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  •    “Non ci piegheremo mai” 50 anni a Rosarno contro mafia e sfruttamento

Pensate che il Sud sia solo mafia e fatalismo? Leggete questa storia. Racconta la lunga rivolta di un popolo dal dopoguerra a qualche anno fa. Contro gli agrari sfruttatori e contro la ‘ndrangheta

Un libro fondamentale. “Rosarno” di Giuseppe Lavorato racconta oltre cinquant’anni di una storia a tratti epica, ma praticamente sconosciuta. Quella di un di un popolo che si ribella contro ogni tipo di dominio, dai latifondisti ai mafiosi. Che piange i suoi martiri e celebra le sue vittorie. Abbiamo sintetizzato quel libro in questa storia, consigliando comunque la lettura integrale del volume.

Anni ’50 – Le vacche di Fanfani

Quando Amintore Fanfani annunciò il suo comizio a Rosarno, ai democristiani venne un dubbio. Soltanto un artigiano era in grado di far funzionare l’impianto di amplificazione. Ma era comunista. C’era da fidarsi? A metà dell’intervento, il comizio rimase senza voce. Sabotaggio, incidente? I vecchi del paese non hanno dubbi: il comunista, deliberatamente, staccò l’impianto a metà discorso del nemico politico.

Negli stessi giorni le vacche di Fanfani divennero proverbiali. Durante la visita del presidente del Consiglio, una piccola mandria fu spostata, con i camion, da paese a paese. Si voleva dimostrare la crescita degli allevamenti e dunque l’efficacia delle politiche governative.

Spostarono le vacche, da un paese all’altro, per mostrare la crescita degli allevamenti

Erano gli anni ’50 in Calabria. Da un lato la passione politica, dall’altro il sogno di sconfiggere la fame. Per raggiungere lo scopo, i braccianti sfidarono gli agrari e la loro arroganza da privilegiati. Iniziava l’epoca dell’occupazione delle terre. Fu una rottura inimmaginabile. Appena due decenni prima, negli anni ’30, i lavoratori si radunavano nella piazza del paese, gli agrari controllavano la consistenza dei muscoli. L’orario era “da notte a notte”. Da prima dell’alba al tramonto. Quelli che occupavano le terre avevano un pensiero fisso in testa: adesso basta.

Anni ’60 – Il blocco rurale

Il murales in Piazza Valarioti che ricorda le lotte bracciantili
Il murales di Piazza Valarioti

“Migliorare la qualità; eliminare lo spreco delle intermediazioni commerciali; centrali agrumarie democraticamente dirette; includere nelle aranciate solo succhi naturali”. È una interrogazione parlamentare del 1965. Oggi i problemi degli agricoltori locali sono praticamente gli stessi.

Anche allora – tramite l’“Alleanza dei contadini”- l’obiettivo era mettere insieme braccianti e piccoli produttori, sottraendoli all’egemonia degli agrari. Senza grande successo, però. Gli interessi rimanevano contrastanti, al massimo i braccianti aspiravano a un fazzoletto di terreno per salire di livello.

Nella sinistra, con il termine “blocco rurale”, si indicava l’insieme di grandi e piccoli proprietari (spesso agrari assenteisti e sfruttatori). Tutti appiattiti su posizioni reazionarie. Il “blocco urbano” era invece l’accozzaglia di grande borghesia e proletariato. Aggregati su rivendicazioni futili (“il capoluogo a Reggio”) e su posizioni di estrema destra. C’erano tutti gli ingredienti per un incubo: una rivoluzione fascista. E infatti venne la rivolta di Reggio.

Anni ’70 – Boia chi molla


Un momento della Rivolta di Reggio

Un trenino diesel si arrampica lungo la ferrovia della costa jonica calabrese. Per guasto o boicottaggio, la motrice si ferma. I vagoni sono pieni di comunisti che stanno andando a Reggio a difendere – con le armi – la sezione assediata. I fascisti minacciano di incendiarla. Un gruppo di militanti scende dal treno, ferma i convogli che procedono in senso opposto e costringe il macchinista a invertire la direzione. Si va a Reggio, città in mano ai fascisti in rivolta.  Grazie alla determinazione dei militanti, la federazione del Partito Comunista rimarrà l’unico luogo fisico di “agibilità democratica” in una città nera, cioè controllata dai fascisti.

