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Antonello
Mangano
Novembre 2003
Io non sono
un fallito, come credono il secondino, l’avvocato e la donna che dice di essere
mia moglie.
Io lo
facevo per lei, non per me. Per me, pane e formaggio. Scarpe rotte. Io sono
all’antica, così mi hanno educato. Lei no.
Non perché
fosse di buona famiglia, solo che le avevano messo in testa queste idee. Cosa
pensa la gente, la gente cosa pensa, pensa alla gente, la gente che pensa a
procurarmi tormenti su tormenti. E così tutta un’esistenza, di giorno e di
notte, ogni minuto e ogni secondo io dovevo dedicarlo a fare in modo che la
gente pensasse che noi fossimo ricchi.
Non ad
esser ricchi, attenzione. A fingere. Perché tutto sommato di essere ricca a lei
– con rispetto parlando - non gliene fotteva
niente.
Ma solo al
pensiero che il ragioniere Panitteri pensasse di
avere più soldi di noi, lei diventava violacea, aveva conati di vomito,
piangeva a dirotto, le saliva la febbre.
“Fallito”,
ed era la sentenza terminale che chiudeva il discorso e mi condannava ad un
periodo indefinito di lavori forzati. Non per accumulare soldi, lo ripeto, ma
finzioni, teatri, impressioni, proiezioni, immagini per modellare e forgiare
come argilla i pensieri della gente.
La mia vita
era consacrata ai teatri. Ovviamente, dalle mie parti, con questa espressione
non ci si riferisce alle costruzioni in muratura ma alle recitazioni, alle
produzioni immateriali che negli edifici vengono rappresentate.
Un
rallentamento nell’opera mia di costruzione, oppure la sensazione che qualcosa
stesse rallentando il corso delle cose che la sua testa pretendeva, provocava
un lungo elenco di paragoni e raffronti ognuno dei quali era una coltellata al
cuore.
Il
ragioniere ha ordinato la Mercedes, cambia la sua vecchia
Alfa Romeo. A rate, e allora ? Che vuole dire ? Comunque i soldi li ha. Noi
ancora la Ford Fiesta. Che
vergogna.
Il dottore
Russo dice l’anno prossimo si fa la barca. “Oh, una cosa modesta, non è aria di
fare pazzie. Però i soldi li abbiamo per spenderli non per tenerli sotto il
materasso come i selvaggi!”.
“Un grand’uomo, il dottore Russo. Parla bene, poi. Non come…
lasciamo perdere…”.
“Dottore in
che ? E che importa ? E’ dottore. Tutti lo chiamano dottore e tanto basta.
Piuttosto tu, nemmeno un titolo, un modo… E che modo di farsi chiamare,
signore, come un villano. Almeno ragioniere. Non hai il titolo ? Geometra ? Non
sei geometra ? Fa ridere ? Meglio che niente, no ? Meglio che signore. Poi
vedremo, perché a farti chiamare dottore ci devi arrivare, o non mi avrai mai
accanto a te. Dottore. Dottor Buonvicino, buongiorno
! Tutto bene a casa ? Ossequi alla signora ! Oppure: vediamo, geometra Buonvicino, tanti saluti a lei ! Rispetti alla famiglia !.
Bé,
insomma. Meglio dottore. Ma sempre meglio che signore. Signor Buonvicino, puah ! Neanche un
usciere!”.
***
La sferza
dolorosa dei lunghi monologhi inquisitori cominciò dal viaggio di nozze
direttamente. Un viaggio inadeguato, fetido, da villani, da poveracci. Pensioni
a tre stelle, ristoranti che non figuravano nella guida in pelle che una
perfida amica - “cara Adelina, che pensiero delizioso !” – aveva avuto la
bella idea di regalare per guastarmi ad uno ad uno i pasti di quella settimana
d’inferno.
Lungo tutto
il viaggio la sua mente fu occupata dai racconti immaginari da propinare alla
curiosità inquisitrice e confrontarola delle
amiche.
Alberghi di
gran nome, un giro in gondola da sogno, persino un percorso in carrozza a Roma.
“Oh, costava un occhio. Ma sono pazzie che si fanno una volta nella vita!”. E
studiava le frasi, e persino le provava davanti allo specchio la sera,
ignorandomi con tranquillità.
In viaggio,
segnava su un taccuino le frasi e le notazioni da riportare. Un autobus
scassato diventava uno splendido tassì, e la colazione su una panchina alla
villa comunale un pranzo luculliano, luculloso,
luculliano (insomma, come si dice? Mi chiedeva, col taccuino in mano e
l’aria interrogativa) nel più importante ristorante di Firenze.
In preda al
timore di non essere creduta, anziché curare la precisione delle menzogne con
particolari verosimili (il nome del ristorante a Firenze, la presenza o meno di
carrozze in Piazza San Marco) aumentava il numero delle tappe e le meraviglie
che avevamo visitate, aiutandosi con una guida d’Italia da poche lire tutta
immagini a colori e descrizioni stringate.
Purtroppo
- tramite perfidi parenti – l’amica Adelina fece sapere che pretendeva
(mi parve di sentire il tono stridulo della sua voce) una telefonata.
Da un
telefono a gettoni che prosciugò parte consistente delle nostre residue risorse
mia moglie le fece una fantasiosa relazione (io – da ragioniere – pensai alla
difficile congruità del racconto telefonico con i successivi resoconti del
ritorno) arricchita di sapiti, sadipi (e uno sguardo disperato mi chiedeva
soccorso) episodi e conclusa con una dichiarazione entusiasta
- E’ la
settimana più bella della mia vita !
- E’ stata
una settimana orrenda, sei un morto di fame, mi disse la sera stessa nella
stanza microscopica e umida della pensione “Stella”.
Il mattino
dopo partimmo per il paese. La luna di miele era terminata.
***
Mio
fratello Placido fa fede al suo nome. Testa sulle spalle, mai sposato, mai una
piega fuori posto nella camicia e nell’esistenza.
Lavoro
impiego ferie tredicesima utilitaria. I pensieri, una teoria di proverbi. La
conversazione: una serie di frasi fatte. Ultimo libro letto: le istruzioni del
condizionatore “Air Magic 2000”.
Placido era
la disapprovazione fatta persona. Nella piega della bocca, in quell’inclinazione del labbro che indicava la piega
rovinosa che prima o poi avrebbe preso la mia vita.
Aveva
ragione. Però io allora odiavo quella sua sentenza “Finirai male. Prima o poi
finisci male. Non si può sempre fingere”.
La sua
sentenza e quella di mia moglie facevano il paio, erano come il tiro alla fune.
Io ero la fune, oggi mi sono spezzato. Prevedibile, niente da dire. La colpa è
solo mia.
