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Finte censure all`italiana, ministri che negano, neofascisti offesi, giochi di politica internazionale. Un regista maledetto che salta in aria ad Amman durante un pranzo di nozze, in un attentato di Al Qaeda. Accuse di vilipendio delle forze armate, difese su disguidi burocratici. Migranti sbarcati a Lampedusa che diventano merce di scambio per i danni denunciati da una pellicola hollywodiana finanziata coi soldi del petrolio. Non è un film assurdo e appassionante. E` solo parte di ciò che ha seguito l`ultimo ciak del film Il leone del deserto.
È l`anno 1929 e il dittatore fascista Benito Mussolini deve affrontare la ventennale guerra intrapresa dai patrioti arabi e berberi di Libia che si battono contro il colonialismo italiano e le sue rivendicazioni di una "quarta sponda", a simboleggiare un rinato Impero Romano sul suolo d`Africa. Mussolini nomina il generale Rodolfo Graziani come suo sesto Governatore di Libia, sicuro che un militare di tale credito saprà schiacciare la rivolta e ristabilire le passate glorie della Roma imperiale. Ad ispirare e guidare la resistenza agli oppressori è un uomo solo: Omar al-Mukhtar. Insegnante di professione, partigiano per dovere, Omar al-Mukhtar si è votato ad una lotta che non potrà vedere vinta nel corso della propria vita.
Omar
Anche se Omar al-Mukhtar ed i suoi uomini si avvalevano di armi obsolete, il generale Graziani ammise e testimoniò della loro grande abilità nel muovere guerra. Graziani controllava il Nord Africa con la forza dell`esercito italiano, e carri armati e aeroplani furono impiegati per la prima volta nel deserto. Una dotazione primitiva non poteva reggere il confronto con delle armi moderne, e malgrado il loro coraggio i libici soffrirono pesanti perdite. Nonostante tutto ciò, essi impegnarono per venti anni gli italiani impedendo loro di conseguire una vittoria completa. In una delle scene Omar al-Mukhtar mostra il suo vero e più intimo lato umano rifiutandosi di uccidere un giovane ufficiale disarmato, ma fornendogli anzi una bandiera italiana per il ritorno. Omar al-Muktar dice che nell`Islam non si uccidono i soldati prigionieri, ma si lotta solo per la propria patria e solo se mossi dalla necessità; altrimenti si deve odiare la guerra. Il ricordo di Omar è ancora vivissimo, il suo ritratto compare sul retro della banconota libica da 10 dinari.
Storia del film
Nel 1979 Gheddafi affida al regista siro-americano Mustafà Akkad l`incarico di girare in Cirenaica un Kolossal sulla resistenza libica contro gli italiani. "Il leone del deserto" viene presentato a Cannes con un buon successo ma non sarà mai ufficialmente proiettato in Italia. "Il film è sgradito", dirà il sottosegretario agli esteri Costa nel 1981 e nel 1987 una proiezione a Trento verrà proibita dalla Digos. L`Italia ancora negli anni `80 non sopporta di veder raccontata una storia coloniale intrisa di orrori e tragedie (Amalia Navoni, Colonialismo italiano in Libia: un passato da svelare, Mani Tese, maggio 2004). “Tutti conoscono le atrocità del nazismo, ma Lion of the Desert è la prima pellicola sulle brutalità del regime mussoliniano nelle colonie`. Con queste parole, il regista Akkad inizia nel 1979 le riprese del film, costato 35 milioni di dollari e forte della presenza di star del cinema come Anthony Quinn nel ruolo di Omar Mukhtar, Oliver Reed (il generale Graziani), Rod Steiger (Mussolini), Irene Papas, John Gielgud, Gastone Moschin e Raf Vallone, con la ricostruzione di interi villaggi e un esercito di 8.500 comparse, diventa una delle produzioni più costose nella storia del cinema. In Libia è ancora vivo il ricordo dei centomila deportati nel deserto nel 1932 e dei cinquemila deportati nelle nostre piccole isole (Ustica, Ponza, Favignana, Tremiti) nel 1911, di cui non hanno saputo più nulla. I libici aspettano ancora la mappa delle mine disseminate nel deserto che a tutt`oggi causano morti e mutilazioni. I libici sono anche consapevoli che il popolo italiano, nella stragrande maggioranza, è all`oscuro delle atrocità che hanno accompagnato e sostenuto la nostra vicenda d`oltremare.
