La succubanza. I
quotidiani siciliani e la mafia
Una “studiata
strategia” di depistaggio. Un cronista “processato” per aver dato del mafioso
al mafioso. Nomi che non si possono nominare. L’intervista a Nitto Santapaola,
e la lettera vittimista che quattordici anni dopo manda il figlio Vincenzo,
esprimendo identici concetti. Sono le vicende surreali che accompagnano la storia
recente del quotidiano “La Sicilia”. Più a nord, episodi simili per la “Gazzetta
del Sud”, il giornale più venduto in Sicilia nord-orientale e Calabria. Fotogramma
dopo fotogramma, i pezzi di una storia che diventa ritratto impietoso della
borghesia siciliana
Tutti i nodi vengono al pettine,
se c’è il pettine
Sciascia
Questa città non riesce a dimenticare
Santapaola Jr.
Dalla prima
lettera di don Vincenzo ai catanesi: “Questa città non riesce a dimenticare
pagine di cronaca e di storia ormai lontane e chiuse. […] Egregio direttore, mi
trovo in un carcere di massima sicurezza, detenuto in regime di 41 bis, proprio
quel regime creato per i detenuti considerati più pericolosi, capaci di dare
ordini ad associazioni criminali, anche dal carcere: un regime che anche nel
mio caso è assolutamente ingiustificato, come ingiustificata è la mia
detenzione […]”.
E' un
passaggio della lettera che Vincenzo Santapaola, figlio del capomafia Nitto, ha
inviato da un carcere del Nord Italia al quotidiano “La Sicilia”, pubblicata
integralmente e senza alcun commento il 9 ottobre del 2008.
Un fatto
grave, considerando che il 41 bis nasce per il massimo isolamento dei mafiosi e
che la presunta autorizzazione della magistratura di Catania è stata smentita
con forza dai diretti interessati. Un ingenuo errore isolato, ha detto qualcuno.
Isolato?
La colpa è dei giornalisti
“Una pausa
del processo consente il faccia a faccia [...]. Ed è la prima volta dal giorno
della sua cattura che acconsente di parlare con un giornalista”. Siamo
nell’ottobre del 1994, “La Sicilia” intervista Nitto Santapaola.
“‘Praticamente mi hanno accusato di tutto quello che è
successo in Sicilia negli ultimi 15 anni. Persino di avere partecipato a una
riunione dove si è deciso di ammazzare Falcone. Eppure tutti sanno, e l’ho ripetuto
migliaia di volte, che sono contrario a questo tipo di violenza. […] Il nome
Santapaola fa effetto. Basta dire Santapaola per essere credibile. Voi
giornalisti a volte non sbattete in prima pagina la foto di Santapaola per
vendere di più?’
‘Un attacco alla stampa ?’
‘No. La stampa è importante, ma i giornalisti devono avere
più coscienza quando scrivono. Voi giornalisti dovete fare gli investigatori,
scoprire la verità e scriverla. Invece spesse volte riportate quello che dicono
gli altri, anche se in quelle frasi ci sono molte falsità [...]’
‘Esiste questo mito [Santapaola]?’
‘No, il mito l’hanno creato la stampa e i pentiti’”
Quattordici
anni dopo la Sicilia è nuovamente lo strumento del vittimismo dei Santapaola:
“C'è gente che con pregiudizio mi giudica e mi considera in
base a ciò che si è detto e scritto su di me, additandomi come un criminale....
C'è gente che crea leggende sul mio conto e sui miei familiari. […]
Purtroppo debbo constatare che il nome che porto è per me
(come per mio fratello Francesco) una continua fonte di guai, a causa di
persone, che, anche senza conoscermi, anzi nella quasi totalità senza
conoscermi, usano e abusano del mio nome e di quello della mia famiglia”.
Perché è
stata pubblicata questa lettera? E, soprattutto, quale il percorso seguito
dalla cella di massimo isolamento alla redazione del giornale?
Le regole
del 41bis prevedono una rigida censura della corrispondenza. Un’Ansa dell’11
ottobre sostiene che la lettera è stata autorizzata dal Gip del Tribunale di
Catania, dopo un contorto viaggio: dalla galera alla sorella, dai legali al
giornale.
In una
lettera del giorno dopo, Rodolfo Materia, capo dell'ufficio Gip del Tribunale
di Catania, smentisce decisamente: “nessun membro dell'ufficio ha autorizzato
la comunicazione".
