Padre Mussie Zerai, candidato al premio Nobel per la Pace, è da anni il punto di riferimento per gli eritrei che transitano dall’Italia. Ha raccontato in un libro il regime che costringe il suo popolo a un servizio militare che non finisce mai. E una ex colonia che ancora non conosciamo

La maggior parte dei profughi che arrivano in Italia proviene dall’Eritrea. Da anni. Spesso sono solo in transito, alla ricerca di altre mete. Perché? Nel nostro Paese hanno conosciuto alloggi fatiscenti, sfruttamento e soprattutto tanta ignoranza. Infatti, cosa sappiamo questa nostra ex colonie?

Padre Mussie Zerai è da anni il punto di riferimento per gli eritrei che passano dall’Italia. Il papà fu incarcerato da regime, lui stesso ha subito più volte minacce. La dittatura gli ha negato la cittadinanza. Ha un passaporto da apolide, può andare ovunque tranne che in Eritrea. “Non c’è oggi un eritreo che non abbia avuto un lutto in famiglia. In un carcere del suo Paese o in mare per arrivare in Europa”.

Eritrea

L’eredità del colonialismo italiano ad Asmara

Durante la presentazione del libro a Roma, Vittorio Longhi, giornalista esperto di rifugiati, invita a conoscere i paesi di provenienza dei migranti.

“L’Italia è il secondo partner commerciale dell’Eritrea, dopo l’Arabia Saudita. Avrebbe tutta la forza per chiedere il rispetto dei diritti fondamentali.

L’ILO ha condannato l’Eritrea perché il servizio militare a tempo indeterminato diventa una sorta di lavoro forzato, anche a vantaggio di imprese locali e straniere.

Una commissione parlamentare del Canada ha indagato su una miniera in Eritrea, gestita da una società canadese, che userebbe appunto questa forma di lavoro forzato.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti umani ha indagato sul regime eritreo ipotizzando un’accusa per crimini contro l’umanità.

La Commissione europea ha stanziato 200 milioni di aiuti sotto forma di cooperazione”. Pensiamo che siano condizionati al blocco delle partenze e non al rispetto dei diritti umani.

Con un passaporto da apolide, può andare ovunque tranne che nel suo paese

Giuseppe Carrisi, giornalista Rai e co-autore del libro, spiega che le relazioni tra Africa e comunità internazionale sono molto più complesse di quello che si pensa. Dal neo-colonialismo dei vecchi padroni al nuovo ruolo, molto aggressivo, della Cina. Dal land grabbing alle scommesse delle multinazionali sul prezzo delle derrate alimentari, che paradossalmente porta a stipare il cibo nei silos anziché nutrire i popoli. Fino alle guerre, al traffico d’armi, al sostegno occidentale ai dittatori.

Non c’è oggi un eritreo che non abbia un morto in famiglia. Di carcere o di naufragio

E conclude: un migrante economico scappa dalla fame, un profugo dalla guerra. Entrambi vogliono evitare la morte, qual è la differenza?

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