270 chilometri di filo spinato
Graziani vuole isolare la resistenza: fa erigere, lungo il confine egiziano, una barriera di filo spinato sorvegliata da autocarri e aviazione, che si estende per 270 chilometri. Omar Mukhtar alla fine viene catturato: ha 73 anni e da dieci non fa altro che combattere. Dopo un processo sommario nel settembre 1931 viene impiccato di fronte a 20.000 persone fatte arrivare dai campi di concentramento. Autorevoli storici si sono pronunciati sulla fondamentale fedeltà storica del film, dal maggior esperto del colonialismo italiano, Angelo Del Boca, a un autore come l`inglese Denis Mack Smith, sino a uno storico come Drew Middleton, principale corrispondente militare del "New York Times" e "New Republic": “Mai prima di questo film gli orrori, ma anche la nobiltà della guerriglia, sono stati espressi in modo così memorabile, in scene di battaglia così impressionanti; mai – prosegue Middleton - l`ingiustizia del colonialismo è stata denunciata con tanto vigore. Chi giudica questo film col criterio dell`attendibilità storica non può non ammirare l`ampiezza della ricerca che ha sovrinteso alla ricostruzione`. Anthony Quinn sul film: “Mi sono identificato nel sacrificio di Omar Mukhtar che sapeva di non poter vincere, ma non ha esitato a sacrificarsi con passione. Non dimenticate le mie origini: un padre irlandese, vecchio compagno di Pancho Villa durante la rivoluzione, e una madre messicana di discendenza azteca` (Paolo Bruciati, "La censura dello sguardo").
Brava gente
La verità sul nostro periodo coloniale stenta ad apparire, mentre continua ad essere diffusa l`immagine di un colonialismo dal "volto umano" interessato alla valorizzazione delle terre e all`elevazione delle genti africane. Invece, quando nel 1943 finisce il periodo coloniale italiano in Libia, "l`eredità italiana è disastrosa: il 94% della popolazione è analfabeta, la mortalità infantile è al 40%, il reddito pro capite non supera le 16 sterline all`anno, la struttura sociale è arretrata di trecento anni; solo 13 libici sono laureati, tra di loro non c`è nessun medico" (Andrea Semplici, "Libia", Edizioni Cluep). «Che tutto il mondo sia testimone che le nostre intenzioni verso il governo italiano sono nobili, che noi non abbiamo altro scopo che quello di rivendicare la nostra libertà e che gli scopi dell`Italia tendono a reprimere ogni movimento nazionale che miri al risveglio e al progresso del popolo libico». Queste sono le parole di Omar Mukthar contenute nel discorso alla sua gente il giorno prima che la tregua di Sidi Rahuma, stipulata con il generale Badoglio, si concludesse e cominciasse una lotta che avrebbe portato all`impiccagione di un uomo di settant`anni, capo dei partigiani libici.
Campi di sterminio e centomila deportati
Ormai è storicamente appurato che le colpe italiane nella campagna libica siano state tante e molti i comportamenti spregevoli: tonnellate di gas (iprite e fosgene) utilizzate contro i ribelli, decapitazioni, impiccagioni in piazza, partigiani libici trasformati in torce umane o gettati dagli aeroplani; nostri soldati che rinchiusero decine di migliaia di persone appartenenti a popolazioni, in campi di sterminio. Graziani procede quindi a una spietata repressione, distruggendo le coltivazioni, avvelenando i pozzi, sottoponendo a decimazione interi villaggi, fino ad attuare tra il `29 ed il `34, la deportazione dell`intera popolazione del Gebel (seminomadi della Cirenaica) circa 100.000 persone, un ottavo di quella libica, in campi di concentramento (perirà circa il 40%) (Eric Salerno, Genocidio in Libia. Le atrocità nascoste dell`avventura coloniale italiana, Manifestolibri 2005). Il generale Graziani sarà nominato "presidente onorario" del MSI. Gli italiani conquistatori. Gli uomini che Gabriele Salvatores in Mediterraneo (opera che vinse il premio Oscar per il miglior film straniero nel 1991) descriveva come donnaioli, amanti del calcio, dei giochi e delle feste; quella gente che in realtà non si comportò meglio neanche nelle campagne in Jugoslavia ed in Albania (Carmine De Fazio, Una vergognosa censura che permane ancora oggi).
