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Neoliberismo, ingiustizia e povertà in Colombia
America Latina
Neoliberismo, ingiustizia e povertà in Colombia
10689 letture
07 luglio 2004
L’imposizione di drastiche misure economiche di stampo neoliberista ha fatto precipitare la Colombia nella più grave crisi sociale della sua storia. Le responsabilità dei maggiori organismi finanziari internazionali e delle èlite oligarchiche nazionali nello sviluppo del violento conflitto interno.



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Il paese dell’indigenza

Neoliberismo, ingiustizia e povertà in Colombia

 

 

di Antonio Mazzeo

 

 

 

Introduzione

 

Una nuova ondata di repressioni e violenze si sta abbattendo sulla Colombia. Massacri di popolazioni inermi, genocidi di comunità indigene, assassinii selettivi di leader politici e sindacalisti, attentati di incerta matrice terroristico-mafiosa, hanno avuto una rapida escalation dopo l’inatteso esito della consultazione referendaria che lo scorso anno ha bocciato le proposte di modifica costituzionale del presidente Alvaro Uribe Vélez, tendenti a rafforzare autoritariamente il ruolo dell’esecutivo e delle forze armate.

 

Ancora una volta la violenza stravolge i ritmi quotidiani di una popolazione che ha già pagato prezzi incommensurabili in termini di vite spezzate, esili forzati, povertà ed emarginazione; e la violenza non è però un elemento strutturale - quasi congenito - del paese come in tanti vorrebbero far credere, ma è frutto della reazione dei ceti oligarchici dominanti alle istanze di maggiore giustizia redistributiva ed uguaglianza politica e sociale.

 

Soffocata dal circolo vizioso sottosviluppo-guerra-sottosviluppo, la Colombia sta subendo l’aggressiva penetrazione del capitale transnazionale e delle strategie di controllo militar-imperiale degli Stati Uniti. Con la nuova fase del cosiddetto Plan Colombia tendente all’annientamento delle organizzazioni guerrigliere e alla emarginazione dei nuovi soggetti sociali che hanno scelto la via non armata per un’alternativa ai modelli economici e sociali dominanti, Washington sta estendendo il suo intervento militare a tutta la regione andina, contro i governi latinoamericani che si oppongono fermamente alla dollarizzazione e all’apertura selvaggia ai prodotti e ai capitali nordamericani.

 

Se c’è un paese in cui si esprimono apertamente le contraddizioni delle ricette imposte dagli organismi internazionali come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, questo è certamente la Colombia. Per circa 60 anni esso ha avuto un tasso di crescita positivo e la sua economia era una delle più stabili del continente; l’implementazione delle riforme strutturali all’inizio degli anni ’90 hanno l’hanno invece condotto alla perdita della sovranità economica e monetaria, alla recessione più acuta e ai maggiori livello di disuguaglianza sociale di tutto il XX secolo. Contemporaneamente il conflitto interno, i crimini e le violazioni dei diritti umani hanno assunto dimensioni difficilmente paragonabili con quelli di altri scacchieri planetari strumentalmente più monitorati dalla comunità internazionale. Oggi la Colombia può essere assunta a modello paradigmatico delle contraddizioni generate dai processi della cosiddetta globalizzazione che il capitale finanziario tenta di affermare nel Nord e nel Sud del mondo.

 

Questa ricerca punta ad analizzare il sistema economico che domina il paese sudamericano; le concezioni neoliberiste che l’establishment sta sperimentando con conseguenze devastanti in termini di privazione dei diritti economici e sociali di milioni di persone; le responsabilità dei maggiori organismi finanziari internazionali e il ruolo del capitale oligopolistico nazionale nei processi di sfruttamento delle risorse economiche; la sempre maggiore dipendenza dai mercati internazionali e dai diktat delle transnazionali. Gli indicatori socioeconomici e gli indici di povertà raggiunti con l’implementazione del piano neoliberista ed autoritario rafforzano le tesi di coloro che sostengono da tempo come non esista percorso credibile di pace che non passi dalla risoluzione radicale delle cause di ingiustizia sociale e di crisi di sviluppo che segnano la storia recente della Colombia. 

 

 

 

Il paese dell’indigenza

 

Trentatremilioni di colombiani, oltre il 67% della popolazione, vivono attualmente al di sotto della linea di povertà e di questi 11 milioni sono indigenti, ossia dispongono di un reddito quotidiano inferiore ad un dollaro che non assicura loro condizioni vitali minime di nutrizione. Si presenta così la Colombia del terzo millennio: un paese che la FAO inserisce tra i primi dieci più affamati al mondo, dove la povertà si moltiplica esponenzialmente colpendo ogni anno un milione e mezzo di persone in più e il numero di bambini che muoiono nel primo anno di vita è cresciuto da 380.000 a 500.000 negli ultimi cinque anni[1].

 

Le stime della Banca Mondiale e del Dipartimento Nazionale di Pianificazione (DNP) rivelano un quadro ancora più drammatico: nel quadriennio 1997-2000, gli anni più violenti della crisi che ha messo in ginocchio l’economia nazionale, la povertà estrema è cresciuta di tre punti passando dal 23% al 26%, il consumo nazionale si é ridotto del 5,12%, mentre il prodotto pro capite è passato dai 2.472 dollari a meno di 1.900 dollari. La povertà nelle aree urbane, che tra il 1978 e il 1995 si era ridotta del 20%, nel 2000 è tornata ai livelli di tredici anni prima mentre nelle zone rurali la situazione si è fatta ancora più grave: oggi l'84,9% della popolazione delle campagne colombiane vive al di sotto degli standard minimi di sopravvivenza e oltre il 40% di essa è indigente[2]. Nelle aree rurali l’indice di povertà di Sen è passato dallo 0.46 del 1991 allo 0.63 del 1999.

 

Il 48% della popolazione che vive in condizioni di miseria è costituita da minori di età inferiore ai 15 anni. Secondo il rapporto del 1998 della Defensoría del Pueblo, il 38,9% della popolazione infantile - cioè 6 milioni e mezzo tra bambine e bambini - vivono in situazioni di povertà, mentre un altro 17,5% (approssimativamente 1.137.500 bambine/i) vivono in condizioni di vera e propria miseria.

 

Secondo la Cepal, la Commissione Economica per l’America Latina ed i Caraibi, per riuscire a contenere la povertà in Colombia sarebbe necessario che l’economia del paese crescesse del 5,7% all’anno nei prossimi 15 anni, mentre si dovrebbe avere un tasso di crescita annuo del PIL del 4% per tornare ai livelli di povertà rilevati nel 1995. Sono tassi di crescita che nessuno tra i politici o economisti più ottimisti prevede di ottenere almeno sino al 2006. Il governo di Alvaro Uribe Vélez, con facile populismo, si sbilancia stimando la crescita del PIL per i prossimi anni del 2-2,5%, mentre il sistema bancario e finanziario privato prevede una crescita di poco inferiore al 2%[3]. È già molto pertanto se si riuscirà a mantenere il tasso di crescita degli anni 2000 e 2001, valore complessivo insufficiente tuttavia a garantire il pieno recupero del PIL ai livelli precedenti al crollo del 1999, anno in cui il prodotto interno è stato addirittura negativo, -5% secondo il Banco de la República, -4,5% secondo il Banco Interamericano de Desarrollo (Banco Interamericano per lo Sviluppo) che ha segnalato come la riduzione è stata del -13,1% se i dati vengono disaggregati e riferiti al solo settore industriale[4].

 

Dalla seconda metà degli anni ’90, parallelamente alla crescita esponenziale del numero dei nuovi poveri, si sono evidenziati il netto peggioramento degli Indici di Sviluppo Umano e una maggiore disuguaglianza nella distribuzione del reddito tra le varie fasce sociali della popolazione[5]. La rapida caduta negli indicatori dello sviluppo sociale evidenziata dal rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP-PNUD) del 1999, ha relegato la Colombia al 57° posto nella speciale classifica dello Sviluppo Umano. Due anni più tardi, i notevoli squilibri interni accentuati dalla grave crisi di fine secolo hanno spinto la Colombia al 68° posto di questa classifica. Se poi si guarda ai singoli dipartimenti del paese dove persistono grandi differenze sociali, la situazione è ancora più grave. In regioni come il Chocó, Nariño e Caquetá, caratterizzate da ampia miseria e dall’assenza di servizi sociali ed infrastrutture, l’indice è inferiore allo 0,70 rispetto alla media nazionale, valore che se comparato a livello internazionale farebbe occupare a questi dipartimenti un posto inferiore a 100 tra i 174 paesi presi in considerazione da UNDP-PNUD[6].

 

I maggiori indici d’ingiustizia sociale e ineguaglianza si rilevano principalmente nelle aree rurali del paese. “In Colombia è evidente l’esistenza di enormi brecce sociali tra le zone urbane e le zone rurali dato che la povertà colpisce particolarmente la campagna”, sottolinea il rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo. Nel 1997 la speranza di vita della popolazione rurale era di quasi due anni minore di quella urbana. Il tasso di analfabetismo tra gli abitanti delle campagne raggiunge il 20%, 5 punti in più dell’indice registrato tra la popolazione urbana. Il PIL degli abitanti rurali è appena il 50% di quello della città[7].

 

 

Popolazione colombiana in condizioni di miseria e povertà

 

Anno

1996

1997

1998

1999

2000

Popolazione

38.611.487

39.297.159

39.563.938

40.093.062

41.178.987

Miseria

7.209.889

7.101.616

7.060.425

8.391.086

9.654.722

Povertà

20.373.774

19.773.975

20.363.779

22.066.702

24.610.844

 

Fonte: E. Baldión, E. Niña, Conyuntura Económica e Indicadores Sociales, SISD-DNP. Boletín N. 30, Bogo, 2001.

 

 

Popolazione al di sotto della linea di povertà (LP) e della linea d’indigenza (LI)

anni 1997-2000

 

 

1997

1998

1999

2000

Totale nazionale

 

 

 

 

LP

50,3%

51,5%

56,3%

59,8%

LI

18,1%

17,9%

19,7%

23,4%

Zone urbane

 

 

 

 

LP

39,1%

41,8%

47,2%

51%

LI

8,3%

10,1%

11,7%

15,8%

Zone rurali

 

 

 

 

LP

78,9%

75,8%

79,6%

82,6%

LI

42,9%

37,5%

40,3%

43,4%

 

Fonte: SISD, Boletín estadístico, n. 30, Bogotà, 2001 (in Economía Política y Conyuntura Política, n. 228, febbraio 2002, pag. 83).

 

 

 

L’esclusione sociale e la concentrazione della ricchezza

 

Oltre alla crescita delle povertà e del sottosviluppo nel paese, nell’ultimo decennio si è assistito all’accelerazione del processo di concentrazione dei redditi in mano a poche élite economiche: la Colombia é il primo paese in America Latina e il secondo al mondo nelle scale della disuguaglianza. Secondo un recente rapporto della Banca Mondiale, mentre il 50% più povero della popolazione riceve il 17,6% dei redditi, il 20% più ricco ne riceve il 55%. Oggi il 20% della popolazione (oltre otto milioni di abitanti) accede ad appena il 2,4% del reddito nazionale[8].

 

Dal 1997 sino all’anno 2000 l’indice GINI che misura la concentrazione dei redditi é passato dallo 0.54 allo 0.59 (più si avvicina ad 1 e più la disuguaglianza è assoluta). Eppure nel corso degli anni ’80 la distribuzione dei redditi in Colombia era andata progressivamente migliorando e l’indice GINI si era ridotto da 0.492 del 1980 allo 0.470 nel 1989[9]. A partire però del 1993 la distribuzione della ricchezza tra le fasce sociali è andata via via peggiorando, sino a sfiorare lo 0.60 lo scorso anno.

 

La distribuzione dei redditi in relazione ai decili offre una prospettiva ancora più precisa. Nel corso degli anni ’90 i tre primi decili hanno visto ridotta la loro partecipazione nel reddito totale, mentre i decili 7, 8 e 9 li hanno visti aumentare. Per ogni peso che riceveva il 10% più povero della popolazione del paese all’inizio degli anni ‘90, il 10% più ricco ne riceveva 40 pesos; alla fine del decennio i ricchi ricevevano 80 pesos per ogni peso che era ricevuto dalla fascia sociale più povera. L’aumento della breccia tra ricchi e poveri nella società colombiana è ulteriormente confermata dal fatto che nel 1991 il livello dei redditi del 10% più ricco della popolazione era 52 volte il reddito del 10% più povero; nel 1999 era 78 volte superiore; nel 2000 la differenza dei redditi tra i più ricchi e i più poveri è aumentata di 80 volte[10].

 

Mentre la distanza tra ricchi e poveri nei paesi del nord Europa mantiene un rapporto di 6 a 1, in Colombia il rapporto è di 46 a 1[11]. Il paese, come sottolinea l’economista Libardo Sarmiento Anzola, si distingue come la principale realtà sudamericana che non ha “incorporato il valore dell’uguaglianza e dei diritti civili nella sua vita quotidiana e nella sua organizzazione sociale. Il modello dello sviluppo adottato, oltre a mantenere e riprodurre le disuguaglianze tra ricchi e poveri, genera una rigida segmentazione, aumenta la distanza sociale tra i differenti settori e rende difficili i meccanismi di mobilità e crescita sociale”[12]. Come ha amaramente rilevato lo stesso UNDP-PNUD, la crescita della disuguaglianza in Colombia negli anni ’90 è equivalsa ad una retrocessione di dieci anni negli indici di sviluppo del paese[13].

 

Le misure economiche di stampo neoliberista e le politiche del cosiddetto aggiustamento imposte dai principali organismi finanziari internazionali hanno beneficiato unicamente poco meno del 3% della popolazione colombiana, accentuando la discriminazione e l’ingiustizia sociale: i principali gruppi economici del paese si appropriano oggi del 36% del prodotto interno e le maggiori cinque compagnie finanziarie controllano il 92% delle attività del settore. A riprova del sistema di esclusione sociale imperante in Colombia è utile soffermarsi poi sui dati relativi all’accesso ai crediti bancari. I 2.000 maggiori debitori hanno assorbito da soli il 75% del credito commerciale concesso dal sistema finanziario. Così, nonostante esistano in Colombia più di un milione di imprese informali, più di 12.000 stabilimenti manifatturieri formali e innumerevoli stabilimenti commerciali, soltanto 2.000 persone naturali e giuridiche hanno accesso alla maggior parte del credito commerciale, il quale rappresenta più del 60% di tutto il credito esistente nell’economia[14].

 

 

Partecipazione di ogni decile nel reddito totale

 

Decile

1991

1993

1996

1997

1998

1999

1

0.92

0.74

0.63

0.63

0.63

0.35

2

2.09

1.78

1.96

1.98

1.95

1.68

3

2.94

2.58

2.88

2.94

2.79

2.75

4

3.84

3.43

3.82

3.89

3.68

3.67

5

4.81

4.41

4.83

4.98

4.69

4.73

6

5.98

5.60

6.11

6.38

5.92

6.02

7

7.54

7.11

7.78

8.19

7.54

7.86

8

9.86

9.50

10.41

10.88

10.17

10.53

9

14.08

13.96

15.23

16.09

15.55

15.62

10

47.93

50.90

46.36

44.05

47.09

46.79

Totale

100

100

100

100

100

100

 

Fonte: AA.VV., Políticas sociales en Colombia 1980-2000, CINEP, Bogotá, 2002, p. 61.

 

 

 

Violenza, disuguaglianza e sottosviluppo

 

Sul peggioramento degli indici di Sviluppo Umano ha inciso la crescita della violenza nel paese specie nell’ultimo decennio, e soprattutto la riduzione della speranza di vita degli uomini: attualmente la popolazione maschile ha un’età media inferiore tra i due e i sei anni rispetto agli abitanti dei paesi con indici di sviluppo socio-economico similari a quelli della Colombia. Senza gli effetti del grave conflitto che insanguina il paese da oltre cinquant’anni, oggi la speranza di vita degli uomini dovrebbe essere intorno ai 67-68 anni.

 

La violenza caratterizza le regioni ed i dipartimenti colombiani dove oltre ad una maggiore presenza degli attori armati si verificano alti indici di disuguaglianza e forti concentrazioni di risorse e ricchezze naturali. Le relazioni dirette tra i fattori socioeconomici e la violenza che sta dilaniando il paese sono state sottolineate dal sociologo Alfredo Sarmiento: “Quando esiste un alto livello di ricchezza accompagnato da livelli di disuguaglianza altrettanto alti e la partecipazione politica ed i livelli medi di educazione sono bassi, esiste un 30% di probabilità in più che il municipio abbia livelli di violenza crescenti e che l’azione statale non corregga in modo apprezzabile questa tendenza”[15].

 

A differenza di ciò che comunemente si pensa in riferimento alla recente storia colombiana, la violenza non è un fenomeno strutturale o endemico, quasi connaturato alla psicologia collettiva di un popolo intero. In questo paese latinoamericano le cifre relative ai tassi d’omicidio presentano due grandi picchi ascendenti che corrispondono ai periodi in cui più forti sono stati i cambiamenti di tipo economico, sociale e politico: i decenni ‘50-’60 e la fase successiva agli anni ’80. Tra questi due periodi – gli anni ’70 – il tasso degli omicidi è diminuito su standard simili a quelli delle altre nazioni dell’area. È sempre il sociologo Alfredo Sarmiento a rilevare come ciò testimoni alcune dinamiche che hanno caratterizzato la storia recente della Colombia: l’induzione dei cambi strutturali mediante l’uso della violenza; l’uso della violenza stessa come meccanismo privilegiato di regolazione dell’accumulazione nell’economia colombiana e come mezzo di dissuasione del conflitto di classe tra capitale e lavoro. “Sono false le tesi che affermano l’esistenza di una cultura della violenza poiché i tassi d’omicidio non presentano un comportamento strutturale, autonomo, continuo e sostenuto negli ultimi 52 anni”, afferma Alfredo Sarmiento. Tuttavia, aggiunge il sociologo, la violenza avrebbe smesso di essere negli ultimi anni un efficace meccanismo di regolazione del conflitto sociale, poiché essa si è generalizzata in tutti gli ambiti della società con conseguenze negative sull’economia e sul flusso degli investimenti stranieri, minacciando la sostenibilità del paese e la stabilità regionale andina[16].

 

Parallelamente allo sviluppo del conflitto e degli indici di violenza, gli anni ’80 e ’90 sono stati caratterizzati da una crisi sempre più profonda del potere giudiziario e dell’esercizio stesso della giustizia. Quest’ultima si caratterizza in Colombia per essere un ulteriore elemento socialmente escludente: l’accesso è costoso e discriminatorio a danno delle classi povere, la proliferazione e l’instabilità delle norme giuridiche impedisce l’azione a coloro che non solo non possiedono i mezzi per pagare un avvocato che li rappresenti di fronte alle autorità, ma che neanche dispongono delle informazioni necessarie per sapere se e come procedere. L’eccessiva presenza di norme e regolamenti ha poi condotto ad un’alta congestione dei procedimenti civili e penali esaminati e in conseguenza a livelli d’impunità sociale inaccettabilmente elevati. Oggi l’impunità sociale supera il 70% dei casi, mentre è pressoché totale l’impunità relativa alla violazione dei diritti umani da parte delle istituzioni responsabili della sicurezza e dell’ordine pubblico o dei differenti gruppi armati[17].