Lavorato si sofferma a lungo su uno degli episodi più controversi della nostra storia. Non cede però al revisionismo imperante. Per lui quella rivolta era sbagliata: per l’obiettivo e il nemico (Catanzaro), per le alleanze insane tra sfruttatori e sfruttati, per le parole d’ordine di estrema destra.

I compagni fermano il treno, invertono la direzione e vanno a Reggio a difendere la sezione

Terminata dopo due anni quella stagione di rivolta, il Meridione fu soffocato nei fondi pubblici. Soffocato perché il denaro doveva creare clientele, sostenere carriere politiche, assopire gli spiriti ribelli.

Purtroppo lo Stato, con la sua cieca politica di fondi a pioggia, rafforzò organizzazioni criminali. Anzi, le trasformò da fenomeno quasi folcloristico a multinazionali della violenza. Anche visivamente gli effetti furono immediati: “Parecchi malavitosi passarono dalle pezze al sedere e le motorette di seconda mano alle auto eleganti e veloci”.

Andreotti e Piromalli


Il porto di Gioia Tauro

Ugualmente cambiò il ruolo dei mafiosi nelle campagne. Alla ‘ndrangheta non bastò più la mediazione: volle essere la sola protagonista della commercializzazione. Allontanò con minacce e violenze i commercianti “forestieri”, che all’inizio della stagione agrumaria venivano ad acquistare il prodotto. Ordinò che si comprasse solo dai suoi affiliati. Impose un prezzo sempre meno remunerativo.

Quel giorno la storia d’Italia cambiò. Lo Stato consegno il territorio alla ‘ndrangheta

Il 25 aprile del 1975 fu probabilmente un giorno in cui la storia cambiò. Era la posa della prima pietra del “Quinto centro siderurgico”, una illusione per i disoccupati di Gioia Tauro in cerca di un posto di lavoro. Una grande occasione per i clan del luogo per inserirsi – e rimanerci fino ad oggi – nell’economia del porto.

Significativamente, fu il clan Piromalli a gestire il rinfresco e il palco su cui regnava Giulio Andreotti. Come dire: lo Stato consegna il territorio ai clan. Il mezzo era un fiume di denaro pubblico. Circa 23 miliardi di lire finiti alle ‘ndrine. Soltanto per il porto.

Valarioti


Peppe Valarioti

Intanto, a Reggio Calabria si celebrava il primo grande processo contro le ‘ndrine. Le testimonianze dei comunisti furono decisive per le condanne di boss come Piromalli e Pesce, capi indiscussi a Gioia Tauro e Rosarno. Il partito, o la parte più combattiva del partito, divenne un grande ostacolo per i mafiosi.

A Rosarno, durante le campagne elettorali, la tensione raggiungeva picchi altissimi. Manifesti staccati e incollati capovolti. Un tentativo di incendiare la sezione. L’auto di Lavorato bruciata. Minacce continue e strani movimenti dal centro ai quartieri di periferia.

La domenica in piazza c’è il comizio del PCI. Peppe Valarioti, segretario del partito, dice forte e chiaro: “Se vogliono intimidirci si sbagliano. I comunisti non si piegheranno mai”.

Alle elezioni provinciali e regionali il partito ottenne un ottimo risultato. E la ‘ndrangheta sparò la sera stessa, quando si festeggiava in una trattoria. Valarioti cadde in un cortile buio a due passi da Lavorato. Niente sarebbe stato più come prima.

Anni ’80 – Come i soldi pubblici cambiarono l’agricoltura

Aranceti nella Piana di Gioia Tauro

Si legge su Paese Sera del 30 giugno 1980: “La Piana di Gioia Tauro è una delle maggiori beneficiare dei contributi comunitari. Circa 40mila aziende agricole producono agrumi e olio. Le integrazioni dell’Aima raggiungono i due miliardi ogni due anni, ma arrivano soltanto a circa 300 persone”. Inclusi i maggiori clan della zona: Piromalli, Mammoliti, Rugolo.

Se pensano di intimidirci si sbagliano. Noi non ci piegheremo mai

Sono loro che hanno acquistato la maggior parte delle proprietà contadine. E, paradossalmente, lo hanno fatto utilizzando una legge, la 590. Quindi con i soldi dello Stato.


