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Marlane. La fabbrica dei veleni - la libreria di terrelibere.org
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Marlane. La fabbrica dei veleni

Autore del libro:
Francesco Cirillo, Luigi Pacchiano, Giulia Zanfino

Editore: Coessenza
Anno: 2011
Formato:
stats 1715 letture
tag Tag: lavoro

Marlane. La fabbrica dei veleni
Storia e storie avvelenate
In quarant`anni di attività, circa 140 persone sono morti per malattie tumorali alla Marlane di Praia a Mare, in provincia di Cosenza. La fabbrica fu costruita dal conte Rivetti coi fondi della Cassa per il Mezzogiorno. Il processo in corso è contro la Marzotto, ultima proprietaria dello stabilimento dopo Rivetti, Eni, Imi e Lanerossi. Sotto il ricatto del lavoro, gli operai si sono esposti per anni ai fumi prodotti dalle stoffe.

terrelibere.orgRecensito da Claudio Metallo  

In questi mesi alla Procura della Repubblica di Paola, tra i tanti processi. se ne svolge uno epocale: quello per le morti degli operai della Marlane di Praia a Mare. In quaranta anni di attività, vi hanno lavorato circa 1100 persone di cui circa 140 (lo stabilirà con precisione il processo) sono morte per malattie come il tumore legate, secondo l`accusa, al lavoro alle catene di montaggio.

Il giornalista Francesco Cirillo e l`ex operaio Marlane Luigi Pacchiano (con l`ausilio delle interviste di Giulia Zafino) hanno raccontato la storia della fabbrica dalla sua nascita alla sua chiusura per delocalizzazione. Il libro è edito da Coessenza (www.coessenza.org) e s`intitola Marlane: la fabbrica dei veleni, storia e storie avvelenate.

Il testo inizia con la nascita di questa fabbrica di tessuti, costruita con i contributi della Cassa del Mezzogiorno, dal conte Rivetti, all`epoca dei fatti considerato come un benefattore, arrivato in queste terre desolate per dare pane e lavoro. Indro Montanelli non si lasciò scappare la storia di questo imprenditore del Nord che per puro spirito filantropico (e non per i milioni dello Stato), scese fin sotto Roma per portare la "civiltà" prima in Basilicata e poi in Calabria.

In un articolo, riportato nel libro di Cirillo, Pacchiano e Zafino, il grande giornalista scrive che l`unica difficoltà per le imprese di questo grande uomo è quella di aver trovato una popolazione `neghittosa`, che non vuole lavorare, pigra e ignorante. Leghismo pre-boom Economico. Rivetti impiantò la fabbrica prima a Maratea e poi a Praia. E per lasciare imponente traccia di sé, finanziò la costruzione della grande statua del Cristo, su Monte San Biagio), addirittura a sua immagine e somiglianza, per poi ottenere di essere seppellito in una grotta a poca distanza dal monumento, dove essere venerato come un santo minore.

I vari benefattori del Nord, che tanto piacciono a Montanelli ed altri giornalisti, sono quelli che hanno hanno inquinato il Sud Italia sia economicamente che ambientalmente. Chi oggi parla di sviluppo turistico dovrebbe pensare che la sciagurata gestione di quegli anni ha, di fatto, bloccato quel tipo di settore a favore di uno sviluppo industriale che in realtà non è mai arrivato. I maldestri e interessati tentavi di far crescere in senso capitalistico il Sud hanno lasciato solo disoccupazione e devastazione del territorio. Ed in alcuni casi la civiltà industriale si è accanita ulteriormente sul Meridione, mandando i rifiuti dell`industrializzato Nord.

Il 7 ottobre 2011 ci sarà una nuova udienza del processo a carico degli imputati, tra i quali oggi siede anche la Marzotto, ultima proprietaria della Marlane dopo Rivetti, Eni, Imi, Lanerossi. L`accusa per tutti gli imputati è omicidio colposo plurimo.

Le testimonianze raccolte dagli autori del libro sono drammatiche: sotto il ricatto del lavoro, gli operai della Marlane si sono esposti per anni ai fumi e vapori industriali generati dalle stoffe prodotte in fabbrica. Si lavorava in un ambiente unico, privo di areatori e senza pareti divisorie, quindi anche chi non era addetto alle lavorazioni più tossiche subiva le esalazioni dei coloranti e delle altre sostanze utilizzate.

