Guerra ai poveri Notizie

«Se dobbiamo morire, lo faremo tutti insieme». Tor Sapienza, la dignità non è italiana

Danni alle strutture del centro

Poche decine di persone sfuggite alla guerra in Libia, alla barbarie dei talebani, alle onde assassine del Mediterraneo rischiano la vita in una grigia periferia di Roma sud. Quindici di loro sono minorenni egiziani. Allontanati per ragioni di sicurezza, tornano dopo poche ore. Per non lasciare sole le operatrici del centro di accoglienza

     
Viale Giorgio Morandi, teatro dell'assalto

Viale Giorgio Morandi, teatro dell’assalto

ROMA – Via Giorgio Morandi, via Luigi Nono. Le strade di Tor Sapienza sono dedicate ai protagonisti della cultura italiana più recente. Ma se ci fosse uno spazio libero, lo meriterebbero i giovani arabi che sono tornati al centro di accoglienza dicendo: «Se dobbiamo morire, lo faremo tutti insieme». “Via dei quindici egiziani”, a futura memoria di uno degli episodi più gravi della nostra storia recente.

Attacco militare

Tutto inizia con una ipotesi di stupro. Una donna in tuta a passeggio col suo pitbull. Forse sono stranieri dell’Est. Forse. “Bullo” li morde e li mette in fuga. Nessuna denuncia. Le voci sono incontrollate e si diffonde l’odio per gli stranieri. Gli obiettivi possibili sono tanti. C’è un campo Rom che brucerebbe rifiuti tossici. Ci sono le prostitute e gli spacciatori. C’è, proprio in mezzo alle abitazioni e a poca distanza dal centro di accoglienza, una occupazione di gente dell’Europa orientale.

"Samir, er mejo"

“Samir, er mejo”

Invece l’obiettivo sono i rifugiati. L’attacco militare si alimenta dalla rabbia popolare. Perché l’obiettivo è proprio quello? La frustrazione vera è vedere “quelli” che “prendono mille euro al mese senza fare niente mentre noi non arriviamo a fine mese”. Notizia falsa come poche, ma cavallo di battaglia della destra. Mai smentita con forza da tutti gli altri.

E così si arriva alla notte di Tor Sapienza. Bombe carta, pietre e rabbia. All’interno ci sono anche minori. E donne terrorizzate, gente che sta lavorando. Il giorno dopo si dispone l’allontanamento dei ragazzi. Le minacce sono continue: «Vi ammazziamo tutti». Adesso l’obiettivo sono anche le operatrici del centro. Neanche ventiquattr’ore e quindici ragazzi egiziani tornano. «Se succederà, moriremo insieme a voi». La dignità non ha la cittadinanza italiana.

Meglio la morte dell’Italia

Poche decine di persone sfuggite alla guerra in Libia, alla barbarie dei talebani, alle onde assassine del Mediterraneo ora rischiano la vita in una grigia periferia di Roma sud. E per un equivoco da nulla. Quando va bene prendono 3 euro al giorno. E in generale non vedono l’ora di andarsene dall’Italia.

Pochi giorni fa un eritreo si è impiccato in Svizzera quando gli hanno comunicato che doveva tornare a Roma. Dalla Germania alla Danimarca, i tribunali di tutta Europa stanno certificando che l’Italia non è un paese sicuro per i rifugiati. Siamo fuori dalla civiltà. E con i timbri ufficiali di tutti i tribunali d’Europa. Tor Sapienza è solo l’ultimo bollo.

[pullquote-left]Poche persone sfuggite alla guerra in Libia, alla barbarie dei talebani, alle onde assassine del Mediterraneo rischiano la vita in una grigia periferia di Roma sud[/pullquote-left]

Due giorni dopo, tra il silenzio delle due del pomeriggio e un cielo di piombo, il tempo trascorre senza senso. Il cordone di celerini, la pattuglia dei carabinieri, le transenne stanno in mezzo. Dietro il centro con ospiti e operatori, reclusi. Dall’altro lato il mostro di cemento, sguardi obliqui dietro le imposte. I celerini attendono tesi. Un incubo grigio, un delirio kafkiano. Snervante come l’attesa del “Deserto dei tartari”. Plumbeo come una natura morta di Morandi.

Eppure il “degrado” e il “disagio” del posto potevano essere limitati. Dove la Prenestina si restringe e diventa una stradina di campagna, le case circostanti sono quelle dei vecchi emigranti del centro e del sud.

Manifestazione della destra contro il sindaco

Per arrivare a Tor Sapienza si passa da Via delle Farfalle, villette e alberi. Tutto tranne che degrado. Poi appare il mostro. L’anello di via Morandi, un gigantesco alveare di cemento. Una di quelle utopie architettoniche diventate negli anni un incubo metropolitano.

Pensate come isole autosufficienti, con tanto di centro culturale al centro dell’anello, sono diventante pattumiere sociali. Nulla è frutto del caso. Prima hanno costruito le case, poi un’idea urbanistica. Così, in una città dominata dai palazzinari, ai politici non è rimasto che limitare i danni, arginare il disastro.

Mistica fascista sui muri della zona

Mistica fascista sui muri della zona

Tutto questo c’entra poco con un assalto ai rifugiati. Quando il centro dovesse sparire, sarebbe un trionfo della barbarie. E nel quartiere non cambierebbe una virgola. I mestatori hanno alimentato una gigantesca confusione. Tutto sullo stesso piano. Ragazzi egiziani senza genitori. Lavoratori del Mali appena arrivati. Disoccupati arabi e negozianti asiatici. Prostitute e gente che si ammazza di lavoro dodici ore al giorno. Rom e muratori dell’Est. Situazioni completamente diverse, molte delle quali fanno molto comodo a padroni sfruttatori. Tutto confuso sotto l’etichetta, nera, di “immigrazione senza controllo”.

Far West

A poca distanza, in zona la Rustica, un uomo è entrato in un bar. Ha sparato contro gli avventori. Il proprietario è rimasto ferito. Come nel far west. Nessuno si è scandalizzato, non hanno convocato il sindaco, non sono nati comitati. Il piombo italiano non fa paura.

Le destre e i loro imitatori hanno imposto l’idea della divisione verticale. Noi contro loro. E la sacralità del territorio. Chi ha costruito quegli orrendi palazzi, chi si è arricchito sulla disperazione, rimane tranquillo. E invisibile.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore di “terrelibere.org”, ha scritto i libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010), "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Ha collaborato con MicroMega e Repubblica.it. Attualmente scrive per l'Espresso.