Decenni di lavori, una dozzina di inchieste della magistratura, un procedimento europeo per frode ai fondi Ue, incidenti frequenti e mortali nei cantieri. È il bilancio della Salerno – Reggio Calabria. Cosa c’è da festeggiare?

II 22 dicembre 2016 il governo italiano inaugura la nuova Salerno – Reggio Calabria. Nel nostro Paese, evidentemente, si festeggiano le tragedie e si brinda ai fallimenti. Ma non basterà un taglio del nastro e tanti finti sorrisi a far dimenticare, nell’ordine:

  • un cantiere infinito (peraltro non ancora chiuso);
  • la sovranità ceduta alla ‘ndrangheta (non infiltrazioni o pressioni, ma una resa incondizionata);
  • il regalo fatto alle maggiori imprese edili italiane (grazie al meccanismo del general contractor);
  • non ultima – la serie di morti nei cantieri e negli incidenti stradali.
    Proprio da loro vogliamo iniziare.
Salerno - Reggio Calabria
Uno dei vecchi cantieri A3

Cosa si prova a morire schiacciato da un rullo, soffocato nel cemento, folgorato da un cavo?

Vivo cordoglio

Vincenzo Gargiulo è morto fulminato. Angelo Campanelli schiacciato dal rullo compattatore. Rocco Palumbo è caduto da un ponteggio. Salvatore Pagliaro è stato ucciso per soffocamento da una colata di cemento. Nell’immaginario comune abbiamo i cantieri lumaca, che durano decenni. Ma all’interno di questi cantieri abbiamo visto operai vittime di un meccanismo infernale che ha costretto alcuni a correre e lavorare al ribasso, mentre altri ingrassavano nella lentezza.

Le altre vittime dell’A3 sono i morti negli incidenti stradali. Investiti da una valanga di fango mentre tornavano da una partita di calcetto. Morti tra le fiamme di un’utilitaria che tornava dalla Germania per qualche giorno di mare.  Bambine decedute soltanto perché andavano a trovare il padre in carcere. Queste storie sono sparite tra i comunicati estivi da “bollino rosso” e le cronache sempre identiche delle “infiltrazioni mafiose”.

Dopo ogni tragedia, dopo ogni “incidente”, l’Anas emetteva un comunicato che iniziava sempre con le stesse parole: “Vivo cordoglio”.

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Lo svincolo di Rosarno

Terrore

Non è il “cordoglio” il filo rosso dei cantieri A3, ma il terrore. Solo una fortissima paura ha impedito le proteste dei lavoratori che vedevano i loro compagni morire tra le impalcature. Il sistema dei subappalti cancellava diritti e sicurezza. E metteva fretta. Si lavorava all’alba su ponteggi senza protezione. Sono morti sia italiani che migranti, facendo straordinari, lavorando fino a dieci ore di seguito nei cantieri-lumaca.

E se, per caso, nonostante tutto, qualcuno avesse avuto voglia di protestare, ci pensava il collega-mafioso (quello che non lavora ma che è stato assunto come forma di pizzo).  O il sindacalista-mafioso inviato a fermare uno sciopero. Oppure gli uomini  che ronzavano intorno al cantiere.

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Un vecchio cantiere nei pressi di Cosenza

Il controllo mafioso del conflitto è uno degli aspetti più importanti di questa storia. Nessuno rivendica neppure il più semplice dei suoi diritti se accanto c’è un mafioso. Nonostante il decennale lavoro della magistratura, buona parte dei meccanismi criminali sono rimasti in funzione come se nulla fosse. Tolte poche eccezioni, le imprese nazionali sanno come ci si muove in Calabria e quali sono i poteri reali a cui rapportarsi. Quella delle “infiltrazioni” è una favola buona per i giornalisti.

Le stragi

Chi ricorda i morti dell’autostrada? La strage di Mileto, una famiglia sterminata tra le fiamme e due bambine che non ci sono più. Quella di Altilia: un grande blocco di terra smosso dalle piogge caduto su un furgone Peugeot in transito, due morti, cinque feriti e tante polemiche. Superiamo Cosenza e passiamo dai tratti di montagna. Altilia, appunto. Guardiamo verso l’alto con timore. Le colline, potenziali blocchi di fango, incombono sulla carreggiata. Dopo l’incidente, il tratto è stato sequestrato e poi dissequestrato dal magistrato. Oggi questo tratto – insieme a quello Reggio – Campo Calabro – risulta ancora non completato, nonostante l’inaugurazione.

