Uno dei tanti libri che usciti sull`onda di calciopoli ipotizza che gli scudetti più "puliti" della storia del calcio italiano siano anch`essi stati pilotati per diversi motivi. Al di là delle analisi da moviola, personaggi e metodologie di potere hanno radici lontane, e l`arrivo del denaro delle pay tv non ha inciso più di tanto su un sistema di corruzione ampiamente radicato.
Siete tra quelli che rimpiangono il calcio ruspante degli anni ’80, commentato alle 18,10 dai giornalisti-personaggi di “Novantesimo minuto”? Odiate – come le curve degli ultrà assetati di sangue - il “calcio moderno” e ritenete i suoi tele-miliardi la causa della corruzione del pallone? Date un’occhiata a questo libro per cambiare rapidamente idea. Non è un classico della sociologia, ed il metodo usato (un’analisi partita per partita degli “episodi da moviola” degna del più maniacale dei fan di Biscardi) rende la lettura poco piacevole. Comunque, appare subito chiaro che la lista degli errori arbitrali è troppo lunga e “pilotata” per essere considerata casuale. Ma la tesi di fondo ha un suo fascino: i tre scudetti considerati come i più puliti, gli unici vinti da simpatiche squadre outsider (fuori dal triangolo della morte del calcio Torino-Roma-Milano) sono “marci” come e forse più degli altri.
Il primo è quello del Verona: all’indomani di uno dei tanti scandali che punteggiano la vita della Federazione italiana (stavolta si tratta di calcio scommesse) c’è la necessità di una ventata di freschezza. Nulla di meglio del sorteggio integrale e di uno scudetto vinto in provincia, sebbene il Verona avesse un organico modesto ma un presidente di rilievo, tra l’altro presidente per l’Europa della multinazionale giapponese Canon. I giornali e le tv (sempre significativa la vicinanza tra media e potere calcistico) cantano l’inno del campionato pulito, “che chiunque può vincere”. Il secondo è quello del Napoli di Maradona, il terzo quello della Samp di Vialli e Mancini. Qui la tesi si fa meno convincente: il primo sarebbe stato vinto per ragioni politiche, data la straordinaria coincidenza di personaggi campani ai posti alti del potere (da Gava a Scotti, da Cirino Pomicino a Mastella).
Il secondo per favorire l’immagine e gli affari di Genova in occasione delle Colombiadi del 1992, un evento oggi pressoché dimenticato ma che all’epoca spostò un bel mucchio di miliardi di lire nelle tasche dei soliti noti. L’analisi delle forze in campo dimostrerebbe che in tutte e tre le occasioni l’Inter presieduta dal parvenù Ernesto Pellegrini (attivo nel campo della ristorazione e partito dal nulla) sarebbe stata più forte tecnicamente ma troppo debole politicamente. Ma qui si entra nel pericoloso perimetro della discussione da bar Sport. Su tutti emerge comunque la figura dell’Avvocato Agnelli, la cui previdente volontà è assecondata dai palazzi del Potere; le cui battute spesso tutt’altro che folgoranti sono accompagnate dai servili risolini dell’immancabile codazzo di giornalisti leccaculo. È appena il caso di notare che la maggior parte dei personaggi in voga all’epoca sono gli stessi che crolleranno nello scandalo cosiddetto di Calciopoli (non solo gli inossidabili Matarrese e Carraro, ma anche tanti arbitri e dirigenti arbitrali). Un contributo utile per quanti hanno considerato Moggi il frutto avvelenato di Sky, dell’eccesso della posta in palio, della sbornia di soldi portati dalla pay-tv.
In Italia, il vizio atavico di fottere l’avversario ha radici antropologiche talmente salde e profonde da essere appena solleticato dall’incentivo del denaro.