“Lo scorso 9 ottobre è stata pubblicata sul quotidiano
"La Sicilia" una lettera fatta pervenire dal detenuto Santapaola
Vincenzo, sottoposto al regime carcerario speciale di cui all'art. 41 bis O.P.
La notizia che di per sé ha creato sconcerto nell'opinione
pubblica è diventata ancora più inquietante quando il successivo 12 ottobre è
stato pubblicato un altro articolo che spiegava come detta lettera fosse uscita
dal carcere. Già il titolo anticipava: ‘Autorizzato dal Gip l'invio della
lettere di Santapaola junior’, seguivano, poi, più specifiche indicazioni con
ulteriori precisazioni che ‘i passaggi (erano stati) ricostruiti dal Dap’,
avvalorando, in tal modo la veridicità della notizia.
Poiché questa ricostruzione dei fatti non risponde a verità,
invito ai sensi dell'art. 8 della legge sulla stampa a pubblicare la presente
rettifica volta a ripristinare la verità dei fatti.
Nessuno dei Magistrati del mio Ufficio, succedutisi nella
trattazione del processo a carico di Santapaola Vincenzo, ha mai autorizzato
l'invio di qualsiasi missiva del predetto Santapaola, destinata, seppur
indirettamente, agli organi di stampa.
Pertanto, la notizia così come pubblicata risulta gravemente
lesiva della dignità e professionalità dei Magistrati dell'Ufficio Gip di
Catania, i quali con tanto senso di responsabilità operano quotidianamente al
servizio della Giustizia”.
Ecco la
risposta della Sicilia:
“L'articolo da noi pubblicato il 12 ottobre riproduceva un
testo diffuso dall'agenzia Ansa il pomeriggio del giorno precedente”.
L’appellativo
Un giorno
nell'ufficio di Mario Ciancio si presenta Pippo Ercolano - padre di Aldo e
cognato di Santapaola - per protestare su un pezzo del giorno precedente in cui
lo si definisce ‘boss mafioso’.
L’articolo
riferiva dei controlli effettuati dal Nucleo operativo ecologico dei
carabinieri all'interno dell'Avimec, una ditta di trasporti riconducibile agli Ercolano.
“Sono
convocati il capo cronista Vittorio Consoli e l’autore del pezzo, Concetto Mannisi.”
“In presenza dell'Ercolano, il direttore del giornale contestava al giornalista
il tono non imparziale del suo articolo ed invitava il medesimo, per il futuro,
a non attribuire l'appellativo di boss mafioso all'Ercolano e gli altri
componenti della sua famiglia, anche se tali affermazioni provenissero da fonti
della Polizia e dei Carabinieri".
È un
episodio richiamato molte volte nelle cronache de “I Siciliani”, in un rapporto
dei carabinieri datato febbraio 1994 ed in diversi atti giudiziari, visto lo
spessore di Aldo Ercolano, per lunghi anni braccio destro di Santapaola. Secondo
la procura di Catania, il fatto è “emblematico della succubanza
in cui la società civile ha vissuto e vive al cospetto della protervia della ‘famiglia’
mafiosa”.
Il depistaggio
Il pentito
Maurizio Avola si accusa di aver ucciso Giuseppe Fava e di aver fatto parte del
commando che uccise Dalla Chiesa. La prima notizia è vera, la seconda è falsa. Secondo
“La Sicilia”, Avola mente su tutto, perché all'epoca del delitto Dalla Chiesa
non era uomo d'onore.
L'articolo
è firmato da un corrispondente da Messina, mentre l’esperto di mafia del giornale,
Tony Zermo, firma lo stesso giorno un identico articolo pubblicato da “Il Giorno"
di Milano. Il successivo 3 giugno, “La Sicilia” insiste nella sua tesi,
nonostante le autorevoli smentite dei magistrati catanesi. La
“Gazzetta del Sud” di Messina dice che Avola è un sedicente
pentito, perché ha dichiarato di aver ucciso Dalla Chiesa, di
conseguenza è un pentito-killer inventato da Cosa Nostra.
Nei giorni
precedenti l’allora ministro Maroni aveva parlato di falsi pentiti
infiltrati dalla mafia. Il sostituto procuratore catanese Amedeo
Bertone dichiara che Avola non si è mai accusato
dell'omicidio Dalla Chiesa. La DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) di
Catania denuncia notizie “irresponsabilmente diffuse nell’ambito di una studiata
strategia diretta a delegittimare il pentitismo”. Una settimana dopo Claudio
Fava invia alla Procura della Repubblica un esposto in cui si ipotizza il reato
di favoreggiamento nei confronti dei mandanti dell’omicidio del padre.