***
Il
fidanzamento è stato un bel periodo. Tre mesi. Chissà come e perché, le avevano
detto che fossi amico dell’onorevole Paviglianiti,
quello che hanno ammazzato l’anno scorso, poveretto.
Dicevano
che fossimo grandi amici, che stava per farmi entrare al comune, ufficio
appalti, soldi carriera e mazzette da 50 milioni l’una.
Lei
ascoltava queste voci e vedeva una pelliccia nuova, no caro non dovevi, vedeva
un paio di scarpe rosse scendere da una Mercedes e
una voce che le carezzava le orecchie – quella ? una gran signora, la prima del
paese, una delle signore con più classe della provincia…
In realtà
l’onorevole era amico di tutti, e amava farsi vedere con tutti. Durante quella
campagna elettorale, davvero per una fortunatissima serie di coincidenze, ci
videro insieme più di una volta.
Ed eravamo
compagni di scuola, questo sì, non nella stessa classe ma al Geometra “Mazzini”
comunque, questo dicevano in continuazione.
Al termine
della prima settimana, lei mi chiese, distratta:
- “E’
vero che tu e Paviglianiti siete grandi amici ?”
No, stavo
per dire. Semplici conoscenze. E poi non è l’amico di tutti, l’ha scritto pure
dei sui manifesti !
Avessi
detto questo, mi sarei salvato la vita.
Invece
guardai i suoi occhi carichi di speranza, ed era la prima donna che mi capitava
in quindici anni, non potevo perderla e dissi:
-
“Amicissimi. Intimi”.
***
Ci
sposammo. Ed era una cerimonia che doveva essere sforzosa,
così diceva. E nella sua grezza ignoranza aveva davvero colto l’espressione
esatta, che quello fu un incrocio immondo di sforzo (il mio) e sfarzo (quello
che le voleva esibire fino ad accecare di luce e d’invidia cugine di qualsiasi
grado, vicine di rione, amiche acide, zie zitelle, parenti dello sposo scettici
e conoscenti in attesa di vedere – un matrimonio modesto, è gente alla buona).
Qui non si
poteva fingere. L’ossessione partì subito e fui subito addestrato al resto
della vita futura. Non un attimo di felicità, non un giorno sereno, non un
momento in cui la mia fronte fosse sgombra da rughe e pensieri.
Subito
preoccupazioni pretese grida. Subito la compagnia familiare degli stessi
aggettivi – fallito, incapace. Prima dubitativi e blandi (sarai mica un
fallito? Sto sposando un incapace?) poi gli interrogativi furono sostituiti
senz’altro dai punti esclamativi.
Fui
aggredito dalle esclamazioni e dalle condanne e sferzato dai paragoni. Il
matrimonio di mia cugina Jasmine, quello sì, ancora
se ne parla. Un ricevimento per duecento persone al ristorante-bar-pizzeria
Il castello rosso.
Dieci
portate più il caffè. Sette camerieri col… coso, come si chiama, con lo smochinc. Fino alle due di notte.
E noi
dobbiamo andare all’eccelsior, quattrocento
persone, venti portate. I camerieri col frac. Fino al mattino successivo.
“L’orghestra che suona le mazzucche
dal vivo”, pretese la madre della sposa.
“Il
servizio di fiori, con le corone”, volle il padre, vagamente menagramo.
A quell’epoca lavoravo in uno studio per geometra. Mi davano
uno stipendio al di sotto di qualunque livello di povertà. Geometra Buonvicino. Così mi chiamavano. Però per tutti ero nelle
grazie dell’onorevole, e per tutti dopo le elezioni sarei entrato al Comune col
ruolo di dirigente. Appalti mazzette compensi onorari.
Nessuno ne
dubitava, all’infuori di me che ero certo del contrario.
***
Arrivò la
prima estate, e nelle mie tasche non c’era un centesimo. Affrontai il suo
sguardo. “Eleonora va alle Baleari. Due settimane. Il marito la porta alle
Baleari”. Pianto dirotto, “buono a nulla”, geometra del cavolo.
Dissi: “La
prossima estate, dammi il tempo, magari per adesso una settimana alla spiaggia
del paese vicino, è carino, un po’ di sole, …”.
Niente da
fare. Offensiva, la mia idea. Un viaggio, in Egitto. O sarebbe andata via. Il
dottor Ostellino, scapolo, benestante, le aveva messo
gli occhi addosso.
“Lui sì che
è un uomo. Uno di quegli uomini che se una donna chiede una vacanza in Egitto,
la portano in Egitto. A Sciamellesciec”.
Un ricatto.
Banale, consueto. Avevo solo una scelta, prendere i soldi da uno strozzino e
rovinarmi definitivamente.
Potevo
anche suicidarmi, scappare, ucciderla, prendermi a schiaffi, arruolarmi nei
corpi speciali, ma tutte quelle opzioni non volli prenderle in considerazione.
Dopo una
notte insonne, in cui tormentai il cuscino e osservai al lungo il soffitto
punteggiato di zanzare, raccolsi tutto il mio coraggio e le dissi.
-
“Non ho soldi. Fai quello che vuoi. Un altr’anno, se
il Signore vuole”.
La tempesta
che mi aspettavo non ci fu.
Sorrise,
materna. Va bene, caro. Capisco. Però, vedi, non posso fare brutta figura con
Anna Giulia ed Eleonora. Per non parlare di Adelina. Cosa invento ? Dobbiamo
partire per forza, ed in Egitto.
La vacanza
in Egitto, la facemmo fittizia, per non far cattiva comparsa con Anna Giulia.
Dicemmo a tutti: partiamo, due settimane nel club villaggio e gita guidata alle
Piramidi. Bravi, complimenti, attenti, dissero tutti.
“Che bel
viaggio, auguri”, dissero alcune amiche sue, che si consumavano a fuoco lento
nella rabbia e nell’invidia, e lei sorrideva perfida.
La vacanza
alle Piramidi la passammo come due latitanti, chiusi in un casolare delle
campagne vicine, con provviste per un reggimento e l’ordine espresso di non
aprire porte e finestre, nemmeno quando il caldo ci faceva scoppiare.
“Pensa alla
vergogna, e non ti lamentare. Ché la colpa è solo tua. Fossi stato non dico il
commendator Pappalardo, non dico tanto, ma almeno il
dottor Forestiero, bel pezzo d’uomo, un ottimo conto in banca dicono, e la
barca. Che barca ! Dodici metri di vetroresina.
***
Fu quella
l’inaugurazione trionfale del periodo delle finzioni. L’epoca delle mascherate,
gli anni della doppia vita, l’era delle menzogne sistematiche in una
costruzione ipotetica che doveva far di me un uomo rispettabile, ricco, un
possidente e non un povero geometra di paese di scarse pretese quale nella
realtà ero.