 

La sfiducia nella giustizia è diffusa e attraversa trasversalmente tutte le classi sociali. Secondo un’inchiesta del DANE, il dipartimento statale che cura la riscossione delle imposte, solo il 20,9% dei delitti verrebbe denunciato alle autorità, il che rappresenta una “criminalità occulta” del 79,1%. Questa proporzione raggiunge l’88,1% nel caso di delitti contro l’ordine economico e sociale, l’84,6% nei delitti contro la libertà individuale ed altre garanzie costituzionali, l’80,3% nei delitti contro il patrimonio economico[18]. L’indagine statistica del DANE è stata realizzata vent’anni fa, prima cioè dell’inarrestabile ondata di violenza politica e “comune” che ha messo in ginocchio la società colombiana. La sfiducia nelle istituzioni crea una ulteriore spirale di violenza, in quanto la giustizia e la riparazione ai torti subiti viene perseguita in prima persona o attraverso la delega ai gruppi armati privati, la cui proliferazione ha moltiplicato il numero di stragi e assassinii, consolidando il ruolo della Colombia come il paese con il maggiore indice di morti ammazzati al mondo, con un valore di 93 vittime per ogni 100.000 abitanti, quasi cinque volte superiore alla media dell’America Latina. 

 

 

 

La violazione sistematica dei diritti sociali

 

Aumento della povertà e delle necessità basiche insoddisfatte, crescita degli indici di disuguaglianza, diminuzione dell’assistenza scolare tra le fasce più deboli della popolazione, riduzione del ritmo delle affiliazioni ai regimi contributivi e sussidiari della salute, aumento del tasso e della durata della disoccupazione hanno colpito particolarmente il capitale umano condannando la stramaggioranza della popolazione a disumane condizioni di sottosviluppo socioeconomico e culturale[19]. Nei fatti, l’ultimo decennio ha rappresentato un vero e proprio collasso dei diritti sociali (salute, istruzione, casa, lavoro) e sempre più ampi settori di popolazione si sono viste negare l’accesso ad essi.

 

Per ciò che riguarda il settore abitativo, sarebbero oltre 1.500.000 gli alloggi mancanti in tutto il paese, mentre il governo stima il deficit nel numero delle abitazioni a 706.000 unità per le famiglie di strato basso e 353.000 per quelle di strato medio. Avere una casa non significa tuttavia godere delle condizioni minime di vivibilità e servizi. Il 5,3% delle abitazioni è infatti carente di servizi basici, mentre un altro 4,8% è completamente sfornito di energia elettrica, acquedotto, fogne e del servizio di raccolta dei rifiuti. In termini quantitativi si calcola che in Colombia 10 milioni di abitanti siano esclusi dal servizio di distribuzione dell’acqua, mentre sarebbero 16 milioni coloro che vivono in abitazioni in cui non sono state allacciate le fognature. La copertura degli acquedotti raggiunge solo il 40% della popolazione rurale, mentre per le fognature, solo il 30% degli abitanti delle zone di campagna ne risulta fornito. Nella regione settentrionale dell’Urabá, dove il 90% della popolazione è iscritta ai livelli 1 e 2 del SISBEN[20], appena il 44% degli abitanti accede all’acqua potabile ed il 30% a servizi fognari, fattori che incidono sui notevoli standard di denutrizione e sugli alti tassi di malattie di origine idrica che si registrano nella regione (diarree, parassitosi intestinali, ecc.)[21]. Al deficit nella rete idrica e fognaria si aggiunge il fatto che il 93% delle acque nere viene immesso nell’ambiente senza alcuna forma di trattamento, contribuendo negativamente agli alti indici di degrado ambientale che caratterizzano le aree abitate del paese[22].

 

Le fasce più deboli della società sono anche quelle che pagano il prezzo più alto delle politiche di privatizzazione e ristrutturazione del sistema sanitario. Nel solo periodo 1998-2000, la copertura in salute si è ridotta dal 57 al 50% della popolazione totale, cosicché oggi un cittadino su due non riceve alcuna assistenza sanitaria. Se poi si guarda alla composizione sociale di coloro che hanno avuto accesso ai servizi di salute, i dati confermano l’enorme breccia apertasi tra i ricchi e i poveri del paese: mentre nei due ultimi segmenti della popolazione più povera (decili 1 e 2) risulta coperto solo il 38% di essa, nei due segmenti più ricchi (decili 9 e 10), la copertura raggiunge il 78%. Oggi l’affiliazione al sistema riguarda il 52,65% del totale della popolazione, mentre nel regime sussidiario, la percentuale è di appena il 44%[23].

 

Le prospettive future sono peggiori anche in conseguenza del notevole disavanzo finanziario accumulato dal sistema sanitario nazionale dopo la riforma del 1993 (Legge 100), che paradossalmente puntava a garantire la copertura universale della popolazione entro la fine del XX secolo. Mentre i fondi del settore sanitario sono aumentati da 1.350 miliardi di pesos del 1993 a 3.340 miliardi del 1999, le riserve si sono ridotte quasi a zero ed il deficit per l'anno 2002 è stato di 221 miliardi di pesos. Le riserve previste per assistere 14 milioni di persone si sono ridotte infatti da 335 miliardi del 1999 a 4 miliardi e 95 milioni nel 2001. La maggior parte delle 33.000 cliniche, ospedali e consultori esistenti (conosciuti genericamente come IPS) s’incontrano in bancarotta o con problemi finanziari e i 23,5 milioni di affiliati – 14 milioni dal regime contributivo e 9,5 milioni da quello sussidiario – sono minacciati dal crollo del settore.

 

Nel 2000, le entrate del sistema sanitario hanno raggiunto un totale di 429.456 milioni di pesos ed i trasferimenti a favore delle EPS (Entità Prestatrici di Servizi) hanno raggiunto i 510.588 milioni di pesos, con un deficit di 81.132 milioni. La legge di riforma del ’93 stimava che i contribuenti, salariati e indipendenti, sarebbero stati 16,5 milioni, ma nell’anno 2001 il numero di essi è stato inferiore ai 6 milioni. L’errore nella proiezione di 10,5 milioni di contribuenti in più è stato spiegato dalle sempre maggiori pratiche di evasione, dagli enormi sprechi del sistema sanitario pubblico e privato e dalla corruzione regnante nell’affiliazione al regime sussidiario dove le compagnie e le grandi aziende sanitarie private sono state beneficiate dall’aumento delle persone affiliate, le quali sono passate dai 4,8 milioni nel 1995 ai 9,5 milioni nel 2000[24].

 

Il sistema contributivo è stato caratterizzato dall’evasione della stramaggioranza dei lavoratori indipendenti. Solo il 10% di essi risulterebbero affiliati al regime; in questo modo il sistema sanitario nazionale, solo nel 1997, avrebbe perso qualcosa come 2.200 miliardi di pesos, sia per la non affiliazione al sistema e sia per la ridotta dichiarazione dei redditi realmente percepiti dai contribuenti[25]. A ciò si aggiungono i devastanti effetti della crisi economica e occupazionale i quali hanno comportato il deterioramento della qualità della vita dei colombiani e la progressiva riduzione del numero dei contribuenti al sistema sanitario. Mentre nel 1998 il 63% degli affiliati contribuiva opportunamente al regime sanitario, nel 1999 questa percentuale si è ridotta al 47%[26]. Ogni volta che un lavoratore perde un impiego, l’impresa cessa di versare i contributi all’AFP, all’ISS (l’Istituto per la Previdenza Sociale), alla Cassa di Compensazione o all’EPS, così la persona e la sua famiglia, oltre ad essere disoccupata, resta del tutto senza protezione sociale.

 

Le conseguenze sulle condizioni di salute generale della popolazione sono fortemente preoccupanti, specie per le fasce più deboli economicamente e per i minori. Secondo l’ultimo rapporto di UNDP-PNUD, la forte diminuzione alla fine degli anni ‘90 delle spese per la salute pubblica come percentuale del PIL, ha avuto come immediata conseguenza la caduta degli indici di copertura della vaccinazione dei bambini minori di un anno di età, passati nel periodo compreso tra il 1996 e il 1999, da valori superiori al 90% ad altri appena vicini al 70%. Oggi in Colombia più di 180.000 bambini minori di 12 mesi sono completamente privi di protezione sanitaria mentre solo tre bambini su quattro risultano vaccinati contro il morbillo. Al 18% dei bambini non è stata assicurata la vaccinazione contro la tubercolosi e quest’ultima infermità rischia di tornare a mietere sempre più vittime: i casi di tubercolosi hanno raggiunto l’indice di 21,7 ogni 100.000 abitanti. Oltre 72.000 persone con età inferiore ai 50 anni risultano affette da Aids[27], i casi di malaria hanno raggiunto la cifra record di 451,8 ogni 100.000 abitanti, mentre l’incidenza delle malattie psicologiche e mentali, a seguito dell’aumento della violenza e della povertà, costituisce oggi il 40% della cause di consulta sanitaria.

 

Particolarmente preoccupante la sempre più alta presenza nel paese di persone con handicap fisici e/o mentali. Il 2,6% delle famiglie colombiane ha a carico almeno una persona con handicap che lo rendono invalido alle attività lavorative. In termini numerici significa la presenza di 750.000 persone, quasi tutte prive di qualsiasi forma di intervento e protezione statale. In un altro 4% delle famiglie almeno uno dei membri è affetto da problemi di alcolismo ed abuso di sostanze stupefacenti, ma l’indice è ancora più alto nei centri urbani, dove sono ancora una volta le famiglie più povere ad essere maggiormente vittime della tossicodipendenza. Il 7% di esse soffre di questi problemi, rispetto ad un 3% delle fasce sociali più ricche[28].

 

Per ciò che riguarda la salute sessuale e riproduttiva, è stato segnalato come ogni anno più di 100.000 donne diano alla luce un figlio senza alcuna attenzione medica[29]. L’insufficienza dei programmi educativi e l’assenza di una efficace politica di prevenzione, hanno causato l’aumento delle maternità indesiderate, specie tra le giovani minorenni. Il 3,1% delle adolescenti che vivono nelle aree urbane e il 6,2% delle adolescenti residenti nelle zone rurali stanno attendendo un figlio; il 14,6% delle adolescenti di città e il 25,7% delle adolescenti di campagna sono diventate madri ad un’età che va dai 15 ai 19 anni. L’uso di anticoncezionali è ancora assai basso in tutte le fasce di età, ma nel caso delle adolescenti, secondo l’organizzazione non governativa Profamilia, il 49,3% di esse non avrebbe mai utilizzato anticoncezionali[30].

 

Tinte ancora più fosche se si guarda al sistema previdenziale. Solo il 19,8% della popolazione economicamente attiva è coperta dal sistema pensionistico; tra i lavoratori appena il 45,9% di essi risulta affiliato al regime generale previdenziale e tra essi solo il 22% sta apportando qualcosa ai fondi privati di pensione o ad entità come il SEGURO SOCIAL, CAJANAL o CAPRECOM. Il sistema rischia pertanto il collasso: il debito del sistema delle pensioni equivale ad oltre il 200% del Prodotto Interno Lordo mentre si riduce a dismisura il numero dei contribuenti[31]. Secondo la Sovrintendenza Bancaria alla chiusura del terzo trimestre del 1999, su 3.318.356 persone che erano affiliate al regime privato delle pensioni, più della metà non versava i contributi da oltre sei mesi[32].

 

 

 

Analfabetismo e cattiva qualità dell’educazione

 

Per ciò che riguarda il diritto all’educazione, la Colombia vanta uno dei record negativi di tutto il continente. Il paese ha uno dei più bassi livelli di alfabetizzazione dell’America Latina, preceduto solo dal Messico. I gravi ritardi del settore educativo hanno aperto una breccia intollerabile tra la Colombia e gli altri paesi. Per raggiungere i livelli del Cile, il paese con il maggior indice di sviluppo umano della regione, la Colombia dovrebbe aumentare la sua speranza di vita di quattro anni e mezzo; incrementare di quattro punto in percentuale il tasso di alfabetizzazione degli adulti e di sei punti il tasso d’immatricolazione scolastica a tutti i livelli (primaria, secondaria e superiore); raddoppiare infine il suo Prodotto Interno pro capite[33].

 

Attualmente l’8,6% della popolazione colombiana risulta analfabeta (circa 2,3 milioni di persone), mentre la scolarità media è di 7,7 anni, anche se la discriminazione di genere in questo settore è ancora evidente, dato che negli ultimi vent’anni si è confermata la differenza di un punto di percentuale nei tassi d’analfabetismo tra la popolazione femminile e quella maschile[34]. Relativamente ai differenti gradi d’istruzione, l’accesso al sistema educativo riguarda l’83,6% degli aventi diritto per la scuola primaria, il 62,7% per la secondaria, e appena il 15,1% per l’istruzione universitaria[35].

 

Il tasso medio di analfabetismo non permette di valutare la dimensione delle forti disuguaglianze in tema di accesso all’istruzione che si registrano tra i differenti dipartimenti del paese e tra i residenti nelle aree urbane o in quelle rurali. Nonostante si sia verificata una diminuzione relativa dell’analfabetismo di circa 0,3 punti all’anno tra il 1985 e il 1997 (il tasso di analfabetismo vent’anni fa era del 12,2%), la differenza tra le aree è aumentata: nel 1985 l’analfabetismo rurale era 3,1 volte quello urbano, mentre nel 1997 era 4,1 volte più grande. Il Dipartimento Nazionale di Pianificazione ha stimato che 5 abitanti su 100 nelle zone urbane sono analfabeti, mentre nelle aree rurali l’analfabetismo riguarda 19 persone su 100. Le discriminazioni appaiono ancora più nette se si prendono a riferimento i dipartimenti del paese e in particolare quelli della costa atlantica e pacifica, dove è maggioritaria la presenza di popolazione afrodiscendente. Mentre a Bogotá e nel dipartimento industriale del Valle il tasso d’analfabetismo è considerevolmente inferiore alla media nazionale (2% circa), nei dipartimenti di Córdoba e del Chocó - tra i più poveri del paese - il 20% della popolazione risulta analfabeta, un valore due volte superiore che nel resto della Colombia[36].

 

Queste notevoli disuguaglianze all’interno del paese sono evidenziate anche dai livelli di accesso ed assistenza scolastica dei bambini. Oggi circa 2,2 milioni di minori di ambo i sessi restano fuori dal sistema educativo[37]. A livello prescolare, nelle città l’assistenza è dell’82%, mentre nelle campagne è di appena il 50%; ciò significa che restano fuori dal sistema educativo 18 bambini su 100 nelle città e 1 ogni 2 nelle campagne. Per ciò che riguarda l'istruzione primaria, resta fuori dal sistema educativo il 5% dei bambini di città di età compresa tra i 7 e gli 11 anni, mentre nelle campagne l’evasione colpisce il 12% di questo gruppo di popolazione. Va aggiunto poi che il 35% delle alunne e degli alunni della scuola primaria si ritirano nei primi tre anni e ciò li converte praticamente in “analfabeti funzionali”. Per ciò che riguarda le differenze tra i dipartimenti, la diserzione in Chocó raggiunge livelli del 67%[38].

 

Tra il 1997 e il 2000, gli anni dell’amministrazione del conservatore Andrés Pastrana, si è registrata una preoccupante diminuzione dell’assistenza scolastica nella fascia di età compresa tra i 12 e i 25 anni (dal 76,9% al 75, 4% per le ragazze e i ragazzi tra i 12 e i 17 anni, e dal 27% al 25,1% per i giovani tra i 18 e i 25 anni). A partire dello stesso periodo è stata inoltre evidenziata una riduzione delle iscrizioni della popolazione di sesso femminile a causa dell’acutizzarsi dei problemi economici che obbligano le adolescenti alla diserzione per aiutare in casa i propri familiari o a ricercare attività lavorative per ammortizzare l’impatto del repentino crollo dei redditi delle famiglie. Sono inoltre diminuite le persone dedite esclusivamente allo studio in quanto sempre più soggetti fanno ingresso nel mercato del lavoro per trasformarsi in studenti-lavoratori.

 

Se si fa riferimento ai decili di reddito, si può osservare che la diminuzione dell’assistenza nella scuola secondaria si è verificata nella popolazione più povera (decili da 1 a 6); di contro, l’assistenza nell’istruzione superiore ed universitaria è diminuita in tutti i decili, con il conseguente peggioramento generale nel capitale umano in Colombia[39]. In sintesi tra i più discriminati in tema di accesso all’istruzione i bambini tra i 5 e i 6 anni ed i giovani tra i 18 e i 24 anni delle famiglie di strato sociale 1 e 2. L’educazione universitaria e prescolare è cioè un privilegio quasi esclusivo delle famiglie che godono dei redditi più alti, come denuncia UNDP-PNUD nel suo più recente rapporto sullo Sviluppo Umano[40]. Ciò comporta una spirale in cui la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi danneggia la formazione del capitale umano che a sua volta incide negativamente sulla crescita economica del paese. Poiché la dimensione del capitale umano determina proporzionalmente i redditi della popolazione, ecco che il suo deterioramento si ripercuote poi sulla distribuzione dei redditi approfondendo la breccia tra le fasce sociali[41].

 

A tutto ciò si accompagna il fatto che gli anni ’90 del XX secolo sono stati caratterizzati dal progressivo peggioramento in termini di qualità dell’offerta educativa e formativa. La crescita di questa offerta è stata certamente frenata da problemi istituzionali come l’eccessivo centralismo dell’amministrazione, la scarsa coordinazione del sistema, l’insufficienza dei canali d’informazione e la bassa partecipazione delle famiglie e della comunità nel processo educativo. La Colombia, come del resto buona parte dei paesi del continente latinoamericano, paga i notevoli ritardi accumulati per aggiornare il rapporto tra società reale e sistema educativo, soprattutto per ciò che riguarda la cosiddetta “educazione iniziale” (scuola materna e pre-scolare). Uno studio realizzato da un’equipe di ricerca colombo-peruviana ha sottolineato come la legislazione di questi due paesi non ne abbia previsto l’obbligatorietà, dando per supposta la presenza costante della madre nel nucleo familiare, ignorando invece come sempre più donne lavorino fuori della famiglia. “L’educazione iniziale è confusa con le guardarías, finalizzate alla cura dei bambini durante l’assenza dei genitori”, si legge nel rapporto conclusivo del gruppo di ricerca. “In esse non sono previste né l’attenzione alimentare o la stimolazione del mondo sensoriale, né la diagnosi di deficienze o d’inabilità correggibili mediante interventi appropriati”. Ulteriori limiti caratterizzano poi l’educazione di base primaria e secondaria: essa è formale, mnemonica, pecca in eccesso di erudizione, ed è poco orientata al lavoro e alla comprensione della vita contemporanea. “L’educazione di base non prepara lo studente né alla vita sociale né al lavoro”, continua il rapporto dei ricercatori colombo-peruviani. “Dopo aver effettuato 12 anni di studio, lo studente esce senza alcuna formazione tecnica che gli permetta d’incontrare un lavoro adeguato e, nella maggior parte dei casi, egli deve realizzare studi addizionali se aspira ad entrare nell’università. Lo spazio scolare è assai poco utilizzato per offrire al futuro cittadino una formazione civica completa che gli permetta di comportarsi in una società democratica. Spesso, l’esperienza scolare è distante dai valori democratici di libertà, responsabilità e partecipazione. Ciò rafforza le tendenze autoritarie della formazione in ambito familiare e presenta problemi al cittadino adulto nello sviluppo di un’autentica coscienza democratica”[42].

