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Una morte che reclama pace e libertà
Colombia
I versi che María Mercedes Carranza ha lasciato al suo paese prima di suicidarsi. Un atto d’accusa per un conflitto che soffoca la libertà ma anche un`affermazione di amore per chi, con determinazione, continua a coltivare in Colombia i sogni e la speranza.
Nel 2003 si suicidava a Bogotà la poetessa colombiana María Mercedes Carranza, nata nel 1945. Laureata in Lettere e filosofia, fu direttrice sin dalla sua inaugurazione della Casa de Poesía Silva, che oggi a causa del taglio dei finanziamenti da parte del governo si trova in una situazione di crescente abbandono.
María Mercedes Carranza ha sempre scritto versi pervasi dai temi della solitudine, della sofferenza e della morte. Il suo suicidio è l’epilogo dell’impegno artistico di una donna di grande sensibilità, profondamente turbata dalla situazione di violenza, guerra e ingiustizia sociale che caratterizza da troppo tempo il suo splendido paese.
Quando è stato rinvenuto il suo corpo, si è inizialmente cercato di occultare il suicidio e le prime notizie parlarono di un improvviso attacco di cuore. Ma la figlia si è opposta alla menzogna ed ha dichiarato alla stampa che rispettava la decisione di sua madre. Ha detto anche che, in un certo qual modo, le era stata accanto nel cammino che l’ha consapevolmente condotta alla morte.
La poetessa ha lasciato al suo paese una splendida poesia dal titolo “Sí, estoy muerta”: un duro atto di accusa nei confronti di un conflitto che sopprime ogni forma di libertà; un ultimo messaggio per dire addio a un paese profondamente amato ma “appestato dalla morte”, nel quale tremendi “guerrieri continuano a rubare anni di libertà” a chi lo abita. Dice addio alla Colombia ma non a “quei pochi uomini e a quelle sparute donne che sopravvivono a forza di sogni”; muore con la consapevolezza che “essendo più ostinata della sua stessa morte” le sopravvive una “goccia di illusione”. È la speranza che alla fine la Colombia possa raggiungere una situazione di pace.
Qualche mese prima del suicidio, aveva scritto: "So che la morte sale per il parco, da anni ha un appuntamento con me, in quel posto, a quell’ora, in quella solitudine, con il mio silenzio. Le ho detto che venga, senza timore". Nella stessa poesia, esprimeva l’amore per Bogotá, per le sue strade, le porte, gli scorci che sono stati l’essenza della sua vita e alle quali sentiva di appartenere.
"Ah, le strade di questa città che mi fu vita. Ogni volta che volli stare in un altro luogo, ogni volta che tornai al mare o in un altro posto, potei sempre comprovare che era legata a queste porte e a questi scorci, e seppi che potevo essere me stessa solo in mezzo al vento della Candelaria, alla Corte dei miracoli che c’è nell’angolo, alle vigorose miserie che tutti esibiamo, cariche del duro compito di vivere, che si converte per noi [colombiani] nello spaventoso compito di vivere ogni giorno. Io appartengo a questo posto, a queste finestre che si aprono sulle nubi, a questo sole freddo, a questi acquazzoni torrenziali, a questa gente che va come i turbini, senza meta. Qui condussi la mia vita, qui lottai per la libertà di vivere in un altra maniera, qui vinsi, qui finii per essere vinta. Rimango sola nel mio lavoro fatto di silenzi".
Vi propongo, dunque, la lettura della poesia “Sí, estoy muerta”, in lingua originale e tradotta in italiano, con commozione per la profonda forza vitale che, paradossalmente, vi si respira; la stessa che ho respirato nei miei anni di vita in Colombia.
SÍ, ESTOY MUERTA
Sí, estoy muerta ¿y qué?
¿A quién le importa?
Sé que dirán que importa,
que mucho importa.
Pero, como es costumbre, mentirán.
Estoy muerta porque quise estar muerta.
Estoy muerta porque así descanso,
aunque no sea en paz, descanso.
Pero eso, ¿acaso importa?
Dirán que fui fuerte, que fui íntegra,
que fui luchadora, hasta dirán que fui genial
pero mentirán.
Mentirán como mienten a diario sobre el país,
sobre este país trazado por infinitos caminos de muertos
que a nadie importan.
Sobre futuros caminos que se plagarán de muertos
que a nadie importarán.
Escribirán que hice grandes cosas,
que dediqué mi vida al arte,
a las palabras,
a los hombres,
a las mujeres
que tenían algo que decir a través de las palabras,
pero, igual mentirán.
Porque no dirán que intenté dedicar mi vida al arte,
a las palabras,
a los hombres,
a las mujeres
que tienen algo que decir a través de las palabras.
No dirán que
tan sólo
lo intenté.