Il necrologio
Il 28
luglio 1985 è ucciso Beppe Montana, commissario di polizia. Nell’agosto del
1986, per l’anniversario della morte, i familiari inviano alla ‘Sicilia’ un
necrologio: la pubblicazione viene rifiutata, in quanto le espressioni verso
“la mafia ed i suoi anonimi sostenitori” sono giudicate “troppo polemiche”.
Il 3
settembre 1982 è ucciso il generale Dalla Chiesa. Il giorno dopo “La Sicilia” è
l’unico quotidiano che omette il nome di Santapaola (che peraltro sarà
successivamente assolto) dalla lista degli indiziati. Qualche settimana più
tardi il giudice Giovanni Falcone spicca per lui un mandato di cattura.
“La
Sicilia” si riferisce al boss con contorte perifrasi:
“Nell’ottobre del 1982, quando tutti i quotidiani italiani
dedicheranno i loro titoli di testa all’emissione dei primi mandati di cattura
per la strage di via Carini, l’unico giornale a non pubblicare il nome degli
incriminati sarà La Sicilia. Un noto boss, scriverà il quotidiano di Ciancio. Nitto
Santapaola, spiegheranno tutti gli altri giornali della nazione.
Il nome del capomafia catanese resterà assente dalle
cronache della sua città per molti anni ancora: e se vi comparirà, sarà solo
per dare con dovuto risalto la notizia di una sua assoluzione. O per
ricordarne, con compunto trafiletto, la morte del padre. […] (Tutto questo) con
risultati giornalisticamente grotteschi: i minorenni arrestati per uno scippo
finivano in cronaca con nome, cognome e foto; i luogotenenti di Santapaola
invece erano sempre ‘giovani incensurati’, il loro arresto maturava in
‘circostanze poco chiare’ […].”
Donne e debiti
L’8 gennaio
del 1993 Beppe Alfano è ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di
Messina. Era insegnante, sindacalista Cisnal, tesserato Msi, collaboratore di “Telenews”
e soprattutto corrispondente per “La Sicilia”. Inizia un lungo e difficile
procedimento giudiziario. Si indaga persino sulla vita privata di Alfano, e per
alcuni la vittima deve diventare colpevole.
Solo col
tempo si fanno strada ipotesi più solide: gli articoli sullo scandalo dell’AIAS
di Milazzo, la micidiale vicinanza di Santapaola, latitante a Barcellona ospite
delle potenti cosche locali.
Durante una
fase del processo, la “Gazzetta del Sud” (il quotidiano locale più diffuso
nella zona) titola, nelle pagine di cronaca: “Donne e debiti di gioco: due piste
non seguite?”
Un titolo a
nove colonne: l’occhiello attribuisce la tesi ai legali difensori, il catenaccio
aggiunge che “la mattina del delitto [Alfano] si sarebbe recato a Messina per
ottenere un prestito di sei milioni”.
L’avvocato
Franco Calabrò, difensore di Merlino, l’uomo accusato di essere il killer, arriva
ad ipotizzare “relazioni extraconiugali con donne e con minorenni” e dichiara: “la
mattina dell’omicidio Alfano andò via in tutta fretta - lo confermerà il
preside - perché doveva recarsi a Messina per ottenere un prestito di 6
milioni”. La smentita è contenuta nello stesso corpo dell’articolo. Scipione De
Leonardis, vice commissario a Barcellona nel periodo dell’omicidio, ribatte infatti
che Alfano fu ritrovato con poco più di un milione in tasca e con un assegno,
ma i debiti erano “di lievissima entità, dell’ordine di qualche centinaio di
migliaia di lire. […] Non abbiamo trascurato alcuna pista, anzi le abbiamo perseguite
tutte, anche quelle che riguardavano la vita privata dell’ucciso, proprio per poterle
eventualmente escludere. Questa delle donne era infatti la voce più ricorrente,
non si può dire se provenisse da un ambiente piuttosto che da un altro; era vox
populi. […]. In ogni caso non era nulla di eclatante, per questo l’abbiamo abbandonata”.