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Lo Stretto di Messina visto dall’autostrada

Secondo alcuni la colpa originale è di Giacomo Mancini, il politico socialista (e cosentino) che impose un tracciato lontano dal mare e disegnò una linea tra le montagne. L’autostrada doveva passare dalla sua città e soprattutto dal suo collegio elettorale. Un puntiglio che creò un percorso più impegnativo, pericoloso e difficile da realizzare. In compenso, Mancini dimostrò in maniera inoppugnabile un potere di rilievo nazionale.

Secondo Ciucci, ex presidente Anas, l’A3 è il vanto d’Italia. È una nuova autostrada, dice. Un’opera difficile. Passa dalle montagne. E mentre il “New York Times” parla del più grande fallimento dello Stato, lui parlava di “un successo infrastrutturale italiano”.

Il feudo Mancuso

Abbandoniamo le montagne verdissime del cosentino per scendere verso la zona di Mileto, formalmente provincia di Vibo Valentia, più esattamente contea dei Mancuso. Improvvisamente compaiono Bmw e Audi, nere, vetri oscurati. Alla guida ragazzi sui vent’anni. Da queste parti li considerano vincenti. Sono arroganti, onnipotenti. Abbaglianti da dietro e un sorpasso secco. The world is yours, come Tony Montana in Scarface.

Nulla incarna i fallimenti dello Stato italiano più nettamente dell’autostrada da Salerno a Reggio Calabria – The New York Times

Purtroppo, per questi ventenni dall’io ipertrofico si apre un futuro fragile: agguati per futili motivi, lunghi periodi in carcere, anni di latitanza nascosti come topi, nei bunker sotterranei. Ma quello che li ferisce davvero è il sequestro dei beni. Non si fidano a intestarli a sconosciuti: e per i magistrati è facile risalire a parenti e amici.

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Vista dallo svincolo di Scilla

Le imprese vicine ai Mancuso sono ingrassate con i lavori dell’autostrada. Ma alla fine molte sono state confiscate. Erano “ditte ammodo”, gradite all’ambiente mafioso. L’edilizia è il loro mondo, anche se il core business si chiama cocaina. Grazie ai rapporti con i colombiani, riuscivano a farla arrivare a quintali nel porto sotto casa: Gioia Tauro. Nei blocchi di marmo e nelle casse di frutta tropicale. Se la Finanza intercettava la droga era solo grazie a qualche soffiata. Altrimenti arrivava purissima, pronta a invadere le discoteche di Milano e tutto il Nord Italia.

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Un ingorgo ai tempi dei cantieri sulla A3

I pagamenti si garantiscono con gli ostaggi. Un calabrese va in America Latina, un colombiano viene qui. La leggenda di paese racconta di sudamericani che dormono per sempre nel letto del fiume Mesima, nei pressi di Rosarno. Eppure i Mancuso, nonostante i loro affari transcontinentali, rimangono ancorati alla loro piccola Limbadi, paesino in cima al Monte Poro. Qui Francesco Mancuso divenne sindaco del paese. Un’elezione leggendaria: da latitante. Sandro Pertini rimediò con lo scioglimento del Comune, quando ancora non esisteva la legge apposita.

La Calabria? Una terra estremamente povera che affoga in un mare di soldi – Giuseppe Pignatone, ex Procuratore capo di Reggio Calabria

Arriviamo allo svincolo delle Serre vibonesi e il ricordo va a Nicholas Green, il bambino statunitense che perse la vita nel 1994 durante una rapina. Gli assassini avrebbero scambiato la loro auto con quella di un gioielliere, i genitori commossero l’Italia donando gli organi del bambino. In Calabria, decine di luoghi pubblici sono dedicati a Nicholas.

Protezione

Alla vigilia di ogni estate, Anas predisponeva un piano articolato per fronteggiare l’emergenza A3. Una delle campagne si chiamava “Protezione 2009”. Brochure, numero verde, banner su internet. Sullo sfondo una striscia di asfalto, in primo piano un flacone di crema solare. Anas pagava e gli spot andavano sui media. Gli studiosi della shock economy direbbero che ci troviamo di fronte a un soggetto che genera reddito da un disastro in cui è direttamente coinvolto.