Censura e vilipendio
Il film è di ottimo livello, ma probabilmente l`aspetto più interessante è ciò che lo circonda, divenuto quasi leggendario. La mega produzione voluta da Gheddafi è circondata da aneddoti e voci: l`inclusione di una scena storicamente inesatta che mettesse in cattiva luce il collaborazionismo della confraternita dei Senussi, invisa al Rais perché legata al re Idris destituito dalla rivoluzione. Il barbiere che rasò Rod Steiger - Mussolini, sarebbe stato anche il barbiere del dittatore. Nella scena dell`entrata di Graziani a Bengasi, girata a Roma, Akkad aveva invitato sul set alcuni esponenti dell` Msi che, riferiscono le cronache, si sarebbero commossi e sbalorditi per il realismo del tuffo nei bei tempi andati, con somma irritazione della troupe. La pellicola non fu mai distribuita in Italia, dove resta tuttora quasi introvabile. Negli USA il film viene distribuito nel 1980, in Europa due anni dopo. Ma non in Italia: nonostante il dibattito suscitato sulla stampa ed il grande cast, l`unica proiezione ufficiale fu nell`88 al Riminicinema, alla presenza del regista. Già nel 1981, prima del debutto di Cannes dell`anno dopo, ci fu un`interrogazione parlamentare di un deputato missino, tale Olindo Del Donno, a cui rispose l`allora sottosegretario agli esteri Raffaele Costa, il quale informò il parlamento che fin dal maggio 1981 erano state acquisite informazioni e valutazioni relative alla pellicola presso la rappresentanza italiana a Washington e presso il consolato a New York, dalle quali risultava la forte impostazione antiitaliana.
Censura all`italiana
Ciò veniva attribuito al finanziamento che Gheddafi aveva dato alla produzione e alle esigenze di carattere politico-propagandistiche del governo libico. Nel discorso l`on. Costa – ribadiva che in sede storica il giudizio sull`umanità del soldato italiano appare sostanzialmente definito e non certo suscettibile di revisione, tanto meno in sede cinematografica." Costa fu indicato nel 1982 da Panorama come il censore che aveva vietato il film in quanto "lesivo dell`onore dell` esercito". Cosa che lui poi smentì. Secondo Emo Egoli, allora presidente dell`Associazione per l`amicizia italoaraba “La proiezione del film non era mai stata autorizzata perché nessuno aveva mai chiesto la prescritta autorizzazione al Ministero dello Spettacolo. Tutto questo per non deteriorare i rapporti tra Italia e Libia che intorno ai primi anni Ottanta erano molto buoni`. Secondo quanto dichiarò una volta il regista Akkad invece "furono fatti dei discorsi in parlamento contro il film, per questo venne probabilmente negato il visto di censura, questo almeno mi rispose il distributore, che la domanda era stata respinta, non so altro`. Il film venne comunque presentato al Mifed (Cinema and Television International Multimedia Market, e cioè la “vetrina` commerciale per prodotti audiovisivi più importante in Italia), il che testimonia interesse da parte di qualche distributore che ce lo portò, ma anche in quell`occasione “Il Leone del Deserto` non ha vita facile: si scomoda lo stesso presidente dell`Ente Fiera, per sbattere fuori il film dalla manifestazione. Il 10 marzo 1987 alcuni pacifisti provano a proiettarlo a Trento ma interviene la Digos, seguono denunucia e processo. In seguito Craxi prometterà di farlo proiettare dalla Rai, cosa che puntualmente non avverrà. Giuliano Urbani, ministro della Cultura e dello spettacolo, rispondendo ad una interrogazione parlamentare, si badi bene, il 15 aprile 2003, riguardante il film, si giustificò così: «È opportuno premettere che, ai sensi dell`articolo 1 della legge 21 aprile 1962, n. 161, la proiezione di opere cinematografiche in pubblico nonché l`esportazione all`estero di film nazionali sono soggette a nulla osta da parte dell`Autorità governativa, su domanda sottoscritta dagli interessati (produttori, distributori, eccetera) e parere conforme delle commissioni per la revisione cinematografica di primo e secondo grado. Ciò in conformità con i dettami costituzionali che prevedono da un lato la libertà di espressione artistica e dall`altro la tutela e la protezione dell`infanzia e la difesa del buon costume. Nel caso del film in questione, si segnala che lo stesso non è corredato del prescritto nulla osta ai fini della sua circolazione interna ed internazionale, in quanto i soggetti interessati non hanno mai presentato la relativa istanza» (De Fazio, cit.).
