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  •    Da Trieste a Tirana. L’eco della guerra nei Balcani

La storia di un incredibile tunnel che permise la sopravvivenza degli abitanti di Sarajevo durante l’assedio. Venti anni fa. Una delle tantissime storie dei Balcani, i “monti di miele e sangue”.

I Balcani. Infinite frontiere e popoli che si abbracciano e si odiano da secoli. Quello che stiamo per raccontare è un percorso nel territorio d’Europa più ricco di storia. L’etimologia del nome Balcani dice tutto: sono i monti di miele e sangue.

Ogni paese, ogni persona, ogni locale ha una storia da raccontare. Da dove iniziare? Per esempio dai ricordi di guerre recenti: i fori dei proiettili nei palazzi in Bosnia; o la nostalgia di quando – fino al 1954 – Trieste era uno Stato libero. Oppure potremmo raccontare le meraviglie del paesaggio: il fiordo del Montenegro, unico nell’Europa meridionale, o le piccole Venezie lungo la costa d’Istria e Dalmazia.

Il ponte di Mostar distrutto durante la guerra e poi ricostruito

Quello che altrove si studia stancamente a scuola, nei Balcani si discute nei bar. La storia si intreccia con l’attualità. Le antiche stragi come il ricordo degli eroi. In Albania Skanderbeg è onnipresente, così come le tracce delle lotte contro l’impero ottomano. Ovunque i confini sono stati segnati dal sangue e dai ricordi degli esuli. I cimiteri sono sempre in evidenza. I luoghi mantengono i ricordi delle battaglie, vecchie di sette anni o di sette secoli.

Qui pezzi di mondo si incrociano da sempre: gli italiani slavi, i nazionalisti di mille patrie, gli emiri che comprano pezzi d’Europa, l’eco dei muezzin nella conca di Sarajevo.  Oggi Islam e America si sfidano a colpi di scuole. Il cibo è lo specchio di questi incroci: italiano, turco, greco, austriaco, ungherese.

I territori sono segnati dall’emigrazione: in Albania incontreremo persino il bar “Espulsi Schengen”. Un’esperienza indimenticabile sarà il ritorno trascorso sul pavimento di una nave napoletana con gli emigrati albanesi di successo. Non c’era abbastanza posto ed era l’unico spazio disponibile.

L'aeroporto di Sarajevo visto dall'entrata del tunnel

Ma tra tante possibili storie abbiamo scelto quella di una galleria scavata a mano con mezzi di fortuna. È una storia incredibile, che forse racchiude lo spirito dei Balcani.

Fuori dal centro di Sarajevo c’è un museo unico nel suo genere. Quello del tunnel. Durante l’assedio, dal ’92 al ’96, la città era isolata dal mondo. L’unico collegamento era un piccolo pezzo dell’aeroporto che assicurava i rifornimenti di cibo e armi. Il problema era raggiungere l’aeroporto. Dalle colline i cecchini sparavano a chiunque si muovesse. Lo scalo era protetto dall’ONU, che però si limitava a garantire l’esistenza di quel minuscolo spazio separato da tutto.

Allora da un’abitazione privata si scavò a mano un tunnel segreto, unico collegamento col mondo della città assediata. I serbo-bosniaci si dannarono l’anima per quattro anni, ma non riuscirono mai a localizzarlo.

 

Uno dei cimiteri di Sarajevo

 

Il museo consiste in una serie di cimeli di quegli anni, tra cui aiuti alimentari vecchi di decenni inviati dagli USA nei Balcani. Si può scendere nel tunnel, è così basso che un uomo non riesce a stare in piedi. Eppure quella comunità assediata e isolata, colpita a morte dal fuoco dei cecchini, riuscì a resistere mentre l’Europa restava immobile. Si tenne persino un’edizione di miss Sarajevo e ogni occasione era buona per vivere qualche momento di “normalità”.

Balcani - L'assedio di Sarajevo

 

Un manifesto ricorda ironicamente quell’epoca: sotto la mappa della città campeggiano le scritte Sarajevo 1984, Winter Olympics; 1992-1995 Surrounded City. Ricordano che la capitale della Bosnia ospitò sia le olimpiadi invernali che il più lungo assedio dell’epoca moderna.

Un cartello dice: “Benvenuti nel luogo dove è finito il ventesimo secolo“. Un secolo di guerre e orrori terminato con una guerra nel cuore d’Europa. Oggi rimossa nel resto del continente, ma qui si preferisce mantenere anche i fori dei proiettili negli edifici. “Shame of you, Europe”, si legge in uno striscione in centro.

Nei pressi della biblioteca una lapide ricorda che anche la prima guerra mondiale iniziò qui. Nel 1914 Gavrilo Princip, infatti, sparò all’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria. Dopo un mese l’impero di Vienna dichiarava guerra alla Serbia, dando il via a un conflitto che avrebbe portato alla morte di circa 14 milioni di persone.

Ci riteniamo i depositari della civiltà, ma la storia d’Europa è una storia di orrori. Ce lo ricorda Sarajevo, dove il Novecento iniziò e finì. Nel sangue.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.