se non identici) nella società tunisina, in quella albanese ed in quella Rom.
Tra l'altro, i Khorakhanè provengono da zone vicine all'Albania ed è quindi
estremamente probabile che abbiano subìto la stessa fascinazione descritta in precedenza: d'altronde, il flusso
migratorio dei Rom slavi avviene da 20
anni per la ricerca di condizioni migliori, non per i tra- dizionali motivi che
spingevano i nomadi al viaggio.
I Rom di oggi
sono altro rispetto a quelli
del passato: due volte stranieri, rispetto alla cultura di appartenenza (che ormai
tende ad apparire perdente anche
a loro) e rispetto a quella consumistica, da
cui sono distanti sia per le
remore della tradizione (refrattaria
all'idea di ricchezza come accumulazione) sia per ostacoli
oggettivi, come l'insufficienza
delle risorse per un'adesione effettiva.
Vedere da un lato
persone belle, ricche e felici (in virtù dei consumi), e dall'altro il campo
nomadi caratterizzato da
emarginazione, povertà, infimo livello
di consumi produrrà sempre più la
vittoria del modello televisivo
(occidentale, capitalistico) sulla
cultura Rom: il 'culture clash', stando così le cose, sembra
avere un chiaro vincitore. Probabilmente, sentiremo sempre meno le orgogliose
affermazione fatte in passato
dagli Zingari ("Rom
sim", sono un
Rom). Più che
dalla sedentarizzazione, mille anni di storia degli Zingari stanno forse
per essere cancellati da una scatoletta magica, capace di creare la
realtà e di sedurre chi la guarda.
Alienazione feticismo
destrutturazione.
Sono le tre
parole-chiave per capire ciò che sta succedendo alla società Rom, diventata
ormai altro da sé (rispetto a ciò
che era in passato), attratta dal
feticismo delle merci (che suscitano uno straordinario potere
di fascinazione di carattere
magico), infine destrutturata nei suoi caratteri peculiari.
Possiamo costruire un
modello interpretativo derivato da
quanto detto fino ad ora:
1. Il primo elemento è
la sedentarizzazione, che da parziale si avvia
a diventare totale,
destrutturando le coordinate spazio temporali e la stessa 'weltanschaaung' della società Rom,
secondo le modalità
ampiamente descritte (v. par. 2.5).
2. Il secondo
elemento, in parte conseguenza del primo, è la
espulsione dal mercato
delle attività tradizionali della società Rom:
l'artigianato del ferro, lo spettacolo viaggiante, ecc, (v. par.
2.6) sono attività tagliate fuori
dalla produzione in
serie e dall'organizzazione del
lavoro nata con la rivoluzione industriale, mentre la regolazione
burocratica costituisce un ulteriore fattore di esclusione: la
società Rom non riesce
più a procurarsi risorse economiche, se non con attività che nel
passato erano marginali
(mendicità,...)
3. Il terzo elemento è
l'impatto dei modelli televisivi, che costituisce una aggravante della
crisi attivata dai primi due elementi. Questo fattore accelera la
destrutturazione della cultura
Rom e
provoca effetti collaterali
(desiderio dei consumi, feticismo delle
merci) dalle conseguenze imprevedibili.
Il risultato della
combinazione di questi tre elementi (il cui impatto è avvenuto in tempi ed in
forme diverse nelle varie società Rom) è
facile a descriversi: l'implosione della società zingara.
L'implosione, frutto
di una serie di eventi catastrofici, si presenta come rapido declino di una civiltà. Il risultato, per dirla in termini semplici, è una società 'che si
lascia andare'.
Tutto ciò è
chiaramente visibile al campo nomadi: se gli uomini passano il loro tempo
nelle roulotte o si lasciano prendere dall'alcolismo e delegano alle donne ed ai bambini il loro
mantenimento, ciò deriva dalla loro perdita di
ruolo e dignità, per la combinazione degli elementi descritti
in precedenza.
La perdita
dell'onore è una ulteriore conseguenza dell'implosione: è significativo che spessp gli
uomini vadano a chiedere
lontano dal luogo di residenza, dove
non sono conosciuti, ma si rifiutano
di farlo nei pressi del luogo dove
risiedono.
Ghetto identità
permanenze.
Il mutamento della
società Rom non rimuove la ghettizzazione, che a sua volta non serve
neanche a difendere l'identità
Rom. Gli stessi campi (attrezzati o meno) somigliano a 'riserve indiane' che
accrescono la separazione tra
mondo Rom e gagè.
Nello stesso tempo, si
assiste alla crisi di identità della società Rom: vacillano le strutture sociali (la 'kris' o le
forme analoghe, in particolare), sono ridimensionate o
sparite le forme
di attività economica, le
pratiche religiose tendono ad essere dimenticate (v. par. 4.4), aumenta la litigiosità: sono tutte caratteristiche
tipiche di una società implosa, che
tende a perdere le proprie caratteristiche sotto il peso di un'altra, senza
(per vari motivi) potervi aderire.
Rimangono tuttavia
delle permanenze culturali significative che legano i discendenti dei popoli zigani ai loro progenitori: il ricorso alla mendicità, il rifiuto del lavoro dipendente, la sostanziale diffidenza nei confronti dei gagè ed il
rapporto strumentale con la loro società. Naturalmente, nel passato questi elementi avevano
forme diverse: la mendicità era una pratica residuale, una
forma di approvvigionamento di
risorse marginale rispetto
agli altri lavori:
per cui, come
la chiromanzia, era prerogativa delle donne; lo stesso furto si inseriva
in una situazione completamente diversa,
mentre oggi è
dettato dalle condizioni complessive
(il rapporto conflittuale col mondo gagè, l'istigazione ai consumi
prodotta dalla tv ed
anche le condizioni drammatiche che spesso pongono i
Rom ai limiti della sopravvivenza).