 

Studi e ricerche hanno analizzato come e quanto l’inadeguata qualità dell’insegnamento influisca sui processi di apprendimento e sul grado di istruzione delle nuove generazioni. Nel 1993, ad esempio, alcuni ricercatori di Fedesarrollo (la Federazione che riunisce i maggiori imprenditori del paese), hanno sottolineato come nella scuola primaria i bambini stessero apprendendo meno della metà di quello che dovrebbero apprendere secondo i programmi vigenti[43]. Per ciò che riguarda l’educazione secondaria, le statistiche rivelano che negli istituti pubblici un quarto degli studenti non riesce a superare il livello minimo delle prove linguistiche e solo il 20% di essi raggiunge un livello ottimo tra il 7° e il 9° anno di corso. Sempre nella scuola secondaria negli ultimi anni si è ridotto di quattro punti il tasso di promozione da una classe all’altra, passando dall’89,7% all’85,7%. Ancora Fedesarrollo, nell’analizzare i risultati delle prove di esame finale di maturità secondaria, ha rilevato la flessione dei rendimenti degli allievi: mentre all’inizio degli anni ’80 una terza parte degli studenti si ubicava nella categoria di basso rendimento, nel 1990 la cifra era salita al 46%. La Colombia si situa oggi al penultimo posto tra i paesi latinoamericani per ciò che riguarda i test sugli apprendimenti nelle aree matematiche e scientifiche[44].

 

Relativamente all’educazione superiore ed universitaria, gli studiosi rilevano standard di qualità accademica assai ridotti e una proliferazione delle istituzioni private all’interno del sistema che non ha comparazioni in tutta l’America Latina. Una ricerca realizzata nel 1989 ha censito 286 istituzioni di educazione superiore, di cui solo il 30% pubbliche, le quali offrivano 2.094 piani di studio. La “privatizzazione” dell’educazione universitaria è altresì confermata dall’elevata percentuale delle immatricolazioni nel settore privato, il 58% del totale, contro il 35% che si registra nel resto dei paesi latinoamericani[45].

 

 

 

L’infanzia negata di milioni di colombiani

 

Diserzione, abbandoni, perdita di efficienza del sistema educativo hanno creato una massa enorme di giovani e pre-adolescenti che sono costretti a cercare lavoro a tutti i costi, subendo un nuovo processo di emarginazione e violazione della propria identità e dei propri diritti. Circa 2,7 milioni di giovani in età compresa tra i 12 e i 17 anni lavorano oggi in condizioni precarie nel settore informale. Si calcola che la metà di essi non ricevano alcun salario, specialmente le ragazze che sono impiegate in lavori domestici come cameriere, baby-sitter, ecc.; nel caso in cui viene corrisposta una qualche forma di retribuzione essa oscilla tra il 25% e l’80% del salario minimo legale[46]. Il 20-25% di questi giovani sono poi costretti a lavorare in attività ad altissimo rischio, in particolare nel settore edilizio, metalmeccanico, nel commercio ambulante e nella prostituzione. Trentamila i minori tra i 5 e i 14 anni che operano settore minerario, costretti a sforzi fisici pari a quelli degli adulti ed esposti a gravi affezioni respiratorie[47].

 

Il lavoro minorile sempre più spesso vissuto in condizioni di semi-schiavitù, è solo un aspetto e purtroppo neanche il più grave, della vita quotidiana di buona parte dell’infanzia colombiana. Infanzia negata, vittima prioritaria del conflitto, del modello economico neoliberista e del processo di esclusione che ne deriva. Attualmente il 54% della popolazione infantile non soddisfa le sue necessità di base. La povertà e l’indigenza ha assunto una netta fisionomia generazionale. Il 20% della popolazione infantile colombiana soffre la malnutrizione e la denutrizione cronica colpisce il 2,8% dei minori. Le percentuali sono ancora maggiori nelle aree del paese caratterizzatesi per l’intensificazione della violenza e della lotta per lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali. Nel dipartimento di Antioquia, ad esempio, il tasso di mortalità infantile per denutrizione è di 20.33 su 100.000 bambini inferiori ai 5 anni di età e costituisce il 4,5% delle cause di morte in questo gruppo[48]. Qui nel 2001 si sono contati 146 bambini morti in conseguenza della denutrizione. Secondo uno studio del Governo regionale e del DANE, nel dipartimento ogni due giorni muore un bambino per mancanza di alimenti. Tra i minori di 7 anni in Antioquia, i nutrizionisti hanno trovato un indice di denutrizione cronica del 32,7%, globale del 25,6%, acuta del 19,9%[49].

 

Una delle cause più frequenti di morte nella popolazione giovanile è tuttavia rappresentata dalla violenza e dalla guerra. Gli indici di mortalità hanno raggiunto il 28 per mille e circa il 48% dei minori di 18 anni è vittima di maltrattamenti in ambito familiare. I bambini ed i giovani di ambo i sessi sono vittima di abusi e violenza sessuale e questi delitti godono di un’impunità pressoché totale (solo nell’1,7% dei casi viene detenuto il colpevole e si giunge ad una sentenza finale in appena il 18,3% dei casi). Si stima che il numero dei minori sottoposti a sfruttamento sessuale è aumentato del 600% tra il 1986 e il 1998 e che sarebbero 25.000 i minori sfruttati sessualmente. La ong Profamilia, nella sua Inchiesta su Demografia e Salute in Colombia ha calcolato che il 3,1% delle adolescenti colombiane sono state costrette con la forza a tenere relazioni sessuali[50].

 

I giovani al di sotto dei 18 anni rappresentano il 55% degli sfollati del conflitto e alla stragrande maggioranza di essi non è stato garantito alcun accesso alle strutture educative e ai servizi di salute dei luoghi di destinazione. Si stima che 6/7.000 tra bambine e bambini siano stati arruolati dai diversi gruppi armati protagonisti del conflitto. Il 18% di essi avrebbe ucciso almeno in un’occasione o avrebbe partecipato a torture di ostaggi, mentre un altro 13% avrebbe partecipato ad operazioni di sequestro. Il 28% sarebbe già stato ferito almeno una volta in combattimento[51]. L’UNICEF ha denunciato che gli attori della guerra in Colombia si sono resi responsabili dell’avvio alla prostituzione forzata di minori di 14 anni ed hanno violentato donne e bambine dei gruppi avversari per seminare odio e rendere inconciliabili le parti[52].

 

 

Tasso di assistenza scolastica secondo i decili di reddito ed età – anni 1997 e 2000

           

 

 

5-6 anni

 

7-11 anni

 

12-17 anni

 

18-25 anni

Decili

1997

2000

1997

2000

1997

2000

1997

2000

1

51.7

64.3

86.4

88.3

69.4

59.7

12.8

10.6

2

58.7

67.5

88.3

90.0

72.6

59.4

16.3

9.5

3

65.2

70.2

90.8

89.0

83.5

65.1

14.2

10.2

4

68.5

76.1

91.8

94.4

79.5

66.3

11.9

9.8

5

71.7

78.0

93.8

94.2

61.3

67.1

11.7

10.4

6

75.8

83.9

93.9

94.0

71.4

70.4

16.1

10.7

7

82.4

88.4

94.0

94.1

72.9

74.1

15.9

14.3

8

90.3

91.1

97.4

96.0

65.4

73.8

17.3

14.2

9

90.2

93.6

97.7

96.8

70.3

79.2

22.3

19.5

10

90.7

95.7

97.4

97.8

70.4

83.6

32.6

27.1

Totale

70.4

77.8

92.0

92.8

71.4

68.4

17.6

13.9

 

Fonte: SISD, Boletín estadístico, n. 30, Bogotá, 2001 (in Economía Política y Conyuntura Política, n. 228, febbraio 2002, pag. 84).

 

 

 

Disoccupazione ed occupazione informale in Colombia

 

La crisi sociale che ha colpito il paese a partire della seconda metà degli anni ’90 e le drastiche misure di aggiustamento economico implementate dai differenti governi succedutisi hanno avuto conseguenze devastanti sull’occupazione e il mondo del lavoro. Se nel 1993 il 7,8% della popolazione economicamente attiva risultava disoccupato, dieci anni più tardi la percentuale ha raggiunto la cifra del 21%. Si tratta del più alto tasso di disoccupazione mai raggiunto nella storia nazionale e il maggiore di tutto il continente dell’America Latina. In termini quantitativi si stimano attualmente in 3 milioni i colombiani senza occupazione, il doppio di quelli registrati appena nel 1997.

 

Contemporaneamente tra gli “occupati” e i “sottoccupati” è cresciuta notevolmente l’informalità del rapporto di lavoro, ossia l’inesistenza di alcun tipo di vincolo contrattuale, di prestazioni e contributi sociali. Il settore informale oggi rappresenta il 56% dell’occupazione a livello nazionale e interessa particolarmente i settori del commercio, dei servizi, dell’industria manifatturiera e della produzione di abbigliamento ed alimenti, tutte attività dove impera il sistema della subcontrattazione e della produzione per conto terzi (“maquila”). Solo nel commercio l’informalità caratterizza il rapporto del 78% degli occupati, mentre nel settore delle costruzioni e dell’agricoltura il 72% circa[53].

 

Per coloro che hanno la sorte di accedere ad un’occupazione, il reddito non garantisce i livelli minimi di sopravvivenza: il 77% dei lavoratori colombiani percepisce appena un salario minimo (circa 100 dollari al mese), un altro 15% due salari minimi e solo l’8% più di due[54].

 

Disoccupazione, sottoccupazione ed occupazione informale hanno spiccate caratteristiche generazionali e di genere. I giovani in età compresa tra i 20 e i 25 anni contano su un tasso di disoccupazione del 34,3%, mentre la disoccupazione femminile è del 24,2%, il doppio di quanto accadeva appena 7 anni fa[55]. Può essere affermato che il grosso della disoccupazione strutturale, quella originata dalla mancata corrispondenza tra l’offerta e la domanda di lavoro e che ha a che vedere con il ciclo economico, è rappresentato da donne di età compresa tra i 25 e i 35 anni con livello scolare medio. Se poi si guarda alla fascia sociale di provenienza delle donne, il numero delle disoccupate degli strati 1 e 2 del SISBEN è superiore al 60%, mentre tra le sfollate dal conflitto il tasso di disoccupazione sfiora il 90%[56].

 

La discriminazione di genere del mercato del lavoro si è certamente acutizzata con l’intensificarsi della crisi economica di fine secolo. Se è vero che tra il 1991 e il 1998 le donne hanno avuto sempre tassi di disoccupazione più alti degli uomini, è pur vero che la percentuale di disoccupate è cresciuta in quel periodo di 1,4 punti, contro i 2,7 punti degli uomini.  contro  in quel periodo di 1,4 donne disoccupate è 're.stazioni e contributi socialiQuando invece la crisi esplode dirompente a partire del 1998, in un solo anno il tasso di disoccupazione femminile è aumentato di altri 3,8 punti in percentuale, superiore alla crescita della disoccupazione maschile (+2,8%)[57].

 

La discriminazione tra generazioni e sesso trova ulteriore conferma se si guarda al fenomeno della disoccupazione dal punto di vista dell’offerta di lavoro. È possibile notare infatti come in questi ultimi anni sia cresciuto particolarmente il cosiddetto “Tasso di Partecipazione Globale” (TGB), che è passato dal 59,9% al 64,9%, quando invece tra il 1993 e il 1996 esso era diminuito dell’1,1%. Questo cambiamento si spiega principalmente con l’aumento nella partecipazione delle donne e dei giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni nell’offerta di manodopera nel mercato del lavoro. Questo fenomeno è intrinsecamente legato all’incremento del tasso di disoccupazione di coloro che percepivano una maggiore remunerazione all’interno della famiglia e che spesso erano gli unici titolari di reddito (generalmente gli uomini tra i 25 e i 55 anni di età). Ciò ha costretto gli altri membri della famiglia (donne, anziani e bambini) a fare ingresso nel marcato del lavoro per poter mantenere i già insufficienti livelli di consumo. Questo fenomeno ha tuttavia inasprito la competizione sociale per il lavoro e la spirale povertà-disoccupazione-precarietà[58]. Si spiega così come mai la disoccupazione non sia selettiva solo in termini di età e sesso ma come colpisca soprattutto le fasce socioeconomiche con i minori redditi. Il 48% dei nuovi disoccupati nelle zone urbane tra il 1997 e il 1998, corrisponde infatti a persone dei tre decili inferiori di reddito pro-capite[59].

 

Alla crescita sostenuta dei tassi di disoccupazione si aggiunge infine l’aumento drammatico nella sua durata. La percentuale di disoccupati che vivono in questa condizione per meno di quattro settimane è diminuita dal 22% del 1997 all’11% del 2000, mentre le persone che attendono 25 o più settimane per conseguire un’occupazione è aumentato nello stesso arco di tempo dal 45% al 65%. Ciò significa che i due terzi della popolazione che cerca lavoro affronta problemi strutturali, per la soluzione dei quali sarebbe necessario implementare un piano governativo a lungo termine da finanziare con risorse aggiuntive nell’ambito di una radicale politica di trasformazione socioeconomica del paese. Come invece vedremo le amministrazioni hanno scelto la scorciatoia delle riforme monetarie neoliberiste tendenti a frenare l’inflazione e che invece hanno aggravato le contraddizioni del mercato del lavoro e spinto verso il basso i salari. Ciò che a prima vista potrebbe sembrare paradossale, appare sotto quest’ottica del tutto coerente: il livello record del numero di disoccupati coincide oggi con i più bassi livelli del tasso d’inflazione ufficiale degli ultimi anni (l’8,75% del 2001 contro il 21,64% di appena un lustro fa)[60].

 

 

 

Apertura economica, globalizzazione e disoccupazione

 

Tra i fattori che hanno particolarmente determinato il rallentamento del ritmo di occupazione, l’Organizzazione Internazionale per il Lavoro (OIL) segnala l’introduzione dell’apertura dell’economia e l’aumento delle spese fiscali che congiuntamente hanno generato una breccia esterna ed un’altra di tipo fiscale; la situazione politica vigente tra il 1996 e il 1997, anni in cui si è consumata la delegittimazione internazionale dell’amministrazione di Ernesto Samper (a causa dei finanziamenti del narcotraffico della campagna presidenziale), ed i suoi effetti sugli investimenti e la produzione privata; il cambio nella composizione all’interno dei settori produttivi a seguito dell’apertura economica, della rivalutazione della moneta e delle trasformazioni tecnologiche introdotte; ed infine, lo squilibrio esistente tra la domanda e l’offerta di occupazione a tutti i differenti livelli di qualificazione[61].

 

I vari governi succedutisi negli anni ’90, sposando le formule dell’economia neoclassica, erano convinti che la crescita economica e del PIL avrebbe stimolato di per sé la crescita dell’occupazione. Oggi è sotto gli occhi di tutti come invece non ci sia stata alcuna dipendenza diretta dell’occupazione dalla crescita degli indicatori economici. Nonostante il boom della prima metà degli anni ’90, non ci sono state ripercussioni positive sull’occupazione: tra il 1990 e il 1995 l’economia è cresciuta del 35,2%, mentre la disoccupazione è scesa appena di 3,1 punti. La disoccupazione è poi raddoppiata nei tre anni successivi toccando il 15,8% del giugno 1998, periodo in cui appena iniziava a manifestarsi la recessione. Nonostante il lieve recupero del Prodotto Interno e della produzione nei primi due anni del XXI secolo (+3% con un incremento delle ore straordinarie nelle industrie del 22%), il tasso di disoccupazione ha proseguito ad espandersi sino a raggiungere l’attuale cifra record.

 

Di fronte all’assenza dell’atteso “balzo” dell’attività economica, gli ultimi due governi in particolare (Amministrazione Pastrana ed Uribe) hanno presentato alcune proposte relative alla flessibilità del mercato occupazionale, basate sulla riduzione dei costi del lavoro, attraverso la diminuzione dei salari. Una misura che ovunque sia stata adottata non ha avuto alcuna conseguenza sulla domanda di lavoro ma che invece ne ha peggiorato la qualità ed ha acutizzato la stagnazione dei consumi. “Questa posizione sconosce che la disoccupazione attuale risponde più a fattori strutturali, come la restrizione della domanda, la perdita di competitività dell’industria, la rivalutazione del peso, gli alti tassi d’interesse, la restrizione della bilancia dei pagamenti, ecc. E da questo punto di vista, il costo del lavoro, come variabile che spiega la disoccupazione, passa in secondo piano”, spiega un’équipe di docenti universitari che ha condotto un’interessante ricerca sulle “politiche sociali” del governo di Andrés Pastrana[62].

 

Gli studi realizzati dalla stessa Controlaría General de la Nación (l’equivalente della nostra Corte dei Conti), sottolineano poi come gli effetti sull’occupazione delle politiche di flessibililizzazione del mercato del lavoro siano stati contrastanti e con un bilancio nettamente a favore dell’offerta sulla domanda di lavoro che ha incrementato il tasso di disoccupazione. Se da una parte infatti i minori salari hanno stimolato le imprese a contrattare nuova manodopera, i nuclei familiari hanno visto ridotte le loro entrate per la riduzione dei salari, cosicché sempre più appartenenti ad essi sono stati costretti a fare ingresso nel mercato del lavoro, ingrossando le file dei disoccupati. “La flessibilizzazione”, conclude la Controlaría General, “si tira poi dietro la precarizzazione degli impieghi odierni, accrescendo la breccia tra i lavoratori qualificati e quelli che non lo sono, aumentando di conseguenza disuguaglianza e povertà”[63].

 

Queste condizioni sono state ideali per imprenditori e capitalisti, i quali hanno visto crescere profitti e potere d’accumulazione ed hanno potuto implementare un circolo vizioso di sempre più lavoro con meno salario e più disoccupati disposti a lavorare per sempre meno salario. Negli anni ’90 il salario minimo è cresciuto in modo minore rispetto all’inflazione e la riduzione dei salari reali degli operai, statali e privati, è stata stimata in un 20% circa. Già nel 1997, cioè prima della grave crisi economica che ha ulteriormente ridotto il potere di acquisto delle famiglie povere, un lavoratore colombiano contrattato regolarmente a tempo indeterminato da una multinazionale guadagnava 6,5 volte in meno di un lavoratore nordamericano, 2,25 volte in meno di un lavoratore argentino, 2 volte in meno di uno brasiliano e superava di molto poco il lavoratore subcontrattato messicano ed ecuadoriano. Ciononostante tra le misure di politica economica adottate dal governo Uribe compare il congelamento dei salari per tutti i dipendenti con un reddito pari o superiore a due salari minimi legali vigenti. Una misura che a breve termine non potrà fare altro che accentuare precarizzazione e flessibilità con un ulteriore giro di vite alle forme della rappresentanza sindacale e politica.