Pensai di
smettere, chiaramente. Dire basta. Basta alle vacanze fasulle da latitanti,
basta alle mille bugie, e poi in seguito al falso titolo di dottore, ad una BMW
che dissi nuova ed invece era rubata in Montenegro e portata sulla porta di
casa mia da Totuccio Facituttu
(trad: il tuttofare), agli appalti truccati ed alla
macchina mangiasoldi che avevo sposato.
Non era
bella, e già dopo la prima settimana di matrimonio mi ripugnava. Non la lasciai
perché ero sempre stato solo, e preferivo la compagnia di una iena malata alla
solitudine.
Non solo
per ragioni mie. In paese si poteva anche perdonare ad un uomo di non essere
ricco, ma nessuno avrebbe guardato senza sorridere ad un cinquantenne senza
donna.
***
Il lavoro
era indecoroso, agli occhi di lei. O aprivo uno studio tutto mio, nella piazza
principale del Paese, con targa enorme in ottone, o entravo al Comune.
Parla con Paviglianiti, l’amico tuo intimo, diceva. E non capivo se
si riferiva con ironia al trucco fatidico con cui attirai le sua simpatie
all’epoca demenziale del fidanzamento.
Per un
attimo presi la cosa in considerazione. Paviglianiti
parla con tutti e notoriamente non nega un’udienza nemmeno ad un ladro di
bestiame.
Eccomi
dunque a fare anticamera nel salottino (alle pareti un quadro con le vele e
diplomi inverosimili, nel portagiornali alcuni
rotocalchi scandalistici) della sua segreteria politica, che era anche sede
dell’”Associazione magno-greca di studi filosofici
Pino Rossi”.
La lunga
attesa favorì la riflessione. Dunque, eccomi: entro e gli chiedo, insomma,
voglio entrare al Comune.
Bene, dice
lui. Spero bene che offrirai qualcosa in cambio. Non è un favore da nulla.
Occorre un bando apposito, contrastare i ricorsi degli esclusi, blandirli o
minacciarli nel caso. Se si bandisce un concorso per un posto al Comune, si scatenano
molti appetiti.
L’onorevole
la può ricevere, prego, disse il segretario, calvo occhiali forfora.
Salve
convenevoli da quanto tempo che piacere piacere mio.
- Allora,
come posso aiutarla caro, caro…
Buonvicino,
geometra Buonvicino, dissi, io che per molti ero
l’amico intimo.
Il mio
discorso fu lungo e contorto, denso di termini che ritenevo efficaci e tesi a
dimostrare il mio notevole livello culturale.
Tutto lo
sproloquio poteva alla fine essere riassunto in queste poche proposizioni:
- sono un
morto di fame
- non ho
alcuna possibilità di fare il libero professionista
- o mi fa
entrare al Comune o mia moglie mi cava gli occhi.
Paviglianiti era evidentemente abituato alle richieste più strane, ed invece di
strabuzzare gli occhi ed accampare scuse ed impedimenti, mi fece un sorriso da
un orecchio all’altro ed esclamò:
- Amico,
non c’è problema !
***
Mia moglie
mi attendeva a casa con la tensione con cui i pastori si preparavano all’arrivo
del Divin Bambino.
Appena
tornai a casa, senza il tempo di preparare una versione interlocutoria, mi
chiese:
- o sì,
oppure no.
Dice che
non c’è problema. Sicuramente vorrà qualcosa in cambio. Le prime elezioni
utili sono l’anno venturo.
Ironizzò
grossolanamente sul mio ottimismo e la mia perspicacia, disse che era ora che
imparassi a stare al mondo.
La serata
divenne un training intensivo di scorrettezza e darwinismo carrieristico-comunale, in cui mi prospettò che dal giorno
successivo sarei diventato un mostro senza pietà, sleale vile scorretto,
consacrato al mio obiettivo e servile con Paviglianiti
oltre ogni limite.
- “Così va
il mondo, cosa credi?”, fu la conclusione del corso accelerato.
Quella
notte fu popolata da orribili incubi, ed un caffè preparato alle cinque venne a
restituirmi al mondo dei vivi.
***
Un insieme
articolato e pirotecnico di carognate fece cadere la Giunta Provinciale. Furono
improvvisamente convocate elezioni anticipate.
Io lo
sapevo da tre settimane, perché il segretario di Paviglianiti
mi aveva convocato d’urgenza, confidando nella mia descrizione.
Odorando
come un segugio il puzzo penetrante della disperazione, l’onorevole (lo
chiamavano così in paese ma era null’altro che un consigliere provinciale)
sapeva che sarei stato la sua arma in più, e muto come una tomba.
Eccomi nel
giro di pochi giorni trasformato in galoppino elettorale. Dovevo incontrare,
parlare, promettere, scatenare l’immaginazione. Ero un venditore di sogni, uno
spacciatore di promesse, un distributore semiautomatico di menzogne
confezionate.
Tutte le
promesse che andavo facendo, paese per paese con la mia Ford
Fiesta ed i buoni benzina sul cruscotto, erano
assolutamente irrealizzabili.
Avevo una
piantina con note a margine organizzate con criterio scientifico. Sotto il nome
del paese, il gruppo da incontrare (gli operai della centrale, la famiglia Pizzosella, i parrocchiani di don Ubaldo, le casalinghe del
rione S.Giuseppe) e le promesse da elargire. Non
avevo nessun pezzo di carta. Né un poster, né un tagliando, niente.
Un nome
solo bastava e avanzava: Paviglianiti. L’amico di
tutti.
***
Chiesi una
settimana di permesso (“Permesso? Ferie, vorrà dire, ragioniere”. E mi giocai
le ferie. Ma in cuor mio speravo nel nuovo posto e ignorai il problema) che
occupai girando per i paesi della provincia incontrando ogni sorta di
personaggi, molti dei quali avevano una comunicativa ignobile fatta di
strizzate d’occhio, colpetti col braccio, sottintesi (“ci siamo capiti, eh?”),
espressioni gergali e proverbi che – come nei film di Totò e Peppino – dicevano
tutto.
Ogni
mattina andavo in segreteria a prendere le consegne ed i suggerimenti del
segretario, che diventava sempre più pallido e magro, con occhiaie da far
spavento, e sembrava venuto fuori da un film esistenzialista in bianco e nero.
Mi diede la
lista del giorno, quindici comuni da coprire, avrei finito entro le 8 di sera
(rientrai a casa oltre l’una, ma mia moglie dormiva come un sasso, fiduciosa
che avessi imboccato la strada giusta).
