Sapete che Timişoara è stata soprannominata "Trevişoara" a causa del gran numero di veneti che lì si sono trasferiti? Sono perdipiù affaristi, e rappresentano “l’intera gamma" dei tipi dell’imprenditoria nostrana. Un quadro antropologico densissimo e triste, a causa dell’atteggiamento francamente neo-coloniale dagli italiani, a caccia di manodopera a basso costo e terre senza sindacato
Il volume curato da Gambino e Sacchetto presenta sei saggi incentrati sulle relazioni che congiungono Italia e Romania. I contributi, di taglio per lo più etnografico, svelano efficacemente la reciprocità dei legami che uniscono questi due paesi.
La Romania, infatti, non è soltanto un paese esportatore di manodopera diretta per una parte significativa verso l`Italia. Piuttosto, a partire dai primi anni novanta, essa è anche una delle nazioni est-europee in cui è più consistente la presenza dei capitali italiani e quella dei relativi curatori (manager, tecnici e proprietari, trasferitisi a volte definitivamente in quell`area).
Contrariamente a quel che accade nel caso di molti paesi d`emigrazione, i cui flussi verso l`Italia possono considerarsi “asimmetrici`, visto che per spiegarli non è possibile far ricorso a precedenti rapporti di natura coloniale o a fitte relazioni economiche di nuovo corso, nel caso della Romania è arduo discorrere di questi movimenti di persone senza adottare una prospettiva bi-direzionale. Una prospettiva, cioè, che mostri l`entità dell`interscambio esistenti tra quel paese e il nostro.
Per tale ragione, i contributi ospitati in questo volume indagano di volta in volta i percorsi “circolari` dei migranti romeni e la loro produzione di uno spazio sociale transnazionale così come il sorgere di Trevişoara, ovvero di quella “città di mezzo` che fonde Treviso a Timişoara, posta solo geograficamente in Romania, che costituisce anch`essa uno spazio transnazionale circolare, edificato però dagli emigrati “di lusso` italiani.
Accanto a queste riflessioni tra loro speculari, il libro ospita delle descrizioni etnografiche che hanno per oggetto donne romene residenti a cavallo tra i due paesi, muratori rumeni e cantieri italiani, oltre ad alcune precise ricostruzioni delle forme economiche assunte dal capitale italiano de-localizzato così come di quello che va lentamente costituendosi per opera di ex-lavoratori romeni in Italia riconvertitisi in imprenditori una volta tornati a risiedere nel proprio paese.
A tal proposito, i saggi proposti indagano ampiamente il ruolo interpretato dallo stato romeno nell`ostacolare le trasformazioni e le azioni individuali messe in atto dai neo-imprenditori autoctoni così come quelle degli imprenditori veneti, alle prese con una burocrazia percepita spesso come ostile.
Ma questo libro non tratta questioni meramente socio-economiche. Grazie al taglio etnografico e in certi casi addirittura antropologico, esso investiga anche gli immaginari e la cultura del lavoro diffusa tra i romeni, le trasformazioni culturali di ordine collettivo avvenute a seguito della transizione e dell`emigrazione di massa, le differenze di genere connesse alla mobilità, la nuova fisionomia delle città romene e le relazioni sociali che gli italiani trasferitisi in Romania intrattengono con la società locale.
Più in dettaglio, al di là dell`istruttivo capitolo introduttivo di Gambino e Sacchetto, teso a riassumere i principali termini della questione in una prospettiva socio-economica, risulta assai interessante l`analisi condotta da Cingolani. L`autore discute tre percorsi migratori caratterizzati da esiti, continuità e generi differenti, e pone queste vicende in relazione alle posizioni occupate dai nuclei familiari di provenienza degli individui studiati (composti da ex-burocrati, operai, marginali), mostrando così forme di continuità che si esprimono anche nel corso della migrazione.
Molto approfondito risulta anche il capitolo di Vianello, impegnata a studiare i significati emancipatori che la scelta migratoria assume per molte donne romene e a mostrare l`articolazione dei percorsi seguiti da esse per svincolarsi tanto dal controllo delle famiglie di origine così come da quello delle famiglie presso cui si ritrovano a lavorare una volta giunte in Italia. Decisamente densa è la descrizione etnografica di un cantiere edile a Bologna realizzata da Perrotta, il quale discute gli effetti della regolazione giuridica dell`immigrazione sulla struttura del mercato del lavoro e, a partire da questo, le modalità del lavoro edile, le motivazioni degli operai, i giochi di produzione, le forme di solidarietà interne ed esterne al gruppo rumeno.
Risultano peraltro interessanti anche le analisi relative alle forme di mobilitazione proto-politiche e al significato conferito al lavoro da soggetti che, gramscianamente, vivono una condizione di “coscienza contraddittoria`, dovuta alla pluralità delle reti sociali a cui fanno riferimento (parte in Italia, parte in Romania) e all`ambiguità delle retoriche che li circonda (fondate sulla contrapposizione tra immigrato “criminale` e immigrato “funzionale`). Estremamente ricco di spunti è anche il capitolo di Sacchetto, volto a tracciare un profilo degli italiani che operano in Romania. Questi sono essenzialmente gli “autonomi` e i “dipendenti`.
Pur non trascurando gli ultimi, l`attenzione dell`autore si concentra principalmente sui primi e questo gli permette di scrutare un ambiente che racchiude probabilmente “l`intera gamma dei tipi dell`imprenditoria italiana`. Ne deriva un quadro antropologico densissimo e a volte anche un po` triste (a causa dell`atteggiamento francamente neo-coloniale espresso da molti intervistati), che non manca di analizzare aspetti legati all`organizzazione di fabbrica, al conflitto, alla de-sindacalizzazione dei luoghi di lavoro e al rapporto degli imprenditori con le burocrazie locali. Infine, risulta molto articolato il contributo di Redini, la quale riflette sui concetti di “località` e “identità` ponendoli in relazione a quello di made in Italy e conducendo una ricerca etnografica all`interno di un negozio italiano in Romania.
L`autrice intende opporsi a una visione diffusa tra gli economisti, tesa a fornire una visione statica dei territori investiti dalla delocalizzazione e ad enfatizzare unicamente gli aspetti funzionali presenti in queste aree (basso costo del lavoro, ridotta presenza dei sindacati, minore pervasività delle regolazioni, etc.).
Redini intende invece mostrare l`artificio o, se si preferisce, il processo attraverso il quale le imprese ricostruiscono il legame “naturale` che esisterebbe tra il territorio, il produttore e il prodotto italiani all`interno di uno spazio diverso da quello nazionale originario. In termini più semplici (e brutali), l`autrice scandaglia il processo “neo-coloniale` che conduce le imprese e gli imprenditori a impossessarsi del territorio, italianizzando l`ambiente e spogliandolo dei suoi connotati originari e locali.
In conclusione, quello che gli autori ci consegnano è un libro assai riuscito, pieno di felici intuizioni e coinvolgente dal punto di vista delle tecniche etnografiche impiegate. Possiamo infatti leggere questo volume come uno studio di sociologia economica, ma, oltre a ciò, esso è anche un libro metodologicamente interessante, che sarà probabilmente apprezzato dagli eventuali appassionati di etnografia o antropologia economica.
GAMBINO, Ferruccio; SACCHETTO, Devi (a cura di), Un arcipelago produttivo. Migranti e imprenditori tra Italia e Romania. Roma, Carocci, 2007, 222 p.