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Rosarno. Sibril che cammina nella notte senza scarpe

Di Giulia Bari

Venerdì. Piana di Gioia Tauro, Calabria

Sibril ha camminato scalzo da Polistena a Gioia Tauro. Venti chilometri. È uscito nella notte dal pronto soccorso dov’era ricoverato. “Il ragazzo non c’è, non ha firmato la lettera di dimissioni. Si dev’essere allontanato”, ha risposto un operatore il giorno dopo. Nessuno si è chiesto dove fosse andato quel giovane che per terapia assume tre volte al giorno psicofarmaci. Meglio cosi. Un problema in meno, una brandina in più.

 

Rewind. Mercoledì. Nicotera, pomeriggio inoltrato

“Dottoressa, buongiorno! Domani arriva Sibril a Rosarno!”. L’assessore di Palazzo San Gervasio chiude la comunicazione. Sibril arriverà a Rosarno in una macchina con autista. Un viaggio da trecento euro. Perché trecento euro sono stati spesi dal Comune di Palazzo San Gervasio per allontanarlo non appena dimesso dal reparto di psichiatria di Melfi senza assicurarsi che avesse un posto dove stare.

“Il ragazzo è residente a San Ferdinando, quindi è di competenza dei servizi sociali calabresi. Qui abbiamo fatto tutto il possibile ma non abbiamo trovato niente per lui”. Peccato che i comuni calabresi di San Ferdinando e Rosarno siano commissariati, che i servizi sociali di San Ferdinando non esistano e che quelli di Rosarno siano stati avvisati all’ultimo secondo. La merce avariata dopo un po’ puzza. Meglio buttarla via in fretta.

Giovedì. Comune di Rosarno, centralino

“L’assistente sociale non c’è, proviamo a chiamare”. Un odore stagnante accompagna la vista di una decina di poster a tema religioso “Madonna con pecore” che colora la parete. Sul tavolo, un telefono e decine di piccoli fogli bianchi incisi a penna nera con rigorose linee nere orizzontali e verticali.

Altri spessi rettangolari neri cancellano con forza decine di numeri di telefono inutilizzati nel grande quaderno rubrica. “Dovrebbe esserci il numero di telefono dell’assistente sociale”, dice l’autore di tutto ciò con la penna nera in mano. Le unghie lunghe digitano il numero. Nessuna risposta.

“Signorina proviamo con il suo cellulare”. L’assistente sociale risponde, dice di non aver ricevuto alcuna comunicazione. Sibril non è tra i suoi casi e non sa proprio che farci.

Giovedì. Rosarno, parcheggio del Comune

Sibril aspetta davanti al Comune. Ha concluso cosi quel viaggio da trecento euro che, allo stesso prezzo, avrebbe potuto portarlo in Mali. Un viaggio con autista che presupponeva quantomeno un’accoglienza dello stesso livello. Ma ci sono solo due operatrici e una Panda ad aspettarlo. Il borsone verde acqua, le scarpe slacciate.

La terapia è così forte che riesce a malapena a tenere gli occhi aperti. È difficile pensare che un medico abbia previsto che possa assumerli da solo tutti quei farmaci. Sibril dagli occhi chiusi e la bocca impastata. Magari dormendo per strada o tra il piscio della fabbrica occupata di San Ferdinando. Per oggi forse la strada l’abbiamo evitata. Si va a Drosi, qualcuno ci potrà aiutare.

Giovedì. Drosi e le case di Ciccio

Ciccio scende dalla macchina bianca. Ha trovato un posto letto per Sibril in una casa con un ragazzo del Mali. Una casa accogliente perché chi la abita è un giovane delicato e gentile. Facciamo la spesa. Un piccolo passo verso la normalità. Sibril si siede, sembra felice. S’infila in bocca delle noccioline. Sorride mentre il sale e le briciole gli escono dalle labbra come piccole formiche. L’indomani saremo di nuovo li. Ma ci torneremo molto prima.

Dopo un’ora Sibril ha una nova crisi. Piange, cade a terra. Ricorda i genitori morti. “Quando morirò ricorderò solo voi”. Sibril ha trovato un qualcosa di alcolico al bar poco più in là. È chiaro che qui non ci può stare. È chiaro che non può stare da solo.

Il pronto soccorso e il soccorso che non c’è

L’infermiera entra brusca nell’appartamento. Sibril russa sul letto dopo la crisi. Lo schiaffeggia con i guanti di lattice blu. “Hey, mi senti?”, dice gridando. Si cerca di ricostruire l’accaduto, di spiegare che il ragazzo dovrebbe essere tenuto sotto osservazione. Le dimissioni di oggi all’ospedale di Melfi non erano sufficienti a dichiararlo fuori pericolo.

Senza scarpe, Sibril è caricato sull’ambulanza. Dopo un’ora, una nuova telefonata. “La crisi alcolemica è rientrata, venitelo a prendere”, ci dicono dall’ospedale di Polistena. La storia si ripete. Si cerca di ricostruire l’accaduto, di spiegare che il ragazzo dovrebbe essere tenuto sotto osservazione.  Il medico grida al telefono.
“Se non venite, chiamo i carabinieri!”. Non ci presentiamo.  Il caso dev’essere preso in esame.  Sibril deve rimanere in luogo protetto. Una nuova telefonata, dalla centrale operativa di Reggio Calabria. Si cerca di ricostruire l’accaduto, di spiegare che il ragazzo dovrebbe essere tenuto sotto osservazione.  “Avete ragione, certo”. Ma Sibril dopo poco è lontano. Senza che nessuno lo fermi. Senza che nessuno ne denunci l’allontanamento.

Prologo

Sibril Konatè, poco più di vent’anni, venuto dal Mali qualche anno fa, è ora ricoverato con un TSO all’ospedale di Vibo Valentia. La prima volta lo abbiamo incontrato in Basilicata. Dopo una crisi era stato allontanato dal Centro per Lavoratori di Palazzo San Gervasio creato dalla Regione e gestito dalla Croce Rossa perché “non idoneo alla struttura”.

Lo avevamo recuperato per strada, imbottito di Valium, dietro alla curva di una strada buia. Voleva suicidarsi. Era stata attivata la consulenza psichiatrica. Ma per Sibril, dopo la terapia, il letto quotidiano era una casa abbandonata tra le colline. Sono stati chiamati istituti, centri di accoglienza, Sprar. Non c’era posto per Sibril Konate, che nel frattempo era stato ricoverato al reparto di psichiatria di Melfi.

Tre settimane, poi le dimissioni senza che nessuno avesse creato per lui un percorso idoneo. Se non una macchina per trasferire il problema ai servizi sociali di competenza “territoriale”, avendo il ragazzo una residenza fittizia alla tendopoli di San Ferdinando. Ma i servizi sociali calabresi sono stati avvisati all’ultimo minuto. E sono pure stati avvisati quelli sbagliati. Ora sono le 20. Il medico è appena rientrato dopo una giornata trascorsa in Questura per forzare il pubblico a trovargli una sistemazione idonea. Un TSO, senza che nessuno l’abbia mai ascoltato.

A me di tutto questo c’è un’immagine che mi fa scendere le lacrime: è quella di Sibril che cammina nella notte senza scarpe. È cosi semplice. Sibril che nessuno vuole. E che tutti sperano se ne vada.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.