Un libro sui processi di criminalizzazione degli immigrati in Italia. Storie di vita, percorsi carcerari e l`oscillazione tra mercati legali ed illegali. Una attenta analisi della legislazione italiana in materia d`immigrazione e dei suoi effetti perversi sulla vita delle persone. Il mito degli immigrati "buoni" e di quelli "cattivi": una finzione utile alla creazione di forza lavoro ricattabile.
Inizierò notando che il testo di cui discutiamo appare oltre modo articolato e si presta ad essere analizzato da differenti prospettive. L`autore presenta uno studio empirico sulla criminalità degli immigrati, innanzitutto. Ma quel che egli ci propone è anche un libro che mira a verificare l`applicabilità alla fattispecie italiana di molte teorie classiche in materia di devianza e che recupera, con fare genealogico, autori e approcci con cui la letteratura nazionale dedicata al tema trascura spesso di confrontarsi. Ancora, Sbraccia realizza una indagine estremamente interessante dal punto di vista del metodo e, nel fare questo, solleva importanti questioni tecniche che interesseranno probabilmente i lettori attratti dai problemi della ricerca qualitativa. In breve, mi sembra che ci troviamo dinanzi a un`opera che, pur non facendo mai dubitare della propria organicità, possa anche essere letta “a pezzi`, rivolgendosi così ad una variegata platea di specialisti.
Più in dettaglio, il libro affronta la difficile questione dei “processi di criminalizzazione`, ovvero di quelle combinazioni di fattori e determinanti che, ad un livello generale, conducono ad una sovrarappresentazione degli stranieri in carcere e, ad un livello individuale, producono nel tempo esiti e “carriere` criminali. In modo “classico` – sarebbe a dire, impiegando suggestioni prevalentemente chicagoane – l`autore affronta la questione a partire dal problema della selettività operativa delle agenzie di controllo e da quello della crisi delle forme di reciprocità interne ai gruppi nazionali; ma nello stesso tempo egli non manca di analizzare la struttura dei mercati locali del lavoro così come le pratiche forzate di affiliazione degli individui a gruppi potenzialmente criminali.
L`analisi, che non rimane mai su un piano astratto e che, anzi, fa costante riferimento a dati di prima mano, si avvale di una massa numericamente e qualitativamente consistente di contributi teorici. Sbraccia fa infatti largo impiego di suggestioni provenienti da una miriade di fonti classiche e contemporanee, anche se il centro dell`analisi è probabilmente costituito da stimoli facenti capo alla tradizione “ambientalista` di Chicago, alle teorie dell`apprendimento di Sutherland e Cressey, a quelle delle “opportunità` di Cloward e Ohlin, sino ai più recenti studi sulla “giustizia attuariale`, ai contributi di Massey e Denton e agli studi “neo-coloniali` sul sistema penale (Tatum in primis).
Per quanto ciascuna delle sopramenzionate questioni trattate dall`autore (selettività delle agenzie di controllo, ruolo dei mercati del lavoro nel generare percorsi devianti, etc.) meriterebbe ampio spazio in sede di recensione, mi sembra che il problema più rilevante affrontato da Sbraccia sia rappresentato dal suo tentativo di rovesciamento teorico della less eligibility, ovvero della “minore preferibilità del crimine` così come la si ritrova formulata nel classico testo di Rusche e Kirchheimer su Punizione e Struttura sociale.
In altri termini, Sbraccia suggerisce e prova a dimostrare che i lavori leciti (regolari o irregolari) sono in generale meno preferibili rispetto alle attività criminali, nonostante il prezzo da pagare sia elevato e comprenda, oltre alla possibile incarcerazione, anche l`espulsione. Come dichiara lo stesso autore, l`ipotesi non si rivela sostenibile in assoluto, dacché i percorsi biografici studiati sono caratterizzati da una elevata ambivalenza e, soprattutto, alternano regolarmente fasi di illegalità a periodi di integrazione nell`economia legale. Tuttavia, non si può neanche dire che l`ipotesi sia del tutto falsificata dalla esperienza degli individui contattati.
Ad ogni modo, quel che interessante di questa lunga analisi dell`autore è il processo di ricerca e descrizione e il modo in cui riesce a tenere connessi il momento descrittivo e quello teorico. Da quest`ultimo punto di vista, il libro è efficace nel demolire due tipologie implicite nel discorso comune sull`immigrazione: quelle che distinguono, grossomodo, tra immigrati “funzionali` (lavoratori) e “disfunzionali` (criminali). Il testo mostra infatti come i percorsi legali e illegali si sovrappongono e a ben pochi immigrati è permesso di essere interamente disfunzionali o funzionali (in ragione, se non altro, della legislazione in materia migratoria, che induce la quasi totalità degli immigrati ad attraversare periodi di clandestinità e, dunque, di disfunzionalità formale).
Circa il “materiale` impiegato, Sbraccia si avvale di 33 storie di vita condotte in vari carceri e Centri di Permanenza Temporanea, oltre che dei dati raccolti nel corso di alcune ricerche etnografiche condotte a Padova e nel trapanese. Dal punto di vista metodologico, risultano estremamente interessanti le riflessioni di natura tecnica, vertenti sul processo di collezione di interviste in profondità in ambienti controllati come i centri di detenzione. Anche in questo caso, l`autore fa riferimento a una vastità di opere metodologiche ed epistemologiche, ma è abile nel produrre una meta-analisi che sarà certamente apprezzata da chi deve condurre ricerche in ambienti analoghi. In generale, possiamo qui menzionare il fatto che tra i tanti approcci biografici possibili (per esempio, di matrice “realista`, “neo-positivista`, “narrativo`, etc.) l`autore sceglie di adottarne uno fondato sulla causazione (definito researched life stories).
Il processo prescelto fa essenzialmente leva sulla scomposizione tematica delle singole biografie, la comparazione, la ricerca di elementi confermativi delle ipotesi guida e l`eventuale riconsiderazione di queste ultime, attraverso un processo di critica interna. Sintetizzando, mi sembra che la sostanza della questione epistemologica sollevata da Sbraccia consista nella relazione tra caso tipico e conoscenza sociologica o, se si preferisce, nel rapporto tra auto- rappresentazioni biografiche e conoscenza scientifica. Che convincano o meno, le riflessioni porte sono estremamente approfondite e appassionate e conferiscono uno spessore teorico ulteriore.
In conclusione, mi sembra che il libro in oggetto si riveli un eccellente contributo sotto diverse prospettive. Soprattutto, si rivela un libro “civile`, che tratta con coraggio un tema assai delicato per le implicazioni politiche ed umane che comporta, e che prova a spezzare molte visioni comuni, mostrando, per dirla con Bourgeois, che la scienza sociale può certamente essere un “luogo di resistenza` e coltivare ancora ambizioni elevate.