Memoria
dello Tsunami: diario da Sumatra
La terribile tragedia
dello tsunami ha provocato la più grande gara di solidarietà nella storia
umana, ma ha messo anche in evidenza gravi contraddizioni: dal tentativo dei
militari (locali e nordamericani) di “conquistare i cuori e le menti” alle
tante improvvisate organizzazioni umanitarie fino ai tentativi di
strumentalizzazioni delle parti in conflitto.
Sullo sfondo, un
dramma inspiegabile ed immenso, nonostante i tentativi consolatori degli imam.
Una testimonianza diretta dall’Indonesia.
“Piu’
vado avanti negli anni, piu’ mi sembra che Bosch, Bruegel e,
con
un raggio di pieta’ che ad essi manca,
Rembrandt,
siano i soli ad avere visto il mondo quale e’:
la
sua durezza, la sua oscenita’e, la dove esistono,
la
tragica fragilita’ della innocenza e della bellezza”
Marguerite
Yourcenar, Memorie di Adriano
Isabella Castrogiovanni, Marzo 2005
Non e’ facile trovare il tempo e lo
‘spazio” per scrivere, qui a Banda Aceh. E questo
non solo perche’ si lavora, ininterrottamente, dalle sette del mattino a tarda
sera. Ma, anche, forse soprattutto, perche’ la mente e’ affaticata, ingombra di
pensieri, quasi offuscata dalla visione costante di ruderi, macerie, corpi
riesumati, montagne di rifiuti, fango, fumo, tendopoli, campi di sfollati. Se a
tutto questo, poi, si aggiungono le battaglie quotidiane contro le tante
storture della elefantiaca macchina umanitaria, il caldo e l’umidita’
soffocante, le continue scosse di terremoto...
Non e’ facile scrivere, dicevo. O, almeno, non lo e’ per
me. E’ come se la mente non riuscisse a trovare spazi e tempi per fermarsi.
Per rallentare, per pensare cose altre rispetto al frenetico alternarsi della
attivita’ lavorative quotidiane. Proviamo.
Banda Aceh, punta estrema dell’isola di Sumatra, una delle
piu’ grandi dell’intero arcipelago Indonesiano. Chi e’ stato qui prima del
disastro ricorda spiagge bianche, paradiso dei surfisti piu’ avventurosi,
barriere coralline incontaminate, macchie verdissime di palme da cocco, risaie
lussureggianti. Ma quello che si vede oggi non ha piu’ nulla a che fare con
quei ricordi. In gran parte degli uffici governativi si vedono affisse immagini
satellitari del prima e del dopo tsunami: geografie diverse, luoghi
irriconoscibili. Il terremoto e la successiva onda anomala
hanno letteralmente spazzato via tutto. Lo tsunami, arrivato
all’improvviso dall’oceano quella infernale mattina del 26 Dicembre scorso, ha
travolto tutto, senza pieta’: persone, case, negozi, interi villaggi.
Qualche cifra: a Calang, principale centro urbano nel
distretto di Aceh Jaya, costa occidentale di Sumatra, su 6,000 abitanti
registrati prima dello tsunami ne sarebbero sopravvissuti solo mille. Nella
sola provincia di Aceh si contano ormai piu’ di 200,000 morti, di cui almeno il
40% bambini. Nel distretto di Aceh Besar, nord Sumatra, ho incontrato un
vecchio pescatore, unico sopravvissuto di un intero villaggio. Aveva perso
tutto. Inclusa la sua famiglia. Solo a Banda Aceh, capolougo della provincia,
gli uffici governativi hanno perso 2,000 impiegati su un totale di 5,000. Il 90% degli edifici governativi e’ stato distrutto o gravemente
danneggiato, molti uffici sono innaccessibili. A quasi tre mesi dal disastro, la
maggior parte dei servizi pubblici e’ ancora affidata ad ONG ed agenzie
internazionali. Secondo dati delle Nazioni Unite, ci sarebbero circa 400,000
sfollati interni, di cui almeno due terzi alloggiati in tende, in quelli che
qui vengono chiamati spontaneous settlements, cioe’ campi di fortuna messi
su dalla popolazione nei giorni immediatamente successivi al disastro con tende
fornite da varie agenzie umanitarie e dal TNI (Tentara
Nasional Indonesia), l’esercito indonesiano, fra i primi a fornire
assistenza ai sopravvissuti dello tusnami.