Due culture ?
Comunemente, si
continua a parlare del rapporto tra
la cultura gagè e zingara. Il rischio è che si parli di fantasmi di culture, più che di culture vere e proprie.
La cultura
zingara, abbiamo visto, si trova attualmente in un
limbo: destrutturata nelle sue componenti fondamentali (e senza più autonomia economica) si trova oggi indifesa rispetto al "culture clash", di cui l'impatto televisivo è solo l'aspetto più evidente.
Per quel che riguarda la "nostra"
cultura, sarebbe interessante (e difficile) da
definire: se ci
riferisce alla cultura
occidentale, ritorna alla mente
solo il "pensiero unico", cioè l'ideologia attualmente dominante, basata
sull'idea di ricerca del massimo
profitto come coordinata fondamentale. E chiamare questo
cultura è molto difficile.
In effetti, il
"pensiero unico" ha cancellato (o tende a cancellare) la pluralità di forme culturali presenti in
Occidente: dalle culture locali al pensiero
religioso, dalle correnti filosofiche
fino alle teorie politiche. Che oggi sono
ossessivamente definite come sepolte, finite, distrutte.
Rimane solo la
cultura del denaro e del consumo: che sta cancellando anche
la cultura zingara, la quale, comunque la si giudichi, rimane uno straordinario esempio di resistenza ad un
modello fortemente omologante. Se la resistenza è terminata, se "il vento
non soffia più", allora è più corretto parlare di fantasmi di culture.
Fascinazione /
repulsione.
E' vero che dello
Zingaro esistono due stereotipi: da un lato il
ladro, sporco, diverso e pericoloso. Dall'altro il filosofo,
musicista, figlio del vento. Due stereotipi che indicano qualcosa d'importante:
il Rom suscita repulsione ma
affascina.
Da un lato il gagè
tende a rimuovere modelli di vita
diversi dai suoi, considerandoli
inferiori appunto perché diversi; dall’altro ne subisce il fascino fino ad
idealizzarli, chiaro segno di una insoddisfazione di sé. Oggi, il fascino della
vita 'bohemien' è in declino, ma fu molto
forte, per esempio, alla
fine del secolo
scorso. Il modo
di vita piccolo-borghese,
dominante oggi, favorisce una falsa sicurezza, basata sul perbenismo e sulla
criminalizzazione dei modi di vita diversi: è una sicurezza tanto fragile da
non poter permettersi neanche la conoscenza dell'altro da sé: che ci sia dietro
una paura inconscia di
subire il fascino di un modo di vita
altro e di rivelare l'insoddisfazione di sé ?
Dal punto di vista
zingaro, la società gagè è vista anch'essa con un misto di
ammirazione e senso di superiorità. Se l'ammirazione è forse un sentimento
più recente, storicamente lo si vede
dal patrimonio di racconti Rom) i gagi sono visti un po’
come stupidi.
La diffidenza, di
certo più che motivata (vedi par. 1.3), è comunque il sentimento più forte: è anche vero, che una volta superato
questo muro, i rapporti tra Rom e gagè
sono umanamente straordinari. Comunque, quando
persiste la diffidenza,
i Rom hanno la capacità (straordinaria nei bambini)
di dirti "quello che
tu vuoi sentire": conoscono i nostri
pregiudizi nei loro
confronti e rispondono
di conseguenza.
I rapporti tra le
due società sono
attualmente caratterizzati dallo scambio ineguale: dal punto
di vista culturale,
è praticamente unidirezionale:
gli zingari assorbono modelli (dalla tv e non solo) dall'esterno, vengono
scolarizzati, ma vivono
in uno stato
di ghettizzazione.
Dal punto di vista
economico, i Rom si trovano in un modello
del tipo: dono senza reciprocità, cioè
ricevono l'elemosina senza dare in cambio niente: è un modello che produce frustrazione, alleviata dalla difesa culturale del rapporto strumentale con la società gagè,
che è un modello tipico della società (che sono state) nomadi.
Altro segnale del
rapporto tra le due società è il nome che le
famiglie danno ai figli: accanto
ai nomi slavi, sono
già numerosi i
nomi italiani. E' un
significativo indicatore del
livello raggiunto (vittoria/sconfitta) dalla
società Rom nei
confronti di quella ospitante.
Come il Sud.
Riferire situazioni
che appaiono completamente diverse a sé stessi ed al proprio mondo serve molto
a comprenderle meglio.
La vicenda dei Rom non
è del tutto diversa da quella
del meridione d'Italia.
Intanto, i meridionali
condividono la sorte
zingara per quel
che riguarda le accuse che vengono
loro rivolte: "non hanno
voglia di lavorare, sono ladri
(o mafiosi), sono parassiti".
Chi vive al Sud
sa bene che la realtà è infinitamente
più complessa, così come chi conosce la società Rom comprende che le semplificazioni razziste non spiegano e non
risolvono niente.
In più, può apparire
estremamente ipocrita l'accusa
agli zingari di esser ladri. Viviamo
in una
società dove il furto
(l'accumulazione illegale di risorse) è prassi comune a vari livelli
(politica, economia, ecc.), la società meridionale è basata sull'economia criminale, il cui peso non è certo da considerare marginale.
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