Una viaggio tra le due sponde del Mediterraneo lungo le rotte dei viaggiatori di ieri e di oggi, di donne e uomini che cercano un futuro e trovano una barriera di acciaio e pregiudizio, alla mercè di poliziotti crudeli, feroci carcerieri e accordi internazionali criminali, come quello tra Italia e Libia. Per scoprire che nel terzo millennio il mezzo ultimo per la gestione delle migrazioni è il bastone. E che essere poveri è il peggiore dei delitti
Skype e bastonate. Le migrazioni in presa diretta
I manganelli. Ecco i protagonisti delle narrazioni dell’ultimo libro di Gabriele Del Grande. Sono gli strumenti che in ultima analisi rendono efficaci le politiche migratorie da un lato e dall’altro del “mare di mezzo”. Non i fantasmini e gli arcobaleni degli spot antirazzisti, né i sorrisi degli operatori dell’accoglienza, tanto meno le buone intenzioni di chi predica l’integrazione. E neppure dichiarazioni cattive dei leghisti o i manifesti che invitano alla discriminazione. Tutta roba lontana dalla realtà, che è un’altra, ed è lontana dagli uffici delle redazioni. Si può cogliere camminando tra le campagne calabresi quando è ancora buio, scattando di nascosto fotografie nei campi di detenzione libici, sfuggendo ai controlli della polizia segreta tunisina, usando gli strumenti offerti alle masse dalla tecnologia.
Un altro protagonista, infatti, è Skype. Per chi non lo sapesse, è il programma che permette di telefonare da un capo all’altro del mondo, con il computer e senza essere intercettati. Lo usa Del Grande per comunicare a costo zero in Africa, con i reclusi di Lampedusa o in un CIE del Friuli. Lo usano i migranti per avere in tempo reale notizie del mondo che sognano o della casa che hanno lasciato. E’ una questione puramente generazionale. Scordatevi le storie delle parabole che raccontano un paradiso fatto di telequiz. Le nuove generazioni si scambiano in tempo reale le difficoltà e i dettagli, tutti i giorni, in chat. Oppure usano gli occhi. Guardano prima le proprie abitazioni di fango, quindi le case in muratura degli italiani, quelli che tornano ogni estate a sfoggiare l’automobile nuova. Come a Tatun, una cittadina formalmente in Egitto, nei fatti estrema periferia di Milano: “Le parabole erano puntate sui notiziari di Aljazeera e sui videoclip dei cantanti libanesi più sexy. Il sogno non veniva dal piccolo schermo. Il sogno era reale, camminava per strada con il sorriso sulla bocca. Partire significava diventare qualcuno. E a partire non erano i più disperati. Ma casomai i più ambiziosi”.
Le bastonate, dicevamo. Sono un mezzo ordinario delle politiche migratorie. Le usano i poliziotti libici per la gestione dell’ordine, per soddisfare il loro sadismo, per dimostrare di essere utili al regime, per sollecitare le mazzette. Ma fanno lo stesso soldati e poliziotti italiani per sedare – quando le somministrazioni massicce di psicofarmaci non bastano - le tante rivolte nei CIE, scoppiate solo perché decine e decine di uomini non hanno sopportato l’idea di sei mesi di prigione senza reato.
Una della lunga serie di storie che sorprendono per la loro fisicità. Il sangue dei pestaggi per opera delle varie forze di polizia. Le lacrime isteriche dei pescatori siciliani indecisi tra il salvataggio in mare e i guai che seguiranno con la Guardia Costiera e il tribunale di Agrigento. Il sudore del cammino lungo le piste carovaniere che portano in Europa. E braccia spezzate, violenze sessuali, mozziconi di sigaretta sulla pelle. Il retrobottega impresentabile del Parlamento italiano devoto alla sicurezza, degli accordi da tenda nel deserto con regimi autocratici del Nordafrica, il retroscena delle carriere politiche nate vomitando suoni gutturali nei parchi silenziosi del varesotto.
Il libro non parla di astrazioni ma uomini e donne in carne e ossa. Diventa una trama di storie: dal Burkina Faso a Rosarno, dove i raccoglitori di arance non sono gli schiavi raccontati da inviati senza fantasia ma eroi disposti a lavorare duro. La Libia dei campi dell’orrore seguiti, finanziati e fortemente voluti dall’Italia. La Tunisia del regime amico di Ben Alì, dove anche raccontare la rivolta dei lavoratori delle miniere di Redeyef può significare l’espulsione dal paese. L’Italia dei CIE e delle ribellioni contro la detenzione senza motivi: i rimpatriati sono meno di un terzo, tutti gli altri dopo sei mesi diventano cittadini illegali. L’Italia dei centri, come quello di Cassibile, dove associazioni e consorzi pagati per accogliere chi sfugge alle guerre gonfiano fatture e offrono ospitalità su materassi gettati per terra. O come quello di Lampedusa, andato a fuoco per i deliri da segregazionista del ministro Maroni.
Un libro che diventa anche un’accusa indiretta ai media. Come dire: ‘dove eravate?’ A raccogliere dichiarazioni scontate, a chiedere ‘cosa si prova?’, a indagare ‘siete razzisti?’, a fare copia – incolla dell’ennesima agenzia? “In Italia un quotidiano nazionale può permettersi di chiedere un articolo senza pagarti” protesta Del Grande. “Oppure di copiarlo, oppure di pubblicare una foto senza nemmeno avvisarti. Magari rinfacciandoti di essere giovane fino a quarant’anni”.
Infine due storie importanti, perché diverse dalla solita retorica della disperazione, di un’umanità senza volti e volontà, dei viaggi della speranza. Quella di Ikram, che rischia la pelle e trova la morte semplicemente per andare a sposare Christelle, una marsigliese conosciuta via computer dall’altra parte del mare e sognata in due anni di fidanzamento via chat. Paga 500 euro, dieci anni di risparmi di lavori saltuari che non bastano a evitare lo speronamento da parte di una motovedetta militare che affonda la sua barca trasformandolo in uno dei tanti fantasmi che popolano le acque del Mediterraneo.
E infine le parole del comandante Zenzeri, pescatore tunisino protagonista di una kafkiana vicenda giudiziaria che doveva servire da monito a quanti difendevano la civiltà tra Africa ed Europa. Ha salvato insieme al suo equipaggio quarantaquattro naufraghi, li ha portati – secondo il diritto di navigazione – al porto più vicino, che per disgrazia era Lampedusa. Una messa in scena, dice la giustizia italiana. Ma il tribunale lo assolve dopo tre anni dall’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, mantenendo però una condanna per “resistenza a pubblico ufficiale”, ovvero le navi da guerra che gli avrebbero intimato di non attraccare. A questo si aggiunge un mese di carcere e la sua barca distrutta da tre anni di sequestro all’aria aperta nel porto vecchio di Lampedusa. “Tornando indietro avrebbe rifatto tutto allo stesso modo, anche se gli fosse costato dieci volte tanto. La solidarietà non poteva essere reato. Era la legge del mare”.