 

L’ampliamento generalizzato delle forme di lavoro precario, dei part-time, ecc., ha già avuto conseguenze estremamente negative in tema di diritti dei lavoratori. “La frammentazione del lavoro, sommata allo sviluppo tecnologico, permettono al capitale un maggiore sfruttamento, come anche un maggiore controllo sulla forza lavoro”, scrive l’economista Margarita Toro. “Il cambio nel regime d’accumulazione è, allora, un processo pieno di contraddizioni. Da una parte riduce il proletariato industriale; e dall’altro aumenta il sottoproletariato, il lavoro precario, o i salariati del settore dei servizi, incorpora massivamente le donne ed esclude i più giovani e i più anziani”[64]. Ciò crea ulteriore eterogeneità e frammentazione della classe lavoratrice che s’indebolisce contrattualmente di fronte al capitale, il quale può così sviluppare i suoi margini di accumulazione accrescendo disuguaglianze ed ingiustizie sociali. Sotto il ricatto dei licenziamenti di massa, la borghesia industriale ha imposto il cambio nelle forme di contrattazione che le hanno permesso una riduzione dei costi di circa il 50% in dieci anni. Nel settore pubblico e in quello privato, attraverso la forma di affidamento della produzione e dei servizi a terzi avviata a fine anni ’90, ha avuto il sopravvento la modalità delle cooperative di lavoratori, la quale ha permesso una nuova riduzione dei costi lavorativi che raggiunge oggi il 75%[65]. Diritti sindacali, contratti collettivi e salari sono condizioni che non appartengono più al vissuto quotidiano di milioni di lavoratori colombiani. 

 

 

Colombia: crescita, benessere ed uguaglianza negli anni 1980-2002

 

Anni

Crescita PIL

Spesa sociale – PIL

Tasso di disoccupazione

Indice concentrazione di GINI

Povertà – redditi

Povertà NBI

1980

4,1

7,4

9,7

0,542

59,1

55,4

1981

2,3

8,1

8,2

n.d.

n.d.

n.d.

1982

0,9

8,1

9,1

n.d.

n.d.

n.d.

1983

1,9

8,5

11,7

n.d

n.d.

n.d.

1984

3,8

9,4

13,4

n.d

n.d.

n.d.

1985

3,8

7,7

14,1

n.d

n.d.

n.d.

1986

6,9

7,4

13,8

n.d

n.d.

42,9

1987

5,6

7,4

11,8

n.d

n.d.

n.d.

1988

4,2

7,2

11,2

0,554

59,2

39,4

1989

3,5

7,6

9,9

n.d.

n.d.

n.d.

1990

3,7

7,5

10,5

n.d.

n.d.

36,3

1991

2,4

7,1

9,8

0,554

57,7

35,6

1992

3,8

7,4

9,2

0,564

55,8

35,5

1993

5,4

8,2

7,9

0,584

56,4

n.d.

1994

5,8

8,3

7,6

0,569

54,4

n.d.

1995

5,2

10,6

8,7

0,556

55,0

n.d.

1996

2,1

12,6

11,9

0,561

53,8

n.d.

1997

3,4

13,1

12,1

0,540

54,2

26,9

1998

0,6

13,3

15,7

0,560

55,7

26,3

1999

-4,2

13,9

19,5

0,589

56,3

24,9

2000

2,8

10,8

17,5

0,591

59,8

22,9

2001

1,5

9,6

18,6

0,598

62,1

22,3

2002

1,2

8,5

18,9

0,601

68,0

22,0

 

Fonte: L. Sarmiento Anzola, La distruzione dello Stato sociale in Colombia, www.terrelibere.it, 2003.

 

 

 

La discriminazione del lavoro femminile

 

Sempre maggiori discriminazioni e sfruttamento caratterizzano il lavoro femminile in Colombia con la conseguenza che si è ulteriormente allargata la forbice salariale tra uomini e donne. Le maggiori necessità delle famiglie di ottenere nuove entrate hanno condotto ad un aumento notevole del lavoro femminile: nel 1990 erano il 35% le donne lavoratrici, nel 2000 esse rappresentavano il 40% dell’intera popolazione femminile[66]. Due terzi delle occupate guadagna però meno di un salario minimo legale, mentre solo il 16% delle lavoratrici guadagna più di due salari minimi. Se si comparano questi dati con quelli della popolazione maschile, la differenza è enorme: gli uomini che guadano meno di un salario minimo sono il 43% (-23%), mentre quelli che guadagnano più di due salari minimi sono il 25% degli occupati (+9%).

 

La sempre più evidente riduzione dei salari è poi un fenomeno che colpisce più le donne che gli uomini. Dal 1988 al 1996 per questi ultimi la riduzione è stata del 10.6% mentre per le donne è stata del 13.5%[67]. Si è calcolato che nel settore manifatturiero una donna riceve un salario inferiore di un quinto rispetto a quello percepito da un uomo per svolgere identiche attività con identici livelli di formazione tecnica od istruzione; nel commercio le differenze di trattamento sono ancora più grandi ed una donna percepisce un terzo del salario ricevuto da un uomo.

 

La partecipazione delle donne nella generazione dei redditi da lavoro è un terzo settore dove si evidenziano forti discriminazioni di genere. Mentre il 60% della popolazione occupata a livello urbano è rappresentato da uomini, la proporzione dei redditi non mantiene la stessa proporzione tra i sessi. Nonostante la partecipazione delle donne nel reddito da lavoro sia aumentata progressivamente sino a raggiungere una crescita di quasi nove punti in percentuale tra il 1991 e il 1997, gli uomini continuano ad appropriarsi di più del 70% del reddito da lavoro urbano. A partire del 1998 gli uomini hanno visto però aumentare di nuovo la loro partecipazione di quattro punti in percentuale rispetto all’anno precedente, evidenziando così la vulnerabilità delle donne nei periodi di recessione. La partecipazione nei redditi da lavoro nell’area rurale favorisce poi ancora di più gli uomini rispetto alle aree urbane: nelle campagne questi ultimi si appropriano dell’80% di essi[68].

 

Nei periodi di crisi economica la vulnerabilità delle donne è maggiore anche in termini di perdita dell’occupazione, cosicché la disoccupazione assume connotati sempre più femminili. Se si guarda ad esempio all’occupazione industriale in generale, una delle più colpite dall’odierna crisi economica, negli ultimi dieci anni la manodopera femminile si è ridotta dal 21% al 16,6%[69]. Proprio nel settore industriale-produttivo si vanno ad accentuare la subordinazione, la precarietà e la concentrazione  delle lavoratrici in particolari attività e funzioni. L’economista Margarita Toro parla in proposito di “mascolinizzazione delle industrie tradizionali” e “femminilizzazione delle industrie decentrate”. Nelle prime (industria alimentare, tessile e delle calzature), si è privilegiato il lavoro delle donne sino a quando non è stato previsto il processo di meccanizzazione degli impianti. Questo processo ha causato la riduzione dei posti di lavoro ed essi si sono fatti sempre più specializzati e tecnicizzati e sono stati affidati principalmente ad uomini. L’occupazione femminile si è invece indirizzata verso le cosiddette “industrie decentrate”, dove il processo è caratterizzato dalla frammentazione produttiva e dall’assemblaggio di parti e componenti i cui procedimenti iniziali e finali sono eseguiti nei paesi del nord America e dell’Europa. “L’accesso delle donne a questo settore”, aggiunge Margarita Toro, ha una relazione diretta con la riduzione dei costi della manodopera e con il passaggio dall’industria pesante a quella d’assemblaggio, considerato un lavoro meccanico e ripetitivo e per la destrezza manuale delle donne”[70]. Queste attività caratterizzate da alienazione e mortificazione delle rispettive soggettività sono particolarmente sviluppate e presenti nell’area metropolitana di Medellín, la seconda città più grande del paese. Esse interessano la produzione di vestiario e la manifattura in generale e le imprese finalizzate all’esportazione di fiori, dove lo sfruttamento del lavoro raggiunge livelli di vera e propria semi-schiavitù e le donne sono soggette alla rapida mutazione delle condizioni e dei carichi di lavoro, senza limiti prestabiliti d’orario e con compensi che variano secondo la stagione e il prodotto.

 

È pertanto l’informalità a contraddistinguere l’occupazione femminile, che resta estranea all’applicazione delle legislazioni sul lavoro vigenti. “All’interno del nuovo regime di accumulazione esiste una correlazione tra la flessibilità nei mercati del lavoro, lo stile dello sviluppo neoliberista e la maggiore precarietà dell’occupazione femminile”, aggiunge Margarita Toro. “Ciò è dovuto, da una parte, alla deregulation del binomio capitale/lavoro, proprio dello stile di sviluppo e, dall’altra, al fatto che essa riproduce e riafferma la segregazione verticale per le donne nel generare e mantenere posti di lavoro immodificabili all’interno della gerarchia occupazionale”[71].

 

Il modello di sviluppo neoliberista non ha assolutamente contribuito alla costruzione della donna come lavoratrice piena bensì ha strutturato una identità frammentata, dove essa deve adempiere in condizioni di maggiore precarietà ai ruoli storico-sociali-biologici (maternità e riproduzione della forza lavoro) e di generatrice di ingressi per la famiglia[72]. Il cosiddetto aggiustamento strutturale delle economie latinoamericane ha imposto alle donne lavoratrici, principalmente quelle dei settori medi e popolari, la responsabilità di amministrare i cambi avversi e minimizzare con il loro intervento i danni prodotti ai membri della famiglia. “Oltre a soffrire per l’incremento del lavoro per generare redditi e coprire le necessità basiche, le donne sono usualmente vittime di tensioni familiari, dell’incremento della violenza intrafamiliare, degli abbandoni da parte degli sposi”, scrive la sociologa Natasha Loayza Castro[73]. L’incremento del numero delle donne capofamiglia in Colombia e nel resto dei paesi latinoamericani è anch’esso uno degli effetti sociali dell’implementazione nel continente delle ricette economiche e monetarie neoliberiste. Si calcola che oggi il 25% delle famiglie delle aree urbane e il 17% di quelle delle zone rurali sono rette da donne, e ciò ha dato vita al complesso fenomeno sociale della cosiddetta “femminilizzazione della povertà”, la caratterizzazione di genere cioè del processo d’impoverimento generale che colpisce le società del Sud del mondo. 

 

 

Distribuzione del reddito secondo i sessi

 

Reddito

Uomini

Donne

Sino ad un salario minimo legale

20,6%

34,5%

Da 1 a 2

51,8%

45,3%

Da 2 a 3

11,5%

10,7%

Da 3 a 4

5,8%

4,3%

Da 4 a 5

2,1%

1,5%

D 5 a 6

2,6%

1,5%

Più di 6 SML

5,5%

2,1%

Totale

100%

100%

 

Fonte: A. Libardo Sarmiento, El Trabajo de las Mujeres en Colombia, Bogotá, 2001, pag. 47.

 

 

Contesto economico e sociale in Colombia – anni 1996-2000

 

Anno

Crescita

PIL

Tasso disoccupazione

Povertà

Indice sviluppo umano

Classifica secondo indice sviluppo umano

1996

11,9

2,0%

52,8%

0,840

49

1997

12,1

3,2%

50,3%

0,848

51

1998

15,7

0,6%

51,5%

0,850

53

1999

19,5

-4,8%

56,3%

0,768

57

2000

20,5

2,8%

61,5%

0,764

68

 

Fonte: A. Yepes, “Quién se beneficia del ajuste, la guerra y el libre mercado?”, Paper, Bogotá.

 

 

 

Organismi finanziari internazionali ed apertura dei mercati

 

“Le ricette neoliberiste hanno prodotto bassi tassi di crescita economica, la più grande caduta nel XX secolo della produzione industriale e del prodotto interno lordo, l’incremento smisurato delle importazioni e il deficit praticamente permanente nella bilancia commerciale, la massiccia distruzione di posti di lavoro, le perdite generalizzate dei piccoli e medi produttori, la riduzione dei redditi dei lavoratori e la contrazione della domanda e del mercato interno”[74]. Così l’economista Carlos Alberto Olaya sintetizza gli effetti più vistosi e più devastanti dell’implementazione in Colombia delle ricette economiche di stampo neoliberista, su mandato dei maggiori organismi finanziari internazionali e della Casa Bianca. A partire dai primi anni ’50 le politiche macroeconomiche del paese sono state determinate, in gran misura, dai tecnocrati della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. La prima istituzione ha promosso in Colombia oltre 150 progetti e più di un migliaio di lavori analitici su tutti i temi relativi allo “sviluppo”; attraverso il controllato Banco Interamericano de Recontrucción y Fomento (BIRF), ha finanziato progetti nei settori industriali, agricoli, dei trasporti, dei servizi pubblici, della salute, dell’educazione e delle infrastrutture comunitarie. Il Fondo Monetario, da parte sua, ha determinato la politica creditizia, bancaria, cambiaria, fiscale e monetaria condizionando il debito esterno ed interno e la gestione delle finanze pubbliche.

 

È indubbio che le dottrine e le concezioni sullo sviluppo della Banca Mondiale e dell’FMI sono state funzionali all’egemonia capitalista mondiale, al rafforzamento del settore finanziario e delle transnazionali e agli interessi della tecnocrazia e delle borghesie nazionali. Esse hanno di fatto generalizzato lo sfruttamento del lavoro e la spoliazione delle risorse naturali, hanno riprodotto povertà e indigenza, hanno accresciuto la disuguaglianza di genere e tra le classi sociali, hanno generato gravi impatti ambientali.

 

Come segnalato dall’economista Libardo Sarmiento Anzola, è stato il sempre maggiore indebitamento del paese e la conseguente dipendenza dagli organismi di credito a caratterizzare lo sviluppo economico-sociale della Colombia. “Questa dipendenza”, scrive lo studioso, “unita al servilismo verso lo straniero delle élite colombiane, ha fatto sì che il paese sia sempre pilota nello sperimentare le differenti concezioni dello sviluppo che gli organismi multilaterali impongono ai paesi dipendenti e più deboli”[75].

 

Tutti i governi colombiani succedutesi negli ultimi venti anni, a partire del presidente Betancur, per proseguire con Virgilio Barco, César Gaviria, Ernesto Samper, Andrés Pastrana sino all’attuale capo di stato Alvaro Uribe, hanno approvato, sviluppato ed acutizzato le misure economiche di stampo neoliberista. L’anno di svolta nell’apertura ai capitali e alle merci straniere fu tuttavia il 1990, presidente Barco, già direttore esecutivo della Banca Mondiale ed ex ambasciatore negli Stati Uniti, quando su pressione della Banca Mondiale vennero adottate ampie riforme tese alla liberalizzazione del mercato similari a quelle già adottate in altri paesi latinoamericani. Fu così lanciato il Programma per la Modernizzazione dell’Economia Colombiana (PMEC), meglio conosciuto come “politica di apertura”; in cambio il paese ricevette l’autorizzazione ad accedere al cosiddetto credito “Challenger” promosso dalla stessa Banca Mondiale. Il credito, come sarebbe avvenuto da allora in poi con tutti i successivi esborsi degli organismi finanziari internazionali, non fu destinato agli investimenti produttivi ma venne utilizzato in buona parte per pagare il debito estero contratto con la Banca Mondiale. In proposito è stato stimato che nell’anno finanziario 1989-1990, la Colombia pagò circa 600 milioni di dollari all’istituto internazionale, contro un prestito ricevuto di circa 350 milioni di dollari[76].

 

Il Programma per la Modernizzazione dell’Economia Colombiana (PMEC) non fu altro che la riproposizione sul fronte interno degli interventi di stabilizzazione e aggiustamento strutturale prescritti dal Fondo Monetario Internazionale: completa apertura dell’economia al mercato, al capitale e agli investimenti privati internazionali, dolorosi tagli alla spesa pubblica, l’eliminazione dei sussidi sociali, la privatizzazione delle imprese statali e delle banche che erano state acquistate durante una crisi finanziaria all’inizio degli anni ’80 (il Banco Tequendama, il Banco del Comercio, il Bancolombia, il Banco de los Trabajadores)[77]. Il governo diede avvio alla riduzione delle tariffe doganali e alla progressiva eliminazione di quote e licenze d’importazione, liberalizzò il marcato del lavoro facilitando il licenziamento dei dipendenti, diede promozione ai fondi privati pensionistici come alternativa alla sicurezza sociale. Furono inoltre eliminati i controlli sui cambi che erano stati istituiti 50 anni prima, fu legalizzato il mercato parallelo delle divise straniere e si autorizzò i cittadini del paese a possedere conti bancari ed ottenere prestiti all’estero. Queste misure di politica cambiaria attrassero nel paese ingenti quantità di divisa straniera che ebbero come effetto la rivalutazione del peso colombiano. Attraverso l’artificiale meccanismo dei “prezzi di cambio minimi e massimi quotidiani” si permise agli investitori di conoscere in anticipo il valore di cambio della moneta nazionale con il dollaro; ciò ha ulteriormente fomentato la speculazione finanziaria e grazie alla sicurezza relativa sul tasso di cambio in ogni momento, molti investitori “hanno potuto prelevare dollari e depositarli quando hanno voluto”[78].

 

 

 

Politica monetaria e narcoeconomia

 

Per tutti gli anni ’90 l’attenzione dei governi è stata focalizzata sull’obiettivo di conseguire la stabilità economica attraverso la riduzione dell’inflazione e l’aggiustamento fiscale. Le misure macroeconomiche si sono riflesse sul lato monetario in un aumento del tasso d’interesse reale e come abbiamo già visto nella eccessiva rivalutazione della moneta nazionale. Secondo i piani delle istituzioni finanziarie e monetarie, ciò avrebbe dovuto favorire le esportazioni e l’occupazione, così da riattivare la crescita economica del paese. L’apertura ai capitali internazionali e la politica monetaria neoliberale ha invece accelerato il processo di crisi socioeconomica con una caduta degli investimenti e del risparmio, l’espansione del deficit fiscale e della bilancia dei conti correnti, l’aumento del tasso di disoccupazione[79]. Secondo il Banco Interamericano de Desarrollo l’ingresso netto annuale di dollari in Colombia è cresciuto dai 2.707 milioni nel 1993 ai 5.290 milioni del 1998, con un picco nel 1996 di 7.098 milioni di dollari[80]. L’ingresso di capitali non si è però diretto verso attività produttive e stimolatrici della crescita dell’occupazione, ma al contrario si è centrato nelle attività prettamente speculative, nell’acquisizione di estese proprietà agricole riconvertite a pascolo e nel settore delle costruzioni. Questo processo ha ulteriormente concentrato il sistema finanziario in mano ai maggiori gruppi finanziari privati del paese[81]. Ad aggravare il panorama, il fatto poi che la movimentazione di capitali ha promosso tra la popolazione aspettative di accumulazione estremamente rapida della ricchezza, le quali a loro volta hanno generato investimenti altamente speculativi, la depressione del risparmio, l’aumento del numero dei fallimenti di imprese e società.