Prima e dopo
Before and after, tutto qui ad Aceh si misura sulla base
di questa dicotomia. Per le agenzie umanitarie e’ il punto di riferimento
indispensabile per la programmazione degli interventi di emergenza, cosi come
per la ricostruzione. Si compilano liste, si confrontano i dati: quante scuole
c’erano prima dello tsunami e dopo, quanti studenti sono
sopravvissuti, quanti insegnanti, quanti ospedali, quanti medici, quanti
funzionari governativi.
Before and after. Fredde
statistiche, numeri a confronto. Ma quella stessa dicotomia per gli
abitanti di Aceh ha, inevitabilmente, tutt’altro peso: il dopo tsunami
significa la perdita di decine di persone care, la scomparsa di una intera
famiglia, una casa totalmente distrutta, la perdita del lavoro. Insomma, il ground
zero.
Nella mia memoria, il dopo-tsunami si e’ impresso,
indelebilmente, attraverso il tragico racconto di una madre che ha perso il
proprio bambino, quella mattina del 26 Dicembre, dopo averlo tenuto stretto per
i capelli nel tentativo disperato di strapparlo alla furia di quell’onda. E di storie cosi, purtroppo, se ne sentono molte a Banda Aceh.
Ed e’ inevitabile chiedersi come facciano i sopravvissuti ad
andare avanti. Dove trovano il coraggio, l’energia, la forza per continuare?
Per ricominciare, da zero? Una sera ho chiesto ad una collega locale di
accompagnarmi in uno dei tanti campi di sfollati nella periferia di Banda Aceh.
Volevamo vedere cosa succede quando i riflettori si spengono, quando gli
operatori umanitari si ritirano nelle loro guest houses ed i campi tornano ad
essere abitati solo dalla gente di qui, da quelle migliaia di persone che hanno
perso tutto, in poche ore. Ed e’ stata una esperienza durissima. Sotto le tende
fa un caldo terribile, anche di sera. Il livello di umidita' e' davvero
insopportabile. Fai fatica a respirare, a muoverti. Eppure vedi
che la gente va avanti lo stesso: le donne lavano i panni, i bambini giocano e gridano,
gli uomini discutono in circolo vicino alla moschea. La
"normalita'". Ma cosa si prova a vivere in un campo di sfollati,
venti persone per tenda, senza nessuna privacy, senza alcun progetto per il
futuro? A cosa pensa questa gente? Cosa sogna?
Dal punto di vista umanitario ho visto situazioni piu’
drammatiche: il Rwanda, per esempio, con le sue infernali prigioni, le
centinaia di fosse comuni, i campi profughi infestati dal colera. Mi viene da
pensare che in tempi di guerra i civili si “abituino” gradatamente agli orrori,
alla violenza, alle privazioni, alla perdita di persone care. Il
grado di sofferenza e’ immenso ma piu’ dilazionato nel tempo. Forse. Ma di fronte ad un disastro naturale dell’entita’ dello
tusnami, che stravolge la vita nello spazio di poche ore, come si fa a
mantenere un equilibrio, a non scoppiare dal dolore?
Quella sera ho parlato con un ragazzino di 12 anni: era solo
in quel campo di sfollati, nessun membro della sua famiglia e’ stato trovato
vivo. Per un brutale gioco del destino era lui l'unico sopravvissuto. Quando la terra ha smesso di tremare, lui e' riuscito a correre piu'
veloce degli altri. Piu' veloce di quell'onda. Adesso e' vivo, ma parla a
stento e l'unico pensiero che riesce a formulare e' che vuole tornare a scuola
e vuole una famiglia che si occupi di lui. Lo sguardo fisso nel vuoto.