Persino in un depliant pubblicitario, i lavoratori appaiono al lavoro privi di guanti e mascherine, mostrando senza preoccupazioni queste condizioni di totale insicurezza. L`azienda e i suoi ex dirigenti  imputati smentiscono queste accuse. Resta, però, senza bisogno che lo si stabilisca in un processo, il dramma delle famiglie: figli e mogli lasciati soli, che non hanno fino a oggi trovato il coraggio di chiedere la verità, magari anche per la promessa di un posto di lavoro nella stessa fabbrica che gli aveva portato via un familiare.

In una delle interviste, realizzata da Giulia Zanfino trascritte nel libro (ed in un documentario con gli stessi protagonisti), Filippo Provitera, un ex operaio, mostra una foto di gruppo con i suoi colleghi, che hanno prima costruito la Marlane e poi vi hanno lavorato: sono quasi tutti malati o morti di malattie collegabili al loro lavoro. Sembra quasi uno di quei film western, dove il cattivo fa scavare la fossa al suo avversario prima di ucciderlo e seppellircelo dentro.

Sono molte le storie incredibili che vengono raccontate nel libro. Tre, in particolare, riassumono i contorni drammatici e tragici della storia della fabbrica di tessuti. La prima è la storia di Luigi Pacchiano, operaio della Marlane coautore del libro, che combatte da anni perché sia fatta giustizia per sé, per i suoi colleghi e le loro famiglie. Pacchiano ha cominciato con una battaglia personale, quando gli fu diagnosticato un tumore alla vescica. I medici che lo avevano in cura gli suggerirono che, molto probabilmente, il suo problema derivava dalle sostanze utilizzate in fabbrica. Fino a quel momento, nessuno aveva la consapevolezza dei rischi che si correvano lavorando lì dentro, precisa l`ex operaio nel libro. Pacchiano ha condotto quindi una battaglia legale, osteggiato dalla dirigenza aziendale, per dimostrare che il tumore era legato al suo lavoro alla Marlane e, nel 2003, un giudice della procura di Paola ha riconosciuto la sua come malattia professionale (sent n°35/03 emessa il 12.02.2003).

Un`altra vicenda amara è quella degli sfratti dalle case ex Marlane, case costruite con i soldi della Cassa del Mezzogiorno per farci abitare gli operai e che ora l`azienda, dopo aver delocalizzato, vuole vendere ai familiari degli operai che vi sono rimasti ad abitare o, altrimenti, sfrattarli.

Infine, un altro operaio, Francesco De Palma, nel frattempo morto anche lui di tumore, racconta nel libro che era addetto a smaltire illegalmente i rifiuti tossici prodotti dalla fabbrica e che i dirigenti sapevano tutto. In pratica, venivano scavate grosse buche attorno alla Marlane e vi venivano sversati i rifiuti: "Tutta la parte a mare è piena di rifiuti tossici", dichiara De Palma, con la consapevolezza - oggi - di aver contribuito senza volontà all`avvelenamento della zona. La procura di Paola ha acquisito l`intervista ed indagherà su questo inquietante fatto.

Le tante interviste del libro Marlane: la fabbrica dei veleni hanno soprattutto un drammatico filo conduttore: la sopportazione, da parte delle persone coinvolte, di malattie, dolori, lutti, umiliazioni, la lenta sparizione dei colleghi - che il giorno prima lavoravano al tuo fianco ed il giorno dopo erano in ospedale ad aspettare la morte. O lavori così o te ne puoi andare: questa era l`unica risposta dell`azienda. E` questo il significato ultimo dell`essere sottoposti al ricatto del lavoro. Ci sono, documentate nel libro, le denunce di persone che hanno visto i propri familiari firmare il licenziamento in punto di morte, sgravando così l`azienda da responsabilità, con la promessa di assunzione di un figlio o dell`aiuto alla propria moglie con figli piccoli, che sarebbe rimasta sola. Se gli operai subivano queste vessazioni, abbandonati al loro destino, le istituzioni cosa facevano? Cgil, Cisl e Uil? Nessuno dell`ASL competente ha pensato che quella quantità di morti e malati per tumore potessero avere una radice comune? Non era il caso di indagare?

Forse è meglio aspettare che la gente dimentichi: alla fine il lavoro è importante, anche se in condizioni disumane. Meglio tenerci stretta la fabbrica. Ah, è vero! Alla fine hanno preferito delocalizzare e si sono portati via tutto, ma proprio tutto.

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