 

A medio termine tutto ciò ha causato un aumento della sfiducia degli investitori stranieri che hanno preferito dirottare i flussi finanziari su altre aree della regione andina. Come sottolineato dall’UNDP-PNUD: “i movimenti erratici e imprevedibili dei capitali internazionali ne hanno accentuato la volatilità. Il modo con cui ha risposto la politica monetaria agli shock esterni ha generato incertezza e disoccupazione. Oltre alla volatilità originata dalle fluttuazioni dei capitali internazionali, l’intensificazione della violenza ha turbato il panorama economico (…) La mancanza di fiducia degli investitori stranieri ha iniziato ad essere espressa negli indicatori delle agenzie che qualificano il rischio-paese”[82].

 

Va tuttavia aggiunto che nelle brevi fasi in cui si sono potuti registrare grandi flussi di capitali in Colombia, da più parti se ne è denunciata la provenienza illecita e il conseguente rischio di penetrazione criminale nell’economia nazionale. Nel 1994 ad esempio, fu la stessa DEA, il Dipartimento anti-narcotici degli Stati Uniti, ad esprimere forte preoccupazione per la movimentazione di denaro che si era verificata a seguito dell’implementazione delle nuove politiche economiche che avevano progressivamente eliminato verifiche e controlli sui cambi. Per le autorità statunitensi ciò aveva facilitato l’introduzione nel paese di grandi quantità di denaro proveniente dal narcotraffico e la privatizzazione delle banche aveva permesso ai capi della droga di acquisirle e sviluppare una struttura “legale” per il riciclaggio del denaro sporco. Le inchieste giudiziarie hanno dimostrato che questo è avvenuto ad esempio con l’acquisizione del Banco de los Trabajadores, messo all’asta dallo Stato e rilevato dal narcotrafficante Gilberto Rodriguez Orejuela, padrino del Cartello di Cali.

 

L’economista Francisco Thoumi, noto studioso sulle relazioni economia-narcotraffico in Colombia, ha evidenziato come con la penetrazione dell’industria illegale e il reinvestimento dei profitti della droga il disimpegno dell’economia colombiana non sia assolutamente migliorato. “È idea comune, specialmente fuori dal paese, che l’economia nazionale si sia beneficiata dei grandi profitti della droga. Questa potrebbe essere vera a breve termine, però a lungo termine è un’illusione. La maggior parte degli economisti che hanno studiato questo punto sono d’accordo che, alla fine, l’industria delle droghe illegali abbia avuto un effetto negativo sull’economia colombiana. In particolare, questa industria ha agito da catalizzatore accelerando il processo di ‘perdita della legittimità del regime’, che ha contribuito alla stagnazione del paese. Questo processo ha prodotto una notevole caduta della fiducia, ha aumentato i costi delle transazioni e ha contribuito all’aumento della violenza e dell’impunità, provocando la fuga di capitali “puliti” e maggiori costi per la sicurezza”[83]. L’accresciuto indice di criminalità nel paese negli anni ’90 ha inoltre contribuito alla diminuzione del tasso di crescita dei redditi nel paese. Uno studio recente del BID (Banco Interamericano de Desarrollo) ha rilevato come il costo del crimine in termini di crescita perduta ha superato annualmente il 2% del Prodotto Interno, valore che non include gli effetti a lungo termine sulla produttività e sulla formazione del capitale[84].

 

 

 

Le controriforme sociali degli anni novanta

 

Fu tuttavia l’amministrazione guidata da César Gaviria, attuale presidente dell’OEA, l’Organizzazione degli Stati Americani, a varare le riforme che hanno avuto le conseguenze più rilevanti sulla vita di milioni di colombiani. Nel 1990 fu approvata la nuova legge di regolamentazione del lavoro che limitò ampiamente i diritti dei lavoratori. Nota come “legge 50”, essa modificò la giornata e la settimana lavorativa; nello specifico, l’articolo 20 ha previsto che nelle imprese create successivamente all’entrata in vigore della legge, potevano essere stabiliti turni di lavoro quotidiani di 6 ore per un totale di 36 ore settimanali, in maniera temporale o definitiva, in modo da assicurare che l’impresa potesse operare senza interruzioni, sette giorni alla settimana. Grazie a questo nuovo modello produttivo non fu più previsto il pagamento ad impiegati ed operai dello straordinario per il lavoro notturno, domenicale o festivo, furono peggiorate le condizioni lavorative e modificate radicalmente le politiche sulla contrattazione, fu generalizzato l’impiego temporaneo e a tempo parziale.

 

La riforma del lavoro ha legittimato altre tipologie di contratti fortemente mortificanti in termini di dignità e retribuzioni: il lavoro a domicilio, il cosiddetto “lavoro volontario” come nel caso delle madri comunitarie, le attività di “consulenza”, ecc.. Nel settore delle costruzioni, del commercio e dell’agricoltura sono proliferati i cosiddetti “contratti verbali”, dove non sono previsti né l’affiliazione al sistema di previdenza sociale, né orari di lavoro e incarichi stabiliti, né il rispetto dei parametri salariali previsti a norma di legge. Nello Stato e negli enti locali sono state congelate le nuove assunzioni, sostituite dalle cosiddette “nomine parallele” attraverso i contratti amministrativi per la prestazione di servizi; si è inoltre passati all’utilizzo delle cooperative di lavoro associato, specie nella gestione di servizi educativi, nettezza urbana, trasporti, ecc., che esime gli enti da qualsiasi relazione lavorativa e giuridica con i dipendenti in forza alle cooperative. Questa situazione ha fatto sì che nel 2000, secondo una stima del DANE, il 46,6% degli occupati salariati non contava su un contratto di lavoro scritto[85].

 

La “legge 50” ha poi introdotto un regolamento del lavoro minorile che viola esplicitamente le norme internazionali in materia ed espone ampie fasce di giovani allo sfruttamento. Il governo ha legalizzato i “lavori leggeri” per i bambini tra i 12 e i 14 anni sino a 4 ore al giorno o 24 ore alla settimana, quando invece l’Accordo 138 del 1983 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro stabilisce che l’età minima d’ingresso nel mercato del lavoro deve essere di 15 anni per i paesi industrializzati e di 14 per i meno sviluppati[86]. La riforma del lavoro del 1990 ha introdotto infine gravi restrizioni all’organizzazione dei lavoratori e all’esercizio del diritto di sciopero. È stato stabilito ad esempio un termine di 10 giorni lavorativi perché i sindacati possano indire uno sciopero o accettino la decisione di un tribunale arbitrale, mentre nel vecchio codice del lavoro non si fissava nessun termine per assumere tale decisione. L’articolo 62 ha previsto inoltre che in caso di indizione dello sciopero, esso vada iniziato in un periodo compreso tra i 2 e i 10 giorni lavorativi successivi.

 

Grazie ai poteri straordinari concessi dalla nuova Costituzione, nel dicembre 1992 il governo decretò un’importante riforma amministrativa che ristrutturò, fuse e soppresse diverse istituzioni ufficiali. La riforma fu orientata in primo luogo a debilitare il ruolo economico dello Stato e a spianare il cammino alla privatizzazione delle imprese pubbliche. Allo stesso modo si cambiò la natura giuridica di alcune imprese che furono convertite in imprese industriali e commerciali dello Stato e obbligate a competere direttamente con il settore privato nella somministrazione di beni e servizi[87]. Alcune delle compagnie particolarmente colpite dal provvedimento furono la telefonica Telecom, la società postale Adpostal, l’istituto di previdenza ISS (Instituto de Seguros Sociales); esse perdettero sempre maggiori fette di mercato a favore della concorrenza privata mentre il costo dei servizi fu spinto rapidamente verso l’alto.

 

La riforma amministrativa del dicembre 1992 ha poi avuto gravi ripercussioni sull’occupazione. Secondo un rapporto di Fenaltrase (la Federazione nazionale dei lavoratori del settore statale), il processo di “modernizzazione neoliberista” dello Stato ha provocato in meno di un anno una riduzione di 69.778 posti di lavoro, mentre altri 53.000 furono i tagli nei primi sei mesi del 1994. Le istituzioni e le imprese statali che eliminarono più posti di lavoro furono il Ministero delle Opere Pubbliche, il Dipartimento di pianificazione nazionale, la Cassa Agraria, i Servizi di salute. Tra il 1991 e il 1993 furono inoltre licenziati 14.380 lavoratori delle Ferrovie dello Stato e degli Enti portuali a seguito della loro dismissione o del trasferimento dei servizi ai privati[88].

 

Ancora più drammatiche le conseguenze dell’approvazione, il 23 dicembre 1993, della cosiddetta “Legge 100”, meglio nota come “Riforma della Salute e della Sicurezza Sociale”, presentata dall’allora senatore Alvaro Uribe Vélez nel quadro del processo di “decentramento” e di trasferimento ai municipi della gestione e della spesa dei servizi base (istruzione, sanità, ecc.). “Il nuovo sistema introdotto è in linea con i principi delle politiche neoliberiste”, commenta l’economista Consuelo Ahumada, “la cui spina dorsale si basa sul debilitamento del ruolo dello Stato come fornitore dei servizi sociali e sulla privatizzazione delle imprese pubbliche. In conseguenza, si ricorre sempre di più agli sforzi degli individui e delle comunità per fornire questi servizi in modo da alleggerire il potere centrale nell’adempimento delle proprie responsabilità”[89]. Per ciò che riguarda più specificatamente le norme relative alla sanità, la riforma ha previsto due regimi di accesso della popolazione: il cosiddetto SISBEN (regime sussidiario), che avrebbe dovuto beneficiare le famiglie di strato 1, 2 e 3 (basso e medio-basso), ma che per motivi di deficit statale è stato limitato solo allo strato 1 e 2; e il regime contributivo, a cui appartengono tutte le persone che hanno un’occupazione formale e stabile ed i rispettivi nuclei familiari, le quali hanno la libertà di scegliere qualsiasi istituzione, pubblica o privata, che abbia ottenuto la certificazione ufficiale come “Impresa Promotrice della Salute” (EPS).

 

Questo sistema fu presentato dal governo Gaviria come il grande salto verso la copertura universale che sarebbe stata garantita entro l’anno 2000 e che nelle intenzioni avrebbe assicurato un sussidio temporaneo agli indigenti attraverso un fondo finanziato con l’1% dei redditi dei lavoratori retribuiti con più di quattro salari minimi legali. Dieci anni dopo l’entrata in vigore di questa legge, si è concordi ad affermare che il sistema sanitario colombiano si è invece caratterizzato come un modello altamente escludente ove viene impedito l’acceso ai servizi di pronto soccorso e ospedalieri delle fasce più deboli, con il peggioramento e la riduzione dei servizi territoriali che in precedenza erano prestati dal sistema in forma gratuita e che oggi invece in qualità d’Imprese Sociali dello Stato, devono rispondere a rigidi criteri di redditività. Anche i servizi offerti dal regime contributivo si sono caratterizzati per il bassissimo livello e la riduzione dell’offerta. Le entità e le istituzioni esecutrici sono soggette infatti al Piano Obbligatorio di Salute (POS), che generalmente copre solo i primi due livelli di attenzione e lascia senza alcuna protezione il terzo livello, comprendente gli interventi chirurgici, i trattamenti ospedalieri prolungati e le infermità terminali[90]. Fortemente contraddittoria si è rilevata la stessa componente solidale che era stata presentata a fondamento della riforma sanitaria. Essendo di natura temporanea, il sussidio a favore delle fasce sociali più povere non rappresenta una soluzione di fondo alla somministrazione dei servizi sanitari; inoltre fornisce un alibi pretestuoso alle classi dirigenti per non implementare una politica statale orientata ad alleviare le condizioni economiche dei settori più bisognosi e riattivare l’apparato produttivo del paese con lo scopo di generare nuovi posti di lavoro. Da sottolineare poi come in tutti questi anni non è stato fatto alcun tentativo per mettere in pratica una politica redistributiva che costringesse i settori più ricchi a sussidiare questo servizio a favore delle classi più povere[91].

 

Un giro di vite è stato realizzato dalla “legge 100” anche nel settore pensionistico e della previdenza sociale. Le quote prelevate dagli stipendi e dai salari dei dipendenti per l’accantonamento delle pensioni sono state elevate dall’8% al 13%; è stato innalzato il numero di settimane lavorative necessarie ai fini del cumulo pensionistico ed è stato dato il via ai fondi pensionistici privati, la cui gestione è monopolizzata da appena due-tre gruppi finanziari nazionali. I governi hanno favorito in tutti i modi il trasferimento degli accantonamenti dei lavoratori dalle strutture pubbliche ai fondi privati: a meno di 8 anni dall’entrata in vigore della “legge 100”, degli 8,7 milioni di lavoratori colombiani regolarmente affiliati, il 48% di essi contribuiva ai fondi pensioni privati. L’esodo dei dipendenti dal Seguro Social ha avuto come conseguenza il prosciugamento delle casse statali; il deficit odierno del sistema pensionistico è di 350 mila miliardi di pesos, due volte il valore del PIL. Di contro i risparmi finiti nelle casse dei fondi privati sono cresciuti esponenzialmente. Hanno influito particolarmente all’attuale grave stato di crisi del sistema previdenziale statale altri elementi: lo sperpero amministrativo e la corruzione imperante nelle istituzioni statali[92] e gli ingiustificati benefici riservati dai regimi speciali pensionistici ai dipendenti delle forze militari, del Congresso, del Banco de la República, delle Corti, del Magistero, di Ecopetrol e del Seguro Social[93]. Ad essi si sono aggiunti l’aumento della speranza di vita della popolazione, l’incremento della disoccupazione, la riduzione dei redditi dei lavoratori e del numero di coloro che contribuiscono finanziariamente al sistema. Mentre in passato il rapporto tra il numero dei lavoratori attivi ed i giubilati era di 11 a 1, oggi questo rapporto è passato a 3.7 contribuenti ogni pensionato.

 

 

 

La politica di drastici tagli alla spesa sociale

 

Nonostante l’approvazione dell’ampio pacchetto di riforme sociali ed economiche di stampo neoliberista, i maggiori organismi finanziari internazionali espressero la propria insoddisfazione su come il governo colombiano stava procedendo in tema di tagli alle spese pubbliche e sociali e di riduzione dei salari reali. A conclusione di una sua missione in Colombia nel 1995, il Fondo Monetario Internazionale, nel denunciare i “pericoli imminenti legati allo squilibrio delle finanze pubbliche e dell’aumento del costo della vita” insistette sulla “necessità urgente” di frenare la crescita della spesa e degli investimenti statali e di aumentare le tariffe dei servizi del settore pubblico, in particolare dell’elettricità e dei telefoni. L’FMI propose l’ulteriore diminuzione dei trasferimenti di fondi statali agli enti locali, istituzioni a cui dovevano essere cedute sempre maggiori responsabilità in tema di organizzazione e gestione dei servizi relativi alla salute, all’educazione e alle politiche sociali. Venne altresì suggerito al Banco de la República l’aumento dei tassi d’interesse per frenare la domanda di denaro[94]. Saranno i governi susseguitesi nella seconda metà degli anni ’90, in particolare quelli guidati da Ernesto Samper prima e Andrés Pastrana dopo, a piegarsi sommessamente alle indicazioni del Fondo Monetario, contribuendo ad accelerare la crisi economica e ad ampliare la breccia tra le classi sociali.

 

È stato stimato che nel solo biennio 1998-99 gli investimenti pubblici sono stati ridotti di un 25% e sono stati licenziati oltre 5.000 impiegati statali e decine di migliaia di dipendenti degli enti locali, in buona parte del settore educativo, dell’agricoltura e dei trasporti[95]. La tendenza allo “strangolamento degli investimenti pubblici”, trova conferma soprattutto analizzando le singole voci di spesa del budget dello Stato. Durante gli anni del governo Pastrana, ad esempio, mentre le spese di funzionamento sono rimaste costanti, l'investimento pubblico è stato sostituito dal pagamento dei debiti, passando così da una percentuale del 20% del PIL nel 1998 al 10% nel 2002. Le spese sociali come percentuale della spesa pubblica sono passate dal 36% del 1998 al 31% del 1999. Nello stesso periodo è diminuita drasticamente la spesa per l’istruzione (dal 10,9% all’8,2%), per la sanità (dall’8,1% al 6,4%); per le abitazioni (dall’1,2% allo 0,5%), per la fornitura di acqua potabile (dallo 0,89% allo 0,57%). Solo la voce di budget relativa alle spese militari e alla difesa ha mantenuto lo stesso livello in percentuale del Prodotto Interno (il 3,8%)[96].

 

Se poi si guarda alla reale finalità delle spese sociali è facilmente determinabile il loro valore prettamente assistenziale, in cui è del tutto assente un programma a largo respiro che eviti la riproduzione della povertà e della disuguaglianza, tenda alla riduzione del tasso di disoccupazione e dell’informalità del lavoro, punti all’aumento delle coperture nei settori dell’istruzione e della sanità. Ancora una volta cioè la linea delle politiche e dei piani di sviluppo ha puntato alla crescita dei meri indicatori economici e all’accumulazione dei capitali privati, escludendo la componente sociale e i fini realmente democratici dello sviluppo e della giustizia sociale[97].

 

 

 

Composizione della spesa nel Bilancio dello Stato colombiano

 

Voce

1998

1999

2000

2001

2002

Funzionamento

51%

54%

53%

49%

50%

Pagamento debito

29%

36%

36%

39%

40%

Investimenti

20%

10%

11%

12%

10%

 

Fonte: Contraloría General de la República, Las inconsistencias del presupuesto general de la Nación, Bogotá, 2002.

 

 

 

Spese statali destinate ad investimenti reali come percentuale

del PIL

                                                                         

Anno

1998

1999

2000

2001

Totale della spesa sociale

3.45

2.57

2.28

1.95

Acqua potabile

0.07

0

0

0.02

Cultura, ricreazione e sport

0.08

0.03

0.02

0.02

Istruzione

0.59

0.08

0.12

0.11

Occupazione e sicurezza sociale

1.18

0.79

0.74

0.52

Spese sociali nelle aree rurali

0.09

0.01

0.01

0.04

Case popolari

0.27

0.32

0.34

0.30

Salute e sicurezza sociale

0.65

0.56

0.22

0.43

Infanzia e ICBF

0.48

0.47

0.44

0.45

 

Fonte: Departamento Nacional de Planeación, Indicatores de Coyuntura Económica, agosto 2001.