Il relitto della Conagros circondato dai rifiuti (2017)

Oggi, appena fuori dal paese, si trova uno dei tanti relitti industriali. La grande scritta Conagros nasconde una storia interessante. Agros, Finam, Conagros sono finanziarie e carrozzoni legati alla politica democristiana, a volte con pericolose scivolate verso la criminalità. Sono macchine che accumulano debiti, destinate lentamente verso il fallimento. L’agricoltura è l’ultimo degli obiettivi. Il primo è il drenaggio di denaro pubblico.

“Da queste parti l’arancia permette di vivere al 70% della popolazione. Intorno, tuttavia, gravita una variopinta fauna di camionisti, intrallazzatori, mediatori, intermediari”, denunciava Antonio Valarioti, cugino di Peppe.

Intorno alle arance vive una variopinta fauna di intrallazzatori e intermediari

Cosa succedeva nell’80? Gli speculatori acquistano le arance quando sono ancora sulla pianta. Versano la caparra, poi a gennaio le vendono ai commercianti locali o le spediscono ai mercati del Nord. Quelle più scadenti vanno ai centri raccolta dell’Aima, che le acquista per conto della CEE. Il 90% delle arance non sono conferite dagli agricoltori ma dai commercianti, che portano la merce peggiore. In ogni centro c’è una commissione che dovrebbe controllare, ma opera in un tale clima di intimidazione e minacce che preferisce chiudere un occhio.

Spesso arriva un personaggio e dice: “Compare, queste arance sono comprate”

Negli aranceti arriva un “personaggio conosciuto” e dice al contadino: queste arance vostre sono comprate. Se il contadino protesta, l’uomo ribatte: “Compare, sono comprate”. Se il contadino – nonostante tutto – li vende ad altri, perché il prezzo è buono e perché ha bisogno di ripagarsi le spese, il minimo che gli può capitare è che gli spiantino da terra gli alberi.

Anni ’90 – Lavorato sindaco

Tutto sembra perduto. La ‘ndrangheta spadroneggia, è arrogante, ricca, potente. Lavorato rivela: “Non ho sconfitto la paura con il coraggio, ma nell’unico modo possibile: imparando a conviverci”. Poi racconta: “Mentre ero da solo uno nello scompartimento di un treno, sale un ragazzo, mi vede, mi dice in dialetto ‘chi si fa gli affari suoi campa cent’anni’ e scende”.

Le giornate trascorrono sempre uguali (il giornale la mattina, il pranzo, poi in sezione), intervallati da episodi inquietanti, da piccole e grandi minacce.

L’elezione in Parlamento è un primo segnale di ripresa. Poi nel 1994, contro ogni previsione, Lavorato è eletto sindaco. Passano poche settimane dall’insediamento. In una notte di dicembre gruppi di delinquenti entrano in alcune scuole e le devastano. All’interno lasciano scritte minacciose contro la nuova amministrazione comunale. La risposta viene dalla città intera: una manifestazione contro la mafia con studenti, insegnanti, genitori.


Il Porto di Gioia Tauro visto dalle colline dei dintorni

La notte di capodanno la ‘ndrangheta risponde trasformando Rosarno in un paese del Far West: bande armate con fucili e pistole devastano il paese. Incendiano automobili, distruggono vetrine. Saccheggiano il municipio, le scuole. Danneggiano persino il cimitero.

Questo non è un paese mafioso, ma di gente oppressa dai mafiosi

Il sindaco risponde così: “Rosarno non è un paese mafioso, ma un paese di gente civile oppressa da una sparuta minoranza che, con arroganza, riesce a far pesare la propria presenza a tutto l’ambiente”.

Il 24 marzo 1998, a 48 ore della visita del ministro dell’Interno, un raid mafioso nei locali del municipio distrugge la stanza del sindaco e lascia un messaggio di morte: “Sei tu il primo a morire. Firmato mafia”.

Anni 2000 – Kalashnikov

La città è con lui e lo rieleggerà, nel 2001, con un vero plebiscito. Dopo una confisca di beni per 6 miliardi di lire ai danni del clan del Pesce, per la prima volta in paese si sente il suono dei kalashinkov. Nuovamente contro il municipio. Sulla facciata, sulla vetrata e in particolare sull’esterno dell’ufficio del sindaco sono ben visibili i segni dei proiettili dell’arma da guerra.