Paradiso etneo
“Quando la
città era invidiata perché cresceva, perché il benessere era sotto gli occhi di
tutti, sì, allora l’economia era florida. La disoccupazione era solo quella fisiologica,
non mancando il lavoro, la delinquenza era limitata agli ‘intrallazzisti’ o a
pochi borsaioli. Erano anni in cui l’edilizia trainava ogni settore, gli anni
dei palazzinari che edificavano in ogni angolo. Erano anni in cui i gruppi
industriali come Costanzo, Rendo, Graci, Finocchiaro o Parasiliti incrementavano
il loro fatturato e contestualmente reclutavano mano d’opera e professionisti.
Da sempre queste aziende hanno rappresentato i datori di lavoro di questa
città, riuscendo ad avere organici fino a 20mila unità.
La mafia,
allora, era lontana o, se era vicina, non la si vedeva, o, se vogliamo, si
faceva finta di non vederla. Comunque Catania godeva del benessere. [...] Gli
appalti venivano quasi sempre affidati ai ‘datori di lavoro catanesi’, ossia a
quelle aziende che qui operavano. E anche tra loro c’era la pax dovuta alle
eque spartizioni”.
Ma poi gli
imprenditori etnei cercarono “impegni altrove”, a causa di “iniziative
trasversali che a tutti i costi dovevano criminalizzare l’imprenditoria
locale”. Ma ci fu “una sentenza ‘storica’ in cui, oltre ad assolvere gli imprenditori,
[si] sostenne che la loro non era contiguità con la mafia ma una sorta di soccombenza
obbligata al potere mafioso che, anche qui a Catania, comanda più del potere
legale”.
Si tratta
probabilmente della più entusiasta agiografia del “sistema dei cavalieri”,
pubblicata dal corrispondente catanese della “Gazzetta del Sud” all’interno
dello speciale che festeggiava i quarant’anni del quotidiano ed al contempo
dedicava un “ritratto” ad ogni provincia siciliana. Era il 1992, e Giuseppe
Fava era stato assassinato da 8 anni.
Donne sposate
Il buio
della sera di gennaio, il freddo dell’inverno, pochi colpi di fucile caricato
coi micidiali pallettoni usati in Aspromonte per la caccia al cinghiale. Un
modo crudele di uccidere, ma anche una firma inequivocabile. Pochi momenti che
diventano lo spartiacque per la borghesia di una città che da sempre si
illudeva di poter facilmente controllare le “infiltrazioni”, cioè le due - tre
famiglie locali, gli ndranghetisti, i mafiosi della vicina Barcellona, i
catanesi e i palermitani e tutti i delinquenti che hanno scambiato la punta
dello stretto per una zona franca da conquistare.
All’inizio
del gennaio 1997 viene ucciso nella maniera più plateale possibile il professor
Matteo Bottari, endocrinologo, genero del vecchio rettore dell'Università di
Messina Stagno D'Alcontres e stretto collaboratore dell’allora “magnifico”
Diego Cuzzocrea. Una figura chiave tra cliniche private, Università e
Policlinico, ovvero una “stazione appaltante” che fa gola a troppi, compresa la
‘ndrina installata dall’altra parte dello Stretto.
I gruppi
criminali calabresi non vogliono soltanto imporre la propria presenza
all’interno dell’Università, sostanzialmente incontrastata negli anni ’70, ma i
propri metodi: sottomissione totale, definizione delle controversie a bombe e
pistolettate, prima si spara poi si discute.
Una lunga
serie di omicidi, attentati, minacce e deflagrazioni che scuote l’Italia ma
viene ridotta a “episodi marginali” da un corpo accademico diviso tra paura ed
omertà. Possiamo gestircela, tutto sotto controllo, sembra che pensino.
Poi
arrivano quei colpi all’uscita della clinica, e sono il segnale più chiaro che
si è andati oltre. Sono i giorni della paura, i momenti del terrore. Sono ore
di confusione.
All’inizio
si tenta prima di far passare l’ipotesi che si sia trattato di un "errore
di persona" (espressione usata, tra gli altri, dal direttore
amministrativo del Policlinico).
Nella
cronaca della Gazzetta del Sud si legge tra l’altro: “I due colpi hanno spappolato
una parte del volto del prof. Bottari (che piaceva anche a donne sposate)”.
Il giorno successivo i redattori
prendono le distanze dall'autore della frase incriminata: "Purtroppo ieri,
anche questo giornale, a causa della inspiegabile mancata cancellazione
elettronica di un appunto (piaceva anche a donne sposate) tra quelli necessari
per la sintesi di prima pagina, ha involontariamente dato credito alla voce
[del delitto d’onore, nda], e nel peggiore dei modi. Per questo avvilente
infortunio porgiamo le sincere scuse ai familiari e ai lettori, i quali sanno
che non ci piace indulgere né allo scandalismo né allo sciacallaggio
informativo. Teniamo pure a precisare che quella sintesi non è stata redatta da
nessuno dei cronisti che stanno seguendo le indagini".