Per la
prima volta mi spiegò che – data la mia poca esperienza – mi venivano affidati
incarichi non difficili né delicati, quindi “no a situazioni pericolose,
semaforo rosso per incarichi che potevano mettere a repentaglio grossi
pacchetti di voto” (spesso si esprimeva come il telegiornale, ma con un’aria
tragica che faceva pensare a cimiteri, lune piene, licantropi, croci e
temporali sullo sfondo).
***
Il sindaco
di San Gregorio Superiore era un tipo rubicondo e cordiale, che cercai dapprima
al municipio (è in missione, mi dissero) e che trovai infine dopo molte
insistenze alla trattoria “Gambero Rosso” in fondo al paese, sulla strada
provinciale.
Era al
centro di una mastodontica tavolata, e gustava con gioia rumorosa maccheroni al
sugo di capra e un vino dai riflessi rosso porpora versato da grandi brocche.
Incerto se interrompere il banchetto, e le storielle su una donna dai seni
enormi che accompagnavano le portate, guardai la lista del giorno e le missioni
da compiere, e risolsi di intervenire, per evitare di rincasare oltre le
quattro di notte.
Pensai
“cosa ho fatto di male, io che volevo solo lavorare onestamente, una moglie
normale figli fido che la domenica mattina mi sveglia scodinzolando, la partita
con gli amici, il caffè e le notizie del Gazzettino da sfogliare lentamente”.
Invece
eccomi qua, in missione presso questo clan di vichinghi immersi nei loro
bagordi, ed al centro c’è pure un presunto sindaco.
Quando feci
riferire al cameriere che desideravo interloquire col sindaco, sentii una
sfilza di invettive contro la moralità di mia madre e mia sorella, che mi
arrivavano attraverso aliti pestilenziali di vino e d’aglio.
Quando –
alzando un poco, molto poco, la voce – feci il nome di Paviglianiti
ottenni il miracoloso effetto di voci che si abbassarono, rutti sommessi, un
rumore di forchette meno invadente e qualcuno – pochi – che interruppero di
abbuffarsi e che alzarono gli occhi verso di me.
Tra questi
il sindaco che – del tutto ubriaco – si alzò verso di me, mi accompagnò
passandomi il braccio sulla spalla verso una saletta riservata.
Fu una
discussione surrealista di tre minuti in cui il sindaco fingeva di capire e
annuiva e bofonchiava una marmellata di nonceprobblemaperlamicomiopaviglianiti
e trattenendo eroicamente un rutto che sarebbe stato spaventoso.
Terminò il
discorso abbracciandomi – praticamente mi cadde addosso e dovetti sorreggerlo.
Andandomene, speravo che almeno si ricordasse del nome che da qualche tempo
aveva devastato la mia vita.
Quella
notte sognai una gigantesca scritta in cielo. Paviglianiti.
L’amico di tutti. Era scritta dalle nuvole.
***
Al termine
della settimana ero fiero del mio lavoro. Ero diventato un distributore
automatico di fandonie, freddo e risoluto, ed ovunque ero accolto con rispetto.
Stando alle promesse che avevo elargito in sette giorni, la provincia avrebbe
avuto una pianta organica più ampia di quella dell’Onu.
Senza
contare pensioni d’invalidità, borse di studio, abbonamenti del pullman,
ingressi a scrocco allo stadio ed altre provvidenze che venivano promesse a
piene mani.
Grande
successo avevano le richieste agricole, sovvenzioni per ogni genere di
ortaggio, ed in particolare la richiesta di garanzia sui mancati controlli.
-
“Dottore”, mi confessò un giorno un coltivatore diretto tenendomi
sottobraccio – “io ho dichiarato mille metri quadri di girasoli biologici”; e
col dito mi indicava pochi cavolfiori irrorati con sostanze da Vietnam.
Nessuno
dubitava delle promesse con una sola eccezione. Ad una riunione di socialmente
utili che si teneva nel salone bianchissimo e spoglio del sindacato cattolico,
una ragazza urlava e protestava.
Basta siamo
stanchi di inganni e prese in giro. Dieci anni di prese per i fondelli. Ci
hanno messi pure a contare le macchine che passano sulla provinciale,
rilevazioni statistiche le chiamano. Basta, ci hanno ingannato tutti.
- Non
avremo mai un lavoro vero, con stipendio regolare
- Non
avremo vai una pensione vera
- Non
avremo mai mansioni dignitose
Al termine
del suo discorso intervenni e perorai la causa di Paviglianiti,
raro galantuomo, le cui promesse – si sa – non sono come quelle altrui, ad
esempio il rivale Pappalardo, detto pappasoldi…
- tutti
uguali, ladri e imbroglioni, ladri – urlava la ragazza, e cominciava a
raccogliere cenni d’assenso; gli altri immobili.
Provai a
voce bassa a sostenere la causa di Paviglianiti, la
sua onestà, la sua parola. Solitamente non c’era bisogno di tirarla per le
lunghe e quindi dopo un po’ non seppi cosa dire, mentre l’ossessa gridava:
Basta una
vera pensione ci vada lei a contare le macchine che passano sulla strada; mi
hanno fatto fare di tutto !
- Ho pulito
le strade e ho contato le macchine; ho catalogato libri polverosi e guidato
pulmini…
Capii che
non era il caso d’insistere, chi voleva aveva capito. Come il tizio che mi
accompagnò all’uscita. Tenendomi sottobraccio, con complicità mascolina:
- Dottore,
non ci faccia caso. Femmina isterica. Lo sanno tutti che non scopa da dieci
anni.
***
Al
termine della prima settimana ero orgoglioso di me. Mi dissero che avrei dovuto
fare una seconda settimana, e caddi nella disperazione.
Non sapevo
come chiedere altri giorni, e pensai che la malattia era l’unica strada. Feci
cose che avevo visto in tv, tipo masticare tabacco delle sigarette, e ottenni
di finire al reparto gastroqualcosa del
policlinico del capoluogo.
Mi diedero
sette giorni di prognosi, inviai il certificato al datore di lavoro (diciamo
così) e uscii fischiettando dal nosocomio con un orribile bruciore agli
intestini.
La sera,
mia moglie era tranquillamente assopita, e non la disturbai.
Il mattino
dopo presi la Ford Fiesta e
mi incamminai verso la segreteria, dove mi scusai per il giorno perduto in
ospedale.
Mi dissero
che mi toccava la parte nord della provincia.
Sulla
salita del monte Sassoduro, la Ford
rantolò e sembrò spirare. Mi feci trainare da un trattore. Il resto era
discesa, più qualche tratto da fare a spinta.
Arrivai a
casa assiderato e disidratato, mi sentivo come avessi fatto il giro del mondo a
piedi.