Anche gli uccelli dovevano chiedermi il permesso per passare dalla mia zona

Arriviamo infine allo svincolo di Rosarno. Terra di rapine, è l’incubo dei camionisti. Qui c’è il “centro del potere occulto”, che di nascosto aveva poco. Ai boss rosarnesi arrivavano i proventi delle tangenti, erano i custodi del 3%. Dovevano poi girarlo ai clan competenti per territorio.

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Quando i cantieri erano ovunque

Pochi chilometri e siamo a Gioia Tauro, lo svincolo modificato per ordine dei boss Piromalli. Una variazione di progetto che diventò una esibizione di potere. E poi entriamo nel cuore del problema. Palmi, Seminara, Bagnara, Barritteri-Sant’Elia. “Se gli uccelli del cielo passano sulla mia terra senza chiedermi il permesso, li abbatto”, disse un boss. Siamo a pochi passi dalla terra di faide e dal cuore della ‘ndrangheta: i clan dell’Aspromonte sono “la mamma”.

Decenni di lavori, una dozzina di inchieste della magistratura, un procedimento europeo per frode ai fondi Ue, incidenti frequenti e mortali, frane e code interminabili. È il bilancio della Salerno – Reggio Calabria. Cosa c’è da festeggiare?

Eccoci a Scilla. Adesso i colori dello Stretto disegnano un paesaggio di una bellezza struggente. In basso, il castello, il borgo marinaro di Chianalea. Dall’altro lato del mare, i laghi di Ganzirri e la punta della Sicilia; più in là Capo Milazzo, l’Etna e la silhouette delle Eolie impressa nei colori del tramonto.

Siamo arrivati finalmente. A Villa San Giovanni un cartello indica “Sicilia”. Ecco l’imbarcadero dei traghetti. Ponte sullo Stretto e autostrada sono legati a doppio filo. Ciucci, già al vertice delle società a capitale pubblico Anas e “Stretto di Messina Spa”, è stato anche “commissario straordinario per riavvio delle attività” relative alla megaopera. Il suo compito? “Approvare gli atti necessari per consentire la ripresa delle attività e l’inizio dei lavori”.

La fuga silenziosa

Secondo alcuni, questo sistema basato sul controllo mafioso gode del consenso popolare. Assicura posti di lavoro: per la verità pochi, malpagati e pericolosi, basta vedere come aumentano gli incidenti ai lavoratori nei cantieri delle zone di ’ndrangheta. Ma toglie sviluppo e dignità. Non c’è una rivolta rumorosa, ma l’abbandono lento, silenzioso e pieno di rancore di un numero enorme di giovani calabresi che vanno via senza voltarsi.

Gli unici a protestare in questi anni? I benzinai. Il carburante sull’autostrada costa da loro più che nel resto d’Italia

Infine andiamo a Villa San Giovanni per cercare il cantiere del Ponte sullo Stretto. Sapete dov’è Cannitello? Chiediamo in paese, alcuni operai edili non lo sanno ma arriva l’immancabile domanda: “Ma perché? Lo faranno mai questo Ponte?”.

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Un vecchio cantiere

Sorrisi ironici. Intanto, per far posto a uno dei due piloni, hanno spostato un chilometro di binario. L’operazione è costata una trentina di milioni di euro, prelevati dalle nostre tasche. Avete capito bene, mentre l’Italia è investita da una crisi gravissima, lo Stato ha speso trenta milioni per fare posto al pilone del Ponte sullo Stretto. Ora il treno passa in galleria e fa una curva anziché una retta.

E, vi preghiamo, quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale – Bertolt Brecht

I lavori sono conclusi. Prima, c’era il cartello annunciava la costruzione del Ponte di Messina. La prima persona che incontriamo è il guardiano di un depuratore. Una figura malinconica, seduto sotto un albero a custodire un’immensa vasca di liquami maleodoranti quando la temperatura di luglio sfiorava i 35 gradi.

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Il nuovo ponte all’altezza di Bagnara

Fino a pochi anni fa c’era il cantiere di Eurolink, il consorzio vincitore dell’appalto del Ponte. Per trovare un responsabile ci mandarono al campo base di Santa Trada. Quello dell’A3. Le imprese di Eurolink erano Impregilo e Condotte. I general contractor della Salerno – Reggio Calabria.

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Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.

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