Cinque storie dimenticate tratte dalle cronache dell`immigrazione degli ultimi anni. Alcune sono state gridate sulle prime pagine e poi cancellate, altre sono rimaste sconosciute. Dietro i servizi dei telegiornali, il dramma senza fine di chi prova a raggiungere l`Europa, a ricongiungersi ai propri cari, ad ottenere il feretro di un parente naufragato, a conservare la memoria oppure ad ottenere giustizia. Le vicende dimenticate di chi sogna ancora una vita migliore ma non può fare a meno di odiare il mare ed il suo odore.
Semu ‘a mari, “siamo a mare`. Ci sono espressioni del dialetto che ascolti da bambino, e che ti entrano talmente dentro da non fare più caso al significato. Poi leggi da qualche parte un appunto, una riflessione, un paragrafo che ti apre un mondo. I siciliani dicono “siamo a mare` per dire “siamo nei guai`, perché il mare – storicamente - è stato un nemico: ha portato gli invasori, ha tolto via gli emigranti, ha ucciso tanti pescatori, ha separato famiglie e negato alla pietà i corpi dei naufragati. Solo di recente è diventato uno strumento di vacanza, un sottofondo turistico. Ma non per tutti. Somali, etiopi, tunisini, senegalesi e marocchini “sono ancora a mare`, perché per loro l`odore del sale e l`infinita distesa blu sono troppo spesso associati ai corpi in decomposizione dei parenti naufragati, alla roulette russa dove si vince l`Europa o si perde la vita, al ricordo di traversate da incubo con il sole inclemente sopra e l`acqua salata sotto. Fatima, profuga somala arrivata sull`imbarcazione dei “fantasmi`, 15 superstiti disidratati su 100 partiti, giunti a Lampedusa dopo 75 giorni nel canale di Sicilia, dice di non riuscire ancora a tollerare l`odore del mare. “Sale nero` racconta le storie di chi è arrivato, così il come il contemporaneo “Mamadou va a morire` ci parla delle vicende di chi è partito. Momenti diversi con un unico punto di vista: la partenza, la traversata, l`accoglienza negata o le traversie per onorare la memoria di un congiunto.
Il bivio isterico
Un punto di vista del tutto diverso dall`allarme fasullo del telegiornale estivo, che celebra l`isteria di chi osserva gli sbarchi, ed ignora i veri numeri; parla di clandestini, e non spiega che molti sono profughi che scappano dalle guerre; blatera di invasione, e non dice che dal mare arriva appena il 11% dei clandestini, e forse meno, il resto vengono via terra o con un banale visto turistico che poi viene lasciato scadere. I dati del ministero, riferiti al 2006, sono molto chiari: il 73% sono “over stayers`, il 17 % supera illegalmente le frontiere via terra. All`“invasione` delle coste il misero resto. Il libro racconta cinque storie, affogate negli archivi di cronaca e sepolte dalla debole memoria di un paese al bivio isterico tra benessere e recessione. Fa da sfondo a tutte le storie la comunità di Lampedusa: quelli che diventano “leghisti`, gli albergatori perennemente preoccupati, i cittadini timorosi che il loro benessere stagionale sia – chissà come - compromesso dalla presenza di quelli che - svelando reminescenze storiche di antiche invasioni – continuano a chiamare i “turchi`. I lampedusani sono diventati talmente isterici per il terrore di tornare alla spietata economia della pesca da rifiutare la sepoltura ai “fantasmi` somali: non c`è posto. I naufraghi dopo qualche settimana avranno i loro funerali in Campidoglio, e saranno seppelliti nel cimitero di Roma.