Quello che
era peggio – però – era la Ford morta. Eravamo al
mercoledì. Mi rimanevano tre giorni.
Rodolfo il
meccanico ha appeso una grande insegna alla sua officina. Servizio in 24 ore.
L'insegna era un frutto del suo gigantesco ottimismo; in realtà il meccanico
era riuscito a prendere anche una settimana per un cambio d'olio.
Il caso di
ora era ben più grave, dunque mi rassegnai a concludere la settimana con i
mezzi pubblici della provincia.
Il giovedì
arrivai a prendere una corriera degna delle Ande alle 4 e mezza del mattino,
con una sciarpa enorme e un termos di caffè sottobraccio. Quindi arrivai in un
altro paese, dove presi un ammasso di latta e stoffa che le ferrovie locali
chiamavano pomposamente accelerato regionale.
Tutti i
pochi pendolari sul vagone dormivano coi piedi sui sedili. Qualcuno leggeva le
notizie di cronaca del quotidiano locale, a base di ammazzamenti intimidazioni
vendette sangue e strangolamenti, ed in tal modo iniziava la sua nuova
giornata.
Arrivai al
paese più a nord della provincia, dove mi incamminai verso l'obiettivo della
missione.
Il
direttore del “Monitore di San Pancrazio” (San Pancrazio era il paese più
piccolo e malfamato della provincia) mi accolse con calore; ma dopo convenevoli
da attore di teatro, mi mostrò freddo due bozze di copertina del mensile.
Il titolo
era identico. Un uomo che mantiene le promesse. La foto delle due
copertine era differente. Nell’una vi era Pappalardo,
nell’altra Paviglianiti.
Una
semplice immagine poteva spostare molti voti, e forse decidere delle elezioni.
Tutta la persona che mi stava di fronte, dalle sopracciglia agli alluci
esprimeva un profondo:
- “ed
allora?”
La missione
che mi era stata affidata era la più importante tra tutte ma anche la più
semplice. Tutto il resto lo ignoravo. Dissi semplicemente:
-
L’onorevole ha detto sì.
E tanto
bastò a dirimere la questione della copertina.
In più,
divenni magicamente un caro amico ed un ambito commensale per il pranzo (fino a
quel momento mi aveva lasciato in piedi).
- Non
voglio mancare di rispetto, ma ho molti altri appuntamenti.
Capisco ma
che peccato torni a farci visita altrimenti mi offendo.
Nel
pomeriggio commisi l’unico errore di tutte le missioni. Dovevo andare ad una
riunione in parrocchia, per promettere ai convenuti l’assunzione immediata ed a
tempo indeterminato al Calzaturificio Zucca, che la provincia stava per
rilevare (notizia falsa come poche).
Vidi una
chiesa e pensai che fosse l’unica del paese, in realtà il paese era davvero
microscopico e non riuscivo ad immaginare altre parrocchie.
La riunione
era già iniziata, e si parlava dello scandalo infinito delle pensioni
d’invalidità. Era una vergogna – diceva un tizio col volto rosso fuoco – che
non ne vengano più rilasciate. Io avevo fatto un imbroglio eccezionale e speso
molti denari, ed adesso a me chi me li restituisce i soldi?
Dopo questo
momento di alta politica, il discorso passò al calzaturificio, unica industria
del territorio, chiusa da un mese per fallimento malversazioni bancarotta e coi
dipendenti licenziati su due piedi e gli ex dirigenti latitanti ai Caraibi.
- Avete
sentito quella voce? Dicono che la vuole prendere la Provincia.
Vidi un
signore pronto ad intervenire, ma lo anticipai.
- E’
verissimo. E’ un impegno che l’onorevole si è assunto sul suo onore.
Queste
parole suscitarono un vivo stupore.
- Ma come,
io sapevo che era una menzogna
-
L’onorevole si è impegnato a…
Sul suo
onore, esclamai io, contento di essere al centro dell’attenzione di quella
numerosa platea.
- Ma lei
chi è? Disse il parroco? Io non la conosco
Questa
frase ebbe su di me l’effetto di un terremoto. Come? Poi, improvvisamente, mi
ricordai che San Pancrazio era un paese spaccato in due, metà con Paviglianiti metà con Pappalardo.
- Ci
sono due parrocchie, mi aveva detto il funereo segretario. Io… avevo inteso
parrocchie nel senso metaforico di partiti, gruppi, squadre, ed invece…
Avevo
confuso la parrocchia di San Teodoro con quella di San Brancaleo.
Ed ora rischiavo seriamente l’incolumità.
- Insomma,
lei chi è? Ripeté il parroco come se si rivolgesse a Satana in persona.
Poi, con
un’intuizione improvvisa:
- ho capito, lei è inviato da Paviglianiti
per seminare zizzania!
A quel
punto non mi restava che una vile ma necessaria fuga, e non avevo neppure
un’automobile. Alcune signore mi lanciarono addosso delle sedie in legno,
aggiungendo combinazioni di maleparole di cui
ignoravo l’esistenza, dei valorosi parrocchiani mi inseguirono per tutta la
discesa, ed un criminaloide mi venne dietro fin quasi
alla stazione, dove mi assestò un calcione e tornò indietro.
Con somma
gioia seppi che l’altra parrocchia era a due passi, arrivai un po’ in ritardo e
piegato in due dal dolore (cosa c’è dottore? Mal di schiena? Eh, con questo
tempo…) e riuscii a compiere la mia missione, ed anche a prendere l’orribile
accelerato delle 21, che presentava un insieme composito di tutti gli odori che
l’olfatto umano riesce a percepire.
***
La sera
arrivai a casa stanco ma anche soddisfatto di aver salvato la pelle. Un errore
era umano e comprensibile. Avevo una voglia incredibile – che sarebbe rimasta
tale - di una zuppa di pesce calda e di due parole da scambiare con mia moglie.
Sai mi è
successo questo, che paura in quel momento, sono stato bravo e veloce, avresti
dovuto vedermi, un vero atleta, mi ricordai di quando da ragazzo facevo le
corse campestri…
Invece mia
moglie stava per assopirsi, non aveva la minima intenzione di ascoltarmi.
Mi avvertì
che aveva detto a tutte le sue amiche che sarei presto diventato dirigente al
Comune o alla Provincia. Dunque, non potevo non diventarlo.
In caso
contrario… avrebbe… avrebbe…
Non riuscì
a concepire una adeguata minaccia. Si rigirò nel letto, dormendo subito di
gusto.
***
La missione
del venerdì si svolgeva a San Gerlandino Superiore,
mille anime in alta montagna, cinquecento anziani in attesa serena della morte
ed altrettanti prossimi partenti per l’Australia o la provincia di Vicenza.