Mi dicono che da quel 26 Dicembre non vuole piu' vedere l'acqua. Devono lavarlo
con un panno umido. Anche la doccia gli fa paura. E allora mi torna in mente
quel pensiero cupo: come si fa ad andare avanti?
Il volere di Allah
Qualcuno mi ha spiegato che e’ la profonda fede a dare
forza agli abitanti di Aceh, una provincia in cui l’Islam e’ da secoli
profondamente radicato. Forse. Allah Akbar, Allah e’ grande, mi ripetono
in molti.
“E’ il volere di Allah. Non possiamo farci nulla. Dobbiamo
ricominciare, ricostruire le nostre vite. Tutto questo forse ha un senso e ci
saranno giorni migliori. Basta mantenere la fede”. Cosi mi dice
Ryan, il mio traduttore. Ryan ha 20 anni, studiava lingue all’Universita’ di
Banda Aceh e sognava di fare l’insegnante di inglese.
La sua casa e' stata gravemente danneggiata
dal terremoto. Poi sono arrivati anche l'acqua ed il
fango ed hanno spazzato via tutto. Eccetto la sua famiglia. Non e' morto
nessuno. In ufficio, il mio tavolo e' proprio di fronte a quello di Ryan. Ogni
volta che alzo lo sguardo dal computer lui sorride. E
questo mi fa stare bene. Mi colpisce la sua allegria in un posto in cui
di allegro non c'e' proprio nulla. Io non ho, come Ryan, una fede che mi aiuti
a comprendere le tante tragedie del mondo, ad alleviare la dimensione umana del
dolore. Pero’ mi piace immaginare che Ryan sia il mio "angelo
custode", qui, a Banda Aceh.
Dopo il disastro, il complicatissimo processo di
ricostruzione. Ed anche in questo caso si fa una fatica immensa a capire cosa
succede, chi fa cosa, dove, con quali risorse, con quali obiettivi. La risposta
della comunita’ internazionale alla tragedia asiatica e’ stata senza precedenti
nella storia delle emergenze umanitarie. E, questo, di certo, e’ incoraggiante.
Fra Gennaio e Marzo si contavano almeno 2,000 operatori
umanitari fra organizzazioni non governative ed agenzie delle Nazioni Unite, la
maggior parte dei quali concentrata a Banda Aceh.
Sino a meta’ Marzo le ONG operative ad Aceh erano circa 200.
Sono cifre vertiginose se si pensa che prima del Dicembre 2004, quando tutta
Aceh era off-limits per giornalisti ed organizzazioni internazionali a
causa di un trentennale conflitto interno, c’era al massimo una decina di
operatori umanitari nell’intera provincia.
Il risultato di questa massiccia presenza internazionale e’
un labirinto inestricabile di programmi, progetti, banche dati, piani per la
ricostruzione Si costituiscono gruppi di lavoro, sotto-gruppi, comitati per il
coordinamento. Alla fine ti accorgi, con un certo sgomento, che siamo sempre
gli stessi, ci incontriamo ad un meeting la mattina e poi di nuovo il
pomeriggio e la sera. Sempre di corsa, sempre affannati.
A volte penso che dobbiamo apparire anche un
po’ goffi alla gente di qui: con le nostre pesanti cartelle pieni di documenti,
le nostre agende cariche di impegni, la nostra fretta, le fronti matide di
sudore, il fiato corto.
Lo sgomento aumenta quando, un giorno, scopri
che accanto alle tante organizzazioni serie ed affidabili, da MSF, al Comitato
Internazionale della Croce Rossa, Oxfam, UNICEF e via dicendo, siedono anche i
rappresentanti della International Scientology Association, l’organizzazione
degli “Scientologi”. Proprio accanto a te.