Proiezioni pubbliche e clandestine
Varie proiezioni "ribelli" sono state organizzate, come ad esempio durante il Festival dei popoli, nel novembre 2002 a Firenze, oppure durante il convegno di studi storici di Sesto San Giovanni, nel gennaio dello stesso anno. Proiezioni prive di conseguenze "di ordine pubblico". L`ultimo veto riguardante questo lungometraggio, che effettivamente risulti risale alla citata videnda di Trento. Dopo che i deputati di Democrazia proletaria, nel 1987, chiesero di proiettare il film alla Camera dei deputati, Il leone del deserto venne visto il 17 Settembre 1988 a Rimini nel corso di del festival Rimini-Cinema. Da allora solo proiezioni "tollerate". Ma nonostante ciò i veti non sono ancora ufficialmente caduti, e la pellicola non può liberamente circolare nelle sale italiane. Lo storico inglese Denis Mack Smith ha scritto sulla rivista Cinema nuovo: "Mai prima di questo film, gli orrori ma anche la nobiltà della guerriglia sono stati espressi in modo così memorabile, in scene di battaglia così impressionanti; mai l`ingiustizia del colonialismo è stata denunciata con tanto vigore....Chi giudica questo film col criterio dell`attendibilità storica non può non ammirare l`ampiezza della ricerca che ha sovrinteso alla ricostruzione". (Eric Salerno, Genocidio in Libia, Roma, 2005, p. 15).
Un passato lontano ed attuale
Nonostante la rimozione collettiva dei crimini italiani, la questione continua a pesare sulle vicende dei due paesi, sugli abitanti inconsapevoli e sospettosi di Lampedusa, sulla pelle di migranti ignari. Solo nel 1998, l`Italia "esprime rammarico per le sofferenze arrecate al popolo libico a seguito della colonizzazione" e accetta le trentennali richieste libiche: aiuto ai tecnici libici per individuare i vecchi campi minati, risarcimento delle vittime saltate su quegli ordigni dimenticati e indagine sulla sorte dei deportati libici. Ma la questione non è ancora chiusa. Gli incontri bilaterali che hanno visto insieme Gheddafi con Prodi, D`Alema e prima a ancora con Berlusconi (memorabile la scenografia della cena in tenda nel deserto) non sono stati risolutivi. Gli italiani, per ragioni elettorali, erano palesemente interessati alla chiusura con metodi repressivi del flusso di migranti che dalle coste libiche giunge a Lampedusa, la controparte era ben consapevole del potere di ricatto e spingeva per sostanziosi risarcimenti in denaro ed "opere pubbliche".
Ucciso da Al Qaeda durante un banchetto di nozze
Attacco terrorista quasi simultaneo in tre alberghi internazionali di Amman, la capitale della Giordania: 56 morti (tra cui diversi bambini) e 102 feriti è il bilancio dell`azione dei kamikaze. Colpiti il Grand Hyatt, il vicino Radisson Sas e il Days Inn. E` il 9 novembre del 2005, la strage è attribuita al terrorista giordano Abu Musab al Zarqawi, e rivendicata da Al Qaeda. Un funzionario francese dell`Onu che stava cenando al Grand Hyatt, ha detto: "Ero a tavola con amici nel ristorante vicino al bar, quando ho visto un`enorme palla di fuoco salire dal pavimento verso il soffitto. Poi, tutto è diventato nero. La devastazione è stata assoluta. L`obiettivo doveva essere il bar, ma l`intera zona era affollata di persone". Al momento dell`esplosione, al Radisson era in corso un banchetto di nozze con oltre 250 invitati. Gli sposi, sono rimasti entrambi feriti e hanno perso i genitori. Tra gli invitati, il regista Mustafa Al Akkad, morto insieme alla figlia Rima.
Scheda del film
Lion of the desert, di Moustapha Akkad - Sceneggiatura: H.A.L. Craig – Fotografia: Jack Hildyard – Musica: Maurice Jarre - Interpreti: Anthony Quinn, Oliver Reed, Rod Steiger, John Gielgud, Irene Papas, Raf Vallone, Gastone Moschin - Libia/USA 1979, 192` – lingua inglese, con sottotitoli in italiano
Formato per la citazione:
Redazione terrelibere.org, "Il leone del deserto", terrelibere.org, 14 febbraio 2010, http://www.terrelibere.org/terrediconfine/il-leone-del-deserto