La mia
missione consisteva nel parlare con Sindaco del luogo e promettere la
costruzione di un albergo cinquestelle ollinclusiv esclusiv etc. etc.
Quelle
definizioni mi erano state appuntate su un foglietto (rara eccezione! Di solito
le parole bastavano) e venivano ritenute tali da convincere senz’altro anche un
ottuso montanaro.
Il sindaco
mi invitò con cortesia a pranzo, specificò che pagava di tasca sua e mi
consigliò delle tagliatelle ai funghi di eccezionale qualità.
Gustando i
funghi davvero ottimi, ascoltai le parole sommesse del primo cittadino:
Dottore
carissimo, lei lo sa che in questo paese, abbiamo avuto un solo turista negli
ultimi cinquant’anni? Era un milanese a cui si guastò
la Lancia sulla provinciale qui di fronte, e che ospitai a casa mia…
- Ecco io,
vede, il turismo d’elite prevede una nuova mappa del mercato europeo…
(Mi avevano
avvertito che il sindaco era un poco duro di testa, quindi avevo con me
argomenti supplementari e – nel caso – la proposta B)
Mi guardò
con un espressione di totale e cosmica incredulità, dunque passai senz’altro
alla proposta B.
Si trattava
di far passare la nuova linea ferroviaria da San Gerlandino
Superiore, promuovendo la sua stazione dismessa
dal ’53 a fermata obbligatoria per i treni Intercity e deposito-officina-grandi riparazioni del distretto.
- Signor
sindaco, questa è una proposta realistica, basta la vostra buona volontà e
l’onorevole si farà in quattro…
Nella
realtà nemmeno un ingegnere psicopatico avrebbe concepito una tale deviazione,
che prevedeva lo sventramento della montagna e piloni di sostegno alti alcuni
chilometri.
Il sindaco,
per non deludermi, disse:
- Beh,
vedremo, ecco…
- Vede
dottore, il fatto è che mio nonno partì per l’Australia ed oggi mio figlio sta
facendo le valige per Breganze, in provincia di
Vicenza. Anche se facessero il treno, servirà solo a rendere più facili le
partenze…
Cominciavo
ad avere una mentalità paviglianitizzata, e
dunque pensai andando via che quel sindaco era davvero un montanaro zuccone e
che quel paese non aveva prospettiva.
Ben diversa
era la situazione di San Pancrazio, dove purtroppo dovevo tornare per la
missione del pomeriggio.
I
parrocchiani si erano lamentanti del mio arrivo in ritardo, e volevano
segnalarmi richieste e petizioni variegate.
Io annotai
ogni cosa diligentemente – c’era persino una signora che aveva lo zio emigrato
nel New Jersey e pretendeva un biglietto aereo per andare a trovarlo, in cambio
di una decina di voti – e appena sulla strada della stazione, gettai tutto nel
cestino dell’immondizia.
La regola
numero uno, mi aveva detto il Dracula-segretario, è
che le promesse le facciamo noi a loro. Altrimenti si inverte l’ordine aureo
dell’universo.
Conoscevo
quel paese come un luogo malfamato, che aveva dato i natali a briganti
stupratori e trafficanti di droga di livello internazionale, uno dei quali era
l’orgoglio del paese e – come nel padrino parte terza – era stato insignito
della cittadinanza onoraria con la banda che suonava all’impazzata ed il sindaco
con fascia tricolore “visibilmente commosso”.
L’esperienza
del giorno precedente – del resto – era stata abbastanza traumatica. Arrivai
alla stazione con un’ora di anticipo e la preoccupazione di sessanta minuti di
noia assoluta, per non parlare di un’eventuale ritardo che nessuno avrebbe
potuto preannunciarmi, perché la stazioncina era del
tutto deserta di ferrovieri e impiegati (c’erano solo viaggiatori) ed il
tabellone aveva cessato di funzionare da molti anni.
Mi sedetti.
Urla ferocissime annunciarono l’arrivo di tre delinquenti, sui 25 anni, che
arrivarono e si lanciarono su un tizio che aveva l’aria di essere lo scemo del
paese. Lo sguardo terrorizzato dell’uomo mi fece pensare ad un soccorso eroico,
ma il terrore che si dipinse negli occhi dei presenti e la stazza degli
energumeni mi suggerirono rapidamente di desistere.
E poi –
pensai assurdamente alla schiena rivoltata di mia moglie nel letto – stasera a
chi lo racconto?
I tre, che
parlavano tra loro e ridevano, si lanciarono in un gioco atroce che dovevano
fare di frequente. Presero la scarpa del poveretto, e si misero a correre,
inseguiti dall’uomo che inciampava zoppicava cadeva.
Dopo alcuni
minuti di sevizie, arrivò l’accelerato che andava in direzione opposta alla
mia. Lanciarono la scarpa in un finestrino abbassato. Trattennero l’uomo che
urlava, finché il treno partì.
Quindi lo
lasciarono, ed egli iniziò ad inseguire i vagoni gridando “trenooooo”.
Poi si mise
a camminare sui binari, e pensai al finale dei film di Charlie
Chaplin.
I tre
balordi non erano contenti del passatempo finito così presto. Nella stazione
tutti erano fermi e zitti, nessuno aveva il coraggio di parlare o andare via.
Io contavo
i secondi che mancavano all’arrivo del treno maledetto, e ben capivo che come
forestiero ero la prossima vittima di quello scherzo atroce.
Maledissi
il mondo intero, a cominciare da mia moglie, e - con mia sorpresa – arrivai a
bestemmiare, cosa che non avevo mai fatto.
Arrivarono,
come il destino volle, mi presero la scarpa ridendo, e mi ferì nel profondo che
nessuno dei viaggiatori si fosse mosso o avesse detto niente.
Non sapevo
cosa fare o dire, provai a dibattermi e spingere, ma un forte ceffone mi fece
abbandonare questa strategia.
Sapevo che
gridare non serviva che ad aizzarli, e dunque rimasi in perfetto silenzio, e
dunque resi la scena ancora più surreale, come in una pellicola dove l’audio è
difettoso.
Non
essendoci treni in arrivo, si contentarono di gettare la scarpa oltre il muro,
tra i rovi, guardandomi con sprezzo e ridendo di gusto della loro sciocca
bravata.
Andarono
infine via, ed uscii dalla stazione guardando con disprezzo i presenti, che
ancora rimanevano immobili. Fui freddo e risoluto.
Pensai che
l’unica cosa da fare era cercare un negozio. Fui fortunato, ed a pochi passi ce
n’era uno ancora aperto.
Contrariamente
alle mie attese, il negoziante non era per nulla sorpreso della mia scarpa
unica. Pensai che doveva essere uno spettacolo frequente.