E ti chiedi: ma cosa ci fanno ad Aceh,
provincia profondamente musulmana, gli scientologi? Chi li ha autorizzati ad
entrare in Indonesia? E perche’ partecipano ad una riunione di coordinamento
sugli interventi di protezione dell’infanzia? Chiedi, fai qualche domanda. E
loro, con grande disinvoltura, ti rispondono che sono li per fornire assistenza
psico-sociale o, per essere piu’ professionali trauma recovery, ai
sopravvissuti traumatizzati dallo tsunami, inclusi i bambini, attraverso
tecniche di “massages dianetique”, me lo dicono proprio cosi’, in
francese. Ma che vuol dire?
Come se non bastasse, ti capita anche di
ascoltare le idiozie di una piccola ONG francese "4x4 Sans frontières"
o qualcosa di simile, che ha in progetto di creare un villaggio per il turismo
solidale in un distretto di Aceh in cui esercito indonesiano e ribelli si
sparano ancora! Gli operatori sono giovani, pieni di entusiasmo e, sicuramente,
in buona fede. Ma come si fa a concepire un progetto del genere in una
zona di conflitto? E’ talmente paradossale che viene quasi da ridere. Welcome
to the humanitarian circus. Verrebbe da dire, cinicamente.
A queste improbabili agenzie internazionali
fanno eco certe organizzazioni locali, come il radicale Indonesian
Mujahideen Council o l’ancora piu’ estremista Islamic Defenders Front
che, oltre a distribuire vestiti e cibo agli sfollati, offrono “guida
sprituale” e spediscono ad Aceh volontari per tenere sotto controllo le azioni
ed i comportamenti delle migliaia di stranieri. Per evitare, si dice, che
corrompano lo spirito e le menti della popolazione locale, devota all’Islam. Deliri
paranoici o allarmanti segni di estremismo islamico anti-occidentale? E se,
poi, avessero anche ragione a temere il contatto con gli occidentali?
Al largo della costa nord ovest di Sumatra
e’ anche approdata la Mercy: una grande nave della marina militare americana che offre soccorso
medico ed accesso gratuito ad un sofisticato ospedale di bordo con 20 posti
letto (quasi sempre vuoti). Mi chiedo quanto costi agli Stati Uniti tenerla li.
Il personale e’ molto qualificato e con sincere (immagino) motivazioni umanitarie.
Ma non puoi fare a meno di chiederti perche’ si debba usare una nave da guerra
per i soccorsi umanitari.
Conquistare i cuori e le menti
La commistione fra strutture e personale umanitari, da una parte, e militari, dall’altra, si fa sempre piu’
intensa nelle situazioni di emergenza. E questo non facilita di certo il lavoro
delle agenzie umanitarie. I rischi aumentano e l’operatore umanitario diventa un
bersaglio, per chiunque si opponga agli interventi esterni in una situazione di
crisi, cosi come puo’ esserlo un militare.
Ma per i militari e’, al contrario, una
ottima opportunita’: to gain hearts and minds, conquistare il cuore e la
mente delle popolazioni locali in situazioni di catastrofe naturale o conflitto
armato. E’ questo il nuovo mantra degli eserciti. Se ne parla in
Afghanistan, in Iraq e adesso anche in Indonesia. E di certo non e’ un caso
che, proprio a seguito della massiccia ed efficente mobilitazione “umanitaria”
dell’esercito americano ad Aceh dopo lo tsunami, il Ministero della Difesa
statunitense abbia riavviato ufficialmente la cooperazione militare con il
governo Indonesiano...
Mi capita spesso di chiedermi cosa pensino
gli abitanti di Aceh di noi. I nostri “beneficiari”. Come ci vedono?
Cosa pensano del nostro lavoro, delle nostre burocrazie, del nostro
stile di vita? Provo spesso un grande disagio, di piu’, una grande rabbia,
quando metto a confronto la nostra lentezza negli interventi, soprattutto
quelli legati alla ricostruzione, a fronte della immensita’ dei bisogni di
questa gente. Sono impaziente, mi sembra che con il livello di risorse
finanziarie ed umane disponibili si potrebbe, si dovrebbe, fare di piu’ e piu’
velocemente. Poi mi rendo conto che non e’ cosi’ facile, che
la volonta’ di agire e le risorse esistono, almeno questa volta, ma che gli
ostacoli sono sempre tantissimi ed i processi di ricostruzione,
inevitabilmente, lenti e complessi.
