I capannoni abbandonati della zona industriale circondano il ghetto dei braccianti africani, cresciuto intorno alla tendopoli della Protezione civile. Un paesaggio post-atomico da non confondere con l’arretratezza. Qui locale e globale si incrociano, insieme alle macerie del mito dello sviluppo

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Rosarno - La casa e le fabbriche

In Piazza Valarioti, nel centro del paese, c’era un murales. Rappresentava il “quarto stato” in mezzo a un aranceto. Braccianti che avanzano. È un ricordo delle lotte, delle occupazioni delle terre. Con gli anni diventava sempre più scolorito. Le Poste, adesso, hanno deciso di cancellarlo.

Il murales di Piazza Valarioti adesso cancellato

Il murales di Piazza Valarioti adesso cancellato

Con quel pezzo di muro sparisce un pezzo della storia di Rosarno. Quando i braccianti lottavano contro gli agrari per la propria dignità. Fuori dal paese ci sono i braccianti di oggi. Vengono dall’Africa e costruiscono abitazioni di fortuna con quello che trovano: pezzi di legno, cartoni, lamiere, teli di plastica e terra.

Intorno c’è la zona industriale. O, piuttosto, il suo fantasma. Cubi di cemento in serie, tra le macerie. Oltrepassando porte e vetri sfondati, troviamo una serie di faldoni abbandonati, un giornale dell’epoca di “Mani pulite” e alcuni santini di politici.

Quegli “imprenditori” non miravano ai profitti ma ai fondi pubblici. Dopo averli presi, sono andati via. Lasciando questo deserto. Anche gli “spremitori”, le fabbriche del succo d’arancia, hanno chiuso. Ma per motivi diversi. Il succo del Brasile costa meno ed è prodotto in maggiori quantità. Così una dopo l’altra le fabbriche sono diventate scheletri arrugginiti.

La cocaina, invece, funziona. È diventata una vera “eccellenza” della zona. I clan calabresi trattano direttamente con i colombiani da anni. Importano direttamente, tagliano e rivendono. Con profitti spaventosi. Tanto per dare un’idea, pochi giorni fa hanno sequestrato otto tonnellate di cocaina colombiana. Sul mercato avrebbe avuto un valore di oltre un miliardo di euro.

Dove finiscono questi soldi è un mistero. Di certo non qui. Il paesaggio “post-atomico” (campi e cimiteri industriali, palazzi non finiti e scheletri di cemento) non mostra segni di ricchezze. I clan che gestivano la droga erano della zona di Vibo Valentia. Il vecchio boss Mancuso iniziò con una cava, cedeva materiale da costruzione ai Piromalli che avevano capito l’affare dei lavori pubblici. Il porto, l’autostrada. Non è una esagerazione dire che senza lo Stato non ci sarebbe stata la ‘ndrangheta imprenditrice.

Eppure quei clan sono fortissimi e allo stesso tempo deboli. Il sequestro record è colpa di un condizionatore e di un’amante ucraina. Gli investigatori hanno nascosto una microspia in un impianto di raffreddamento. E l’uomo dei clan amava vantarsi con la donna. Nomi, fatti, circostanze. Tutto il necessario per il più grande sequestro di coca della storia.

 

 

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri "Gli africani salveranno Rosarno" (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e "Voi li chiamate clandestini" (manifestolibri 2010), "Zenobia" (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L'Espresso.

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