Non devono essere visti
Il percorso è sempre quello. Dalla Libia, perché la Tunisia impedisce da qualche anno ogni partenza, grazie al denaro europeo mascherato da progetti di cooperazione. Il colonnello Gheddafi, invece, usa abilmente le partenze come strumento di pressione, e spesso di ricatto, sui governi europei. Perché quei corpi scheletriti, quegli sguardi, quelle speranze raccolte ed ammassate su uno scafo di vetroresina sono diventati molto importanti per la politica. Possono spostare molti voti, creare dal nulla carriere politiche, o distruggerle. La propaganda basata sulla paura ha prodotto governanti disposti a tutto per fermare non tanto gli arrivi, quanto la visibilità degli stessi. Per cui arrivano comunque, e comunque arriveranno in futuro, ma dovranno sbarcare in maniera discreta (mai, ad esempio, su una spiaggia agostana) dopo aver affrontato rischi indicibili. Già ora i trafficanti libici massimizzano i profitti evitando di imbarcarsi. Affidano uno scafo ad un timoniere improvvisato, una pistola ed una pacca sulle spalle, un timoniere che spesso viene dall`interno e non ha mai visto il mare, dacci subito i soldi e buona fortuna. Grazie a loro anche la marina militare ha una nuova ragione d`essere. Deve fermarli. Quanto sia difficile lo sanno tutti, una nave non ha i freni, basta una manovra errata e una piccola barca va subito a fondo. Lo sa bene l`equipaggio della Minerva, che ha provocato una strage in una notte di agosto, urtando un vecchio peschereccio con 120 persone a bordo. Ma la tragedia non finisce con il naufragio. Per i familiari, recuperare il corpo dei propri cari è una ulteriore odissea.
Andata e ritorno
La legge Bossi – Fini, dietro una facciata di crudeltà e durezza, ha lasciato molto spazio per farse e soluzioni all`italiana. Le sanatorie attirano molta gente, convinta che in breve riuscirà ad uscire dalla clandestinità. Anche il meccanismo ordinario delle quote permette una facile elusione. Il “clandestino` si mette d`accordo col padrone, che finge di non conoscerlo, e presenta una domanda di assunzione con chiamata nominativa. Segue un viaggio di andata e ritorno, a spese del migrante, e la farsa si conclude con un permesso di soggiorno e tanti i soldi in meno per chi ne ha già pochi. Ma il primo viaggio è già stato un incubo. Il problema non è solo il tratto di mare tra Africa ed Europa, ma – per esempio – il Sahara, che molti attraversano a piedi osservando lungo il cammino le ossa imbiancate di quelli che non ce l`hanno fatta. Poi gli orribili accampamenti di attesa sulle coste libiche, dove – con ogni probabilità – gli uomini saranno derubati, le donne violentate. Dopo la partenza, si sa che la probabilità di un naufragio è altissima. Non sono solo la marina militare, la guardia di finanza o la guardia costiera ad incrociare gli scafi dei migranti. Molto più spesso sono i pescatori, divisi tra il primo comandamento della gente di mare – prestare soccorso ad un natante in difficoltà - e gli echi incredibili delle persecuzioni subite da altri colleghi, accusati di favoreggiamento dell`immigrazione clandestina per l`incredibile colpa del soccorso estremo. Nel 2002, dopo aver salvato 150 persone al largo di Malta, il comandante del peschereccio Chico non si vide recapitare la medaglia al valore civile che gli sarebbe spettata ma una notifica della Procura di Modica che con zelo applicava il nuovo reato introdotto dalla Bossi-Fini.
Generalizzare
Dopo che hai letto queste storie, dopo aver saputo cosa accade prima dello sbarco, quando vedi un ragazzo di Tunisi, una donna di Marrakech o un anziano di Mogadiscio non riesci più a pronunciare parole fredde, clandestino, extracomunitario. Pensi a quello che hanno passato, a quanti sono rimasti a marcire in fondo al mare o ad essiccarsi tra le sabbie, al rischio che hanno corso per avere il privilegio di venire dove tu sei nato, a vedere i tuoi supermercati dagli scaffali pieni, la gente vuota ed egoista, gli sguardi che senza motivo alcuno trasudano disprezzo. Infine, l`autrice. Abituati alle cronache sempre uguali degli sbarchi, appare un vero miracolo trovare una giornalista che abbia voglia di approfondire, capire, fermarsi oltre i 30 secondi dell`intervista veloce, mantenere rapporti umani con gli intervistati, non lasciarsi contagiare da quel cinismo “professionale` che somiglia troppo alla perdita d`umanità. È una delle tante lezioni di questo libro. Mai generalizzare: né quando si parla di migranti, e neppure a proposito dei giornalisti della televisione.