Prendiamo, per esempio, la questione del mercato del lavoro.
La prima cosa che viene in mente e’ perche’ non rifornire subito i pescatori di
Aceh di barche e reti per rilanciare l’attivita’, creare reddito e consumi?
Un intervento semplice, veloce. In realta’, non e’ cosi’
facile: dove vendere il pesce quando non esistono piu’ mercati, come
trasportarlo, dove trasportarlo, come mantenerlo fresco? Interi
villaggi di pescatori sono stati distrutti e con loro strade ed infrastrutture.
Insomma, le barche e le reti non bastano.
Anche per chi viveva di agricoltura bisognera’ inventare qualcos’altro: le
risaie limitrofe alla costa sono state travolte dall’acqua salmastra e dal
fango portati dallo tusnami ed il terreno non e’ piu’ coltivabile. Non
nell’immediato futuro, almeno. E riconvertire pescatori ed
agricoltori in altro non e’, di certo, impresa facile. Cosi’, per il momento, l’unico
modo per acquisire reddito e’ far parte del programma cash for work dell’UNDP,
l’organizzazione delle Nazione Unite per lo sviluppo: 30,000 Ruphias al giorno,
3 dollari circa, per ripulire la citta’ dalle montagne di detriti causati dal
terremoto e dallo tsunami.
La ricostruzione, si sa, e’ poi sempre un grosso business.
Alla conferenza dei paesi donatori a Jakarta si e’ parlato di 4,5 miliardi di
dollari per progetti di ricostruzione da avviare nei prossimi 5 anni. Una
sfida immensa. Ed in questo caso non dovrebbero essere solo le idiosincrasie e
le competizioni fra le varie agenzie internazionali a preoccupare i donatori.
L’Indonesia, sin dai tempi del regime di Suharto, e’ tristemente nota per
l’altissimo livello di corruzione.
Dalla fine degli anni ’90, il paese figura fra i 25 stati
piu’ corrotti al mondo, secondo le stime della organizzazione Trasparency
International. Secondo una inchiesta di Newsweek il governo di
Jakarta avrebbe gia’ assegnato, in base a procedure d’emergenza, ossia senza gara
d’appalto, dei contratti per la costruzione di baracche per gli sfollati di
Aceh a quattro imprese di costruzione statali, notoriamente note per l’assenza
di trasperenza ed il livello di corruzione. Cosi’ e’ probabile (ed auspicabile)
che la maggior parte dei fondi stanziati per la ricostruzione venga affidata
alle agenzie internazionali, sotto il coordinamento delle Nazioni Unite,
piuttosto che al governo di Jakarta. Ma anche questo ha un prezzo: gli alti
costi operativi delle agenzie internazionali.
Intanto, il governo indonesiano si
organizza. I meccanismi di coordinamento dell’emergenza e della ricostruzione
creati a livello centrale (Jakarta) e regionale (Aceh) non sono di certo meno
complessi e caotici di quelli attivati dalla comunita’ internazionale.
Esistono i Bakonas e Bappenas (disaster unit e planning
unit) a livello nazionale; e poi i Satkorlat e Bappedas,
equivalenti strutture a livello provinciale. Una babilonia incomprensibile di
sigle, dipartimenti, competenze, mandati.
Fino a quando ti rendi conto che, in
realta’, le decisioni importanti si prendono tutte a Jakarta, a livello
centrale. Ad Aceh, invece, chi conta di piu’ e’ l’esercito. Ancora oggi. Basta
visitare il quartier generale del TNI a Banda Aceh per capire quali sono i centri
reali del potere politico ed economico in questa regione. E’ li che si decidono
i destini della provincia, cosi come le sorti delle agenzie umanitarie ed il
complesso corso della ricostruzione.