Il prezzo
delle scarpe era molto buono, scelsi un paio comodo ed elegante.
- Del
resto, era tempo di cambiarle, mi dissi con ottimismo.
Arrivato in
stazione mi venne da vomitare. Per fortuna non c’era nessuno, tranne quei
pavidi che prima erano rimasti fermi, come del resto io prima con quel pover’uomo che magari ancora camminava lungo la rotaia.
Lanciando
un’occhiata furtiva sulle mie scarpe nuove, un tipo assunse un’espressione
facciale che la mia fantasia eccitata interpretò come un sorriso, e che
comunque spensi con un’occhiata assassina.
La sera non
dissi né pensai niente, non cenai, feci un sogno orribile, al mattino preso
vomitai e poi fui felice pensando che quello ero l’ultimo giorno di attività
infame.
Giurai su
quanto mi era più sacro (il sorriso di mia madre buonanima; i rigatoni alla norma;
il gol di Paolo Rossi al mondiale) che quello – comunque – sarebbe stato l’ultimo
giorno.
***
Paviglianiti aveva perso le elezioni per un voto.
Questa
orrenda sentenza creò un cataclisma in provincia, nella mia esistenza e nella
camera da letto, che mia moglie giurò di non voler più dividere con un fallito.
Anzi,
proclamò che la notte stessa mi avrebbe messo le corna con qualcuno del clan di
Pappalardo, e – perché no? Magari! – con Pappalardo stesso.
***
Nel momento
del fallimento totale, dopo tre giorni e tre notti passati nella segreteria
politica in mezzo ad una fauna umana disperata e inselvaggita,
mi vennero in mente quei tre delinquenti.
Avevo
pensato già prima di vendicarmi, ma non sapevo come; e parlarne a Paviglianiti mi avrebbe reso ridicolo (capì che in tanti
ragionavano così, e proprio per questo quei tre la facevano sempre franca).
Aprii la
mia discussione con un collega, così, per cambiare discorso. Era uno che aveva
battuto tutta l’estrema provincia meridionale, ma sapeva tutto di tutti. O
almeno più di me.
Raccontai
dei tre balordi e dello scemo e della scarpa, interrompendo il racconto al
punto in cui mio malgrado diventavo protagonista della vicenda.
Sono
rimasto impressionato dalla loro ferocia, dissi scandalizzato.
- Come si vede che non sei mai uscito dal paese, che hai vissuto nella bambagia
(questo tizio mi stava molto antipatico perché parlava sempre della bambagia,
forse da piccolo lo tormentavano con questo ritornello).
Mi spiegò
che i tre erano molto famosi, erano detti “le vacche sacre” perché godevano di
un’immunità totale pari a quella dei celebri bovini indiani.
- Pensa, una volta arrivarono a dare a fuoco al Municipio,
ed il sindaco disse che quelle bravate le avevamo fatte tutti da ragazzi.
- Un’altra volta tolsero i pantaloni al maresciallo dei
Carabinieri, e li portarono in trionfo per tutto il paese. Il maresciallo,
rosso come un peperone, invece di farli fucilare, disse che era una simpatica
ragazzata, ma era chiaro che potendo li avrebbe strozzati.
In fondo mi
è andata anche bene, pensai deglutendo ad ogni episodio che il perfido collega
snocciolava, soddisfatto del mio spavento crescente.
Come un
abile sceneggiatore, rivelò solo nel finale il motivo del loro eccezionale
“status giuridico”.
Il padre di
uno è morto in una faida, una decina di anni fa. Il padre dell’altro è multi-ergastolano all’Asinara, in una cella di sicurezza di
livello ultra-top.
Il padre
del terzo è latitante da quindici anni, si dice che sta in un casolare lì nei
pressi e controlla ogni illecito della zona, dai furti di pneumatici agli
appalti della superstrada.
***
Alla fine
il verdetto era chiaro. I mille ricorsi preannunciati si scontrarono con
l’evidenza dei fatti. Per un solo voto, Pappalardo
era presidente della Provincia.
Misteriosamente,
Paviglianiti se la prese con noi, dicendo che sarebbe
bastato un niente, un aggettivo più calcato, una promessa gonfiata, una puttana
regalata per una serata (diventava col tempo sempre più volgare e irrazionale)…
Concluse
che eravamo incapaci e falliti; ed a casa mi toccò ascoltare la stessa musica
dalla mia consorte in bigodini.
- Non ho più il coraggio di uscire di casa. Sono la moglie di un praticante di
uno studio. Abbiamo la Ford Fiesta
di seconda mano. Ti vesti come un sanfrancesco. Non
abbiamo i soldi per la mia pelliccia e la moglie dell’avvocato Pietrasanta mi ha detto che stanno per comprare la casa sul
mare per l’estate, una villetta deliziosa, ha detto.
E scoppiò a
piangere, inconsolabile.
***
Pappalardo
fu amazzato a colpi di fucile, “come un cane”,
scrissero i giornali senza pensare che era un’espressione insensata.
Tutti
pensarono, guardarono, ipotizzarono Paviglianiti come
mandante. Ma non c’era uno straccio di prova e l’inchiesta fu archiviata.
Le varie
voci dicevano che non aveva accettato in nessun modo la sconfitta. “Per un
voto! Non è leale, non è sportivo! Deve dimettersi e ricominciamo da capo!”.
Pappalardo
non volle saperne, ovviamente. E così – pensavano tutti ma nessuno lo diceva – Paviglianiti si auto-nominò arbitro della contesa.
In realtà,
nessuno poteva giurarci, perché Pappalardo aveva
preso impegni talmente irrealizzabili – un aeroporto intercontinentale, un
sistema intermodale elicotteri-tir, un torneo internazionale di tennis e cinque
squadre locali di calcio in un biennio in Serie A – e con gente talmente
pericolosa che la sua morte aveva una serie infinita di moventi.
Distrutto
dal dolore, vestito a lutto, compreso nel suo ruolo istituzionale, Paviglianiti pronunciò il suo primo discorso da presidente
della Provincia, dedicando la sua attività all’amico-rivale a cui – annunciò –
dedicheremo presto una via importante della città e la piscina nuova di San
Pancrazio Inferiore.
La mia vita
ricominciava. Mia moglie disse: vai e mettiti in fila.
In effetti,
la mia strategia di attesa immobile era suicida. Non solo gli innumerevoli suoi
clienti erano andati a presentare le loro cambiali, ma anche la folla di quelli
di Pappalardo.
Ognuno
alludeva pesantemente – senza mai dirlo chiaro – al fatto che Paviglianiti dovesse “adottare gli orfani”, anche in quanto
ipotetico mandante e comunque come sicuro beneficiario della morte del rivale.
Le varie
questioni erano impossibili da dirimere.