 

 

 

L’aggiustamento strutturale dell’era Pastrana

 

Nel dicembre del 1999, pochi giorni prima che si concludesse il peggiore anno per l’economia del paese di tutto il XX secolo, il governo conservatore diretto da Andrés Pastrana sottoscriveva con il Fondo Monetario Internazionale il cosiddetto “Acuerdo de Facilidades Extendidas”, che obbligava la Colombia a realizzare un nuovo programma di aggiustamento macroeconomico entro un periodo di tre anni, sotto la stretta supervisione dell’entità internazionale. Ancora una volta le componenti fondamentali del piano puntavano alla riduzione del deficit fiscale e delle spese sociali, al raggiungimento ad ogni costo dell’equilibrio delle finanze dello Stato e all’implementazione di una politica fortemente recessiva, onde assicurare il pagamento del debito estero a favore della comunità finanziaria internazionale. Venivano così avviate le cosiddette “riforme di seconda generazione”, attraverso la “razionalizzazione della spesa delle entità territoriali”, il congelamento dei salari ed una nuova stretta sul piano tributario e pensionistico.

 

Sono state ancora una volta le classi più povere a pagare il costo sociale dell’aggiustamento fiscale e finanziario imposto da Fondo Monetario: venivano riformate e ulteriormente peggiorate le condizioni previste dalla legge 100 su pensioni e sicurezza sociale e quelle previste dalla legge 50 sul lavoro; inoltre, con l’approvazione nel 2001 della “legge 120” sulla cosiddetta “decentralizzazione territoriale”, il governo trasferiva a municipi e dipartimenti l’onere di captare e gestire le risorse in tema di sanità ed istruzione, anche attraverso l’emissione di buoni di debito pubblico o alla contrazione di crediti esterni. Come rilevato dall’economista Consuelo Ahumada, la legge 120 nel debilitare ulteriormente le funzioni dello Stato centrale, “atomizza il territorio nazionale tanto nell’aspetto finanziario come in quello relativo alla sua funzione sociale”. “In secondo luogo - aggiunge la studiosa - si introducono i criteri di efficienza e di redditività nella prestazione dei servizi pubblici, espressi nell’idea che il consumatore, che adesso, nella visione del mercato, appare principalmente come “cliente”, debba essere colui che paga per essi”[98]. Per ampli settori della popolazione che soffrono la carenza di servizi basici e di risorse finanziarie, tanto a livello urbano come a quello rurale, la possibilità di accedere ad essi diventava ancora più difficile.

 

Per assicurare la copertura futura nella somministrazione di beni e servizi, le autorità governative autorizzavano insostenibili incrementi dei tributi locali e acceleravano il processo di privatizzazione di enti, istituti e società pubbliche. L’IVA veniva estesa a sempre nuovi prodotti – in particolare i beni di consumo più popolari - e veniva creato, con “carattere transitorio”, il prelievo del 2 per mille sulle transazioni finanziarie e bancarie, imposta elevata al 3 per mille nel 2000 e che continua ad essere applicata sino ad oggi. Il governo decretava altresì la sopratassa sulla benzina che congiuntamente con i rialzi internazionali del prezzo del greggio, ha contribuito all’impennata del costo del carburante e di conseguenza dell’intero sistema dei trasporti pubblici.

 

Onde rimediare alla grave crisi che ha colpito la Colombia nel 1998, il governo Pastrana decideva poi di eliminare la banda di cambio, svalutare il peso ed avviare una politica monetaria espansionista. La svalutazione ha avuto due effetti immediati: da una parte ha spinto i prezzi verso l’alto; dall’altra ha accresciuto il debito esterno, sia pubblico che privato. Allo scopo di stimolare gli investimenti si è tentato di ridurre i tassi d’interesse, tuttavia essi si sono mantenuti assai alti in termini reali rispetto gli standard internazionali: più o meno il 7% annui. L’effetto di questi sforzi è stato pari a zero in quanto la domanda e l’offerta di credito avevano già risentito gravemente della crisi e non è stato possibile riguadagnare la fiducia degli investitori e ad impedire la progressiva fuga di capitali[99].

 

Alla riduzione degli investimenti pubblici si sono così sommati gli effetti della riduzione degli investimenti del settore privato e straniero, che accanto alla crescita della disoccupazione, alla depressione della domanda aggregata, alla riduzione delle entrate fiscali della Nazione e delle entità territoriali, hanno contribuito ad accentuare la crisi economica e sociale e a deteriore la qualità della vita dei colombiani[100]. Come è stato rilevato dagli autori della ricerca del CINEP di Bogotá sulle “Politiche sociali in Colombia nel periodo 1980-2000”: “La trasformazione radicale della struttura economica – conseguenza dell’errata politica di liberalizzazione commerciale e cambiaria applicata negli anni ’90 – ha avuto un’incidenza così negativa del benessere della popolazione al punto di annullare i successi che erano stati conseguiti nel decennio precedente. L’apertura economica e la politica monetaria e cambiaria che l’hanno resa possibile, hanno generato una dinamica perversa, che si è evidenziata con il deterioramento della produzione, la perdita della competitività e il peggioramento dei principali indicatori sociali”[101].

 

 

 

La svendita degli enti e delle compagnie statali

 

Con gli accordi sottoscritti nel 1999 con il Fondo Monetario, la Colombia si è impegnata ad accelerare la privatizzazione del sistema bancario e delle imprese statali, nonché ad incrementare la partecipazione del settore privato nella fornitura di servizi e nella realizzazione dei progetti infrastrutturali, come ad esempio la costruzione di vie, ferrovie ed aeroporti, ecc.. Il Piano nazionale di sviluppo per il quadriennio 1999-2002 (Cambio para construir la paz), e il successivo testo di presentazione del Plan Colombia, hanno impegnato il governo a “stimolare la partecipazione dei privati nei settori degli acquedotti e delle reti fognarie; la concessione dell’amministrazione delle reti viarie; degli aeroporti regionali; delle piccole centrali idroelettriche e delle reti di distribuzione; dei fiumi, dei canali navigabili e dei porti della rete fluviale nazionale; così come la prestazione dei servizi di telecomunicazione”[102]. Nell’elenco dei beni pubblici da svendere al capitale nazionale ed internazionale predisposto dall’amministrazione Pastrana, comparivano l’Istituto per la Sicurezza Sociale, i maggiori enti elettrici (Isa ed Isagen) ed altre 14 imprese di distribuzione locali, l’impresa statale per l’estrazione di materiale fossile Carbocol e il complesso carbonifero di Cerrejón, l’impresa per l’estrazione di nichel Cerromatoso, le società di telecomunicazioni di Bogotá e di Pereira, gli scali aerei internazionali di Bogotá, Medellín, Cartagena, Barranquilla e Cali, le reti fluviali del Meta, dell’Orinoco e del Putumayo[103]. Si stabiliva inoltre la liquidazione delle banche pubbliche (il Banco de Colombia, il Banco Popular, il Banco Central Hipotecario). L’unico istituto di credito pubblico a sfuggire alla privatizzazione è stato il Banco Agrario creato dal governo nel giugno 1999 in sostituzione della sparita Caja Agraria. L’amministrazione Pastrana ha inoltre promosso l’ingresso nella telefonia cellulare di tre compagnie private in cui è rilevante la presenza di capitali esteri.

 

Il processo di privatizzazione sta procedendo a tappe forzate con la nuova amministrazione Uribe eletta nel 2002. È già stato dato il via alla vendita di Emcali (l’impresa pubblica elettrica di Cali) e di Bancafé, la seconda banca del sistema finanziario colombiano, dotata di 280 filiali nazionali e due sportelli a Miami e Panama. Nel caso di Bancafé è stato sottolineato da più parti che con la sua privatizzazione il governo riceverà appena un quarto del denaro speso per il suo salvataggio qualche anno prima; inoltre il processo si realizza proprio quando l’istituto fa registrare un’importante ripresa finanziaria (nel 2002 l’attivo è stato di 5.200 milioni di pesos contro i 2.400 milioni dell’anno precedente)[104]. Il governo Uribe ha inoltre avviato la concessione ai privati di alcuni importanti tratti stradali e non nasconde di volersi disfare della compagnia statale petrolifera Ecopetrol e della compagnia nazionale telefonica Telecom, quest’ultima indebitatasi con gli operatori stranieri per più di 1.300 milioni di dollari.

 

Le privatizzazioni hanno già generato frodi e corruzioni miliardarie a danno dell’erario. Come è stato evidenziato dall’economista Suárez Montoya “non solo si sono vendute imprese pubbliche a prezzi stracciati, come nei casi Termo-Tasajero, che valeva 115 milioni ed è stato venduto per 18, o Termo-Cartagena, che costava 130 milioni ed è stato venduto per 30, ma la spoliazione di questi beni ha diminuito notevolmente il contributo che tutte le imprese dello Stato assicurano al bilancio del Governo”. Nel 1992, su ogni 100 pesos di entrate della Repubblica, le imprese pubbliche ne apportavano 22; nel 1997 ne apportavano appena 5. “Se queste imprese fossero rimaste in mani statali”, aggiunge l’economista, “non sarebbe stato necessario ricorrere in modo tanto spropositato ai prestiti del capitale finanziario, gli stessi che tengono il paese al bordo del fallimento”[105].

 

 

 

Modello neoliberista e crisi della democrazia

 

L’applicazione del modello neoliberista nel paese ha avuto importanti riflessi sulla vita politica accentuando la spinta autoritaria e la perdita di prestigio delle istituzioni democratiche, in particolar modo di quelle a carattere rappresentativo. Nella sfera politica queste tendenze si sono manifestate con la concentrazione ogni volta maggiore dei processi fondamentali di assunzione delle decisioni da parte delle élite neoliberali e con la definitiva emarginazione delle vecchie classi dirigenti e dei ceti popolari dal reale esercizio del potere. Elite neoliberali che si sono formate professionalmente nelle maggiori istituzioni finanziarie internazionali (Fondo Monetario e Banca Mondiale) e nei selettivi corsi universitari presso la esclusiva Universidad de los Andes di Bogotá, convertitasi dagli anni ’70 nella fonte principale per la formazione dei leader politici e di governo e dei manager privati.

 

Grazie alle riforme istituzionali avviate con la nuova Costituzione del 1991 - disegnata da un Congresso Costituente uscito da una elezione che registrò l’astensione dell’84% degli aventi diritto al voto - l’esecutivo si è particolarmente rafforzato a scapito dell’autonomia degli altri due rami del potere statale (Parlamento ed istituzioni giudiziarie). La Carta del 1991 ha assicurato le più ampie prerogative al presidente della Repubblica nei differenti campi della vita istituzionale e socioeconomica. Tra esse risaltano la pianificazione e l’assunzione delle decisioni sul terreno economico, le relazioni internazionali e la riorganizzazione dell’amministrazione pubblica e del ramo giudiziario, questioni nelle quali il Congresso aveva avuto in passato una maggiore iniziativa. Nella sezione corrispondente alla struttura dello Stato, la nuova Costituzione ha identificato espressamente il presidente della Repubblica come “Capo di Stato e del governo”, “simbolo dell’unità nazionale”, “Comandante Supremo delle Forze Armate e come tale, responsabile della loro direzione” ed “autorità amministrativa suprema”. Egli ha il “potere di eliminare o fondere entità pubbliche e modificare la struttura dei ministeri, dipartimenti amministrativi e altri organismi nazionali”. Ampissimi poteri vengono assicurati all’Esecutivo nella programmazione economica, nelle politiche fiscali, nell’elaborazione del bilancio nazionale e nella gestione del debito e del commercio estero. La delegittimazione del Congresso in tema economico e finanziario è stata poi formalizzata dalle norme che assicurano piena autonomia al Banco de la República nella predisposizione delle politiche monetarie, cambiarie e creditizie del paese.

 

Il cosiddetto processo di “modernizzazione” dello Stato colombiano è stato accompagnato da un rafforzamento del suo apparato repressivo con il fine di affrontare la protesta e la mobilizzazione sociale generate dalle riforme socio-economiche di stampo neoliberista. “Diverse riforme del sistema giudiziario concepite all’interno della lotta contro le organizzazioni del narcotraffico e della guerriglia”, scrive l’economista Consuelo Ahumada, “sono state utilizzate allo scopo di criminalizzare la protesta sociale, in particolar modo quella proveniente dai lavoratori organizzati”[106].

 

Si tratta di una strategia che ha permesso la rottura della tradizione democratica e di annullare ogni resistenza ai disegni egemonici degli Stati Uniti e del capitale transnazionale, spianando la strada alle nuove élite neoliberali nella conquista del potere dello Stato. A partire dalla seconda metà degli anni ’90, mentre da un lato i governi moltiplicavano le misure a favore degli investimenti stranieri e del consolidamento del modello neoliberista, dall’altro garantivano sempre maggiori concessioni agli interessi geostrategici nordamericani.

 

L’egemonia USA nella politica colombiana è stata segnata dal trionfo elettorale di Andrés Pastrana all’inizio del 1998, dopo la crisi dei rapporti bilaterali negli anni dell’amministrazione Samper sulla cui elezione pesava l’ombra dei contributi finanziari da parte dei cartelli della droga. “L’amministrazione Clinton e gli investitori del suo paese”, scrive Consuelo Ahumada, “avevano espresso con chiarezza il loro favore per il candidato conservatore e il settore finanziario si è incaricato di mostrare ciò che sarebbe accaduto nel caso in cui avesse vinto il suo avversario liberale. Quando infatti si realizzò il trionfo di Horacio Serpa nella prima tornata delle elezioni presidenziali, il tasso d’interesse raggiunse livelli senza precedenti, un fatto che i sostenitori di Pastrana vollero mostrare come la reazione “spontanea” del mercato all’instabilità generata da questo risultato”[107]. L’inattesa elezione al secondo turno del candidato conservatore ha aperto il nuovo corso delle relazioni tra i due paesi e ha reso possibile l’articolato piano d’intervento militare degli Stati Uniti nell’area andina avallato da Andrés Pastrana con l’implementazione del Plan Colombia e l’accettazione tout court dell’agenda nordamericana contro il narcotraffico e il “narcoterrorismo”. Esso ha imposto alla Colombia norme e procedimenti penali che violano apertamente le garanzie costituzionali, come il ristabilimento dell’estradizione dei colombiani, la fumigazione chimica per eradicare le coltivazioni illegali, “la presenza crescente e continua dei marine nel territorio e l’intromissione permanente dei suoi funzionari in tutte le questioni della vita nazionale”[108].

 

 

 

L’espansione del debito estero e del deficit fiscale 

 

Ad aggravare le condizioni sociali ed economiche del paese ha contribuito l’espansione del deficit statale e dell’indebitamento con l’estero. Le contraddizioni delle misure di politica monetaria accanto all’enorme deficit delle finanze pubbliche spiegano come mai sia bastata una crisi finanziaria internazionale come quella che colpì la Russia nell’agosto 1998, perché crollasse il flusso di capitali dall’estero e la nazione conoscesse la più grave delle recessioni della sua storia economica.

 

La Colombia è oggi uno dei paesi al mondo maggiormente indebitati e secondo il Banco de la República, le quattro variabili del debito estero sono rappresentate dai prestiti contratti con le banche multilaterali, dal debito contratto a seguito di accordi da nazione a nazione attraverso organismi ufficiali di credito, dal debito contrattato con i mercati di capitali mediante l’emissione di buoni e infine dal debito commerciale generato dai flussi delle esportazioni[109]. Secondo le stime ufficiali nel 1990 il valore complessivo del debito estero colombiano era di 14.966 milioni di dollari; sette anni più tardi il debito aveva toccato i 29.454 milioni di dollari, corrispondenti a 16.192 milioni di dollari di debito pubblico e 13.262 milioni di dollari di debiti privati garantiti dallo Stato[110]. Nel 2001 il debito estero è ulteriormente cresciuto in termini reali del 18%, raggiungendo i 49.000 milioni di dollari. Il valore corrisponde al 57,2% del Prodotto Interno Lordo ed è tre volte maggiore di quanto era all’inizio degli anni ‘90, con l’aggravante che nel triennio 2002-2004 la Colombia ha dovuto cancellare con i creditori esteri ammortizzazioni e interessi per un valore annuo pari al 4,8% del PIL[111]. Questi dati, di per sé drammatici, sono stati messi in discussione dalla stessa Corte dei conti colombiana che ha stimato il solo debito pubblico in 119.000 miliardi di pesos, cifra pari al 63% del PIL, dato molto più alto di quello registrato dall’Argentina (il 49%) o dal Brasile (il 60%). Se a ciò sommiamo il debito privato che ha la copertura dello Stato, il valore totale del debito (pubblico e privato, interno ed esterno) raggiunge i 64.000 milioni di dollari (l’82% del PIL colombiano)[112].

 

Parallelamente all’espansione dei debiti contratti si è registrata la vertiginosa crescita degli interessi che il paese deve pagare annualmente per il debito estero; può essere affermato che la priorità delle spese dello Stato è ormai rappresentata dal servizio del debito pubblico. A fine 2000 gli interessi pagati sul debito raggiungevano i 7.488 milioni di dollari e il servizio del debito ha rappresentato il 36,2% dell’intero bilancio statale (il 41% l’anno successivo)[113]. Mentre nel 1993 il servizio del debito rappresentava il 30% delle entrate tributarie della Nazione, nel 1999 esso servizio assorbiva l’87% di tutte le entrate. I pagamenti del debito estero costano al paese cinque volte più dell’istruzione e tre volte più dell’istruzione e della sanità messe insieme. I servizi del debito hanno moltiplicato il deficit fiscale, poiché per ogni 100 dollari prestati se ne devono pagare 30 d’interessi, una condizione del tutto differente a quella di dieci anni fa quando per la stessa somma prestata si pagavano 8,60 dollari d’interessi[114]. Va aggiunto che negli ultimi due anni lo Stato ha immesso nelle banche più di 12.000 miliardi di pesos per evitare il collasso totale del sistema finanziario. Così buona parte dei cosiddetti “Fondi per la Pace” per 500 milioni di dollari emessi dal governo, dei crediti internazionali finanziati a favore del paese nell’ambito degli “aiuti sociali” del Plan Colombia (250 milioni di dollari) e una gran parte del prodotto della tassa del 3 per mille sulle operazioni bancarie, invece di essere destinati agli investimenti e allo sviluppo, sono serviti a pagare gli interessi dei debiti contratti dal settore pubblico e privato[115].

 

Attualmente gli interessi sul debito costituiscono il 70% del valore complessivo delle esportazioni colombiane. É come dire che le esportazioni servono solo per pagare il servizio del debito estero. L’economista Suárez Montoya afferma opportunamente come il debito pubblico in Colombia si sia convertito in un “nuovo supplizio di Sisifo”, dove si “paga per indebitarsi e ci s’indebita per pagare”. Il paese, cioè, è soffocato da una “spirale che riduce i salari, le poche rendite e i guadagni della scarsa produzione e assorbe il risparmio e gli investimenti per trasferirli tutti, comprese le privatizzazioni, al pagamento dei debiti”[116].