Sabato 17,
il Giornale di Sicilia spiega così i tanti interrogatori in Questura: "Bottari,
probabilmente inconsapevolmente, aveva intrecciato una relazione sentimentale
con una donna legata a qualche boss locale. Per questo motivo, i poliziotti hanno
interrogato a lungo amici e colleghi del professionista, ai quali il medico
aveva fatto qualche confidenza".
Lunedì 19
gennaio arriva un invito a non frequentare la questura: "Gli interrogatori
avvengono nei locali della Mobile, con cui collabora la Criminalpol",
scrive la Gazzetta. "Sicché il cittadino o la cittadina appartenente alla
categoria dei “noti” corre il rischio, se vista da qualche “osservatore” a
caccia di scoop di essere additato come “persona informata” dei fatti. Per cui
si consiglia di non frequentare, in questi giorni, la Questura...".
Perché?
Catania ai
tempi di Santapaola era una piccola repubblica autonoma con leggi, strumenti di
informazione e tribunali propri e particolarissimi.
I mafiosi
non sono tutti uguali. I famigerati corleonesi erano e sono rimasti contadini
sanguinari, che riassumono il loro progetto politico in una sola frase che
tramandano di padre in figlio: “rompere le corna allo Stato”. Sono stati
cancellati dal loro delirio di onnipotenza, dal desiderio di determinare il
destino dell’Italia, di controllare tutti gli appalti dell’isola ed il traffico
internazionale degli stupefacenti pur vivendo come topi nelle masserie del
palermitano, cibandosi di ricotta e cicoria.
Santapaola no.
Pur nascendo a San Cristoforo, quartiere degradato ma in pieno centro,
Santapaola inventa la mafia catanese, non proviene da famiglie mafiose e non ha
tradizioni particolari da consolidare.
Unisce modi
relativamente signorili alla ferocia del delinquente, capace di far strangolare
dei ragazzini rei di aver scippato la madre. Frequenta deputati e sindaci,
funzionari ed imprenditori. È imprenditore lui stesso, e non solo del crimine:
gestisce una concessionaria Renault, mentre la moglie è titolare di una
cartoleria del centro. Gioca a carte e scrive in corretto italiano, quanto
basta per allontanarlo dal solito cliché del mafioso rozzo. Ci sono fotografie
di Santapaola col sindaco e col presidente della provincia, col consigliere
comunale e col deputato socialdemocratico.
È il perno
di un sistema politico-economico sanguinario ma a suo modo efficiente. Grandi
palazzi e colate di cemento, viadotti e banche, televisioni ed imprese. Catania
è un caso unico, un modello per alcuni, un concentrato di sangue e violenza per
altri.
***
Storicamente,
la borghesia siciliana ha concepito la mafia come quei cani ferocissimi ma
utili per difendere la proprietà, intimorire i sottoposti, annientare i
comunisti o aggirare le regole garantendosi un appalto. Proprio come cani da
guardia nascono i mafiosi: sono i campieri del latifondo. Il film “In nome
della legge” di Pietro Germi descrive bene il rapporto contorto e complesso tra
classi dominanti isolane e gruppi mafiosi.
Come tutti
i cani feroci, non è raro che mordano il padrone. E questo va messo in conto.
Ed è accaduto spesso: dal delitto Mattarella a quello di Salvo Lima e dei
fratelli Salvo. Fatte le debite proporzioni e sottolineate le notevoli
differenze, il delitto Bottari a Messina.
Sono i
momenti in cui la “cultura della convivenza” o la certezza di essere al posto
di comando inevitabilmente vacillano. Allora entra in crisi anche la storica
diffidenza nello Stato, e nella sua polizia. Meglio un’armata privata, sciolta
da vincoli, efficace ed immediata. Meglio, finché non ti si rivolta contro.
Sciascia
scrisse: “Cos’è il fascismo per i proprietari terrieri? E quelli rispondevano:
la proibizione di fare sciopero”. Mi parve un’ottima risposta. Per essi,
l’essere di destra non coincideva coi valori guerreschi o con gli eroismi,
preferendo di gran lunga una vita paciosa punteggiata da mangiate di pesce e
conversazioni sulla qualità della ricotta, bensì con la possibilità di
sottomettere il prossimo. Per essi, il fatto di essere nati in condizione di
privilegio, o peggio ancora un’arrampicata sociale coronata dal successo,
coincide con la volontà di Dio, e Dio è il nome nobile che attribuiscono al
caso.