Io avevo
perso il mio lavoro. “Da quando sei entrato in politica”, mi dissero “non hai
più energie per il tuo ufficio. Devi scegliere”.
In realtà
loro avevano scelto, da tempo, perché il mio posto era già di un praticante
ventenne cui davano un quinto esatto del mio stipendio ed il doppio delle
incombenze.
***
Non avevo
più una lira. Mia moglie, con la puntualità di un orologio, ogni sera alle 19 e
30 erompeva in una sceneggiata piena di insulti e di ipotesi che ogni sera
erano più catastrofiche e degradanti.
-
Finirà che andrò a fare la serva. Farò la lavandaia. Andrò a fare la puttana.
Vivevamo
con i pochi soldi che mio fratello ci girava, accompagnando ogni assegno con un
“te l’avevo detto”, un sospiro ed un “ma perché non la lasci? E’ lei la tua
rovina”.
Un giorno
affrontò il discorso in maniera organica.
“In paese
tutti vivono con poco e si accontentano. In realtà, quelli che dicono di essere
gran signori hanno meno soldi di me, e sono tutti sotto strozzinaggio della zia
Peppina, quella strega. Vuoi forse fare questa fine?”
“Paviglianiti promette e promette, ma anche volendo non
potrà mai mantenere tutte le promesse. Oggi il suo problema è non fare la fine
di Pappalardo. Figurati se pensa a te!”.
Mio
fratello Placido era un grillo parlante irritante. Aveva sempre ragione. Non
c’era nulla da ribattergli e parlare con lui era del tutto inutile.
***
Entrai come
impiegato del comune esattamente un anno dopo. Avevo presentato domanda, entrai
in piena regolarità, avevo tutti i titoli a differenza dei 400 concorrenti, ma
tutti pensarono che l’intervento di Paviglianiti
fosse stato l’unico elemento che trasformava un disoccupato mezzo scemo in un
impiegato da due-milioni-al-mese e contributi, che
per me erano una fortuna mai vista.
In realtà,
l’intervento decisivo era stato quello congiunto della natura e della legge.
L’impiegato che sostituii era andato casualmente in pensione ed aveva liberato
un posto.
Nessuno dei
concorrenti aveva neanche il diploma di ragioniere, e quasi tutti lavoravano
saltuariamente come forestali.
Paviglianiti non aveva certo tempo e voglia di occuparsi di una vicenda per lui
insignificante. Girava voce secondo cui un pezzo da novanta gli aveva puntato
la doppietta, dicendogli che l’aeroporto internazionale si doveva fare, perché
tanta gente era stata impegnata, altrimenti…
***
Annunciai a
mia moglie la notizia sensazionale che cambiava le nostre vite.
Fredda come
il marmo, disse:
- Al comune? Ma come? Non ti aveva promesso di farti entrare
alla Provincia? Al Comune hanno uno stipendio da morti di fame! Almeno, da
domani cerca di diventare dirigente, anche se sei un fallito ed un buono a
nulla.
***
Da allora
sono successe molte cose. Come nei titoli di coda di una pellicola di una
volta, riassumo brevemente.
Sono
entrato in un meccanismo, una trappola senza uscita. Dovevamo avere più soldi,
confrontarci con i primi del paese. L’automobile da cambiare ogni anno, la casa
che si ingrandiva sempre più come un fungo parassita, e poi i viaggi, e la
seconda casa sul mare, abusiva ma deliziosa.
Finii per
rivolgermi pure io alla zia Peppina, come tutti, ma per fortuna le chiesi solo
la metà di quanto pretendeva mia moglie.
Per
restituirle i soldi, ed evitare di essere ammazzato, cominciai a fare come gli
altri, ed entrai nel giro delle tangenti, di cui tutti si disgustavano ma che
nessuno rifiutava.
Partecipai
alle battaglie campali per entrare nelle commissioni, pretesi esose mazzette,
fui corrotto oltre ogni limite e spietato.
Paviglianiti non proteggeva me ma tutto un sistema. Purtroppo fu ammazzato a colpi
di doppietta, sulla superstrada. Tutti dicevano che era per la storia
dell’aeroporto, che in nessun modo poteva essere realizzato in una zona dove
non arrivavano nemmeno le corriere e che ancora non conosceva il treno.
Paradossalmente,
fu ammazzato per l’unica promessa che non aveva mai fatto e che aveva rocambolescamente ereditato dal rivale.
Con la sua
morte, sono cambiati molti equilibri, anche alla Procura della Repubblica. I
nostri imbrogli erano paesani ed ingenui, e fummo subito scoperti, ed usati
come capri espiatori di dirigenti e politici che sciolsero i loro corrotti
gruppi consiliari e si allearono nella “Lega degli Onesti”, che oggi ha il 70%
dei voti.
Dopo il mio
arresto e la conseguente rapidissima condanna, mia moglie si è subito
trasferita a casa del dottore Forestiero, che era rimasto vedovo.
Mio
fratello Placido – l’unico che viene a farmi visita a patto però di evitare i
“te l’avevo detto” – mi ha riferito che Forestiero ha preso il mio posto anche
come vittima, ed i vicini ogni sera sentono le urla di lei, ormai vecchia come
una strega, che gli rinfaccia i debiti.
-
Ma come hai venduto la barca alla zia Peppina! E io che ti credevo un gran
signore! Invece sei un povero fallito!
Qui tutto
sommato sto bene. Mi manca qualche anno ancora, e poi non so veramente che
fare. Magari andrò al capoluogo e cercherò un ufficio, in fondo tutti hanno
bisogno di un ragioniere.
Qui il
tempo mi passa in fretta. Ho imparato a scrivere, ed ho scoperto che mi piace e
mi fa stare bene.
Ho scoperto
anche il cinema, mio fratello riesce a trovare con grandi sforzi cassette
impossibili che gli commissiono.
Mi sono
appassionato al cinema muto americano, ed ho deciso di vedere i primi film dei
maggiori autori: Chaplin, Laurel
e Hardy, Buster Keaton, i fratelli Marx.
Perché il
cinema muto? Perché sono costretti ad esprimersi con i gesti, gli occhi, le
parole, le musiche. Quando proprio non ce la fanno, mettono un cartellone con
poche parole. Così si vedono solo parole importanti, non casuali, scelte con
cura.
Nel nostro
mondo ci sono troppe parole casuali.
E perché i
primi film di ognuno, diciamo i primi quattro? Perché sono quelli in cui ce la
mettono tutta, in cui ancora non sono nessuno e devono dimostrare di essere
bravi, più bravi degli altri. Non danno nulla per scontato e non prendono in
giro il pubblico con trucchetti.
E neanche
sé stessi, come spesso facciamo noi.