 

 

 

Importazioni straniere, debito e deficit della bilancia commerciale

 

L’apertura non ha solo causato saldi negativi nei conti correnti dello Stato - i quali sono stati coperti da ulteriori crediti con tassi d’interesse sempre più strangolatori – ma, a causa della recessione, ha anche diminuito le entrate correnti dello Stato, generando un maggiore indebitamento. Negli ultimi tre anni del decennio ’90 le riserve di capitale del paese si sono ridotte di quasi 3.000 milioni di dollari[117]. Per affrontare il sempre più alto deficit fiscale, coprire il disavanzo del commercio estero ed attrarre i capitali esterni, le autorità di governo si sono spinte verso i cosiddetti “mercati del debito”, realizzando una nuova modalità d’indebitamento attraverso i Titoli del Tesoro, i cosiddetti “TES”, che sono stati collocati nelle borse valori[118]. Grazie a questo sistema, la Colombia è passata ad avere un debito di 2,8 miliardi di pesos in Titoli del Tesoro nel 1993, ai 26,6 miliardi otto anni più tardi. In valuta, lo Stato che nel 1993 doveva restituire 13.900 milioni di dollari, nel 2000 ne doveva restituire 20.599 milioni. Il saldo dei titoli “TES” si è raddoppiato in meno di quattro anni passando dal 9,6% del PIL nel 1998 a quasi il 19% del 2002. In questo modo chi ha acquisito i “TES” emessi dalle autorità colombiane ha potuto conseguire guadagni favolosi, mentre il paese è rimasto intrappolato nella rete della speculazione finanziaria nazionale ed internazionale[119].

 

Le sempre più numerose emissioni di Titoli del Tesoro oltre ad aprire le finanze statali agli speculatori, hanno avuto la conseguenza di far elevare il tasso nominale del cambio del dollaro, che è passato dai 568,7 pesos per dollaro nel 1990 ai circa 2.200 alla fine del 2002. Si è così passati da un peso eccessivamente rivalutato rispetto al dollaro, ad un peso volutamente svalutato per favorire il trasferimento all’estero di manufatti e prodotti colombiani avvantaggiando la ristretta classe di imprenditori a danno dell’intero sistema economico e dei conti dello Stato. Dato che i debiti con gli organismi e le banche internazionali sono contratti in dollari, la crescita del tasso nominale ha significato la crescita esponenziale del valore reale dei debiti. La svalutazione del peso ha pertanto reso più profonda la recessione dell’economia, così come la rivalutazione della moneta nazionale aveva contribuito nel corso degli anni ’90 al deficit della bilancia dei pagamenti, in conseguenza dell’abbondanza di dollari entrati nel paese in questo periodo. Ciò ha stimolato eccessivamente i consumi a danno degli investimenti e dei risparmi: tra il 1990 e il 1996 il consumo, come percentuale del PIL, è cresciuto dal 76% all’83%, mentre il tasso di risparmio privato è passato dal 12,7% al 6,8% del PIL. I maggiori consumi, a loro volta, accanto all’apertura neoliberista ai capitali e alle merci straniere, hanno accresciuto il deficit della bilancia commerciale e la differenza tra il valore delle importazioni e quello delle esportazioni ha raggiunto il 7% annuo, differenza finanziata dal grande indebitamento sostenuto dal paese. Soprattutto a partire del 1993 il paese è stato invaso dalle importazioni straniere, le quali in soli 5 anni hanno raggiunto i 74.876 milioni di dollari, mentre nello stesso periodo il paese ha potuto trasferire all’estero beni per non più di 60.670 milioni di dollari; nei tre anni successivi il deficit del commercio estero si è spinto a circa 25.000 milioni di dollari.

 

Con l’”apertura neoliberista” è stato abbandonato il modello di approvvigionamento nazionale dei beni di base, di sostituzione delle importazioni di beni intermedi con prodotti locali e di promozione delle esportazioni. Gli anni ’90 sono stati inoltre caratterizzati, come nel resto dei paesi dell’America Latina, dalla cosiddetta “riprimarizzazione” del settore delle esportazioni: già nel 1997, il 63,2% delle esportazioni colombiane aveva origine dal settore primario, rappresentato da caffè, fiori, banane, idrocarburi, carbone, ferro, oro e smeraldi. La “riprimarizzazione” delle esportazioni si è realizzata contemporaneamente alla diminuzione del valore aggregato della produzione nazionale ed il paese si è trovato ad esportare sempre più prodotti sottoponendoli a sempre minori trasformazioni. L’eliminazione di incentivi alle esportazioni e delle protezioni doganali alle importazioni straniere ha poi ulteriormente ridotto la captazione di divise straniere utilizzate sino ad allora per acquisire i macchinari e i beni richiesti dai produttori nazionali e realizzare in patria i prodotti che non era più necessario importare[120].

 

La “riprimarizzazione” delle esportazioni e il deficit della bilancia commerciale sono tra le principali cause dell’indebitamento della Colombia; ha tuttavia particolarmente pesato sul bilancio dello Stato la cattiva gestione delle risorse pubbliche e l’ampio sistema di corruttela esistente a tutti i livelli del paese, fattori che bruciano un valore pari al 3-3,5% del PIL. Ciò si è reso sempre più rilevante via via che si è avanzati verso la privatizzazione di beni e servizi un tempo amministrati da istituzioni ed enti statali. “All’interno delle nuove forme di interazione pubblica e privata intorno alla gestione pubblica”, scrive in proposito il sociologo Garay. “Si sono riprodotte forme di deviazione delle risorse a favore degli interessi privati (…) che non solo favoriscono gli interessi dei singoli a danno dell’erario pubblico, ma rappresentano anche una rottura dell’etica dei cittadini e della responsabilità collettiva a favore della difesa delle risorse”[121].

 

 

 

Il crollo della produzione industriale

 

La rivalutazione del peso, la diminuzione delle esportazioni accompagnata dal contestuale aumento delle importazioni, la bancarotta del settore reale e la riduzione del potere d’acquisto della popolazione, hanno dato vita ad un circolo vizioso nel quale è andato progressivamente scemando il mercato interno ed estero. L’apertura dell’economia ai capitali e ai prodotti stranieri (in buona parte di provenienza statunitense) ha reso sempre più profondo il processo di deindustrializzazione dell’economia colombiana a favore di una relativa terziarizzazione. Nel solo periodo 1990-1995 la partecipazione del settore industriale sul Prodotto Interno Lordo si è ridotta dal 18,7% al 16,2%[122]. La competitività dell’industria nazionale si è progressivamente deteriorata e il tasso di apertura esportatrice (TAE) che misura la percentuale della produzione nazionale destinata all’esportazione, è stato uno dei più bassi di tutta l’America Latina. L’industria dei beni di transazione, quelli cioè che sono oggetto della produzione e del commercio internazionale e che sono rappresentati in Colombia principalmente dal settore tessile e delle calzature, è stata la prima ad avvertire la minaccia della competizione internazionale. Successivamente la crisi ha colpito la produzione degli altri beni[123].

 

Per tutta la decade degli anni ’90 la produzione industriale è cresciuta con il ritmo più lento di tutto il XX secolo (poco più del 3% annuo contro la media del 5,8% degli ultimi anni del decennio precedente). Nel 1999, l’anno peggiore di tutta la storia colombiana, si è giunti al vero e proprio crollo della produzione, con un prodotto interno lordo negativo del 5% e con le industrie manifatturiere e del commercio che hanno sperimentato drastiche cadute del -14,6% e -7,3%, rispettivamente, mentre la produzione industriale in generale si è ridotta di un -10%[124]. Sempre nel 1999 gli investimenti privati sono diminuiti del 65%, mentre il valore delle imprese quotate in borsa è passato da 19.530 a 9.564 milioni di dollari[125].

 

Uno dei settori industriali maggiormente colpiti dalle politiche di liberalizzazione del commercio è stato proprio quello tessile che si diceva sarebbe stato stimolato dalla “libera competizione” internazionale. Gli imprenditori del settore stimano che nei primi dieci anni di apertura economica si sia perso tra il 30% e il 40% del mercato nazionale, il quale è stato progressivamente assorbito dalle importazioni e dal contrabbando. Nel 1991 le importazioni legali di vestiario e calzature furono di 88 milioni di dollari, mentre nel 1993 esse avevano raggiunto il valore di 260 milioni. Nel solo periodo 1990-1995, la produzione nazionale del settore d’abbigliamento (abiti, camice, pantaloni, ecc.), è diminuita in termini reali del 5,26%, mentre quella di scarpe è aumenta di appena uno 0,85%. Di contro le importazioni di vestiario sono aumentate del 20,5% mentre quelle di calzature del 101,4%[126]. Ciò ha avuto gravissime ripercussioni sul fronte occupazionale: secondo i dati forniti da Alcoltex, la federazione dei produttori tessili, si è verificata una riduzione del 25% degli impieghi diretti in tutto il settore, con la generazione di 25.000 nuovi disoccupati[127].

 

Come sottolineato dall’economista Suárez Montoya, questi settori industriali “sono intensivi in manodopera e pertanto sono stati i più sensibili al nuovo modello di economia globale, basato fondamentalmente sulla diminuzione dei salari, che ha confinato questo tipo d’industrie a processi di “maquila”, mediante i quali gli imprenditori non competono con l’estero sulla base della produttività ma solo attraverso una profonda riduzione dei salari. Ugualmente, la maggior parte delle sue unità industriali erano a capitale nazionale e non sono state oggetto d’interesse per gli investimenti stranieri”[128].

 

Tagliati i salari e la manodopera impiegata, gli industriali hanno convertito la loro produzione alle esportazioni di prodotti che non sono altro che l’assemblaggio o la confezione di beni importati, produzione che non aggiunge maggior valore aggregato e che priva l’intero comparto industriale di una politica che risponda agli obiettivi nazionali dello sviluppo e dell’occupazione, per sottoporlo agli interessi e alle finalità delle maggiori imprese transnazionali[129].

 

 

 

Principali settori dell’industria colombiana dove si è ridotta l’occupazione (anni 1990-2000) (Indici=1990)

 

Settore

1990

1995

2000

Calzature

100

70,4

45,4

Tabacco

100

60,9

50

Fabbricazione mobili

100

107,4

50,7

Fabbricazione sostanze chimiche

100

82,2

60,3

Industria del legno

100

110,9

63,2

Fabbricazione del vetro

100

100,7

59,5

Industria del ferro e dell’acciaio

100

92,6

68,7

Vestiario

100

119

82,5

Totale industria

100

109,7

80,8

 

 

Fonte: Colombia compite, Política nacional para la productividad y competitividad, Bogotá, 2001, pag. 64.

 

 

Verso la completa dipendenza alimentare

 

L’applicazione del modello neoliberista ha avuto i suoi più gravi effetti sull’agricoltura e sulla società rurale colombiana rendendo più profonde povertà e disuguaglianza ed accrescendo la dipendenza alimentare del paese dai maggiori produttori internazionali. Nel corso degli anni ’90 la breccia tra le campagne e la aree urbane si è ampliata: mentre i redditi urbani sono cresciuti lievemente, quelli rurali sono diminuiti nettamente. Lo smantellamento dei diversi sistemi di protezione delle produzioni tipiche nazionali, dei sussidi e dei sostegni a favore degli agricoltori, la forte riduzione dei dazi doganali sui prodotti d’importazione dal 38% al 12%, hanno fortemente ridotto il peso dell’agricoltura nell’economia nazionale, la quale è passata da più del 40% nel 1950 al 12% odierno; il processo di fuga dalla campagna ha subito un’accelerazione, con la perdita di 820.000 ettari coltivabili, un milione secondo il Ministero dell’economia, cioè il 25% dell’intera area coltivabile del paese[130].

 

La profonda crisi del sistema agricolo è ulteriormente confermata dai dati relativi alle differenti coltivazioni: mentre infatti si riducono le aree destinate alle coltivazioni transitorie, principalmente destinate all’alimentazione della popolazione del paese, aumentano enormemente le superfici delle coltivazioni permanenti, quelle cioè destinate all’esportazione e caratterizzate dalla monocoltura. Secondo le stime ufficiali solo nell’ultimo decennio le aree coltivate a cereali e oleaginose si sono ridotte di 760.446 ettari, vale a dire di un 37,4%, mentre si è registrato un aumento di 290.000 ettari della superficie delle coltivazioni permanenti (escluso il caffè che invece ha visto le aree di coltivazioni ridursi di 150.000 ettari)[131]. Questo processo di depauperamento della frontiera agricola ha portato a notevoli modificazioni del tessuto produttivo: attualmente solo 4,4 milioni di ettari su un’area potenziale di 18,3 milioni sono destinati alla produzione agricola, mentre il resto del patrimonio agroforestale viene destinato al pascolo per gli allevamenti estensivi[132].

 

Oggi i terreni convertiti a foraggio occupano 35,5 milioni di ettari quando si è concordi ad indicare che solo 15,3 milioni di ettari sono idonei a tale pratica. Questo processo di “praterizzazione” del territorio colombiano, oltre ad essere una delle principali cause della violenza interna e del lungo conflitto sociale che insanguina il paese, ha avuto rilevanti effetti negativi sulla produzione agricola e, in generale, sulla sicurezza alimentare. Secondo la FAO affinché esista la sicurezza alimentare è necessario che l’offerta di alimenti sia sufficiente e stabile e che gli alimenti siano realmente consumati da tutti coloro che li necessitano; in Colombia invece, tra il 1991 e il 1996 il coefficiente di vulnerabilità alimentare è cresciuto di 10 volte, passando da 0.05 a 0.5[133].

 

Il paese è stato così costretto a dover ricorrere sempre di più alle importazioni di prodotti agricoli di base, che sino alla svolta neoliberista erano invece prodotti nazionalmente. Nel periodo compreso tra il 1990 ed il 1998 hanno fatto ingresso nel mercato agropecuario più di 21 milioni di tonnellate di prodotti agricoli e di allevamento. Le conseguenze di tale massiccia importazione di prodotti agricoli ha avuto conseguenze a dir poco nefaste per la produzione nazionale, la bilancia dei pagamenti e il debito estero. La sola importazione di cereali, tra il 1994 e il 1997 ha rappresentato un costo di 250 milioni di dollari all’anno. Il valore delle importazioni per gli otto prodotti agricoli del consumo base (mais, fagioli, grano, orzo, riso, sorgo, soia, sesamo), ha raggiunto nel periodo 1996-2000 i 3.089 milioni di dollari, mentre il valore delle esportazioni di questi prodotti ha rappresentato appena 99 milioni di dollari. Ciò significa che per ogni dollaro che ha ricevuto il paese per effetto delle esportazioni di questi prodotti base, ne ha sborsato 31 per acquistare gli stessi prodotti sul mercato internazionale[134].

 

La variazioni più evidenti si sono realizzate proprio per quei prodotti agricoli che compongono la dieta della stramaggioranza della popolazione, cioè i fagioli, il mais, il riso e le patate. Attualmente per ogni chilo di fagioli prodotto e consumato in Colombia ce ne sono tre di provenienza straniera; mentre nel 1990 si producevano 34 chili di mais per ogni colombiano, nel 2000 se ne sono prodotti solo 28 e di conseguenza per ogni chilo di mais prodotto nel paese se ne deve importare più di un chilo e mezzo. Nel caso del riso la produzione si è ridotta da 59 a 54 chili per abitante, mentre la produzione di farina di grano è crollata da 3 a un chilo per abitante. Ancora peggiore la situazione per ciò che si riferisce alla soia, passata da 6,5 a meno di un chilo pro capite, o quella degli ortaggi, di cui su ogni chilo consumato, appena il 20% è prodotto in Colombia. A partire dell’anno 2000 si è registrata infine l’importazione di patate di provenienza ecuadoriana le quali hanno sostituito nel mercato il tradizionale prodotto locale[135]. Tutte queste produzioni sono state sacrificate per dare spazio alle cosiddette “coltivazioni tropicali”: principalmente palma africana, canna da zucchero e banane e più recentemente il tabacco destinato agli Stati Uniti, dove le esportazioni, inesistenti sino al 1999, hanno raggiunto un valore pari a 21 milioni di dollari l’anno[136].

 

Ciò che è in atto nel paese assume sempre più  i contorni di una vera e propria controriforma dell’agricoltura, dove cresce il latifondo, si riafferma la produzione di tipo monoculturale e si sancisce la perdita della sovranità alimentare; conseguentemente la maggior parte della popolazione è costretta ad acquisire sul mercato internazionale i prodotti base a prezzi sempre più alti ed a cambiare la propria dieta alimentare, passando a consumare meno cereali e proteine e sempre più carboidrati. Superfluo aggiungere come una delle più gravi conseguenze di queste politiche sia stata l’aumento della disoccupazione nelle aree rurali e la conseguente emigrazione di massa verso le grandi città. Secondo la Presidenza della Repubblica, la crisi agricola esplosa con l’avvio delle misure neoliberiste d’inizio anni ’90 si è manifestata con la perdita in soli tre anni di circa 230.000 posti di lavoro nelle campagne del paese e con l’aumento drammatico della percentuale della popolazione rurale in condizioni d’indigenza passata dal 26.7% al 31,2%[137]. La sola riduzione nel decennio 1990-2000 della superficie coltivata dei maggiori otto prodotti agricoli del consumo base ha generato la perdita di 21.761.763 giornate di lavoro, equivalente ad una riduzione di 90.674 posti di lavoro permanenti[138].

 

Riduzione delle aree destinate alla coltivazione di beni alimentari primari, disoccupazione e migrazioni dei piccoli e medi agricoltori, paramilitarizzazione delle campagne sono stati funzionali all’aumento degli indici di concentrazione della proprietà della terra in Colombia. Mentre nel 1984 lo 0,3% dei proprietari che possedevano più di 500 ettari di terra occupavano il 32,5% dell’area totale incorporata nella frontiera agricola, tredici anni più tardi questi latifondisti avevano messo le mani sul 45% della terra destinata alla produzione agricola. Il peso dell’ingiustizia e dell’esclusione sociale nell’agricoltura è tutta in queste cifre: oggi l’1,1% dei proprietari terrieri del paese possiede più del 55% del territorio coltivabile, con l’aggravante che nelle zone più ricche dal punto di vista produttivo, il 30-35% di questo territorio sarebbe stato acquisito con capitali di dubbia provenienza, legati al narcotraffico o ad altri traffici illeciti.

 

I maggiori ricercatori in materia stimano che la mafia sia riuscita ad impossessarsi in Colombia di circa 13 milioni di ettari di buona terra, con un valore che raggiungerebbe i 300 milioni di dollari, senza considerare le migliorie realizzate. Anche se non esiste nel paese regione che non sia stata soggetta alla penetrazione dei capitali mafiosi, le acquisizioni agrarie si sono concentrate nel Magdalena Medio, in Antioquia, Córdoba, negli Llanos Orientales, Boyacá, Cundinamarca, Casanare, Caquetá, Putumayo, Tolima, Huila e Valle. Non è casuale che sono proprio queste le regioni dove oggi è maggiore la presenza e l’azione dei gruppi paramilitari di estrema destra, i quali hanno causato il trasferimento forzato dei contadini ed hanno assicurato l’accesso dei nuovi attori alla terra[139].