Nel 2002, il comune sarà tra i primi in Italia a costituirsi parte civile contro i clan e a usare i beni confiscati per scopi di pubblica utilità. È forse la sfida più dura alla ‘ndrangheta. I beni in questione sono alcuni ettari di terreno dei Piromalli.

Amministrare un comune come Rosarno significa anche scontrarsi con abitudini consolidate. Per esempio, la trasformazione del corso principale in isola pedonale. Un’ennesima sfida alla ‘ndrangheta, perché anche i figli dei boss sono abituati a scorrazzare con i motorini. Il figlio del capomafia pretende di attraversare il corso su un cavallo. Il sindaco accompagna i vigili che elevano le prime multe.


Giuseppe Lavorato insieme ad alcuni lavoratori africani (2012)

Non c’è solo la mafia, ma anche il vicolo cieco dell’abusivismo. Per anni, mediatori senza scrupoli avevano venduto a prezzi molto bassi terreni non edificabili perché sottoposti a vincolo archeologico. A Pian delle Vigne, infatti, c’erano resti dell’antica Medma.

Erano soprattutto poveri emigrati ad acquistare, attratti dall’idea di costruire finalmente la propria casa. Negli anni ’80, i politici aprivano vertenze con la soprintendenza per attrarre il facile consenso degli abusivi. L’amministrazione sceglie una strada diversa: vuole realizzare il parco archeologico, ma col consenso dei cittadini che vengono coinvolti in assemblee.

Per la prima volta in paese si sente il suono dei kalashnikov. Sparano contro la facciata del municipio

Poi lo scheletro dell’ospedale. Dentro, escrementi animali e umani. Legna bruciata e spazzatura. Ovunque macerie e un elemento surreale: una linea telefonica perfettamente funzionante e pagata dalla collettività. L’ospedale di Rosarno non era solo un’incompiuta ma anche un rifugio per i latitanti. Il sindaco decide di tenere lì una seduta del consiglio comunale, per denunciare a tutti lo stato di abbandono.

Nel 2002 il comune si confronta col problema degli africani, sfruttati, costretti a vivere in condizioni spaventose e pure aggrediti senza alcun motivo. Lavorato associa la richiesta di diritti e salario adeguato di un giovane africano “a coloro che nella storia si rifugiarono in terre straniere per poi diventare grandi personalità”.


Una protesta di africani a Rosarno (2016)

Gli africani vivono in condizioni sempre peggiori. I produttori rispondono che neanche loro ricevono un giusto prezzo. “È ingiusto scaricare le difficoltà sul più debole”, risponde Lavorato. “Gli agricoltori devono affrontare le vere cause delle loro sofferenze”.

Cioè la sciagurata politica di integrazione dei prezzi, che disincentiva il miglioramento del prodotto. Una politica che ha favorito le truffe su cui si sono buttati i boss, le finte cooperative e le organizzazioni dei produttori corrotte, così come i funzionari che avrebbero dovuto vigilare.

Mentre al nord i produttori del latte protestavano contro la legge, quelli del sud lottavano per rispettarla

“Oggi la ‘ndrangheta impone all’agricoltore il prezzo (che corrisponde se vuole e quando vuole); la manodopera per la raccolta; le ditte presso cui comprare i cestelli; le cassette; i camion; i mercati generali e i supermarket per il prezzo al consumo”. Così deruba l’agricoltore, il bracciante e il consumatore.

Nel 1999 – 2000 migliaia di agricoltori onesti, insieme ai loro sindaci, chiedevano la fine delle truffe e controlli severi. In quei giorni, nota Lavorato, la stampa dava ascolto ai produttori settentrionali che pretendevano, con le quote latte, di violare la legge. Non a quelli del Sud che invece ne invocavano il rispetto.

Sull'autore

Antonello Mangano

È autore di ricerche, inchieste e saggi sui temi delle migrazioni e della lotta alla mafia. Fondatore della casa editrice “terrelibere.org”. E’ autore dei libri “Gli africani salveranno Rosarno” (terrelibere.org 2009), “Gli africani salveranno l’Italia” (Rizzoli 2010) e “Voi li chiamate clandestini” (manifestolibri 2010), “Zenobia” (Castelvecchi 2013). Collabora con MicroMega, Repubblica.it, L’Espresso.