Allo stesso
modo, per i proprietari siciliani la mafia è stato uno strumento - all’inizio
forse estremo, poi diventa un’incrostazione culturale – che avrebbe impedito il
sovvertimento dell’ordine sociale. Poi le cose presero strade diverse, come
sappiamo.
***
Le stragi
del 1992 sono una scossa che incrina una radicata convinzione, e cioè che la
mafia abbia delle regole, che queste siano basate sull’onore, o che comunque
esista una vecchia mafia sostanzialmente utile ma progressivamente imbastardita
dall’avidità delle nuove generazioni criminali. A Palermo questa distinzione ha
spesso assunto i caratteri della spocchia del cittadino: i cafoni provinciali corleonesi
– piedi ‘ncritati, cioè sporchi di terra – hanno rovinato la vecchia
mafia urbana dai modi civili.
“Faccio parte di un popolo tanto ricco di antiche civiltà e
pure ridotto all’infamia per colpa di pochi spregiudicati che per continuare ad
arricchirsi sul malaffare hanno perduto qualsiasi senso dell’onore. Sentimento
che un tempo era vanto della mafia che teneva gelosamente a questa reputazione
e che ora ha gettato nel fango, anzi nella fogna, anche questa antica
prerogativa”.
Fatte
queste premesse è possibile comprendere l’articolato rapporto tra i giornali
siciliani e la mafia, non riducibile alla solita indistinta mafiosità degli
isolani.
Dopo la
stagione della grandi stragi, parte della magistratura sembra intenzionata ad
intaccare un sistema che fino a quel momento era apparso perfetto,
indistruttibile. Nella prima metà degli anni ’90 si scatena una dura campagna
contro giudici e pentiti, che del resto non si è mai interrotta ed ha coinvolto
tanti media nazionali.
A volte
sono commenti legittimi seppure opinabili, a volte forse qualcosa di più. Nel
1995 il collaboratore Vincenzo Scarantino inizia a parlare della strage di Via
D’Amelio alla Procura diretta da Caselli. La moglie aveva accusato la questura
di aver estorto la confessione con la tortura, le donne della famiglia sono
arrivate ad incatenarsi di fronte al Palazzo di Giustizia. Puntutali arrivano altre
voci, tutte smentite dai magistrati: “Alla larga dai pentiti […] A Palermo
sostengono che [Scarantino] abbia voluto alzare il prezzo con lo Stato perché la
famiglia ha bisogno di una nuova abitazione. Se fossimo al ministero di Grazia
e Giustizia ci metteremmo dentro la famiglia Scarantino e butteremmo via la chiave.
Senza pentirci”.
La libertà
I giornali
siciliani sono gestiti con una mentalità che deriva direttamente dalla
tradizione feudale. Un padre padrone, la successione ereditaria, casate di
tradizione secolare – i Ciancio Sanfilippo a Catania, gli Ardizzone a Palermo
-, direttori che dirigono ma non esercitano, cioè non scrivono, perché si
sentirebbero come i latifondisti messi a zappare la terra, redazioni sotto
controllo ed una isola rigidamente divisa nelle tre zone d’influenza dei
monopoli.
Il
direttore/editore de “La Sicilia” ribatte alle “azioni di disturbo” abbinando
ad un silenzio glaciale la calma di chi sa di essere il più forte. Il direttore
della “Gazzetta del Sud” di Messina persegue dal 1968, anno fatale da cui è in
carica, una scientifica strategia, ovvero la querela in sede civile usata come
arma contro chiunque osi criticare lui e/o il suo giornale.
Un saggio
come quello che avete appena letto, pur basandosi su fatti veri ed
inoppugnabili, potrebbe essere accusato di “maliziosi accostamenti”, “sintesi
scorretta”, “subdole estrapolazioni”.
Un
magistrato non indipendente – ce ne sono tanti - potrebbe abbozzare un atto esordendo:
“Effettivamente…”. L’autore dell’articolo, oberato da spese insostenibili e dalla
prospettiva di un iter giudiziario pluridecennale, potrebbe aver voglia di
scrivere “non più che le previsioni del tempo” (Giuseppe Fava). Per poi magari incontrare
qualche amico del Nord che gli chiede: ma da voi perché nessuno si ribella?