 

La fine degli incentivi statali alle esportazioni e la riduzione dei prezzi di sostegno alla produzione agricola in ossequio alle imposizioni delle organizzazioni finanziarie internazionali e del maggiore partner economico (gli Stati Uniti), ha spinto al ribasso i prezzi dei principali prodotti agroindustriali del paese nella tenue speranza di renderli più competitivi sul mercato mondiale. Secondo i dati della Banca Mondiale i prezzi internazionali dei principali prodotti agricoli colombiani si sono ridotti dal 1980 al 2000 in questo modo: il caffè è passato dai 482 ai 170 dollari alla tonnellata, il riso dai 362 ai 132 dollari, lo zucchero dagli 878 ai 207, le banane da 527 a 376, il mais da 174 a 87[140]. Il crollo dei prezzi ha ulteriormente ridotto i margini di guadagno dei piccoli e medi produttori, molti dei quali hanno subito la confisca delle loro proprietà a seguito dei debiti inevasi con banche ed istituti di credito. A ciò si è aggiunta la vera e propria paralisi degli investimenti pubblici nel settore agricolo e la forte diminuzione del credito a favore della produzione. Quest’ultimo si è ridotto da 28.525 milioni di pesos nel 1990 a 16.370 milioni nel 1994[141]. Il governo, da parte sua, ha smesso d’intervenire nella commercializzazione di beni e servizi agricoli, settore che è passato nelle mani del libero mercato. Questo atteggiamento, in linea con i postulati del modello di sviluppo neoliberista, è stato applicato in tutti i paesi del Sud del mondo, accrescendo il sottosviluppo, la fame e la dipendenza alimentare a favore di Stati Uniti ed Unione europea, che mentre impongono ai paesi terzi il sistema che elimina qualsiasi incentivo a favore dei produttori locali, sussidiano con miliardi di dollari i propri agricoltori[142].



[1] El Mundo, 19 novembre 2002.

[2] L. Sarmiento Anzola, “Conflicto, intervención y economía política de la guerra”, in J. Estrada Alvarez (editor), Plan Colombia. Ensayos críticos, Universidad Nacional de Colombia, Bogotá, 2001, pag. 67.

[3] El Colombiano, 12 gennaio 2003.

[4] Banco de la República, Indicadores económicos, primer trimestre de 2001, Bogotá, 2001, pag. 4.

[5] AA.VV., Políticas sociales en Colombia 1980-2000, CINEP, Bogotá, 2002, pag. 63.

[6] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, Bogotá, 2000, pag. ii.

[7] Ibidem, pagg. 8-9.

[8] A. Yepes, “Quién se beneficia del aduste, la guerra y el libre mercado?”, Paper, Bogotá, 2002.

[9] AA.VV., Políticas sociales en Colombia 1980-2000, cit., pagg. 45-47.

[10] L. Sarmiento Anzola, Conflicto, intervención y economía política de la guerra, cit, pagg. 67-69.

[11] Cinep & Justicia y Paz, Noche y Niebla. Panorama de Derechos Humanos y Violencia Política en Colombia, n. 13, giugno-settembre 1999, pag. 159.

[12] L. Sarmiento Anzola, Colombia fin de siglo: Crisis de hegemonías y Ecosocialismo, Bogotá, 1997, pag. 55.

[13] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit., pag. 12.

[14] Contraloría General de la República, Colombia: entre la exclusión y el desarrollo, Bogotá, 2000.

[15] A. Sarmiento, “Violencia y Equidad”, in CEREC, IEPRI y FESCOL, Armar la paz es desarmar la guerra, Giro Editores, Santa Fé de Bogotá, 1999.

[16] L. Sarmiento Anzola, La distruzione dello Stato sociale in Colombia, www.terrelibere.it, 2003.

[17] L. J. Garay, En torno a la economía política de la exlusión social en Colombia, Bogotá, 2000, pag. 11.

[18] DANE, “Delitos y población afectada por la violencia. Una aproximación a la criminalidad real”, Boletín Mensual de Estadística, N. 410, Bogotá, Mayo de 1987.

[19] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit, pag. 76.

[20] Il SISBEN è un sistema utilizzato in ambito sanitario e nei servizi sociali per misurare le differenze tra gli strati sociali. I livelli 1 e 2 corrispondono a situazioni di indigenza e povertà.

[21] El Colombiano, 15 dicembre 2003.

[22] Dinero, 26 luglio 2002, pag. 39.

[23] “El gran reto”, Dinero, 26 luglio 2002, pagg. 28-31.

[24] L. Sarmiento Anzola, La distruzione dello Stato sociale in Colombia, www.terrelibere.it, cit..

[25] Mesa C., La Evasión en el Régimen Contributivo, Superintendencia Nacional de Salud, Santafé de Bogotá, 1998.

[26] Portafolio, 14 marzo 2000, pag. 7.

[27] Tiempos del Mundo, 16 novembre 2000, pag. 8.

[28] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit, pagg. 133-134.

[29] Dinero, 26 luglio 2002, pagg. 31-32.

[30] Profamilia, Demographic and Health Surveys - Institute for Resource Development, Encuesta Nacional de Demografía y Salud, Bogotá, 1995.

[31] L. Sarmiento Anzola, La distruzione dello Stato sociale in Colombia, www.terrelibere.it, cit..

[32] Portafolio, 27 ottobre 1999, pag. 1.

[33] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit., pag. i.

[34] D. Beaudon, “Derecho a la educación”, in Comisión Colombiana de Juristas, Colombia. Derechos Humanos y Derecho Internacional Humanitario, Bogotá, 1997, pag. 171.

[35] Dinero, 26 luglio 2002, pagg. 31-32.

[36] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit, pagg. 90-91.

[37] El Colombiano, 21 ottobre 2000.

[38] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit, pagg. 94-98.

[39] M. Y. Castañeda, M. Corredor, J. C. Parra Niño, A. Rodríguez, “Evaluación de la política social del gobierno Pastrana”, in Economía Colombiana y Coyuntura Política, n. 228, febbraio 2002, pag. 84.

[40] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit, pag. 103.

[41] Contraloría General de la Nación, Situación de las finanzas públicas 2000, Bogotá, 2001.

[42] AA.VV., Violencia en la región Andina. El caso Colombia, CINEP y APEP, Bogotá, 1997, pag. 24.

[43] C. G. Molina, N. Alvear, D. Polanía, El gasto público en educación y distribución de subsidios en Colombia, Informe final, Fedesarrollo, Santa Fé de Bogotá, 1993.

[44] Departamento Nacional de Planeación, Misión Social, PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1998, Tercer Mundo Editores, Bogotá, 1998, pag. 55.

[45] Presidencia de la República, DNP, La Revolución Pacífica, Bogotá, 1991, pagg. 98-99.

[46] Alta Comisionada de las Naciones Unidas para los Derechos Humanos, Informe sobre la situación de los derechos humanos en Colombia, Bogotá, 2002.

[47] Liberazione, 4 novembre 2002.

[48] Dirección Seccional de Salud de Antioquia, Banco de datos, Medellín, 2001.

[49] G. L. Gómez Ochoa, “En Antioquia los niños tienen hambre”, El Colombiano, 15 dicembre 2003.

[50] Profamilia, Encuesta Nacional de Demografía y Salud, Bogotá, 2000, pag. 137.

[51] Utopías, n. 66, luglio 1999, pag. 17.

[52] Codhes y Unicef Colombia, Esta guerra no es nuestra. Niños y desplazamiento forzado en Colombia, Santafé de Bogotá, 2000, pag. 48.

[53] El Colombiano, 5 dicembre 2002.

[54] Ibidem.

[55] In IEPRI-Universidad Nacional de Colombia, Desempleo por género (1998-2000), Bogotá, 2000, pag. 230.

[56] M. Toro, “Visibilización del trabajo de las mujeres y su papel como agentes del desarrollo”, in Foro Metropolitano, Hacia una construcción colectiva de las políticas de equidad de género para Medellín y el area metropolitana. Memorias”, Medellín, 2002, pag. 86.

[57] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit, pag. 156.

[58] M. Y. Castañeda, M. Corredor, J. C. Parra Niño, A. Rodríguez, “Evaluación de la política social del gobierno Pastrana”, cit., pag. 80.

[59] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit, pag. 139.

[60] I dati “ufficiali” sull’inflazione devono tuttavia essere interpretati con notevole beneficio d’inventario. I consumatori hanno subito infatti negli ultimi anni spropositati aumenti dei prezzi dei beni di prima necessità. Ad esempio nel 2000, le medicine e le prestazioni sanitarie sono cresciute dell’11,5%, la benzina ha avuto aumenti superiori al 29,6%, i trasporti del 17,4%, mentre le tariffe dei servizi (luce, acqua, gas, telefoni) sono aumentati del 25%. In realtà la cosiddetta “diminuzione” dell’inflazione è stata possibile grazie all’importazione massiva di prodotti agricoli superscontati, che sempre nel 2000 hanno raggiunto i 7 milioni di tonnellate, e che come vedremo in seguito, hanno reso più profonda la crisi della produzione agricola nazionale e più drammatico il tasso di disoccupazione nelle aree rurali.

[61] OIT, Empleo. Un Desafío para Colombia, Bogotá, 1998.

[62] M. Y. Castañeda, M. Corredor, J. C. Parra Niño, A. Rodríguez, “Evaluación de la política social del gobierno Pastrana”, cit., pag. 82.

[63] Contraloría General de la República, Las inconsistencias del presupuesto general de la Nación, Bogotá, 2002.

[64] M. Toro, “Visibilización del trabajo de las mujeres y su papel como agentes del desarrollo”, cit., pagg. 90-91.

[65] C. A. Olaya, “Colombia, crisis económica y social sin soluciones a la vista”, Traza - Revista colombiana de cultura política, n. 1, dicembre 2002, pag. 48.

[66] A. Libardo Sarmiento, El Trabajo de las Mujeres en Colombia, Bogotá, 2001, pag. 36.

[67] M. Toro, “Visibilización del trabajo de las mujeres y su papel como agentes del desarrollo”, cit., pag. 99.

[68] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit, pagg. 150-151.

[69] A. Libardo Sarmiento, El Trabajo de las Mujeres en Colombia, cit., pag. 38.

[70] M. Toro, “Visibilización del trabajo de las mujeres y su papel como agentes del desarrollo”, cit., pag. 88.

[71] Ibidem, pag. 91.

[72] B. Bustos Torres, “El empleo femenino en el estilo de desarrollo neoliberal”, in AA.VV., Globalización, apertura económica y relaciones industriales en América Latina, Facultad de Ciencias Universidad Nacional, Colección CES, Utópica Ediciones, Bogotá, 1999, pagg. 138-152.

[73] N. Loayza Castro, El trabajo de las mujeres en el mundo global, Centro de promoción de la mujer “Greoria Apaza”, La Paz, 1999, pag. 42.

[74] C. A. Olaya, “Colombia, crisis económica y social sin soluciones a la vista”, cit..

[75] L. Sarmiento Anzola, “Mandato del FMI y el Banco Mundial”, Desde Abajo, n. 76, 15 febbraio 2003, pagg. 10-12.

[76] La República, 3 giugno 1989.

[77] C. Ahumada, El modelo neoliberal y su impacto en la sociedad colombiana, El Ancora Editores, Bogotá, 1998, pag. 13.

[78] A. Suárez Montoya, Modelo del FMI. Economía colombiana 1999-2000, cit., pag. 23.

[79] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit, pag. 57.

[80] Banco Interamericano de Desarrollo BID, Unidad de Estadística y Análisis Cuantitativo, datos básicos socioeconómicos, 19 de julio de 1999.

[81] C. Ahumada, El modelo neoliberal y su impacto en la sociedad colombiana, cit., pag. 108.

[82] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit, pag. 54.

[83] F. E. Thoumi, El imperio de la droga. Narcotráfico, economía y sociedad en Los Andes, Editorial Planeta Colombiana, Bogotá, 2002, pagg. 231-232.

[84] M. Rubio, “Crimen y crecimiento en Colombia”, in Banco Interamericano de Desarrollo, Hacia un enfoque integrado del desarrollo: ética, violencia y seguridad ciudadana, encuentro de reflexión, Washington, 1996, pag. 32.

[85] DANE, Encuesta de hogares, Bogotá, 2000.

[86] Y. García, “La reforma laboral: adecuación de la legislación del trabajo a las políticas neoliberales”, Deslinde, No. 10, giugno-luglio 1991, pag. 84.

[87] C. Ahumada, El modelo neoliberal y su impacto en la sociedad colombiana, cit., pag. 202.

[88] CTDC, luglio-ottobre 1993, pag. 9.

[89] C. Ahumada, El modelo neoliberal y su impacto en la sociedad colombiana, cit. pag. 241.

[90] A. Trifirò, Mujeres que ejercen la prostitución. Una historia de inequidad de género y marginación, Editorial Lealon, Medellín, 2003, pag. 206.

[91] C. Ahumada, El modelo neoliberal y su impacto en la sociedad colombiana, cit. pag. 241.

[92] Recentemente le autorità giudiziarie hanno aperto procedimenti penali contro gli enti pubblici Cajanal e Foncolpuertos, che avrebbero assegnato pensioni milionarie a persone già defunte o che non avevano mai lavorato per essi.

[93] L. Sarmiento Anzola, La distruzione dello Stato sociale in Colombia, www.terrelibere.it, cit..

[94] C. Ahumada, El modelo neoiliberal y su impacto en la sociedad colombiana, cit., pag. 22.

[95] El Colombiano, 29 luglio 2000.

[96] M. Y. Castañeda, M. Corredor, J. C. Parra Niño, A. Rodríguez, “Evaluación de la política social del gobierno Pastrana”, cit., pagg. 86-87.

[97] Ibidem, pag. 79.

[98] C. Ahumada, El modelo neoliberal y su impacto en la sociedad colombiana, cit. pagg. 204-205.

[99] M. Aranguren, L. Sandoval, O. Quiroga, M. Ortíz, “La política tributaria en Colombia”, Economía colombiana y conyuntura política, aprile 2002, pag. 14.

[100] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit., pag. 65.

[101] AA.VV., Políticas sociales en Colombia 1980-2000, cit., pag. 106.

[102] Presidencia de la República – Departamento Nacional de Planeación, Cambio para construir la paz. Plan Nacional de Desarrollo 1998-2002, Tercer Mundo Editores, Santafé de Bogotá, 1998, pag. 80.

[103] Ibidem, pag. 90.

[104] El Colombiano, 13 gennaio 2003.

[105] A. Suárez Montoya, Modelo del FMI. Economía colombiana 1999-2000, cit., pag. 29.

[106] C. Ahumada, El modelo neoliberal y su impacto en la sociedad colombiana, cit., pag. 252.

[107] Ibidem, pag. III.

[108] Ibidem, pagg. I-III.

[109] I maggiori creditori dello Stato colombiano sono attualmente le principali istituzioni finanziarie internazionali (principalmente il Banco Interamericano de Desarrollo con il 38% dei debiti, seguito dalla Banca Mondiale), e le banche private e commerciali (22% dell’ammontare dei debiti).

[110] Banco de la República, Revista, febbraio 2001, pag. 264.

[111] Contraloría General de la República, Colombia: entre la exclusión y el desarrollo, cit.

[112] Calcoli fatti sulla base delle informazioni del Banco de la República e del sito www.lanota.com.

[113] Portafolio, 3 agosto 2000, pag. 32.

[114] Banco de la República, Revista, febbraio 2001.

[115] C. A. Olaya, “Colombia, crisis económica y social sin soluciones a la vista”, cit., pag. 47.

[116] A. Suárez Montoya, Modelo del FMI. Economía colombiana 1999-2000, cit., pag. 49.

[117] C. A. Olaya, “Colombia, crisis económica y social sin soluciones a la vista”, cit., pag. 48.

[118] A. Suárez Montoya, Modelo del FMI. Economía colombiana 1999-2000, cit., pag. 47.

[119] Ibidem, pagg. 28-29.

[120] AA.VV., Políticas sociales en Colombia 1980-2000, cit., pagg. 67-68.

[121] L. J. Garay, “En torno a la economía política de la exclusión social en Colombia”, cit., pag. 7.

[122] A. Yepes, Quién se beneficia del adjuste, la guerra y el libre mercado?, cit..

[123] Departamento Nacional de Planeación, Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo-PNUD, Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999, cit., pagg. 59-60.

[124] Documento Conpes 3061, “Bilance macroeconómico y perspectivas para el año 2000”, in www.la-republica.com, 12 febbraio 2000.

[125] A. Suárez Montoya, Modelo del FMI. Economia colombiana 1999-2000, cit. pag. 33.

[126] Ministerio de Desarrollo, La economía y la industria 1990-1995, Bogotá, agosto 1996.

[127] C. Ahumada, El modelo neoliberal y su impacto en la sociedad colombiana, cit., pag. 110.

[128] A. Suárez Montoya, Modelo del FMI. Economia colombiana 1999-2000, cit., pag. 89.

[129] E. Palacio Sarmiento, Como construir una nueva organización económica, Editorial Escuela Colombiana de Ingeniería, Bogotá, 2000, pag. 88.

[130] El editorial agrario, luglio-settembre 1999, pag. 10.

[131] A. Balcazar, Las Transformaciones Agrícolas en la Década de los Noventa, Misión Rural, Bogotá, 1998, pag. 6.

[132] “La tierra del olvido”, Semana, 7 gennaio 2002, pagg. 28-29.

[133] A. Gómez, La Reforma Agraria en Colombia al Finalizar el Milenio: Las principales limitantes, Misión Rural, Bogotá, 1999, pag. 13.

[134] M. Benitez Várgas, “Recesión y reactivación agrícola”, Economía Colombiana y Conyuntura Política, aprile 2002, pagg. 29-31.

[135] El Tiempo Café, 14 ottobre 2001.

[136] Dinero, 9 agosto 2002, pag. 42.

[137] Presidencia de la República, El Salto social: Bases para el Plan Nacional de Desarrollo 1994-1998, Bogotá, 1994, Capítulo 2, pag. 25.

[138] M. Benitez Várgas, “Recesión y reactivación agrícola”, cit., pagg. 30-31.

[139] M. L. García, S. Betancourt, “Narcotráfico e historia de la mafia colombiana”, in AA.VV., Violencia en la región andina, cit., pag. 321.

[140] A. Puyana, La agricultura colombiana y la bonanzas petroleras, Flaxco-México, septiembre 1996.

[141] El Tiempo, 31 gennaio 1995.

[142] L’Unione europea, da sola, nell’anno 2000, ha protetto i suoi agricoltori, grazie ai sussidi, con più di 400.000 milioni di dollari.(Vedi: M. Benitez Várgas, Recesión y reactivación agrícola, cit., pagg. 30-31).




Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo. "Neoliberismo, ingiustizia e povertà in Colombia". terrelibere.org, 07 luglio 2004, http://www.terrelibere.org/neoliberismo-ingiustizia-e-povert-in-colombia
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