Que el intento fue pobre,
inútil frente a la soberbia de quienes quisieron,
y pudieron,
asesinar con palabrería,
declaraciones y decretos,
cualquier idea distinta a la del funcionario de turno.
Eso no lo dirán.
En cambio susurrarán que fui terca, egoísta, insoportable!
En voz baja,
caminando tras la caja que habrá de llevar el cuerpo
al destino final de todo hombre o mujer.
Comentarán que fui arbitraria,
que creí ser poeta
y que,
por sobre todos lo males,
fui débil.
Eso comentarán.
Quizá los escuche,
pero no teman,
estoy muerta
y descanso
Aunque no sea en paz
Descanso de un país
que apesta a muerto,
de una tierra
que exhala,
hiere a fosas comunes de ciudadanos anónimos,
de políticos
que des-aman la vida de sus semejantes,
de guerreros que roban años y años de libertad a cualquiera,
de pobres, miserables que nadie mira.
Descanso de los muchos que alimentan el odio
con la carne putrefacta de sus enemigos,
de los que vivan y animan ese odio.
Descanso, en fín,
de Colombia
y de las muchas bestias que la conducen
cada vez con mayor certeza
a la insondable fosa de sangre y huesos
sobre la que habrán de gobernar.
Sí, descanso
aunque no sea en paz.
De esos pocos hombres,
de esas contadas mujeres
que subsisten
a punta de sueños
enredados en palabras
con las que quieren dar sentido
a su vida,
y a cualquier vida,
no me despido,
porque en cada gesto,
en cada palabra,
en cada entusiasta proyecto
que intente cubrir de esperanza los deshechos de mi país,
irá enredada la gota de ilusión que,
por ser más terca que mi terca muerte,
me sobrevive.
Sí, estoy muerta,
pero no teman.
Soy
como siempre fui,
inofensiva.
Estoy muerta
y descanso
Aunque no sea en paz.
SI, GIACCIO MORTA
Sì, giaccio morta e allora?
A chi importa?
So che diranno che importa,
che importa molto.
Però, come è loro costume, mentiranno.
Giaccio morta perché ho voluto morire.
Giaccio morta perché così riposo,
anche se non in pace, ma riposo.
Però questo forse importa?
Diranno che fui forte, che fui integra,
che fui lottatrice, diranno che fui geniale
Però mentiranno.
Mentiranno come mentono ogni giorno sul paese,
su questo paese attraversato da infiniti cammini di morti
che non importano a nessuno.
Su cammini futuri che saranno infestati di
morti che a nessuno importaranno.
Scriveranno che ho fatto grandi cose,
che ho dedicato la mia vita all’arte,
alle parole,
agli uomini,
alle donne
che avevano qualcosa da dire attraverso le parole,
ma mentiranno ancora.
Perché non diranno che cercai di dedicare la mia vita all’arte,
alle parole,
agli uomini,
alle donne
che hanno qualcosa da dire attraverso le parole.
No diranno che l’ho solo
tentato.
E che quel tentativo fu povero,
inutile di fronte alla superbia di coloro che vollero,
e poterono,
assassinare con lo sproloquio,
con dichiarazioni e decreti,
qualunque idea diversa da quella del funzionario di turno.
Questo non lo diranno.
In cambio sussurreranno che fui ostinata. egoista, insopportabile!
A voce bassa,
camminando dietro la cassa che dovrà portare il corpo
alla destinazione finale di ogni uomo e donna,
diranno che fui arbitraria,
che credetti di essere poeta
e che,
al di sopra di tutti i mali,
fui debole.
Questo diranno.
Forse li ascolterò,
però non temano,
ormai giaccio morta
e riposo
anche se non in pace.
Riposo da un paese
che puzza di morto,
da una terra
che esala,
ferisce con fosse comuni di cittadini anonimi,
da politici
che dis-amano la vita dei loro simili,
da guerrieri che rubano anni e anni di libertà a chiunque,
da poveri miserabili che nessuno guarda.
Riposo dai tanti che alimentano l’odio
con la carne putrefatta dei loro nemici,
da coloro che vivono e animano quell’odio.
Riposo, infine,
dalla Colombia
e dalle molte bestie che la conducono
con sempre maggiore certezza
alla insondabile fossa di sangue e ossa
sulla quale dovranno governare.
Sì, riposo
anche se non in pace
A quei pochi uomini,
a quelle sparute donne
che sopravvivono
a forza di sogni
avvolti in parole
con le quali vogliono dare senso
alla proprio vita,
e a tutte le altre vite,
non dico addio,
perché in ogni gesto,
in ogni parola,
in ogni progetto entusiasta
che intende coprire di speranza la distruzione del mio paese,
andrà avvolta quella goccia di illusione che,
per essere più ostinata della mia ostinata morte,
mi sopravvive.
Sì, giaccio morta,
pero non temano
sono
come fui sempre,
inoffensiva.
Giaccio morta
e riposo
Anche se non in pace.
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