Una guerra dimenticata
Cosi’, a rendere il lavoro particolarmente
difficile ad Aceh non sono solo l’entita’ del disastro e l’immensita’ dei
bisogni umanitari. Va anche considerata la complessa
situazione politica e militare. Per circa tre decenni, l’intera provincia di
Aceh e’ stata teatro di scontri violentissimi fra il TNI ed il Free Aceh
Movemement (GAM), il gruppo armato che lotta per l’indipendenza di Aceh dal
governo centrale e l’instaurazione di una repubblica islamica. Sino al
Dicembre 2004 Aceh era sotto uno stato di emergenza civile, con la maggior parte
del territorio pesantemente presidiata dall’esercito. Organizzazioni
come Human Rights Watch e Amnesty International da anni
denunciano le sistematiche e gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate
da entrambe le parti. Ma di questo conflitto si sa poco o nulla.
Un’altra delle tante guerre dimenticate.
A seguito dello tusnami, il TNI ed il GAM hanno dichiarato
un cessate il fuoco per facilitare gli aiuti umanitari e riaperto i negoziati
di pace in Finlandia. Raggiungere un accordo non sara’ facile: le antiche
aspirazioni indipendentiste del GAM si scontrano con la ferrea determinazione
di Jakarta a non perdere, dopo East Timor, un altro pezzo del territorio
nazionale.
Aceh e’ una provincia ricchissima dal punto di vista delle
risorse naturali (principalmente petrolio e gas) e questo spiega in gran parte
l’interesse del governo a mantenerne il controllo. Inoltre, la striscia di mare
che separa l’isola di Sumatra dalla Malaysia ha una grandissima importanza
strategica, dal punto di vista degli scambi commerciali, per il governo
Indonesiano. Il che renderebbe ancora piu’ inaccetabile l’idea della
costituzione di una repubblica indipendente nella parte nord dell’isola di
Sumatra.
E’ in questo contesto che vanno inquadrati il ruolo e
l’agenda politica del TNI nella devastata provincia di Aceh: mantenere il
controllo del territorio, indebolire e screditare sempre piu’ il GAM,
conquistare il consenso della popolazione civile.
Mi dicono che il motto nazionale del TNI sia “dal popolo e
per il popolo”. Insomma, l’idea di un esercito concepito per l’esclusivo
benessere dei civili. No comment. Il problema e’ che il TNI ha svolto, e
continua a svolgere, un ruolo importantissimo nella gestione della risposta
umanitaria ad Aceh: sono stati i militari indonesiani i primi ad intervenire
quella domenica del 26 Dicembre, a distribuire tende, cibo e medicinali ai
sopravvissuti terrorizzati dallo tsunami, a rimuovere velocemente decine di
migliaia di cadaveri, evitando cosi’ i rischi di epidemie, temute dalle agenzie
umanitarie. Tutta la costa occidentale di Aceh e’ancora fortemente
militarizzata ed i campi di sfollati sono sotto il controllo delle autorita’
militari.
Dunque, negoziati difficili quelli in corso fra il TNI ed il
GAM. C’e’ solo da augurarsi che la tragedia del Dicembre scorso, che ha
finalmente aperto la provincia al mondo, possa offrire oltre alla ricostruzione
anche una opportunita’, reale, di pace.
A tre mesi dallo tsunami, la terra continua a tremare a
Banda Aceh. Ogni giorno una crepa in piu' sui muri sporchi dell'ufficio. La
cosa piu' assurda e' che ci si abitua anche a questo. Guardi le crepe e
continui a lavorare, come se nulla fosse. Li chiamano “after-shocks”. Ti
rassicurano dicendoti che e’ “normale” che ci siano ancora delle scosse. Ma cosa
c’e’ di “normale” in tutto questo?
Allah Akbar
recita l’imam. E’ l’ultimo richiamo della giornata alla preghiera. Ma a me
viene in mente solo un pensiero: che la terra, questa notte, non tremi.